Uomo d’onore non va a dire a uno qualsiasi io sono uomo d’onore fa vedere la sua potenza occulta alle spalle. Lei deve sentire il mio peso quando io mi avvicino a lei. Deve sentirlo velatamente. Io non vengo con una minaccia da lei, sempre verrò sorridente. E lei sa che dietro quel sorriso c’è una minaccia che incombe sulla sua testa.
Io non verrò a dire a lei, io a lei farò questo, questo. No, se lei mi capirà, bene, se non mi capirà lei ne soffrirà le conseguenze. Quando Tommaso Buscetta racconta dell’omicidio di Salvatore Inzerillo, il tono della sua voce cambia. La morte del boss palermitano, di cui Buscetta è stato padrino, non è solo un altro tassello nella lunga scia di sangue della Seconda Guerra di Mafia, è qualcosa di più.
È l’inizio di una discesa all’inferno che non conosce pietà, nemmeno per i ragazzini. Buscetta rivela un dettaglio agghiacciante. Dopo l’eliminazione di Inzerillo, i corleonesi decretarono la condanna a morte anche per suo figlio, un ragazzino, appunto, colpevole, secondo Riina e i suoi sicari, di aver osato pronunciare parole di vendetta, parole sussurrate forse o appena accennate, ma sufficienti per far scattare la punizione.
Giuseppe Greco, detto Scarpuzzedda, esegue la sentenza con ferocia simbolica. Prima gli taglia una mano, poi lo uccide. Il messaggio è chiaro, spietato. Questa mano non potrà colpire. >> Inserillo come fu ucciso? Perché lei ebbe delle confidenze su questa uccisione di Inserillo. >> Sembra che Inserirlo sia stato accompagnato in macchina o accompagnato con un’altra macchina dal figlio di Giuseppe Montal, di Salvatore Montal che si chiama Giuseppe Montalt.
Sì, >> sì. accompagnato a casa di questa donna e lasciato là. Lui sarà sceso dopo 2 ore, 3 ore di vivere, di stare in quella casa. Quando è sceso lo hanno ammazzato, >> ma poi fu ucciso anche il giovane figlio Cinser >> e anche su questo lei ha dato >> che sembra che a questo bambino, >> perché era un bambino, le abbiano tolto il braccio destro dicendo “Non userai questo braccio per sparare a Salvatore Jin”.
>> Perché questo? Perché sembra che il bambino, se vero, avevasse detto io quando sarò grande ammazzerò a Salvatore Rina. Quindi aveva espresso, a proposito di vendetta. >> Pochi giorni dopo l’omicidio di Inzerillo, avvenuto l’11 maggio 1981, accade qualcosa che gli investigatori annoteranno con attenzione.
Una telefonata viene intercettata. A chiamare è l’ingegner Lopesti, vicino a Inzerillo e parente stretto dei cugini Salvo, imprenditori potentissimi e vicini alla corrente opposta ai corleonesi. Dall’altro lato della linea in Brasile risponde proprio Tommaso Buscetta. È una conversazione che rivela molto più di quello che dice.
I salvo, spaventati dall’avanzata di Riina, valutano il ritorno in Italia di Don Masino come l’unica mossa possibile per fermarlo. Quando quella registrazione viene prodotta da Giovanni Falcone in aula in un procedimento del 1982, tutto cambia. è la miccia che alimenta nuove indagini e indirizza Rocco Chinnici e Ninni Cassarà su una pista pericolosa, quella dei legami tra mafia, imprenditoria e potere.
Entrambi verranno assassinati, ma quella telefonata segnata a verbale resta ancora oggi una delle chiavi di lettura di ciò che stava accadendo dentro e fuori Cosa Nostra. Al proprio nel momento in cui si ruppe questa faca, ci fu Nino. Nino che avrebbe, insomma, telefonato, fatto il telefonato, >> no? l’ingegnere LO Presti che riceve la telefonata di Roberto dal Brasile e eh si accorda con Roberto, oppone le basi per un accordo affinché Roberto rientri a Palermo con l’aiuto e con la supervisione e col consenso di Nino,
senza che nessuno ne sappia nulla. >> Col consenso di Nino >> e perché doveva dare lui il consenso? Bisognerebbe chiederlo a Nino, presidente. Il processo prosegue e con esso l’orrore. L’udienza è un colpo al cuore per Tommaso Buscetta. Il pentito racconta con dolore e precisione chirurgica l’elenco dei suoi cari massacrati dai corleonesi, i figli, il cognato, il marito della sorella, uccisi barbaramente, prima per estorcergli la posizione di don Masino, poi per punirlo di essere diventato collaboratore di
giustizia, poi ancora per evitare che parlasse. L’11 settembre del 1982 lei seppe da una telefonata della morte di mio cognato Cavallaro Mariano. >> L’11 settembre 82 da una telefonata di sua nuora era successo. >> Sì, >> ho saputo che i miei figli erano usciti >> i due su >> tutti e due. >> Antonio e >> Benedetto e Antonio.
>> Sì. e che non erano ritornati, erano usciti il sabato, lei mi ha telefonato il lunedì e non erano tornati ancora. Le disse di di cercare con gli avvocati, se chissà fossero stati fermati dalla polizia. Cercarono, non erano stati fermati. oltre la scomparsa dei suoi figli, poi ha avuto altri lutti in famiglia proprio il giorno dopo, qualche giorno dopo >> della scomparsa dei miei figli.
>> Sì, della scomparsa dei suoi figli e >> o qualche o tempo prima >> o tempo prima, sì, >> del fratello della moglie. >> Del fratello di mia moglie. >> Sì, il fratello di mia moglie. Ma poi successivamente, qualche tempo dopo e sono è stato ucciso, questo è un fatto insomma storico, è stato ucciso il genero.
>> Sì, >> tuo genere. >> Sì. Io non alludevo perché Z parlato. Sì. No, no, l’ho collocato io nel tempo erratamente e l’è stato nel febbraio, non nel febbraio, mi par >> il mio genero, il mio genere è stato credo che >> nel dicembre >> 24 dicembre o o il 25 dicembre o >> la vigilia di Natale o dopo Natale >> dopo Natale o dopo Natale >> o dopo Natale >> vabbè insomma >> o il giorno di Natale stesso che non ricordo bene.
>> Ucciso il marito di sua figlia >> in presenza di mia figlia. Sì, di tua figlia Felice. >> Felice. >> Eh, poi eh contemporaneamente sono stati uccisi. >> Il giorno 26 o 27 è stato ucciso mio fratello insieme a suo figlio. >> Al figlio. Al figlio. E con suo genere furono uccisi anche dei parenti di sua genere.
>> Di mia moglie. >> Sì. >> Furono uccisi dai parenti della mia prima moglie. >> Della sua prima moglie. >> Sì. >> Che erano lì che prestavano servizio. Perché >> no? Non prestavano servizio, avevano solo salutato. Erano passati per salutare. >> Ah, erano passati per salutare. >> Per salutare mia figlia e il marito.
>> E questa avvenne nella >> pizzeria di proprietà di mio genere di >> Nieto. Santo Stefano di Sangue ha raggiunto il culmine ieri sera con la strage del New York Place, una pizzeria dove due killers hanno ordinato quattro pizze e dopo aver chiesto del proprietario pizzaioli hanno aperto il fuoco uccidendoli tutti e tre.
Gli assassini hanno invece risparmiato la donna che sedeva alla casa. La ragazza Felice a Buscetta è infatti la moglie del Genova, ma soprattutto la figlia di don Masino. Non si esclude però che Masino Buscetta, legato ai clan dei perdenti, sia tornato a Palermo per vendicare due suoi figli misteriosamente scomparsi.
>> Vincenzo era il fratello che predievo, mandava avanti la vetreria di famiglia soltanto. Ecco, mi dicono in questo momento che sono arrivate alle immagini. Vediamo un momento di vederla insieme. Ecco, il Palermo sembra essere diventata un mattatoio. >> I killer fecero scempio. Prima spararono in faccia a mio fratello che era seduto alla scrivania.
Mia nipote corse per aiutare il padre, ma non era armato. Uccisero anche lui. Pesanti contraccolpi alla collaborazione dei pentiti con gli investigatori. Oltre a segnare il culmine della spietata caccia scatenata dai killers, dai bossolatitanti ai pentiti, ai loro familiari, l’assassinio di Pietro Busetta pone infatti inquietanti interrogativi.
L’agguato di ieri sera non solo era prevedibile, ma era stato addirittura preventivato durante una riunione congiunta svoltasi pochi giorni aetro, appunto per esaminare la difficile situazione dei pentiti tra il Consiglio Superiore della Magistratura e la Commissione Parlamentare antimafia. Busetta è la quarta vittima in poche settimane della vendetta delle cosche.
Domenica scorsa è stato ferito a morte Leonardo Vitale, il primo pentito della mafia, mentre per Donmasino, con l’uccisione del cognato, sono saliti a sette i familiari assassinati negli ultimi 2 anni. Io in lontananza vidi un cavanello di gente, vidi confusione, poi avvicinandomi vidi degli uomini in divisa, vidi dei carabinieri, mi misi ancora più cercai di mettermi più in punta di piedi per vedere meglio e cosa era successo anche per una forma di una sorta di curiosità.
Guardo ancora in fiato, c’era un uomo riverso per terra, coperto da un da una tovaglia del ristorante e da questo corpo inerme spuntavano solo i piedi. Un paio di scarpe marrò con dei calzini azzurri. Erano i calzini di mio padre. La vittima si chiamava Pietro Busetta di 62 anni ed era sposato con Serafina Buscetta, una delle tre sorelle di Tommaso Buscetta.
Un killer solitario ieri sera intorno alle 20 gli ha sparato tre colpi alla testa. Pietro Busetta non aveva collegamenti con le cosche mafiose, confermando quindi che la mafia ancora una volta ha voluto punire Tommasino, il boss dei due mondi, al quale sono già scomparsi due figli e sono stati uccisi un fratello e tre nipoti a Palermo.
>> Intanto Giovanni Falcone dal suo ufficio al Palazzo di Giustizia, legge e rilegge ogni verbale. La sera, mentre il silenzio avvolge Palermo, lui studia. sa che ogni parola di Buscetta è una finestra su un mondo nascosto e sa che in quel mondo si muove ancora un uomo fondamentale, Giuseppe Calò, capo della famiglia di Portanova, è quest’ultimo a chiedere un confronto diretto con Buscetta.
Senta allò lei >> deve rispondere di 137 imputazioni >> delle quali >> 64 omicili. Pippo Calò è accusato di essere stato anche l’inviato della mafia a Roma, di essere l’uomo incaricato di tessere rapporti con il mondo imprenditoriale e politico. >> Ha 51 anni ed è stato inserito nella famiglia di Portanova dallo stesso Buscetta che è stato suo grande amico.
Di lui parla per la prima volta Leonardo Vitale, un mafioso che prima di Buscetta fece delle rivelazioni, non fu creduto e poi fu ucciso a distanza di 10 anni. Secondo l’accusa, tutto il traffico degli stupefacenti passa per le sue mani. Calò sarebbe il cervello finanziario di Cosa Nostra. Dopo il suo arresto avvenuto a Roma 2e anni fa, è stato anche rinviato a giudizio dai magistrati di Firenze per la strage sul treno di Natale del 1984.
Capitano Basile Emanuele >> Buscetta lo accusa di essere all’interno della commissione il portavoce di Luciano Rigepia già è stato contestato dagli istruttori, ma per maggiore chiarezza ho voluto fare il quadro. Se lei intende rispondere, desiderei che prima dell’interrogatorio che lei ha reso e che eventualmente poi le chiederemo se lei lo conferma, mi dicesse qualche cosa su questa su queste affermazioni del Buschetta come impostazione di carattere generale sull’esistenza di questa associazione particolare denominata Cosaca come
avviene in America e sulla sulla struttura gerarchico piramidale della stessa. >> Posso rispondere? >> Sì, >> senta, io confermo confermo l’edicazione che ho fatto al giudice istruttore. Avrei altro da dire a chi mi accusa, cioè a Puscetta. >> Ma lei vuole rispondere a questa domanda mia? Io io io non so che di che cosa parlando perché dico vabbè questo >> sconosco tutto quello che lei mi sta dicendo, >> cioè non non ha nessun di >> questa di questa associazione Cosa nostra chiamata cosa conosco tutto.
Allora se >> allora lei contesta l’esistenza di questa associazione di cui non conosce alcun conosco alcun niente. Allora, siccome se c’è Buscetta o Cotorro che mi accusano di di qualche cosa, di qualche reato, io desidero che lei mi facesse fare un confronto. Calo e Buscetta non sono due semplici mafiosi, sono due volti di un’epoca.
>> Conducano gli imputati Calò e Buscetta. >> Questo sarà l’unico confronto in aula. Buscetta il giorno dopo sarà richiesto nuovamente dalle autorità americane che lo avevano mandato in Italia. Il pentito è rispedito oltre Atlantico in tutta fretta. Negli Stati Uniti temono per la sua vita, tanto che ai giudici italiani era stato chiesto di proteggere il pentito anche in aula con una gabbia di vetro antiproiettile.
In America Buscetta è atteso dall’ FBI del quale è diventato un consulente per i trappici della droga della mafia. due ex amici che adesso si guardano in cagnesco da due sponde opposte della giustizia. Era stato proprio Buscetta molti anni prima a sponsorizzare l’ingresso di Calò nella famiglia di Portanova, un investitura da padrino, anche se Calò era legato per sangue a Tano Filippone, storico boss della famiglia di Portanova.
In quel periodo Buscetta era figura dominante, rispettata e temuta all’interno della propria famiglia, nonostante fosse un soldato semplice. Ma Don Masino non ha mai giocato secondo le regole rigide di Cosa Nostra. Aveva più mogli, vizi di lusso, voleva vivere alla grande e per questo veniva rispettato, ma sempre guardato come un’eccezione.
Durante la prima guerra di mafia, come abbiamo già visto in altri video, Buscetta aveva tentato di prendere il controllo della famiglia di Palermo Centro. Una volta abbandonato, Ila Barbera, in caduta libera, si era avvicinato a Pietro Torretta, ma il piano era fallito. Dopo la strage di Ciaculli, accusato di esserne uno dei mandanti, Buscetta era fuggito prima in Messico e poi negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti si era reinventato come trafficante. Un tempo erano sigarette, ora era droga. Aveva fatto i soldi tanti, il suo nome era tornato a pesare, ma quando era stato arrestato in Brasile negli anni 70 aveva perso di nuovo tutto. Spogliato dei suoi beni e detenuto al lucardone, era stato costretto a cercare aiuto proprio da Calò, il suo capo famiglia, che nel frattempo aveva fatto fortuna a Roma tra investimenti, massoneria e rapporti con la destra estrema.
All’interno del luciardone alcuni mafiosi della famiglia di Portanova avevano chiesto a Buscetta di scalzare Calò, ritenuto un debole, ma lui si era rifiutato. Voleva solo tornare ai suo affari in America. Nel frattempo qualcosa era andato storto. Uno dei suoi figli era finito in carcere per un assegno ricevuto proprio da Calò.
>> È una rara immagine di Nino Buscetta, il figlio di don Masino, subito dopo l’arresto avvenuto 4 anni fa. Il giovane aveva cercato di riscattare alcuni preziosi messi in pegno con 5 milioni di lire provenienti dal sequestro Armellini. Rimesso in libertà dopo pochi mesi, Nino e il fratello Benedetto furono eliminati con il metodo della cosiddetta lupara bianca da elementi delle cosche vincenti.
Tommaso Buscetta, nei suoi colloqui con i giudici Falcone Imposimato a Roma, sostiene che il denaro sporco fu dato a suo figlio da Pino Calò, il capo della cosca di Porta Nuova. Le rivelazioni dell’ex vetraio, divenuto poi trafficante gettano nuova luce su zone inesplorate, sul groviglio di affari e complicità esistente tra mafia, finanza e politica.
I magistrati cercano, tra l’altro, di focalizzare meglio la personalità emergente del boss Pino Calò, che trasferitosi a Roma fungeva ad anello di congiunzione tra l’organizzazione, la camorra e ambienti economici e imprenditoriali. È risaputo che uno dei problemi nodali della mafia consiste nel reinvestimento dei proventi del traffico di stupefacenti.
Si cerca ora, con la collaborazione di Buscetta di smascherare operatori finanziari di pochi scrupoli che si prestavano all’operazione di riciclaggio. >> Un affare torbido, un errore o una trappola. Quando Buscetta era stato scarcerato, Calò lo aveva accolto a Roma. gli aveva presentato personaggi del giro romano come Balducce dietro allvi, ma sotto la cortesia formale covava qualcosa di molto più pericoloso, l’invidia.
Un rancore profondo quello di Calò, velenoso, che lo porta, secondo Salvatore Cancemi, a uccidere nella seconda guerra di mafia con le sue proprie mani quel figlio di Buscetta che più gli somigliava. Lo strangola, un atto brutale di cui Buscetta avrà conferma solo anni dopo, quando cancemi deciderà di collaborare con la giustizia. >> Perché non fermavarrina quando abbiamo strangolato io e tu e altri figli di Buscetta con le tue mani l’hai strangolato e t’hai preso quello che somigliava di più a Bruscetta nella faccia.
>> Che fine hanno fatto questi ragazzi? Niente, eh l’ha l’ha strangolato Kangem con Pippo Calò e non avevano fatto niente. Allora, dici. >> Signor presidente, io desidero una cortesia della corte di dire al signor Puscetta che tutto ciò che mi deve dire mi deve di che cosa mi deve accusare che dica almeno le cose dove le lui c’ha le prove o almeno i testimoni di queste di queste circostanze e non faccia come ha fatto fino adesso nel dire me l’ha detto o l’ho saputo.
lui, come io farò adesso in questa in questo confronto, che io proverò con documentazione tutto quello che ho da dire e così desideri che lui facesse lo stesso, non per sentito dire e non perché me l’hai detto tu. Neanche questo deve dire, deve portare le prove perché lui mi sta accusando di cose molto gravi grave per cui non è che sono un foltarello, mi sta accusando di 100 110 non so imputazione e allora desidero che lui mi dica quali sono quelle cose che lui mi accusa con le prove e che non faccia come ha fatto fino adesso.
Presidente, >> senta, non dobbiamo fare un interrogato lei contesti ma scente, io signor presidente, >> io lo debbo dichiarare bugiardo in quest’aula. Non una volta, più di una volta, 10 volte. Andiamo avanti perché poi le dirò altre cose al signor Calò. >> Eh, sente Buscetta, a me ancora continuo dire. >> Senti, non mi chiamare neanche Buscetta, dici un nome qualsiasi.
Allora, come tu hai calpestato che ti chiam hai calpestato a chi hai accarezzato? C scusa un attimo, mi scusi presidente, siamo sempre siamo sempre siamo sempre al solito ritornello, signor presidente, io le porterò le prove quello che dirò, ma lui me le deve pure portare. >> Lei >> io se lui ha finito vorrei immettere una cosa nuova.
Se lui proprio insiste così che lo accusato di 69 omicidi, le dico un fatto nuovo, inedito. È disposto ad ascoltarmi, signor presidente? L’ultimo arrivo. >> Cosa? L’ultimo arrivo. >> Sì, l’ultimo arrivo. >> L’ultimo arrivo. >> Io nel 1979 o 80 78 sono in carcere, apro il giornale e leggo, scomparso una persona. Questa persona che io leggo nel giornale è un membro della sua famiglia perché io non faccio più parte adesso.
il primo incontro con Calò. Io le domando che cosa ha fatto, perché lo chiamavamo così, Giannuzzo, per scomparire, perché è scomparso. Eh, me l’ha detto la commissione. Sì, ma tu hai detto alla commissione che questo era un bravo ragazzo, che questo era una valida persona. Eh, la commissione me l’ha detto. Pippo, ma tu hai detto che questo ragazzo ha sofferto tanta fame in carcere dal 63 al 69, è stato condannato per associazione a delinquer.
Sì, sì, ma non ho potuto fare a me. Ho chiuso l’argomento con lui, mi sono recato a Favarella e ho incontrato Salvatore Greco e ho detto a Salvatore Greco, Michele Greco, Michele, ma perché è stato deciso di affogare, sciangolare a Gianno. Era troppo vicino a Gaetano Padalamento. Solo questo è il motivo, solo questo.
Ma chi non potevate evitare questo, no, non si poteva evitare, era troppo vicino a Gaetano Badalam. Continuando nel la passeggiata a Favarella sono che passeggio con Vittorio Magliozzo che lui dice di non conoscere. E le dico Vittorio, ma non era tuo compare Gian. Sì, ma niente avete fatto in famiglia per salvare la vita di Gianni? E io proprio quel giorno mi recavo da don Pippo e don Pippo all’ingresso di questo negozio mi disse di andare a fare i biglietti di aereo.
Quando sono ritornato mi ha detto “Non domandare più di tuo compare perché era una situazione finita. Non dite niente in giro”. Questa persona si chiama Giovanni Lallicata, membro della famiglia di Porta Nuova, che il signor Calò con questa faccia di innocente si presenta qua per dire dimmi di dove sono il capo.
Chi te l’ha detto? Questo è il signor Calò. Allora, se il signor Calò vuole fare il pentito anche lui che dica tutte le cose che lui ritiene più opportuno di dire sul mio conto li accetterò e se verrò condannato per me sarà gloria. La mia famiglia è sistemata. Io per me non ho paura di carcere perché del resto sono carcerato come lui.
Può parlare, lo sfido a parlare. E finito, finito. Intanto pentito perché hai cose da pentirti e allora ti stai pentendo tu. Perché io ho cosa pentirmi. Naturalmente non è no non ne ho, perciò non ho di che cosa pentirmi. E poi sta parola tenetela per te perché ti sta bene di queste la la Ora, quanto tutto quello che stai raccontando, tutto quello che stai raccontando sono altri fatti nuovi che stanno ti hanno raccontato adesso.
Cosa sono? Cose nuove. >> Sono fatti nuovi. Non sono fatti nuovi. Tu e io ne abbiamo parlato e me. >> Tu e io. Ti annunzio ti annuzzo la legata. Continua ad essere sempre con le tue mani. L’hai fatto il Ho capito. Devo insistere sempre nelle tue bugie, nelle tue cose. >> Sì, sì, chiam perché senò le bugie questo pensi delle sofferenze tue.
Sen no questo non pensi delle sofferenze, >> sen no questo premio non lo puoi avere. Bucetta, non te ne vuoi andare sconfitto di puoi fare ammazzare perché sono ben guardato. Non devi aspettare qualche non te ne puoi andare, devi aspettare qualche anno per qua. Te ne vuoi andare >> che sconfitto? Io sono sconfitto.
Io sono un carcer come te. >> Sconfitto, non te ne vuoi andare. Devi ancora sconfitto come te. >> Stai aumentando sempre. Già sono sconfitto. Ho perso. Ho perso famiglia, ho perso la mia libertà. Ma questo veditatelo tu. Vedi tu che cosa hai combinato. Vedi tu. Tu la devi devi mia colpa mia come massima colpa.
Tu tu lo sai i fatti tu li puoi sapere. Io io so presidente lui lo sa. Il io rispettavo il fratello, i figli. Perciò quando dice queste cose a me mi fanno più male perché sono sicuro che quando è morto il fratello, il nipote mi sono preso più dispiacere io che lui. Lui ipocrita >> perché lui se ne stava in Argentina in Brasile a godesse la vita >> ed è rimasto per il momento non ho niente.
Fatto pentito solo quando si è visto eventualmente mi ricordo c potrò dire altre cose. Posso sapere chi gliel’ha detto e che >> leata lei lo conosceva questo l’alcata detto Giannuzzo. >> Ma chi è? Io io sono avuto imputato aspetta con il carcere insieme a lui a Catanzaro. Lui dice chi è Giovanni Lalicata? Lui dice chi è Giovanni Lalicata nella stessa cella.
>> Eh, aspetta un attimo, facciamo una cosa. La casa Giovanni, tu eri con me in carcere. Io al Catanzaro siamo stati 114 imputati. Se Gianni Laicata o altri imputati che sono qui, io li ho conosciuti perché sono a Catanzaro e cò li ho visti là è un conto altro avere un rapporto di amicizia, di conoscenza.
Ora se tu sei stato con me in carcere a Catanzar, no? Un’altra bugia. Allora, vediamo quando io sono stato in carcere e quando è stato in carcere lui. Un’altra bugia. Se dimentica pure di quell ho detto che non ero in carcere. Che bugia ho detto? >> Ah, non eri in calcio? >> Io non ero in c. >> Io non ero in primo grado presente al primo grado del processo di carbè stato in allora.
Ho capito male, ho capito male che >> lei era imputato coimputato con la Licate. >> Sì. E >> quindi lei conosceva l’Alicate. >> Sì, come co imputato. Ma per i rapporti che dice lui, ma è assurdo. Non >> insomma in carcere con lui c’è stato sì. >> Nella stessa cella. No, no, c’è la no. Eravamo a Catanzaro nella stessa nella signor presidente precisamente non ricordare a lui il Cacere di Catanzaro ha dato un piano a tutti i gli imputati dei 118 100 quelli che erano >> lasciando le porte aperte >> e mettendo solo gli imputati di questo processo.
>> Quindi se non era nella cella, erano a paseggiare 24 ore al giorno tutti assieme. >> Ma certo. >> Tutti assieme. >> Tutti. tutta ser >> e in quell’epoca in carcere non si ammazzava perché c’era anche sirchia dentro il carcere e nessuno con Sirchia. >> Ma che significa? Ma che significa? Che cosa ti vuoi intendere dire tu? >> Ma che cosa vuoi intendere dire tu di questo? Scusa, che io conosco la coroscere, cioè avere un cioè essere coimputato e avere un’amicizia sono due cose distinte e separate.
>> Ma lei ha poco fa detto che non lo conosceva? Ma non lui dice che eh racconta tutta questa storia come se lui fosse amico mio. Ma se noi parliamo di di di di in coimputato, vabbè, coimputato senz’altro io l’accetto, ma non amico. Ma qual è amico? Dunque, >> poi ha detto della stessa famiglia e come così, scusa, come faccio io a dire sì, accetto questa questo dialogo io invece come come altri 100 persone io ho visto lì a Catanzaro.
Buscetta ricorda un viaggio fatto da Totò, Inzerillo e Stefano Bontade per incontrare Calò nella speranza di trovare un accordo tra Corleonesi e vecchia mafia prima delle riunioni della commissione. >> Io mi rivolgo all’intelligenza, mi scusa se mi esprimo così della corte. Mi dico un po’ questo appuntamento che lui dice di avere avuto lì all’utocrill del pavese, >> cioè loro loro sono venuti questi questo contato inserito da Palermo con la macchina naturalmente perché per avere st appuntamento lì sono dovute venire da una macchina, non credo che c’è altro
mezzo, no? E allora sì e allora hanno fatto perlomeno quanto? 1000 km Palermo Roma 1000 km ci siamo incontrati alla cosa di Pavese abbiamo parlato per alcuni minuti, si sono lasciati così inarmonia loro si sono fatti altri 1000 km di ritorno, ma le sembra logico, le sembra sembra non so le sembra vero questo può sembrare vero una cosa di questo genere? È possibile che fanno 1000 km per parlare 2 minuti con me? Puoi se nel ritorno altri 1000 km.
Lo so io perché stendo che hanno fatto i 1000 km e poi se ne sono andati o hanno fatto altri 100 km per andare in un altro posto. È già stabilito da chi? Da Calò che devono venire a Roma, ascoltare a lui e tornare a Palermo. È un’imposizione, è un foglio di via. >> Ma non sono venuti, non sono venuti apposta per me per questo appuntamente.
Può essere anche un’occasione per spostarsi, per venire, per andare in Adesso. Lo stai dicendo adesso. Non l’hai detto prima. Adesso lo stai dicendo. Non stai dicendo Adesso sta dicendo che erano lì, magari forse per altre cose. >> Vabbè, se lo sai perché erano lì. Calò non replica le accuse di Buscettaza, tenta però discreditarne la figura di padre e di uomo d’onore e racconta degli sfoghi che gli avrebbe fatto lo stesso fratello del Pentino.
Abbastanza bene il fratello perché appunto l’avevo detto dichiarato che è stato pure in carcere con me un anno e più nella stessa cella era molto affezionato con me. Ecco purtroppo che gli aveva fatto passare questo fratello me l’ha tutto raccontato. Vabbè, infatti quando lui ogni volta che mi incontrava tutte le volte, cioè una volta quando io avevo la ero in in stato di eh con la sorvivenza speciale, avevo la carnezzeria allora in quel periodo, qualche volta lo incontravo e sempre mi raccontava le sue storie, specialmente mi parlava sempre molto del
fratello. Quella volta che l’ho vista a Roma con il nipote, con il nipote con le lacrime agli occhi, mi disse, mi raccontò proprio il fatto di vedi, dice Masino, che cosa m’ha combinato? Dice, se n’è andato di nuovo, mi ha lasciato un figlio in il figlio in carcere, si ha lasciato il figlio in carcere, un altro drogato, mi costrinse ad invitarlo a casa mia con la nuova ultima moglie.
se lo immagina, dice, “Quale per ora inferno c’è a casa mia per avergli dato questa ospitalità”. Perché la moglie del fratello era la sorella è la sorella della moglie sua, la moglie prima la prima moglie. Questo che ho raccontato. Dico di che cosa è capace il signor Buscor Buscetta. Perfetta lei. >> Io sono arrabbiato con costui.
>> Arrabbiato. Lascia stare. Non ti arrabbiare perché si arrabbia dei canine di interrogatorio non ho mai toccato a nessun problema familiare di nessuna persona. Io è molto strano il comportamento di un uomo d’onore il quale lui è parlare delle mie vicende personali di famiglia. C’è di più che l’unica verità che lui dice in questa aula è che mio fratello aveva un’amicizia molto cara con lui, però lui sta dimenticando in questo momento di essersi seduto insieme a tutta la commissione per decidere la fine di mio
fratello e di mio nipote, avendolo cappestato anche qua. Lui doveva solo limitarsi a non parlare della mia famiglia. >> Il giorno del confronto Giuseppe Calò viene messo a nudo. Buscetta lo disintegra con la parola, con la memoria, con il dolore. >> Io conoscevo la donna prima moglie e debbo dire la verità se presenta una donna.

Mia moglie quando l’ha cercato che sono scomparsi i miei figli, lui non si è fatto trovare. >> Mia moglie, la madre dei due di Antonio, l’ha cercata per tutta Palermo chiedendomi a me al telefono cerco a Pippo. Senti, non lo cercare a Pippo perché chissà lui c’ha da fare. Mia moglie lo cercò per tutta Palermo per dire Pippo, interessa di dove sono i miei figli e lui non si è fatto trovare.
Questa è la donna che lui rispetta. Tu sei il mio rappresentante, quello che mi rappresenta, >> quello che dici tu, >> quell che quello che mi deve quello che deve fare le cose per te >> è la storia che racconti >> e mi hai fatto ammazzare mezza famiglia. Mezza famiglia mi hai fatto ammazzare. Perché non mi facevo ammazzare? A me >> la storia che racconti.
Ma non ti preoccupare >> perché non mi hai trovato. >> Ma adesso è difficile trovare. >> Senti, io io ti dico tutto quello che ti dirò. Tutto quello che >> Calò non riesce a rispondere. Non può accusare Buscetta di omicidi o di traffico di droga, perché significherebbe autoaccusarsi. Rimane in silenzio, appeso ad un’unica accusa sterile.
Parli solo dei tuoi nemici, mai dei tuoi amici. Ma Buscetta non si fa sorprendere. Tira in ballo Gerlando Alberti, vecchio sodale e alleato. Racconta di avere accusato anche lui. Alberti era stato bersaglio di un attentato in carcere fallito per un soffio. Era stato Buscetta stesso a chiedergli tramite lettera una collaborazione nella vendetta contro Calò, colpevole agli occhi del Buscetta di non aver protetto i suoi figli.
Il dare una spiegazione alle accuse di Buschetta e sostiene che il pentito in realtà sta vendicandosi per certi torti subiti. >> Se ci dice qualche cosa. >> Pronta la replica di Buscetta che chiama in causa Gerlando Alberti. Io mi vendico accusando i miei nemici, dice. Questo non è vero.
Tanto che io ho messo sotto accusa anche un amico carissimo come Gerland Alberto. >> Tranquillo. >> Eh, non so se sarebbe la sede opportuno, per dirlo, delle vendette trasversali e degli amici che si accusano. Io mi laggava un’amicizia profonda per Ganda Belli, ma io non ho pensato di non nominare Gellanda Belli. Sarebbe stato assurdo parlare della mafia e parlare solo di me, perché sarei stato io il mafioso nel mondo.
Se la mafia esiste perché ci sono le componenti della mafia. Quando si parla che io ho collaborato perché ho voluto fare delle vendette trasversali, io garantisco a lei, signor presidente, che rappresenta la legge, io non ho nessuna ragione per farlo nei confronti di Giandber, una persona che io stimavo, ma che lui sinceramente non mi stimerà più, perché io sono venuto meno a quella regola che io e lui abbiamo giurato.
Cerco Stefano Calzetta. >> Alberti detto Paccarè è stato indicato anche dal pentito Leonardo Vitale come appartenente alla cosca di Portanova, la stessa di Calo e di Buscetta. È il primo nome che compare in numerose inchieste sul traffico degli stupefacenti e secondo l’accusa è il primo boss che ha capito l’enorme potenza rappresentata dal controllo del mercato della droga.
Un vecchio mafioso che si è riciclato, dicono i giudici istruttori, diventando raffinatore di eroina. Ma quale raffineria di Alberti? Se prendiamo tutte le perizie, va bene, Santofrio, sono tutti negativi. Alberti non aveva né rapineria, né droga, né niente. Come non è stato trovato niente. E ci sono le perizie, gli atti che parlano del processo, non è che dice e se vuole il presidente può richiamare gli atti vedi e vedi che non c’è né un grammo di gioca né niente, non esiste completamente niente.
>> Ma anche lei nega di fare parte dell’associazione mafiosa. Eh, io non ho fatto mai parte, sono stato soltanto pregiudicato che sono stato in carcere. Per questo la polizia mi mette giustamente che sono un mafioso, ma se uno che ha stato in carcere è mafioso, allora sono mafioso. Va bene, ma io sconosco di avere partecipato in qualsiasi associazione.
>> Ma il Buscetta che poi ha parlato di lei in termini amichevoli direi, insomma, se >> che cosa può dire Puscetto di Puscetto può dire solo che ha ricevuto cortesia di me e niente altro. Questo non so se lo dica precisamente, dice comunque che per lui era un buon amico, però le dice anche che lei sarebbe stato appartenente a Cosa Nostra, all’organizzazione.
>> Non è niente vero, è fantasia tutta del Buscetta. Il confronto fra Calò e Buscetta segna un punto di svolta nel maxi processo. Dopo la disfatta di Calò, molti altri imputati decidono di ritirare la richiesta di confronto. Nessuno vuole trovarsi di fronte a Don Masino, se non Luciano Leggio o Liggio, che vuole così riprendersi la scena ormai perduta.
Ma questo è nella prossima puntata. this show I don’t know I don’t take shit I got no for the if You want to play?
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