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Il Generale Reverberi Saltò Su Un Carro Tedesco E Gridò “Tridentina Avanti!” —Salvando 20.000 Alpini

C’è una storia che non ti hanno mai raccontato nei libri di scuola, una storia che l’establishment ha cercato di seppellire sotto montagne di retorica e propaganda. Gennaio 1943, mentre il mondo celebrava le vittorie degli alleati e la macchina propagandistica dipingeva gli italiani come soldati di seconda categoria, incapaci di combattere, inadeguati per la guerra moderna.

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Sul fronte russo si consumava un’epopea che avrebbe fatto tremare persino i generali del Richik. La steppa russa era diventata il più grande cimitero a cielo aperto che l’umanità avesse mai conosciuto. E al centro di questo inferno gelato oltre 200.000 soldati italiani stavano per scoprire cosa significava davvero essere abbandonati al proprio destino.

La temperatura era scesa a 40° sotto zero. Non è una cifra che si possa comprendere veramente se non l’hai vissuta sulla tua pelle. A quella temperatura il respiro si solidifica istantaneamente in cristalli di ghiaccio che ti tagliano i polmoni. La saliva diventa pietra prima di toccare il suolo.

Il metallo delle armi brucia come ferro rovente se lo tocchi a mani nude. E il vento, quel maledetto vento della steppa, soffiava come una lama di rasoio, penetrando attraverso ogni strato di stoffa, ogni riparo improvvisato, ogni barriera che l’uomo potesse erigere contro la furia degli elementi. Gli alpini italiani, l’elite dell’esercito di Mussolini, 60.

000 uomini delle migliori truppe che Roma potesse mettere in campo, erano intrappolati sulle rive del fiume Donna. Ma qui c’è il primo grande inganno che la storia ufficiale non vi dice. Questi uomini non erano lì per scelta strategica. Non erano lì perché qualche genio militare aveva pianificato una brillante campagna.

erano lì perché erano stati traditi. Il 16 dicembre 1942 l’Armata Rossa aveva scatenato l’operazione che i sovietici chiamavano in codice Piccolo Saturno, un nome innocuo per nascondere quello che fu in realtà un diluvio di fuoco e acciaio che spazzò via intere divisioni come fossero castelli di sabbia.

In pochi giorni sei divisioni italiane, la Cosseria, la Ravenna, la Pasubio, la Torino, la Celere, la Sforzesca, cessarono praticamente di esistere. 110.000 uomini annientati, sbaragliati, dispersi nella tempesta. E qui viene la parte che nessuno vuole ammettere. I rumeni erano fuggiti, gli ungheresi si erano dissolti come neve al sole.

I gloriosi alleati dell’asse, quelli che avrebbero dovuto coprire i fianchi delle forze italiane, erano semplicemente scomparsi, lasciando gli italiani a fronteggiare da soli l’intera potenza della macchina da guerra sovietica. Ma c’è di più, molto di più. Mentre le divisioni di fanteria italiana venivano triturate dall’offensiva sovietica, mentre migliaia di soldati morivano congelati nella neve o venivano fatti a pezzi dall’artiglieria russa, il corpo d’armata alpino resisteva ancora sul Don. Tre divisioni, la Tridentina, la

Giulia, la Cuneense, tenevano la linea. E qui entra in scena un uomo che cambierà il corso degli eventi, il generale Luigi Reverberi. Non un generale da salotto, non uno di quei comandanti che dirigono le battaglie da chilometri di distanza, al sicuro nei loro bunker riscaldati. Reverbery era diverso.

51 anni emiliano di Cavriago. Aveva tre medaglie d’argento al valor militare conquistate nella Prima Guerra Mondiale. Un alpino vero, uno che conosceva la montagna, che capiva cosa significasse la sopravvivenza in condizioni estreme. I suoi uomini lo chiamavano gasosa per il suo carattere effervescente, per quella sua capacità di mantenere il morale alto, anche quando tutto sembrava perduto.

Ma c’era anche chi lo chiamava il generale 10 lire, perché dopo ogni ispezione lasciava 10 lire alla guardia perché i soldati brindassero alla sua salute. Piccoli gesti che creavano un legame, una fedeltà che andava oltre il dovere militare. Reverbe riguardava la situazione con lucidità spietata. Davanti ai suoi occhi si stava consumando una catastrofe di proporzioni bibliche.

L’ottava armata italiana, l’armir, come la chiamavano ufficialmente, stava collassando. Le comunicazioni erano interrotte. Gli ordini che arrivavano dal comando tedesco erano contraddittori, quando non completamente assurdi. I rifornimenti erano inesistenti, le munizioni scarseggiavano e soprattutto i tedeschi stavano pensando solo a salvare le loro truppe, lasciando gli italiani a marcire in quella trappola mortale.

Questa è la verità che emerge dai documenti, dai diari dei sopravvissuti, dalle testimonianze che sono state sistematicamente ignorate dalla storiografia ufficiale. Gli italiani furono usati come carne da cannone, come cuscinetto per rallentare l’avanzata sovietica, mentre le truppe tedesche si ritiravano in buon ordine.

La situazione sul campo era apocalittica. I soldati italiani non avevano equipaggiamento adeguato per l’inverno russo. Le divise erano inadatte, gli scarponi si disintegravano nel gelo. Molti avevano letteralmente scarpe con suole di cartone che si sfaldavano dopo pochi giorni di marcia nella neve. La fame era costante, divorante.

Gli uomini mangiavano la corteccia degli alberi, masticavano il cuoio delle cinture, facevano bollire pezzi di pelle per estrarne qualche nutriente. I casi di congelamento si moltiplicavano a ritmi terrificanti, dita, mani, piedi che diventavano neri come carbone e cadevano letteralmente dalle estremità. Uomini che impazzivano dal dolore quando le parti congelate iniziavano a sciogliersi.

rivelando la carne mortificata sotto la pelle necrotica e l’artiglieria sovietica martellava senza sosta giorno e notte, un rombo costante che non dava tregua, che frantumava i nervi prima ancora che i corpi. Ma gennaio 1943 riserva ancora orrori peggiori. Il 14 gennaio l’armata rossa lanciò una nuova offensiva, questa volta direttamente contro il corpo d’armata alpino.

La chiamarono Operazione Ostrogozk Rossos, un altro nome in codice che nascondeva una manovra a tenaglia gigantesca. I sovietici sfondarono a nord travolgendo la seconda armata ungherese che si dissolse in poche ore. sfondarono a sud annientando le unità tedesche del 2quo Panzer Corps e gli alpini italiani si trovarono improvvisamente in una sacca, circondati da tutte le parti, tagliati fuori da ogni possibile via di fuga.

60.000 uomini intrappolati in un cerchio di morte che si stringeva inesorabilmente. Reverbe ricapì immediatamente cosa stava accadendo. Non era il momento dei convenevoli militari, delle richieste formali attraverso la catena di comando. Era il momento di agire immediatamente o 20.

000 dei suoi alpini della tridentina sarebbero morti in quella steppa maledetta. E allora prese una decisione che lo avrebbe reso leggenda. avrebbe portato i suoi uomini fuori da quell’inferno, costi quel che costi. Non importava se gli ordini erano confusi, se i tedeschi si stavano ritirando senza coordinarsi, se tutto stava andando in pezzi, lui avrebbe salvato i suoi alpini, perché era questa la differenza tra un vero comandante e un burocrate in uniforme.

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