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Ex Fedelissimo della ’Ndrangheta SVELA: LA RETE SEGRETA NON ERA Francesco Pesce

La mia voce trema ancora quando parlo di quegli anni. Sono passati 12 anni da quando ho lasciato la Calabria, ma le cicatrici sulla pelle e nell’anima non si cancellano mai. Mi chiamo Beh, diciamo che il mio vero nome non conta più. Quello che conta è che per 15 anni ho servito l’andrangheta con una fedeltà cieca, credendo di sapere chi comandava davvero. Quanto mi sbagliavo.

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Era il 2003 quando tutto iniziò. Avevo 23 anni e la fame negli occhi di chi è cresciuto tra le case popolari di Rosarno, dove il profumo degli agrumi si mischia all’odore acre della paura. Mio padre era morto in un incidente sul lavoro, se così si può chiamare quello che successe nel cantiere dei Pesce, e mia madre faceva le pulizie nelle ville dei boss per tirare avanti.

“Tu sei diverso”, mi disse don Francesco Pesce quel pomeriggio di settembre, mentre mi fissava con quegli occhi grigi che sembravano trapassarti l’anima. Hai la testa sulle spalle e il coraggio nel sangue. Francesco Pesce, il nome che tutti sussurravano con rispetto misto a terrore nelle strade di Rosarno. L’uomo che credevo fosse il padrone indiscusso di tutto quello che si muoveva tra Gioia Tauro e Reggio Calabria, il boss che pensavo decidesse vita e morte con un semplice cenno del capo.

“Ma quanto ero ingenuo! Farai strada con noi”, continuò mentre il sole tramontava dietro i suoi aranceti. “Ma ricorda una cosa, qui si comanda rispettando la catena. Io decido, tu esi sempre. Annui senza sapere che quella catena era molto più lunga e tortuosa di quanto potessi immaginare, che Francesco Pesce, l’uomo che tutti temevano, era solo un anello di una macchina più grande, più sofisticata, più terrificante.

I primi mesi furono un’iniziazione graduale, piccoli favori, messaggi da recapitare, presenza intimidatoria durante i colloqui con i commercianti locali. Piano piano la mia reputazione cresceva. Ero preciso, silenzioso, efficace e soprattutto fedele. Bravo ragazzo, mi diceva sempre don Francesco quando tornavo dalle missioni. Così si fa.

Così si diventa uomini. Uomini. Che parola vuota quando la riempi di sangue e paura. Ma c’erano segnali che all’epoca non sapevo interpretare. Telefonate che Francesco riceveva e che lo facevano impallidire. Riunioni improvvise a cui non potevo partecipare, decisioni che arrivavano dall’alto senza spiegazioni, come ordini divini che non si potevano discutere.

“Chi decide veramente?”, chiesi una volta a Salvatore, un veterano del clan che mi aveva preso sotto la sua ala protettiva. Mi guardò come se avessi pronunciato una bestemmia. Tu fai quello che ti dicono di fare e non fai domande. Le domande fanno morire la gente. E aveva ragione. Le domande fanno morire la gente, ma il silenzio ti uccide dentro pezzo dopo pezzo.

Il primo omicidio arrivò nel 2005, un piccolo spacciatore che aveva usato vendere nel territorio sbagliato. Don Francesco mi convocò nel suo ufficio, quello nascosto dietro la concessionaria di auto usate che usava come facciata. È arrivato il momento di dimostrare chi sei davvero”, mi disse facendomi scorrere una foto sul tavolo. “Questo verme deve sparire stanotte”.

Le mie mani tremarono impercettibilmente mentre prendevo la foto. Un ragazzo poco più grande di me, con gli occhi spaventati di chissà già di essere in trappola. “Dom France”, mormorai. “È sicuro che sia necessario? Forse si può trovare un altro modo. Il suo sguardo si indurì come pietra. Un altro modo? Tu credi che io decida? Queste cose per capriccio.

Credi che sia una mia scelta personale? Quella frase mi sarebbe tornata in mente mille volte negli anni seguenti. Credi che sia una mia scelta personale? Come se anche lui, il grande Francesco Pesce, dovesse rispondere a qualcuno. Gli ordini vengono dall’alto, continuò la voce più bassa. E quando vengono dall’alto si eseguono senza domande, senza ripensamenti.

Capisci? Annuì, ma dentro di me qualcosa si spezzò per sempre. Quella notte uccisi per la prima volta e mentre guardavo il sangue colare sul marciapiede di una strada buia di Rosarno, mi chiesi chi avesse davvero ordinato quella morte. Chi era questo alto di cui parlava don Francesco? Non sapevo ancora che ci sarebbero voluti 10 anni per scoprirlo e che la verità sarebbe stata più terrificante di qualsiasi incubo.

Nei mesi successivi la mia posizione nel clan si consolidò. Ero diventato uno degli uomini di fiducia di don Francesco, quello che chiamavano per i lavori più delicati. Ma con ogni missione, con ogni ordine eseguito senza domande, cresceva in me una sensazione strana, come se fossimo tutti pedine di una partita a scacchi giocata da mani invisibili.

Una sera di dicembre, mentre aspettavo Don Francesco fuori da una riunione in una masseria isolata nelle campagne tra Rosarno e Taurianova, sentì delle voci attraverso le pareti sottili. Francesco stava parlando con qualcuno, ma il tono era diverso. Non era la voce dell’uomo che comandava, ma quella di chi riceve. Ordini.

Sì, capisco, ma i tempi sono stretti. Non posso garantire che i ragazzi siano pronti. D’accordo, come vuole lei. Lei? Chi era questa lei che poteva dare ordini a Francesco Pesce? Quando uscì dalla massia, il suo volto era teso, preoccupato. Durante il viaggio di ritorno non disse una parola, cosa insolita per lui che amava sempre pontificare sui piani futuri del clan.

Don France, azzardai dopo un lungo silenzio. Tutto bene? Mi guardò attraverso lo specchietto. Retrovisore, tutto bene? E ricorda, quello che senti o vedi qui, resta qui sempre. Il primo tassello del puzzle stava per cadere al suo posto, ma ci sarebbero voluti ancora anni prima che riuscissi a vedere l’immagine completa.

Gli anni passavano e io salivo nella gerarchia del clan. Nel 2008 ero già considerato il braccio destro di don Francesco, l’uomo che risolveva i problemi più spinosi, ma più salivo più vedevo e quello che vedevo non aveva senso con quello che credevo di sapere sulla Nandrangheta. La prima crepa nella mia percezione della realtà si aprì durante l’estate del 2009.

Eravamo in guerra con il bellocco di Gioia Tauro per il controllo del porto, o almeno così credevo. Le tensioni erano alle stelle. I nostri uomini giravano armati e nervosi, pronti a scatenare l’inferno al primo segnale di don Francesco. Ma il segnale non arrivava mai. Aspettiamo diceva sempre quando qualcuno dei più giovani premeva per l’azione. Aspettiamo l’ordine giusto.

L’ordine giusto. Chteine. Chi? Una notte di luglio, mentre pattugliavo la zona industriale del porto con altri due uomini, ricevetti una chiamata urgente. “Vieni subito alla villa, solo tu”. Era la voce di don Francesco, ma c’era qualcosa di diverso. Sembrava sottomesso. Arrivai alla villa in tempo record.

Le luci erano spente, tranne quella dello studio al primo piano. Salì le scale che conoscevo a memoria, ma quando entrai nell’ufficio la scena che mi si parò davanti mi gelò il sangue. Don Francesco era seduto dietro la sua scrivania, ma non era solo. Di fronte a lui c’erano tre persone che non avevo mai visto prima, un uomo sulla cinquantina, vestito con un completo elegante che sembrava costare più della mia macchina.

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