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I carri armati britannici si fecero beffe della Divisione Ariete, e cosa accadde dopo…

C’è una fotografia che nessun museo vuole esporre. Mostra un carro armato britannico Crusader capovolto nel deserto libico, la torretta sepolta nella sabbia dorata, il metallo annerito dal fuoco. Accanto le tracce dei cingoli di un M1340 italiano che si allontanano dalla scena. È una fotografia scomoda perché contraddice una narrativa consolidata da 80 anni, quella che i carri italiani fossero soltanto bare di latta destinate al massacro.

La storia popolare della guerra nel deserto è semplice, quasi confortante nella sua chiarezza. Da una parte i leggendari carri britannici, Matilda con la loro armatura impenetrabile, Crusader con la loro velocità fulminea, dall’altra gli italiani con i loro M1340, lenti sottoostruiti, armati con cannoni che sembravano giocattoli di fronte ai 40 mm britannici.

La matematica militare era chiara, il risultato sembrava inevitabile. Eppure qualcosa andò storto con questa narrativa perfetta, qualcosa che i rapporti britannici dell’ottava armata cercarono di spiegare con frasi prudenti come resistenza inaspettata e determinazione fanatica. Qualcosa che fece sì che veterani britannici, decenni dopo la guerra, ammettessero a mezza voce di aver provato rispetto, rispetto riluttante e fastidioso, ma autentico per quei tanquisti italiani che avrebbero dovuto essere facili vittime.

Il problema è che la storia ama le narrative semplici, ama gli eroi chiari e i perdenti evidenti. E quando uomini con equipaggiamento inferiore sconfiggono nemici superiori attraverso qualcosa che nessun manuale tattico può insegnare, la storia preferisce ignorarli piuttosto che riscrivere le sue certezze comode.

Questo documentario esiste perché quella fotografia del Crusade del rovesciato non è un’anomalia, è un frammento di una verità più ampia che fu sepolta sotto tonnellate di propaganda alleata e disprezzo postbellico. esiste perché gli uomini della divisione Ariete trasformarono carri armati obsoleti in strumenti di una precisione letale che ancora oggi sfida la logica militare.

Esiste perché meritano di essere ricordati non come vittime di una guerra industriale che non potevano vincere, ma come professionisti che rifiutarono il verdetto delle statistiche, che guardarono alla morte in faccia e scelsero la dignità invece della resa, che fecero ardere carri britannici nel deserto viico quando ogni calcolo razionale diceva che erano loro a dover bruciare.

Questa è la loro storia, non quella che la storia ufficiale volle raccontare, ma quella che i documenti, le testimonianze e persino i nemici britannici furono costretti ad ammettere quando smisero di mentire a se stessi. La divisione Ariete non era un’unità improvvisata, era il meglio che il regio esercito potesse offrire nel 1941. Uomini selezionati, addestrati secondo standard rigorosi, comandati da ufficiali che avevano studiato le guerre moderne con attenzione ossessiva.

Quando attraversarono il Mediterraneo diretti al deserto libico, queste tripulazioni conoscevano la teoria del combattimento corrazzato, meglio della maggior parte dei loro avversari britannici. Il problema non era la competenza, era la matematica. L’M1340 italiano era un progetto già superato prima ancora di lasciare le fabbriche.

Pesava 14 tonnellate contro le 27 del Matilda II britannico. La sua corazza frontale misurava 30 mimamite contro i 78 mimam del Matilda. Il suo cannone da 47.000 m poteva teoricamente penetrare l’armatura britannica, ma solo a distanze così ravvicinate da essere sostanzialmente suicide. La velocità massima su strada era di 32 pumni km, ma nel deserto sabbioso raramente superava i 20.

Il raggio d’azione operativo era di 200 km con serbatoi pieni, costringendo i reparti a dipendere da linee logistiche fragili che il nemico poteva tagliare con facilità. Gli inglesi lo sapevano, i comandanti della divisione Ariete lo sapevano e soprattutto lo sapevano i giovani tanquisti italiani che ricevettero queste macchine e capirono immediatamente che stavano per combattere una guerra con equipaggiamento di seconda categoria contro un nemico di prima.

Ma c’è una differenza tra sapere di essere in svantaggio e accettare la sconfitta. Le tripulazioni dell’Ariete fecero qualcosa che distingue i professionisti dai dilettanti. Studiarono le proprie debolezze con la stessa attenzione con cui studiarono quelle del nemico. Ogni M1340 aveva vulnerabilità mortali. La sospensione si rompeva facilmente su terreno accidentato.

Il motore diesel si surriscaldava sotto il sole africano. La torretta girava lentamente, rendendo difficile seguire bersagli mobili. L’ottica di mira era inferiore a quella britannica. La ventilazione interna era pessima, trasformando l’abitacolo in un forno che poteva raggiungere i 60° Celus nelle ore centrali della giornata.

Ma ogni debolezza italiana rivelava una controparte britannica. I Matilda erano lenti, più lenti degli M1340 in alcuni terreni. I Crusader erano veloci ma meccanicamente fragili. Entrambi dipendevano da linee di rifornimento lunghissime che attraversavano centinaia di chilometri di deserto e soprattutto nessun carro armato, britannico, tedesco o italiano, era invulnerabile ai colpi sui cingoli, sulle ruote motrici, sugli scarichi del motore.

Le unità della Ariete svilupparono una dottrina tattica nata dalla disperazione, ma raffinata, fino a diventare scienza. Non potevano vincere duelli frontali, avrebbero fiancheggiato, non potevano penetrare l’armatura frontale, avrebbero mirato ai fianchi e alla parte posteriore. Non avevano cannoni abbastanza potenti.

Avrebbero sparato ai cingoli prima e alla torretta dopo. trasformarono ogni battaglia in un esercizio di geometria letale, dove centimetri di angolazione decidevano chi viveva e chi moriva, dove la pazienza valeva più della potenza di fuoco, dove conoscere il proprio carro armato, ogni vibrazione del motore, ogni limite dell’ottica, diventava la differenza tra tornare alla base o ardere nel deserto.

Quando la divisione Ariete ricevette l’ordine di avanzare nel deserto libico nel 1941, non avevano illusioni, sapevano esattamente contro cosa stavano per combattere e decisero di combattere comunque, non per ideologia o propaganda, ma perché erano professionisti e i professionisti fanno il loro lavoro anche quando la matematica dice che è impossibile.

Elgubi, novembre 1941, un nome che quasi nessuno ricorda oggi, ma che i veterani del Fimio Armata Britannica pronunciarono con rispetto forzato per decenni dopo la guerra. Era stata concepita come un’operazione standard. Una colonna britannica mista di crusader e carri leggeri doveva spingere attraverso le posizioni italiane, disperdere la resistenza e aprire la strada per l’avanzata principale.

I rapporti di intelligence britannici classificavano la divisione Ariete come minaccia moderata, un ostacolo da rimuovere, non un nemico da temere. Le prime ore sembrarono confermare quella valutazione. I crusader britannici attraversarono il deserto a velocità che i carri italiani non potevano eguagliare. Le loro torrette ruotavano con fluidità meccanica superiore.

I loro cannoni da 40 mami ringhiavano con una cadenza di fuoco che gli M13 I40 non potevano replicare. Da lontano sembrava un massacro in fase di preparazione, ma le tripulazioni italiane non combatterono da lontano. Il tenente colonnello che comandava il battaglione Carry della Ariete aveva studiato i britannici per mesi.

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