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Chi ha tradito DALLA CHIESA? Il nome che l’Italia teme!

La sera del 3 settembre 1982 una a Junchant 12 bianca percorreva via Carini a Palermo. Al volante sedeva un uomo di 62 anni. Accanto a lui la giovane moglie di appena 33 anni. Non avevano scorta, non avevano autoblindata, non avevano nemmeno un giubotto antiproiettile, erano soli, vulnerabili, esposti, esattamente come qualcuno voleva che fossero.

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All’improvviso una BMW e una moto si affiancarono alla piccola utilitaria. I killer aprirono il fuoco con un fucile AK47, scaricando decine di colpi sulla vettura. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, l’uomo che aveva sconfitto le Brigate Rosse e che era stato mandato in Sicilia per combattere la mafia, morì sul colpo insieme alla moglie Emanuela Sett Carraro.

L’agente di scorta Domenico Ferretti, che li seguiva a bordo di un’altra auto, fu ucciso anche lui, unico testimone eliminato. L’Italia intera rimase sotto shock. Come era possibile che uno degli uomini più protetti del paese fosse stato assassinato così facilmente? Com’era possibile che un generale dei carabinieri, nominato prefetto di Palermo, con poteri speciali per combattere Cosa Nostra, viaggiasse senza scorta adeguata, senza mezzi blindati, praticamente indifeso? E soprattutto chi lo aveva tradito, chi aveva consegnato

le informazioni ai killer su dove sarebbe stato quella sera e con quale automobile. Queste domande tormentano l’Italia da oltre 40 anni. Le risposte ufficiali, i processi, le condanne, le sentenze hanno individuato gli esecutori materiali e i mandanti mafiosi dell’omicidio. Ma c’è un’altra verità, più profonda e più inquietante, che nessun tribunale ha mai completamente svelato.

Una verità che riguarda lo Stato italiano, le sue istituzioni, i suoi uomini politici. Una verità che suggerisce che dalla Chiesa non fu ucciso solo dalla mafia, ma fu abbandonato, forse deliberatamente da quello stesso stato che avrebbe dovuto proteggerlo. 104 giorni. Questo fu il tempo che dalla chiesa trascorse a Palermo prima di essere assassinato, 104 giorni durante i quali chiese ripetutamente i poteri e i mezzi per combattere efficacemente la mafia e ripetutamente gli furono negati.

104 giorni durante i quali si rese conto che la sua missione era impossibile, che qualcuno a Roma non voleva che avesse successo, che era stato mandato in Sicilia non per vincere, ma per fallire. Chi era veramente Carlo Alberto dalla Chiesa? Come era diventato il nemico numero uno del terrorismo e poi della mafia? e perché lo Stato italiano lo abbandonò al suo destino, trasformandolo da cacciatore in preda.

Carlo Alberto dalla Chiesa nacque a Saluzzo in Piemonte il 27 settembre 1920. Suo padre era un ufficiale dei carabinieri e il giovane Carlo crebbe respirando l’aria della disciplina militare e del senso del dovere. Era un’Italia ancora monarchica, ancora fascista, un paese dove l’uniforme rappresentava rispettabilità e onore.

Il ragazzo sapeva fin da piccolo quale sarebbe stata la sua strada. Durante la seconda guerra mondiale dalla chiesa combattè nella campagna di Grecia come ufficiale dell’esercito. Fu un’esperienza formativa che gli insegnò cosa significa comandare uomini in situazioni di pericolo, prendere decisioni rapide, assumersi responsabilità.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unì alla resistenza partigiana nel nord Italia, combattendo contro i nazzi fascisti. Era già allora un uomo che non sirava indietro di fronte al pericolo, che credeva nei valori per cui lottava. Finita la guerra, dalla chiesa entrò nell’arma dei carabinieri, seguendo le orme paterne.

La sua carriera fu inizialmente quella tipica di un ufficiale competente, ma non eccezionale. Incarichi di routine, promozioni regolari, nessun particolare clamore. Fu solo negli anni 60 che emerse la sua vera vocazione, la lotta contro il crimine organizzato. Nel 1966 dalla chiesa fu nominato comandante della legione Carabinieri di Palermo.

Era il suo primo contatto diretto con la mafia siciliana e fu un’esperienza che lo segnò profondamente. Scoprì un mondo che non immaginava, un sistema di potere capillare che infiltrava ogni aspetto della vita dell’isola. un’organizzazione che corrompeva politici, intimidiva imprenditori, uccideva chiunque osasse opporsi, ma scoprì anche che combattere questo sistema era possibile se si avevano i mezzi e la determinazione.

A Palermo, dalla Chiesa, sviluppò le tecniche investigative che avrebbero caratterizzato tutta la sua carriera. capì che per combattere la mafia non bastava arrestare i killer e i picciotti. Bisognava seguire i soldi, smantellare le reti di complicità, colpire i vertici dell’organizzazione. Capì anche che la mafia non era solo un fenomeno criminale, ma politico, che sopravviveva grazie alla protezione di settori dello Stato.

Era una consapevolezza pericolosa che lo rendeva scomodo a molti. Ma prima di tornare in Sicilia, per la sua missione finale, dalla Chiesa avrebbe combattuto un’altra guerra, quella contro il terrorismo rosso. Negli anni 70 l’Italia fu sconvolta da un’ondata di violenza politica senza precedenti.

Le Brigate Rosse e altri gruppi terroristici di sinistra seminarono il terrore con attentati, rapimenti, omicidi. Lo stato sembrava impotente, incapace di reagire a un nemico che colpiva e spariva, che aveva ramificazioni in tutto il paese. Nel 1974 dalla Chiesa fu messo a capo del nucleo speciale antiterrorismo dei Carabinieri. Era l’inizio di una sfida che lo avrebbe reso famoso in tutta Italia e odiato dai terroristi quanto dai mafiosi, con metodi innovativi, con un’intelligence capillare, con una determinazione implacabile, dalla Chiesa smantellò

cellula dopo cellula delle Brigate Rosse. Il suo momento di gloria fu la liberazione del giudice Giovanni D’Urso nel 1981, ma già prima aveva inflitto colpi durissimi all’organizzazione terroristica. Il metodo dalla Chiesa era fatto di pazienza e precisione. Studiava gli avversari, ne comprendeva la psicologia, individuava i punti deboli, non cercava la gloria personale, cercava risultati.

E i risultati arrivarono. Arresti, confessioni, infiltrazioni che portarono allo sgretolamento delle Brigate Rosse. Quando nel 1982 fu nominato prefetto di Palermo, dalla Chiesa era considerato l’uomo che aveva salvato l’Italia dal terrorismo. Ma la mafia era un nemico diverso, più antico, più radicato, più potente e soprattutto più protetto.

Chi nominò dalla chiesa prefetto di Palermo? E perché gli furono negati fin dall’inizio i poteri che aveva chiesto per combattere efficacemente Cosa Nostra? La decisione di inviare Carlo Alberto dalla Chiesa a Palermo come prefetto fu presa nel contesto di un’Italia sconvolta da una violenza mafiosa senza precedenti.

I primi anni 80 furono il periodo della cosiddetta seconda guerra di mafia, un conflitto interno a Cosa Nostra che lasciò per le strade centinaia di cadaveri. I corleonesi, guidati dal feroce salvatore Riina, stavano sterminando le famiglie mafiose rivali per conquistare il controllo assoluto dell’organizzazione, ma la mafia non si limitava a uccidere i propri membri.

Nel 1980 era stato assassinato il presidente della Regione Siciliana Pieranti Mattarella, un politico democristiano che aveva tentato di opporsi al sistema di corruzione che legava la mafia alla politica. Nel 1981 era toccato a Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, colpevole di aver firmato mandati di cattura contro boss mafiosi.

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