Posted in

La Folgore Italiana Fermò 8 Divisioni Britanniche a El Alamein — Combattendo Senza Rifornimenti

Settembre 1943. Nelle officine dell’Ansaldo, immerse nel caos dell’armistizio italiano, si consumò uno degli episodi più enigmatici della Seconda Guerra Mondiale. Quando le truppe tedesche irruppero negli stabilimenti genovesi, le loro squadre di ricognizione blindata si imbatterono in qualcosa che non si aspettavano.

"
"

file di carri armati italiani ancora sui nastri di montaggio, lucenti di vernice fresca, potenti come nulla che avessero mai visto uscire dalle fabbriche italiane. Erano i P40, i carri pesanti che avrebbero dovuto cambiare le sorti dell’asse sui campi di battaglia africani. Ma c’era qualcosa di strano in quella scoperta.

I tecnici tedeschi, abituati a considerare i mezi corazzati italiani come poco più che scatolette di latta su cingoli, rimasero spiazzati quando salirono a bordo dei primi esemplari catturati. Le placche di corazzatura inclinate, il cannone da 75 mm lungo 34 calibri, il motore diesel da 420 cavalli. Tutto gridava una verità scomoda che il Reich non voleva ammettere pubblicamente.

Gli ingegneri della Vermacht iniziarono i test subito dopo la cattura con quella meticolosità prussiana che li contraddistingueva. Prelevarono cinque esemplari completi dalle linee di produzione, più decine di altri in vari stadi di assemblaggio. Uno di questi carri, quello con modifiche particolari ai portelli della torretta, venne scelto per una dimostrazione speciale.

Era il 20 ottobre 1943 quando questo P40 venne trasportato al poligono di Aris nella Prussia orientale, dove lo attendeva niente meno che Adolf Hitler in persona. Il furer doveva vedere coi propri occhi quello che i rapporti tecnici descrivevano in termini quasi entusiastici, un carro armato italiano che sotto certi aspetti superava il venerato Panzer 3.

Ma perché tanta segretezza attorno a questa valutazione? Perché i documenti tedeschi parlano di questo mezzo con un rispetto insolito, mentre la propaganda continuava a ridicolizzare l’industria bellica italiana? La risposta sta nelle cifre che emergono dai rapporti classificati della Vermacht.

La corazzatura frontale del P40, inclinata a 50 mm di spessore, offriva una protezione equivalente a 6570 mm di blindatura verticale. Il Panzer 3 Ausf JJ, che all’epoca costituiva ancora la spina dorsale delle divisioni Panzer, montava appena 50 mm di corazza frontale verticale. Il cannone italiano 7534 mostrava prestazioni balistiche comparabili al temuto Cadbuk40 tedesco.

E poi c’era il motore diesel. Mentre i Panzer bruciavano benzina ad alto numero di ottani, scarsa e preziosa, il P40 beveva gasolio, meno infiammabile e più disponibile. Gli ingegneri tedeschi annotarono tutto questo con precisione maniacale, sapendo che ogni riga di quei rapporti contraddiceva anni di propaganda sulla superiorità tecnica germanica.

Ma come era possibile che l’Italia, considerata il parente povero dell’asse, avesse progettato un simile mezzo? La storia inizia nel 1940 quando Benito Mussolini, ossessionato dall’idea di dimostrare la potenza industriale del regime, ordinò personalmente lo sviluppo di un carro pesante, capace di competere con qualsiasi avversario.

I tecnici dell’Ansaldo studiarono i carri catturati, i francesi Somua 35, i sovietici BT7, persino alcuni panzer tedeschi. Ma il vero salto qualitativo avvenne quando nel 1941 i tedeschi consegnarono agli alleati italiani un esemplare catturato del leggendario T34 sovietico. Quella macchina rivoluzionò completamente il progetto italiano.

Gli ingegneri smontarono ogni componente, studiarono l’inclinazione della corazza, la disposizione interna, la meccanica e iniziarono a riprogettare tutto da capo. Eppure, nonostante l’eccellenza del design, il P40 rimase un fantasma. Al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, solo una ventina di esemplari erano stati completati.

I bombardamenti alleati sulle fabbriche Ansaldo e SPIA di Torino avevano devastato le linee produttive. La mancanza di acciaio di qualità, di motori affidabili, di ottiche di precisione aveva paralizzato la produzione. I tecnici tedeschi, esaminando i mezzi catturati, trovarono soluzioni ingegneristiche brillanti accanto a compromessi disperati, corazzature ancora rivettate anziché saldate, sospensioni a balestra inadeguate per un mezzo da 26 tonnellate, una torretta biposto che costringeva il comandante a fungere anche da cannoniere. Era come se il P40

incarnasse tutta la tragedia dell’industria bellica italiana, ambizione visionaria schiacciata dalla realtà materiale della guerra. La Vermacht, tuttavia vide oltre i difetti. Immediatamente dopo la cattura, il comando tedesco ordinò la continuazione della produzione sotto supervisione germanica.

Circa 100 esemplari vennero assemblati tra il settembre 1943 e l’aprile 1944. anche se 40 di questi rimasero privi di motore e vennero trasformati in bunker mobili lungo la linea gotica, i P40 completi vennero assegnati al battaglione addestramento carri del Sud, alla 10ª e 15ª compagnia Panzer della polizia e alla 24ª divisione Waffen SS Carstieger.

Alcuni finirono persino ad Anzio, dove combatterono contro gli Sherman americani in duelli ravvicinati tra le macerie. Ma la vera domanda che ossessionava gli strateghi tedeschi era un’altra. Cosa sarebbe successo se il P40 fosse entrato in produzione 2 anni prima? I documenti d’archivio tedeschi, quelli che sono sopravvissuti ai bombardamenti di Berlino e Potdam, contengono valutazioni tecniche sorprendentemente oneste.

In un rapporto del novembre 1943, un ispettore della Vermacht scriveva che il P40 era l’unico carro armato italiano degno di produzione. Un altro documento proveniente dal comando delle forze corazzate italiane sotto controllo tedesco, annotava che il mezzo possedeva caratteristiche progettuali superiori al Panzer 3 in termini di protezione e potenziale di sviluppo.

Queste ammissioni sepolte tra migliaia di pagine di burocrazia militare raccontano una storia alternativa, quella di un’Italia che aveva la visione tecnica, ma non l’infrastruttura industriale per realizzarla e raccontano anche di una Germania che, pur nella sua arroganza, riconosceva il valore quando lo incontrava.

Iscrivetevi al canale e lasciate un commento. Cosa ne pensate dei carri armati italiani? Credete davvero che fossero tutti scatolette di sardine? Come racconta la propaganda, o c’era qualcosa di più sotto la superficie arrugginita della storia ufficiale? Il mistero del P40 è solo l’inizio di un viaggio nelle pieghe nascoste della Seconda Guerra Mondiale, dove la verità è sempre più complessa di quanto ci abbiano raccontato.

Il fatto che Hitler in persona volle vedere questo carro, che i tecnici tedeschi lo studiarono con tale attenzione che la produzione continuò sotto l’occupazione. Tutto questo suggerisce che qualcosa di importante venne nascosto tra le righe dei rapporti ufficiali. Forse la vera storia del P40 non è quella di un fallimento italiano, ma quella di un successo scomodo che metteva in discussione troppe certezze propagandistiche dell’epoca.

Read More