La sera del 3 settembre 1982 una a Junchant 12 bianca percorreva via Carini a Palermo. Al volante sedeva un uomo di 62 anni. Accanto a lui la giovane moglie di appena 33 anni. Non avevano scorta, non avevano autoblindata, non avevano nemmeno un giubotto antiproiettile, erano soli, vulnerabili, esposti, esattamente come qualcuno voleva che fossero.
All’improvviso una BMW e una moto si affiancarono alla piccola utilitaria. I killer aprirono il fuoco con un fucile AK47, scaricando decine di colpi sulla vettura. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, l’uomo che aveva sconfitto le Brigate Rosse e che era stato mandato in Sicilia per combattere la mafia, morì sul colpo insieme alla moglie Emanuela Sett Carraro.
L’agente di scorta Domenico Ferretti, che li seguiva a bordo di un’altra auto, fu ucciso anche lui, unico testimone eliminato. L’Italia intera rimase sotto shock. Come era possibile che uno degli uomini più protetti del paese fosse stato assassinato così facilmente? Com’era possibile che un generale dei carabinieri, nominato prefetto di Palermo, con poteri speciali per combattere Cosa Nostra, viaggiasse senza scorta adeguata, senza mezzi blindati, praticamente indifeso? E soprattutto chi lo aveva tradito, chi aveva consegnato
le informazioni ai killer su dove sarebbe stato quella sera e con quale automobile. Queste domande tormentano l’Italia da oltre 40 anni. Le risposte ufficiali, i processi, le condanne, le sentenze hanno individuato gli esecutori materiali e i mandanti mafiosi dell’omicidio. Ma c’è un’altra verità, più profonda e più inquietante, che nessun tribunale ha mai completamente svelato.
Una verità che riguarda lo Stato italiano, le sue istituzioni, i suoi uomini politici. Una verità che suggerisce che dalla Chiesa non fu ucciso solo dalla mafia, ma fu abbandonato, forse deliberatamente da quello stesso stato che avrebbe dovuto proteggerlo. 104 giorni. Questo fu il tempo che dalla chiesa trascorse a Palermo prima di essere assassinato, 104 giorni durante i quali chiese ripetutamente i poteri e i mezzi per combattere efficacemente la mafia e ripetutamente gli furono negati.
104 giorni durante i quali si rese conto che la sua missione era impossibile, che qualcuno a Roma non voleva che avesse successo, che era stato mandato in Sicilia non per vincere, ma per fallire. Chi era veramente Carlo Alberto dalla Chiesa? Come era diventato il nemico numero uno del terrorismo e poi della mafia? e perché lo Stato italiano lo abbandonò al suo destino, trasformandolo da cacciatore in preda.
Carlo Alberto dalla Chiesa nacque a Saluzzo in Piemonte il 27 settembre 1920. Suo padre era un ufficiale dei carabinieri e il giovane Carlo crebbe respirando l’aria della disciplina militare e del senso del dovere. Era un’Italia ancora monarchica, ancora fascista, un paese dove l’uniforme rappresentava rispettabilità e onore.
Il ragazzo sapeva fin da piccolo quale sarebbe stata la sua strada. Durante la seconda guerra mondiale dalla chiesa combattè nella campagna di Grecia come ufficiale dell’esercito. Fu un’esperienza formativa che gli insegnò cosa significa comandare uomini in situazioni di pericolo, prendere decisioni rapide, assumersi responsabilità.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unì alla resistenza partigiana nel nord Italia, combattendo contro i nazzi fascisti. Era già allora un uomo che non sirava indietro di fronte al pericolo, che credeva nei valori per cui lottava. Finita la guerra, dalla chiesa entrò nell’arma dei carabinieri, seguendo le orme paterne.
La sua carriera fu inizialmente quella tipica di un ufficiale competente, ma non eccezionale. Incarichi di routine, promozioni regolari, nessun particolare clamore. Fu solo negli anni 60 che emerse la sua vera vocazione, la lotta contro il crimine organizzato. Nel 1966 dalla chiesa fu nominato comandante della legione Carabinieri di Palermo.
Era il suo primo contatto diretto con la mafia siciliana e fu un’esperienza che lo segnò profondamente. Scoprì un mondo che non immaginava, un sistema di potere capillare che infiltrava ogni aspetto della vita dell’isola. un’organizzazione che corrompeva politici, intimidiva imprenditori, uccideva chiunque osasse opporsi, ma scoprì anche che combattere questo sistema era possibile se si avevano i mezzi e la determinazione.
A Palermo, dalla Chiesa, sviluppò le tecniche investigative che avrebbero caratterizzato tutta la sua carriera. capì che per combattere la mafia non bastava arrestare i killer e i picciotti. Bisognava seguire i soldi, smantellare le reti di complicità, colpire i vertici dell’organizzazione. Capì anche che la mafia non era solo un fenomeno criminale, ma politico, che sopravviveva grazie alla protezione di settori dello Stato.
Era una consapevolezza pericolosa che lo rendeva scomodo a molti. Ma prima di tornare in Sicilia, per la sua missione finale, dalla Chiesa avrebbe combattuto un’altra guerra, quella contro il terrorismo rosso. Negli anni 70 l’Italia fu sconvolta da un’ondata di violenza politica senza precedenti.
Le Brigate Rosse e altri gruppi terroristici di sinistra seminarono il terrore con attentati, rapimenti, omicidi. Lo stato sembrava impotente, incapace di reagire a un nemico che colpiva e spariva, che aveva ramificazioni in tutto il paese. Nel 1974 dalla Chiesa fu messo a capo del nucleo speciale antiterrorismo dei Carabinieri. Era l’inizio di una sfida che lo avrebbe reso famoso in tutta Italia e odiato dai terroristi quanto dai mafiosi, con metodi innovativi, con un’intelligence capillare, con una determinazione implacabile, dalla Chiesa smantellò
cellula dopo cellula delle Brigate Rosse. Il suo momento di gloria fu la liberazione del giudice Giovanni D’Urso nel 1981, ma già prima aveva inflitto colpi durissimi all’organizzazione terroristica. Il metodo dalla Chiesa era fatto di pazienza e precisione. Studiava gli avversari, ne comprendeva la psicologia, individuava i punti deboli, non cercava la gloria personale, cercava risultati.
E i risultati arrivarono. Arresti, confessioni, infiltrazioni che portarono allo sgretolamento delle Brigate Rosse. Quando nel 1982 fu nominato prefetto di Palermo, dalla Chiesa era considerato l’uomo che aveva salvato l’Italia dal terrorismo. Ma la mafia era un nemico diverso, più antico, più radicato, più potente e soprattutto più protetto.
Chi nominò dalla chiesa prefetto di Palermo? E perché gli furono negati fin dall’inizio i poteri che aveva chiesto per combattere efficacemente Cosa Nostra? La decisione di inviare Carlo Alberto dalla Chiesa a Palermo come prefetto fu presa nel contesto di un’Italia sconvolta da una violenza mafiosa senza precedenti.
I primi anni 80 furono il periodo della cosiddetta seconda guerra di mafia, un conflitto interno a Cosa Nostra che lasciò per le strade centinaia di cadaveri. I corleonesi, guidati dal feroce salvatore Riina, stavano sterminando le famiglie mafiose rivali per conquistare il controllo assoluto dell’organizzazione, ma la mafia non si limitava a uccidere i propri membri.
Nel 1980 era stato assassinato il presidente della Regione Siciliana Pieranti Mattarella, un politico democristiano che aveva tentato di opporsi al sistema di corruzione che legava la mafia alla politica. Nel 1981 era toccato a Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, colpevole di aver firmato mandati di cattura contro boss mafiosi.
Pochi mesi dopo, nel maggio 1982, era stato ucciso Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista e autore di una proposta di legge rivoluzionaria che avrebbe introdotto il reato di associazione mafiosa. L’omicidio di Pio La Torre creò un’ondata di indignazione in tutto il paese.
Il governo, guidato dal repubblicano Giovanni Spadolini, si trovò costretto a reagire. Serviva un gesto forte, un segnale che lo Stato non era disposto a cedere di fronte alla mafia. La scelta cadde su Carlo Alberto dalla Chiesa, l’uomo che aveva sconfitto il terrorismo. Il 30 aprile 1982 fu nominato prefetto di Palermo con l’incarico di coordinare la lotta contro la mafia in Sicilia.
Sulla carta era una nomina prestigiosa. Dalla chiesa era un eroe nazionale, un uomo rispettato da tutti, il simbolo della capacità dello Stato di vincere le sfide più difficili. La sua presenza a Palermo avrebbe dovuto rassicurare i siciliani onesti e terrorizzare i mafiosi, ma fin dall’inizio qualcosa non tornava.
Dalla Chiesa aveva accettato l’incarico a una condizione precisa, che gli fossero conferiti poteri speciali per coordinare tutte le forze dell’ordine operanti in Sicilia e per accedere alle informazioni bancarie e finanziarie necessarie per seguire i flussi di denaro della mafia. Era la stessa strategia che aveva utilizzato contro le Brigate Rosse colpire l’organizzazione criminale non solo sul piano militare, ma anche su quello economico, seguendo i soldi per smantellare le reti di complicità.
Il governo promise che questi poteri sarebbero stati concessi, ma le settimane passavano e i decreti attuativi non arrivavano mai. Dalla chiesa sollecitava, scriveva lettere, telefonava a Roma. Le risposte erano sempre vaghe, evasive, piene di promesse che non venivano mantenute. Era come parlare con un muro di gomma.
Nel frattempo il generale si trovava a Palermo con le mani legate. Non poteva coordinare le indagini perché mancava la base giuridica per farlo. Non poteva accedere ai conti bancari sospetti perché nessuno gli aveva dato l’autorità necessaria. Non poteva nemmeno contare su una scorta adeguata. Gli erano stati assegnati pochi uomini, mezzi insufficienti, risorse ridicole rispetto alla portata della sua missione.
Chi bloccava i poteri speciali di dalla Chiesa? A Roma il governo Spadolini era in difficoltà, logorato da conflitti interni e da una maggioranza parlamentare fragile. In agosto Spadolini si dimise, sostituito da Amintore Fanfani, un veterano della democrazia cristiana. Ma il cambio di governo non portò alcun miglioramento, anzi le cose peggiorarono.
Fanfani aveva altre priorità e la questione dei poteri speciali per il prefetto di Palermo finì in fondo alla lista delle urgenze. Ma c’era anche dell’altro. Dalla Chiesa si era reso conto che non tutti all’interno dello Stato desideravano il suo successo. La mafia aveva amici potenti, politici che avevano costruito le loro carriere grazie ai voti controllati dai boss, imprenditori che avevano fatto fortuna grazie agli appalti pilotati, funzionari pubblici che chiudevano un occhio in cambio di favori. Combattere la mafia
significava minacciare questi interessi, toccare equilibri di potere consolidati da decenni. In un’intervista rilasciata al giornalista Giorgio Bocca poche settimane prima della sua morte, dalla chiesa pronunciò parole che risuonano ancora oggi come un atto d’accusa. Mi mandano in Sicilia come una specie di commissario del governo, ma non mi danno i poteri del commissario.
Mi hanno fatto una legge che mi dia autorità sulle altre forze di polizia. No, mi hanno dato dei fondi speciali. No, mi hanno dato la possibilità di accedere ai conti bancari. No. E poi la frase più drammatica. Credo di aver capito la nuova linea della Democrazia Cristiana. Hanno sacrificato Mattarella e la torre e ora sacrificheranno me.
Era la denuncia di un uomo che si sentiva tradito. Dalla chiesa aveva capito che non era stato mandato a Palermo per vincere, ma per perdere. Era un simbolo, un gesto propagandistico, un modo per far vedere che lo Stato faceva qualcosa contro la mafia senza realmente fare nulla. I poteri che gli erano stati promessi non sarebbero mai arrivati perché qualcuno a Roma non voleva che arrivassero.
La solitudine del generale era totale. A Palermo i notabili locali lo trattavano con freddezza, quando non con aperta ostilità. I politici democristiani siciliani, molti dei quali avevano rapporti più o meno diretti con la mafia, vedevano in lui una minaccia ai propri interessi. Gli imprenditori, che prosperavano, grazie al sistema mafioso, temevano le sue indagini.
Persino alcuni colleghi delle forze dell’ordine lo guardavano con sospetto, preoccupati che le sue iniziative potessero mettere in luce connivenze e omissioni. Dalla Chiesa cercò alleati dove poteva. Strinse rapporti con i magistrati più coraggiosi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino che stavano conducendo indagini rivoluzionarie su Cosa Nostra.
incontrò giornalisti, intellettuali, rappresentanti della società civile che credevano nella possibilità di un cambiamento, ma erano alleanze fragili, insufficienti a compensare l’abbandono da parte delle istituzioni. La sua vita privata in quei mesi gli offrì qualche consolazione. Pochi mesi prima di partire per Palermo dalla chiesa si era risposato con Emanuela Setti Carraro, una giovane infermiera della Croce Rossa di quasi 30 anni più giovane di lui.
Era un amore nato tardi, inaspettato, che aveva portato una nuova luce nella vita di un uomo segnato dal lavoro e dalla lotta. Emanuela lo seguì a Palermo condividendo la sua solitudine e i suoi pericoli. Ma quella sera del 3 settembre anche lei era nell’auto. Anche lei morì sotto i colpi dell’H47. Aveva 33 anni, perché dalla chiesa non aveva una scorta adeguata quella sera e chi sapeva che sarebbe stato in via Carini con quella macchina a quell’ora.
La questione della scorta di Carlo Alberto dalla Chiesa è uno degli aspetti più oscuri e inquietanti dell’intera vicenda. Un generale dei carabinieri, prefetto di Palermo, in un periodo di guerra aperta contro la mafia, avrebbe dovuto essere protetto come un capo di stato. Invece, quella sera del 3 settembre viaggiava su una piccola utilitaria priva di blindatura, seguito da una sola auto di scorta con un unico agente a bordo.
Era una protezione ridicola, inadeguata, che praticamente invitava i killer a colpire. Come si era arrivati a questa situazione? Le ricostruzioni successive hanno rivelato un quadro desolante di inefficienze, negligenze e, secondo alcuni, deliberati sabotaggi. Dalla Chiesa aveva chiesto ripetutamente una scorta più consistente e mezzi adeguati.
Le sue richieste erano state in parte accolte sulla carta, ma nella pratica le risorse assegnate erano sempre insufficienti. Il generale aveva a disposizione tre auto blindate, ma quella sera nessuna di esse era operativa. Una era in riparazione, un’altra aveva problemi meccanici, la terza era stata destinata ad altri impieghi.
L’as bianca su cui viaggiava con la moglie era un’auto privata, completamente priva di protezione. Era come se qualcuno avesse voluto che fosse vulnerabile. La scorta stessa era stata ridotta ai minimi termini. In teoria dalla chiesa avrebbe dovuto avere almeno sei uomini di protezione. Quella sera ne aveva uno solo, Domenico Ferretti, che lo seguiva su un’auto separata.
era una disposizione assurda dal punto di vista della sicurezza. In caso di attacco, un solo agente non avrebbe potuto fare nulla per proteggere il prefetto e infatti non potè fare nulla se non morire insieme a lui. Chi aveva deciso queste disposizioni? Le indagini successive non riuscirono mai a individuare un responsabile preciso. Tutti scaricavano la colpa su qualcun altro.
Il Ministero dell’interno sosteneva di aver fornito le risorse richieste. La Prefettura di Palermo lamentava la mancanza di coordinamento. L’arma dei carabinieri parlava di problemi logistici. Era un rimpallo di responsabilità che nascondeva una verità scomoda. Nessuno aveva voluto veramente proteggere dalla Chiesa. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante.
I killer sapevano esattamente dove sarebbe stato il generale quella sera e con quale auto si sarebbe spostato. L’agguato di via Carini non fu un colpo di fortuna, fu un’operazione pianificata con precisione militare basata su informazioni dettagliate sui movimenti del bersaglio. Qualcuno aveva fornito queste informazioni a Cosa Nostra.
Chi era la talpa? Le indagini hanno esplorato diverse piste senza mai arrivare a conclusioni definitive. Si è parlato di infiltrazioni mafiose all’interno della prefettura, di funzionari corrotti che passavano informazioni, di intercettazioni telefoniche operate dai servizi segreti deviati. Si è ipotizzato che i movimenti di Dalla Chiesa fossero monitorati sistematicamente, che ogni sua telefonata fosse ascoltata, che ogni suo spostamento fosse registrato.
Un dettaglio significativo emerse durante i processi successivi. Quella sera dalla chiesa aveva deciso all’ultimo momento di uscire a cena con la moglie. Non era un’uscita programmata da tempo, fu una decisione presa poche ore prima. Eppure i killer erano pronti ad attenderlo lungo il percorso. Questo suggeriva che l’informazione fosse stata trasmessa in tempo reale, che ci fosse qualcuno molto vicino al generale che riferiva ogni suo movimento.
I sospetti si concentrarono su diverse figure. Alcuni indicarono un maresciallo dell’arma che lavorava presso la prefettura, altri puntarono il dito contro funzionari dell’amministrazione regionale, altri ancora ipotizzarono il coinvolgimento di uomini dei servizi segreti. Ma nessuna di queste piste fu mai confermata processualmente.
La talpa o le talpe non furono mai identificate con certezza. Quello che è certo è che dalla Chiesa era consapevole di essere spiato. Nelle settimane precedenti la sua morte aveva confidato a diversi amici di avere la sensazione di essere sotto controllo costante. Sospettava che il suo telefono fosse intercettato, che le sue conversazioni fossero ascoltate, che i suoi movimenti fossero seguiti.
era un uomo braccato e lo sapeva. In un’occasione, durante una cena con il giornalista Ferruccio De Bortoli, dalla chiesa fece un gesto eloquente. Si alzò da tavola, portò l’ospite sul balcone e lì, all’aperto gli confidò le sue preoccupazioni. Non si fidava a parlare all’interno, temeva le microspie. Era il comportamento di un uomo che sapeva di essere circondato da nemici anche all’interno delle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerlo.
La mafia, dal canto suo, aveva tutte le ragioni per volere la morte del generale. Nonostante la mancanza di poteri speciali, dalla Chiesa stava comunque creando problemi a Cosa Nostra. Aveva avviato indagini sugli appalti pubblici, stava mappando le connessioni tra mafia e politica, raccoglieva informazioni che avrebbero potuto portare a incriminazioni importanti, ma soprattutto rappresentava un simbolo, la prova che lo Stato poteva reagire, che la mafia non era invincibile.
Salvatore Riina, il capo dei capi che aveva preso il controllo di Cosa Nostra, dopo aver sterminato i rivali, non poteva permettere che questo simbolo sopravvivesse. La sua strategia era quella del terrore, colpire i rappresentanti dello Stato per dimostrare che la mafia era più forte, che nessuno era al sicuro, che opporsi significava morire.
Dalla chiesa doveva morire non solo per quello che stava facendo, ma per quello che rappresentava. Ma la mafia non agiva da sola. Per colpire un bersaglio così importante, aveva bisogno di informazioni che solo qualcuno all’interno dello Stato poteva fornire. aveva bisogno della certezza che non ci sarebbero state reazioni immediate, che nessuno avrebbe interferito con l’operazione.
Aveva bisogno, in altre parole, di complici ai più alti livelli. È questo il nodo irrisolto dell’omicidio dalla Chiesa. I killer furono identificati e condannati. erano Pino Ferro, Calogero Ferrante, Salvatore Ferrante, Antonino Ferrante. I mandanti mafiosi furono processati e condannati. Totò Rina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e altri boss di Cosa Nostra, ma i complici istituzionali, quelli che avevano lasciato il generale senza protezione, quelli che avevano fornito informazioni alla mafia, quelli che
avevano sabotato dall’interno la sua missione, non furono mai identificati, o meglio, furono indicati da diversi pentiti e testimoni, ma le prove non furono mai considerate sufficienti. per una condanna. I processi sfiorarono la verità senza mai afferrarla completamente, lasciando dietro di sé una scia di sospetti e di domande senza risposta.
Chi erano i mandanti politici dell’omicidio dalla Chiesa e perché la giustizia italiana non è mai riuscita a condannarli? I funerali di Carlo Alberto dalla Chiesa si svolsero il 6 settembre 1982 nella chiesa di San Domenico a Palermo. Fu una cerimonia che l’Italia non avrebbe mai dimenticato, non tanto per la solennità del rito, quanto per quello che accadde fuori dalla Chiesa.
Una folla di palermitani si era radunata per rendere omaggio al generale assassinato e quando i rappresentanti del governo uscirono dal portone furono accolti da un’esplosione di rabbia popolare. Il presidente del Consiglio Amintore Fanfani e il ministro dell’interno Virginio Rognoni furono sommersi da fischi, insulti, sputi.
La gente gridava: “Assassini, vergogna! Lo avete mandato a morire! Era un’accusa diretta. brutale che dava voce a quello che molti pensavano. Lo stato aveva abbandonato dalla Chiesa, lo aveva lasciato solo di fronte ai suoi assassini e ora veniva a piangere lacrime di coccodrillo sulla sua bara. Le immagini di quella contestazione fecero il giro del mondo.
Per la prima volta l’Italia mostrava al mondo il volto della sua rabbia contro una classe politica percepita come complice della mafia. Non erano solo i palermitani a protestare, era l’intero paese che si risvegliava, che prendeva coscienza di una verità troppo a lungo negata. La mafia non era solo un problema siciliano, era un problema italiano e la politica italiana ne era parte integrante.
Ma la rabbia popolare non bastò a cambiare le cose, almeno non subito. Nei giorni e nelle settimane successive all’omicidio il governo promise indagini approfondite, misure straordinarie, una svolta nella lotta alla mafia. Alcune di queste promesse furono mantenute. La legge Rognoni la Torre, che introduceva il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni, fu finalmente approvata pochi giorni dopo i funerali.
Era la legge per cui Pio la Torre aveva combattuto e per cui era stato ucciso e che lo Stato aveva tenuto in sospeso per mesi. Ma altre promesse rimasero lettera morta. I poteri speciali che dalla Chiesa aveva chiesto invano furono concessi ai suoi successori solo sulla carta, senza mai essere applicati efficacemente.
Le indagini sulle connivenze politiche con la mafia procedettero a rilento, ostacolate da resistenze a tutti i livelli. La verità sull’omicidio del generale fu cercata con meno determinazione di quanto sarebbe stato necessario. Le indagini giudiziarie si concentrarono inizialmente sugli esecutori materiali dell’attentato.
Fu relativamente facile identificare i killer. La mafia siciliana non era particolarmente sofisticata nel nascondere le proprie tracce e diversi pentiti fornirono informazioni dettagliate sull’organizzazione dell’agguato. Nel giro di pochi anni i responsabili materiali furono arrestati e processati, ma la questione dei mandanti era molto più complessa.
Era evidente che un’operazione così importante non poteva essere stata decisa da semplici soldati, doveva essere stata ordinata dai vertici di Cosa Nostra e infatti con il tempo emersero prove che collegavano l’omicidio alla cupola mafiosa, l’organismo di coordinamento che riuniva i capi delle principali famiglie siciliane. Salvatore Rina, il boss di Corleone che aveva preso il controllo dell’organizzazione, fu indicato come il principale mandante.
Era stato lui a volere la morte di Dalla Chiesa, come aveva voluto quella di tutti gli altri rappresentanti dello Stato che avevano osato sfidare il potere mafioso. fu condannato all’ergastolo per l’omicidio insieme ad altri boss come Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò e Francesco Madonia. Ma queste condanne, per quanto importanti, non esaurivano la verità.
rimaneva aperta la questione delle complicità istituzionali di chi all’interno dello Stato aveva facilitato l’omicidio negando protezione al generale, fornendo informazioni ai killer, sabotando la sua missione. Era la parte più delicata dell’inchiesta, quella che toccava i nervi scoperti del sistema di potere italiano.
I primi indizi emersero già durante i processi per mafia degli anni 80 e 90. Diversi pentiti raccontarono di rapporti tra Cosa Nostra e esponenti della Democrazia Cristiana Siciliana. Fecero nomi, indicarono collegamenti, descrissero un sistema in cui la mafia garantiva voti ai politici e i politici garantivano protezione alla mafia.
Era un quadro agghiacciante che metteva in discussione le fondamenta stesse della democrazia italiana. Un nome in particolare emerse con insistenza, quello di Giulio Andreotti, il più potente politico democristiano, più volte presidente del Consiglio e ministro. Secondo diversi pentiti, Andreotti aveva intrattenuto rapporti diretti con i vertici di Cosa Nostra, incontrando personalmente Boss come Stefano Bontate.
Era stato lui, secondo alcune testimonianze, a non volere che dalla Chiesa avesse i poteri speciali, perché un’indagine seria sulla mafia avrebbe inevitabilmente coinvolto anche la politica, anche i suoi amici, forse anche lui stesso. Andreotti fu processato per associazione mafiosa alla fine degli anni 90.
Il processo si concluse con una sentenza controversa, prescrizione per i fatti commessi fino al 1980, assoluzione per i fatti successivi. I giudici riconobbero che Andreotti aveva avuto rapporti con la mafia, ma ritennero che questi rapporti si fossero interrotti prima degli omicidi eccellenti degli anni 80.
Era una conclusione che lasciò insoddisfatti molti osservatori. Sembrava una via d’uscita giuridica piuttosto che un accertamento della verità. Un altro nome che emerse fu quello di Salvo Lima, il più potente politico democristiano siciliano, uomo di fiducia di Andreotti nell’isola. L’Ima fu indicato da numerosi pentiti come il principale referente politico di Cosa Nostra, l’uomo che garantiva la copertura istituzionale alle attività mafiose in cambio del controllo dei voti.
Secondo alcune testimonianze era stato lui a bloccare i poteri speciali per dalla Chiesa, a informare la mafia delle mosse del generale, a dare il via libera all’omicidio. Lima non potè mai essere processato per queste accuse. Nel marzo 1992 fu assassinato dalla mafia stessa, probabilmente perché dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, non era più in grado di garantire la protezione promessa.
morì portando con sé i suoi segreti, lasciando irrisolte le domande sul suo ruolo nell’omicidio dalla Chiesa, ma le complicità non si limitavano ai politici. Emersero indizi di coinvolgimento dei servizi segreti o almeno di settori deviati di essi. alla Chiesa, durante i suoi anni nella lotta al terrorismo, aveva avuto rapporti conflittuali con alcune strutture dell’intelligence italiana e c’era chi ipotizzava che la sua eliminazione fosse stata facilitata da chi all’interno dei servizi aveva interesse a liberarsi di un personaggio
scomodo. quanto c’era di vero in queste ipotesi e perché nessun processo è mai riuscito a fare piena luce sulle complicità istituzionali nell’omicidio dalla Chiesa. Il processo per l’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa attraversò diverse fasi e durò molti anni, rivelando progressivamente un quadro sempre più complesso e inquietante, ma fu soprattutto grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti, che emersero i dettagli più significativi sull’organizzazione dell’attentato e sulle sue motivazioni profonde.
Il primo grande pentito a parlare dell’omicidio dalla Chiesa fu Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi che nel 1984 decise di collaborare con il giudice Giovanni Falcone. Buscetta non era stato direttamente coinvolto nell’attentato. era in fuga all’estero quando fu commesso, ma conosceva i meccanismi di Cosa Nostra dall’interno e poteva spiegare come venivano prese le decisioni di eliminare i rappresentanti dello Stato.
Secondo Buscetta, l’omicidio di Dalla Chiesa era stato deciso dalla cupola mafiosa, l’organismo collegiale che riuniva i capi delle principali famiglie. Nessun delitto di quella portata poteva essere commesso senza l’approvazione della cupola. Era una regola ferrea di Cosa Nostra. Buscetta fece i nomi dei boss che avevano partecipato alla decisione.
Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano e altri. era l’intera dirigenza mafiosa ad aver voluto la morte del generale. Ma Buscetta aggiunse un elemento fondamentale. Secondo lui, la mafia non avrebbe mai osato colpire un bersaglio così importante senza avere garanzie dal mondo politico. Uccidere un prefetto, un generale dei carabinieri, un eroe nazionale, significava sfidare apertamente lo Stato e rischiare una reazione durissima.
I boss avevano bisogno di sapere che questa reazione non ci sarebbe stata, che qualcuno a Roma avrebbe protetto i loro interessi anche dopo l’omicidio. Chi aveva dato queste garanzie? Buscetta indicò salvo Lima come l’intermediario tra la mafia e il mondo politico romano. Lima, secondo il pentito, aveva assicurato ai boss che dalla chiesa era isolato, che non aveva veri appoggi a Roma, che la sua morte non avrebbe provocato conseguenze gravi per l’organizzazione.
Era stato lui, in sostanza, a dare il via libera all’omicidio. Queste dichiarazioni furono confermate e ampliate da altri pentiti negli anni successivi. Salvatore Cancemì, Francesco Di Carlo, Giovanni Brusca e altri collaboratori fornirono ulteriori dettagli sull’organizzazione dell’attentato e sui rapporti tra mafia e politica.
emerse un quadro coerente in cui l’omicidio dalla Chiesa non era un atto isolato, ma parte di una strategia più ampia concordata tra i vertici mafiosi e i loro referenti politici. Giovanni Brusca, in particolare fornimonianze agghiaccianti. Era stato uno degli uomini più vicini a Salvatore Riina.
aveva partecipato personalmente ad alcuni degli omicidi più efferati commessi da Cosa Nostra, compresa la strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. Secondo Brusca, Riina considerava l’omicidio dalla Chiesa come un messaggio allo stato. La mafia poteva colpire chiunque, anche i più protetti, anche gli eroi nazionali. Era una dimostrazione di forza destinata a terrorizzare chiunque pensasse di opporsi.
Ma Bruska aggiunse anche dettagli sulla fase preparatoria dell’attentato. Secondo le sue dichiarazioni, la mafia aveva potuto contare su informazioni precise sui movimenti di dalla Chiesa, informazioni che potevano venire solo dall’interno delle istituzioni. C’era chi, nella prefettura o nelle forze dell’ordine passava notizie all’organizzazione.
C’era chi aveva garantito che quella sera il generale sarebbe stato praticamente senza scorta. Queste dichiarazioni avrebbero dovuto aprire filoni investigativi importanti sulle complicità istituzionali e in parte lo fecero. I magistrati indagarono su diversi funzionari e ufficiali sospettati di connivenza con la mafia, ma le indagini si scontrarono con muri di gomma, reticenze, depistaggi.
I testimoni chiave sparivano o ritrattavano. I documenti cruciali risultavano introvabili. Era come se qualcuno dall’interno dello Stato continuasse a proteggere i responsabili. Un caso emblematico fu quello del cosiddetto dossier mafia appalti, un’inchiesta che a metà degli anni 90 stava ricostruendo le connessioni tra Cosa Nostra, il mondo imprenditoriale e la politica siciliana.
L’inchiesta sfiorava personaggi molto potenti e sembrava sul punto di rivelare verità scottanti anche sull’omicidio dalla chiesa. Ma nel 1993 l’inchiesta fu improvvisamente chiusa e i suoi risultati rimasero in gran parte segreti. I magistrati che avevano condotto le indagini denunciarono pressioni e ostacoli da parte di settori delle istituzioni.
parlarono di documenti sottratti, di testimoni intimiditi, di una volontà politica di insabbiare la verità. Era la conferma che le complicità nell’omicidio dalla Chiesa non erano limitate a qualche funzionario corrotto. Coinvolgevano livelli molto più alti, settori dello Stato che avevano interesse a che la verità non emergesse mai.
Nel 1998 la Commissione parlamentare antimafia presieduta da Ottaviano del Turco, pubblicò una relazione sull’omicidio dalla Chiesa che conteneva conclusioni pesantissime. La relazione affermava che il generale era stato deliberatamente lasciato senza protezione, che le sue richieste di poteri speciali erano state volutamente ignorate, che la sua morte era stata annunciata da una serie di segnali che lo Stato aveva scelto di non vedere.
La relazione indicava responsabilità politiche precise, pur senza poter arrivare a conclusioni giudiziarie. criticava duramente il comportamento del governo dell’epoca, in particolare del ministro dell’interno Virginio Rognoni, accusato di non aver fatto abbastanza per proteggere il prefetto. Criticava anche la Democrazia Cristiana siciliana, descritta come collusa con la mafia a tutti i livelli, ma le conclusioni della commissione parlamentare non portarono a conseguenze concrete.
Nessun politico fu processato per l’omicidio dalla Chiesa, nessun funzionario fu condannato per aver negato la protezione al generale. I responsabili mafiosi pagarono. Riina, Provenzano e gli altri boss furono condannati all’ergastolo, ma i loro complici istituzionali rimasero impuniti.
Questa impunità è forse l’aspetto più doloroso dell’intera vicenda. Dalla Chiesa fu ucciso non solo dalla mafia, ma anche dall’indifferenza, dalla connivenza, dalla complicità di settori dello Stato. E questi settori non hanno mai pagato per quello che fecero, o meglio, per quello che non fecero. Quale eredità ha lasciato Carlo Alberto dalla Chiesa e cosa è cambiato nella lotta alla mafia dopo la sua morte? La morte di Carlo Alberto dalla Chiesa non fua, anche se il prezzo pagato fu terribile.
Il suo sacrificio scosse le coscienze dell’Italia, costringendo il paese a confrontarsi con una realtà che aveva troppo a lungo preferito ignorare. La mafia non era più un problema locale, un folklore siciliano da tollerare con un’alzata di spalle. Era una minaccia nazionale che richiedeva una risposta nazionale. La legge Rognoni la Torre, approvata pochi giorni dopo i funerali del generale, rappresentò un primo passo importante.
Per la prima volta il reato di associazione mafiosa entrava nel codice penale italiano, permettendo di perseguire non solo chi commetteva crimini specifici, ma chi apparteneva all’organizzazione criminale. La legge introduceva anche la confisca dei beni mafiosi, colpendo Cosa Nostra, dove faceva più male nel portafoglio.
Era la legge che Pio la Torre aveva proposto e per cui era stato ucciso. Era la legge che dalla Chiesa aveva invocato come strumento indispensabile per la sua missione. Era stata tenuta in sospeso per mesi, ostaggio delle resistenze politiche e delle connivenze mafiose. Ci vollero due omicidi eccellenti per farla approvare un prezzo insopportabile che dice molto sulla classe politica dell’epoca.
Ma la legge da sola non bastava. Servivano uomini capaci di applicarla, investigatori determinati, magistrati coraggiosi. E questi uomini c’erano, anche se spesso lavoravano in condizioni disperate, senza mezzi adeguati, circondati dall’ostilità o dall’indifferenza delle istituzioni. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano tra questi uomini.

I due magistrati palermitani avevano iniziato le loro indagini su Cosa Nostra già negli anni precedenti all’omicidio dalla Chiesa, ma fu dopo la morte del generale che il loro lavoro acquistò una nuova urgenza. Raccolsero l’eredità morale del prefetto assassinato, continuando la sua battaglia con gli strumenti della legge.
Falcone, in particolare, sviluppò metodi investigativi rivoluzionari. capì che per smantellare la mafia bisognava seguire i soldi, ricostruire i flussi finanziari, individuare le connessioni tra il crimine e l’economia legale. Era lo stesso approccio che dalla Chiesa aveva tentato di applicare e per cui aveva chiesto invano i poteri speciali.
Falcone riuscì a farlo funzionare, anche se con mezzi limitati e contro resistenze enormi. Il maxi processo di Palermo, celebrato tra il 1986 e il 1987 fu il coronamento di questo lavoro. Per la prima volta centinaia di mafiosi furono processati insieme in un’aula bunker costruita appositamente per l’occasione. Le condanne furono pesantissime.
19 ergastoli e oltre 2600 anni di carcere complessivi. Era la dimostrazione che la mafia poteva essere sconfitta, che lo Stato poteva vincere, ma la mafia non si arrese, rispose con una nuova ondata di violenza ancora più feroce della precedente. Nel 1992 Giovanni Falcone fu ucciso nella strage di Capaci. Una bomba di 500 kg di tritolo fece saltare in aria un tratto dell’autostrada mentre passava il suo convoglio.
Morirono con lui la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. 57 giorni dopo fu il turno di Paolo Borsellino, assassinato con un’autobomba in via D’Amelio insieme a cinque agenti della sua scorta. era la risposta di Cosa Nostra allo Stato, la vendetta per il maxi processo e per le condanne che aveva inflitto.
Ma era anche qualcosa di più. Era un tentativo di terrorizzare l’Italia, di costringerla a cedere, di dimostrare che la mafia era ancora invincibile. I boss speravano che di fronte a tanta violenza lo Stato avrebbe fatto marcia indietro, avrebbe cercato un compromesso, avrebbe smesso di combattere. si sbagliavano.
Le stragi del 1992 provocarono una reazione opposta a quella sperata. L’Italia intera si ribellò come non aveva mai fatto prima. Centinaia di migliaia di persone scesero in piazza a Palermo per i funerali di Falcone e Borsellino, gridando la loro rabbia contro la mafia e contro i politici conniventi.
Era un risveglio delle coscienze che avrebbe cambiato il paese. Lo Stato reagì con durezza. Furono approvate leggi speciali che inasprirono il regime carcerario per i mafiosi, il famoso articolo 41 bis che prevedeva l’isolamento totale per i boss più pericolosi. Furono intensificate le indagini, rafforzate le scorte, stanziati nuovi mezzi per la lotta alla criminalità organizzata.
Soprattutto fu creata la Direzione Nazionale Antimafia, un organismo che coordinava tutte le indagini sul crimine organizzato a livello nazionale. Erano le misure che dalla Chiesa aveva chiesto 10 anni prima e che gli erano state negate. Ci volle un decennio di sangue, la sua morte, quella di Falcone, quella di Borsellino, quelle di decine di altri servitori dello Stato per convincere la politica italiana ad agire.
Era un ritardo imperdonabile che aveva costato vite umane e aveva permesso alla mafia di rafforzarsi e di espandersi, ma finalmente qualcosa si muoveva. Negli anni 90, Cosa Nostra, subì colpi durissimi. Salvatore Riina fu arrestato nel 1993, dopo 23 anni di latitanza. Uno dopo l’altro i boss più importanti furono catturati, processati, condannati.
I pentiti si moltiplicarono, fornendo informazioni preziose sull’organizzazione e sui suoi complici. La mafia siciliana, pur non essendo sconfitta, fu significativamente indebolita. In questo contesto la figura di Carlo Alberto dalla Chiesa assunse un significato nuovo. Non era più solo una vittima, un martire della lotta alla mafia, era un precursore, un uomo che aveva visto prima degli altri cosa bisognava fare e che aveva pagato con la vita il suo coraggio.
Le sue intuizioni, seguire i soldi, colpire le connessioni tra mafia e politica, coordinare le forze dell’ordine, erano diventate la base della strategia antimafia italiana. Ma c’era anche un’eredità più amara. La morte di Dalla Chiesa aveva dimostrato che lo stato italiano era capace di tradire i propri servitori migliori, di abbandonarli quando diventavano scomodi, di sacrificarli per proteggere equilibri di potere inconfessabili.
Questa lezione non fu mai completamente elaborata. I responsabili politici dell’abbandono del generale non pagarono mai per le loro scelte. La verità completa sull’omicidio non emerse mai e ancora oggi, a oltre 40 anni di distanza, molte domande restano senza risposta. Chi tradì veramente Carlo Alberto dalla Chiesa? E la sua morte ha davvero cambiato l’Italia? O le connivenze tra mafia e politica continuano ancora oggi? Oggi, a oltre 40 anni dalla morte di Carlo Alberto dalla Chiesa, la sua figura continua a interrogare la
coscienza dell’Italia. Il generale è stato riconosciuto come un eroe nazionale. La sua memoria è onorata con monumenti, intitolazioni di strade e scuole, commemorazioni ufficiali ogni 3 settembre. Ma questo riconoscimento postumo non cancella l’amarezza per come fu trattato quando era vivo, né risponde alle domande che ancora pesano sulla sua morte.
La vedova del generale, la prima moglie Dora Fabbo, morta nel 1978, non pota assistere alla tragedia. Ma i figli di Dalla Chiesa, Nando, Rita e Simona, hanno dedicato la loro vita a tenere viva la memoria del Padre e a chiedere giustizia. Per decenni hanno bussato alle porte dei tribunali, hanno testimoniato nei processi, hanno denunciato pubblicamente le omissioni e le connivenze che avevano portato alla morte del generale.
Nando dalla Chiesa, in particolare è diventato uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno mafioso in Italia. sociologo, scrittore, per un periodo anche parlamentare, ha dedicato la sua carriera accademica e pubblica all’analisi delle organizzazioni criminali e dei loro rapporti con la politica e l’economia.
È un lavoro che continua idealmente quello del padre, capire la mafia per poterla combattere, svelare le connessioni nascoste che le permettono di sopravvivere. In uno dei suoi libri più significativi, Nando dalla Chiesa ha scritto parole che riassumono il senso della vicenda paterna: “Mio padre fu mandato a Palermo per essere ucciso.
” Non nel senso che qualcuno volesse deliberatamente la sua morte, ma nel senso che fu mandato in condizioni tali da rendere la sua morte praticamente inevitabile. Fu abbandonato da uno stato che non voleva veramente combattere la mafia, perché combattere la mafia avrebbe significato combattere se stesso.
Questa analisi spietata coglie il cuore del problema. L’omicidio dalla Chiesa non fu solo un crimine mafioso, fuo, nel senso che lo Stato creò le condizioni perché quel crimine potesse essere commesso, non fornendo protezione adeguata, non concedendo i poteri richiesti, non sostenendo la missione del generale, le istituzioni italiane si resero corresponsabili della sua morte.
Questa corresponsabilità non fu mai sanzionata giuridicamente. I processi condannarono i mafiosi, Riina, Provenzano, Greco e gli altri boss che avevano ordinato l’omicidio, ma assolsero o non processarono mai i politici e i funzionari che avevano abbandonato dalla Chiesa al suo destino. Era come se la giustizia italiana fosse capace di vedere solo metà della verità, quella più facile da accettare.
ignorando l’altra metà, quella che chiamava in causa le istituzioni stesse. Eppure qualcosa è cambiato in Italia dopo la morte di Dall Chiesa e degli altri eroi della lotta alla mafia. La coscienza civile del paese si è progressivamente risvegliata, soprattutto tra le nuove generazioni. Associazioni come Libera, fondata da don Luigi Ciotti, hanno mobilitato migliaia di giovani nella lotta contro le mafie.
I beni confiscati ai boss sono stati trasformati in cooperative sociali, scuole, centri di aggregazione. La cultura della legalità si è diffusa in settori della società che prima erano indifferenti o rassegnati, ma le mafie non sono state sconfitte. Cosa nostra siciliana è stata indebolita ma non eliminata. E nel frattempo altre organizzazioni criminali sono cresciute e si sono espanse.
La drangheta calabrese è diventata una delle più potenti mafie del mondo. La camorra napoletana continua a controllare vasti territori, nuove forme di criminalità organizzata emergono nelle regioni del Nord. La lotta è tutt’altro che conclusa e soprattutto il problema delle connivenze tra mafia e politica non è stato risolto.
Ancora oggi periodicamente emergono scandali che rivelano legami tra amministratori pubblici e organizzazioni criminali. Ancora oggi comuni vengono sciolti per infiltrazioni mafiose, politici vengono indagati per voto di scambio, imprenditori vengono arrestati per collusione con i boss. Il sistema che dalla Chiesa aveva cercato di combattere, quel sistema di complicità reciproche tra crimine organizzato e istituzioni è ancora vivo, anche se meno sfacciato di un tempo.
La lezione di dalla Chiesa in questo senso rimane drammaticamente attuale. Il generale aveva capito che la mafia non poteva essere sconfitta solo con gli arresti e i processi. Bisognava recidere le sue radici politiche, economiche, sociali. Bisognava seguire i soldi, smantellare le reti di protezione, colpire i colletti bianchi che permettevano all’organizzazione di prosperare.
Era una visione lucida, quasi profetica, che anticipava di decenni l’evoluzione del pensiero antimafia, ma dalla Chiesa aveva capito anche un’altra cosa, forse ancora più importante. aveva capito che combattere la mafia significava combattere una parte dello Stato stesso, quella parte collusa, corrotta, complice.
E questa consapevolezza lo rendeva pericoloso non solo per i boss, ma anche per i politici che da quei boss dipendevano. Fu questa probabilmente la sua vera condanna a morte. Oggi, visitando la tomba di Dalla Chiesa, nel cimitero monumentale di Torino, si può leggere un epigrafe che riassume il senso della sua vita e della sua morte. Qui giace un soldato.
È una definizione essenziale che il generale avrebbe probabilmente apprezzato. Fu un soldato fino alla fine, un soldato che combattè prima i nazifascisti, poi i terroristi, infine i mafiosi. Un soldato che non si tirò mai indietro, che non cercò compromessi, che preferì morire piuttosto che tradire la sua missione, ma fuito.
Tradito da quello stato che aveva servito per tutta la vita, abbandonato da quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerlo, sacrificato sull’altare di equilibri politici inconfessabili. La sua morte rimane una ferita aperta nella coscienza italiana, un monito permanente sui pericoli della connivenza tra crimine e potere.
Ogni anno, il 3 settembre l’Italia commemora Carlo Alberto dalla Chiesa. Le autorità depongono corone di fiori, i giornali pubblicano articoli commemorativi, i politici pronunciano discorsi pieni di retorica. Ma la vera commemorazione non sta nelle cerimonie ufficiali, sta nel continuare la sua battaglia, nel non dimenticare le sue parole, nel pretendere che lo Stato sia finalmente all’altezza del sacrificio dei suoi servitori migliori.
Dalla Chiesa sapeva di andare incontro alla morte quando accettò l’incarico di Palermo. Lo sapeva e andò lo stesso. in un’intervista rilasciata poche settimane prima dell’agguato, disse una frase che suona oggi come un testamento: “Se è destino che io debba morire per mano della mafia, spero almeno che la mia morte serva a qualcosa.
Spero che svegli le coscienze, che costringa questo paese a guardare in faccia la realtà che renda impossibile continuare a far finta di niente.” La sua speranza si è in parte avverata. La sua morte ha svegliato le coscienze, ha costretto l’Italia a reagire, ha reso impossibile, almeno per un po’, continuare a far finta di niente.
Ma la battaglia non è finita e finché ci saranno mafie e finché ci saranno politici disposti a proteggerle, il sacrificio di Carlo Alberto dalla Chiesa non potrà dirsi compiuto. No.
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