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Coppia scomparsa in Trentino nel 1996: un carabiniere fuori servizio scopre qualcosa nel 2022

Coppia scomparsa in Trentino nel 1996. Un carabiniere fuori servizio scopre qualcosa nel 2022. Scomparvero nel nulla durante un weekend tra le montagne del Trentino. Nessuno vide più i loro volti, nessuno sentì più le loro voci, solo una telefonata interrotta e un silenzio lungo 26 anni.

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Poi un giorno d’autunno, un carabiniere fuori servizio inciampò in qualcosa nascosto tra le radici di un albero spezzato. Bastò quel piccolo frammento per riaprire una ferita mai chiusa per riportare alla luce una verità che per troppo tempo era rimasta sepolta sotto terra e sotto l’oblio. Era il 2022, ma per qualcuno il 1996 non era mai finito.

Io sono Tony e questo è il canale I scomparsi d’Italia. Se siete appassionati di storie misteriose, incredibili e dolorosamente umane, vi invito a iscrivervi al canale e ad attivare le notifiche. La storia che state per ascoltare è un racconto, un romanzo, una novela, ma una narrazione ispirata a eventi che, i modi più o meno simili, purtroppo, accadono nella vita reale.

È un viaggio dentro il mistero, il dolore e la speranza. E tutto comincia con due ragazzi e un sogno spezzato. Anna e Lorenzo si erano conosciuti a Verona, nel retro di una libreria universitaria. Lei studiava storia dell’arte, lui ingegneria forestale. Avevano poco in comune, tranne quella fame di cielo, quella voglia di evadere.

Stavano insieme da poco più di un anno, quando decisero di prendersi un fine settimana per esplorare le valli del Trentino, lontano dal caos, lontano da tutti. Partirono all’alba di un venerdì di luglio del 1996, lasciando solo un biglietto sul frigorifero per i genitori di Anna. Torneremo domenica, non preoccupatevi, faremo solo una passeggiata leggera.

Non tornarono mai. La denuncia fu sporta lunedì sera. Il cellulare risultava spento. La macchina, una Fiat Tuno Rossa, fu ritrovata due giorni dopo in un parcheggio sterrato vicino a Malgafatte. Da lì partivano diversi sentieri, ma nessuno riuscì a stabilire quale avessero scelto. I carabinieri, la protezione civile, le squadre cinofile, gli elicotteri, per una settimana intera setacciarono ogni angolo del bosco, ma nulla, nessuna traccia, neppure uno zaino, una maglietta, una scarpa, solo silenzio. La madre di Anna non accettò

mai la versione ufficiale. Si saranno persi, una frana, un orso, dicevano. Ma lei scriveva lettere ogni mese a chiunque potesse ascoltarla. Giornalisti, magistrati, persino il vescovo di Trento. Lorenzo invece fu lentamente dimenticato e con lui la sua famiglia c’erano voci, stranezze. Qualcuno sussurrava che fosse invischiato in giri poco chiari, che avesse debiti, che avesse portato Anna in quel bosco per sfuggire a qualcosa.

Nessuno confermò nulla, ma il dubbio si insinuò. E quando il caso fu archiviato nel 2004, con l’annotazione e dispersi presunti deceduti, sembrò che anche la memoria avesse deciso di spegnersi. Passarono gli anni, la montagna cambiò volto, alcuni sentieri furono chiusi, altre zone interamente disboscate.

Le carte topografiche si aggiornarono, ma una porzione del bosco rimase dimenticata, perché poco accessibile, franosa, dichiarata pericolosa. Fu proprio lì che nel 2022 Luca Marconi, appuntato dei carabinieri in ferie, portò suo figlio a fare un’escursione. Non era un sentiero ufficiale, solo un tragitto che da bambino aveva percorso con suo nonno raccogliendo funghi.

Quel giorno qualcosa attirò l’attenzione del figlio di Luca, una striscia di tessuto logora incastrata tra le radici di un larice caduto. Sembrava una parte di zaino, forse una vecchia borsa. Curiosi cominciarono a scavare con le mani, rimuovendo terra e pietre. E sotto apparve qualcosa di diverso, plastica consumata, frammenti metallici e poi qualcosa di piccolo e ossidato.

Una catenina con una medaglietta ovale. Dentro, scolpito appena visibile, c’era un nome, Anna. Luca impallidì. Quella catenina era stata mostrata in una foto anni prima, quando lui era solo un giovane allievo. Era la stessa. Chiamò immediatamente il comando. In poche ore l’area fu transennata. Gli archeologi forensi arrivarono la mattina seguente.

Gli scavi iniziarono lenti, pazienti. Si temeva una bufala. Ma bastò poco. Frammenti ossei compatibili con un corpo umano, resti di stoffa e poi più in profondità qualcosa di ancora più inquietante. C’erano segni, incisioni su una parete di roccia viva, parole graffiate con pietra su pietra, alcune indecifrabili, altre strazianti.

Una frase ripetuta più volte, tremolante, ma leggibile. Perdonami Anna, ho sbagliato strada, perdonami. Ma Anna non era lì. Solo uno dei due corpi era stato localizzato e quella era solo la prima verità emersa dopo 26 anni di silenzio. Il corpo rinvenuto in quella fessura naturale apparteneva a un uomo.

Le analisi preliminari lo confermarono nel giro di pochi giorni. Il DNA estratto da un frammento osseo fu confrontato con il profilo del padre di Lorenzo, ancora in vita, ormai ottantenne e completamente ritirato dal mondo. La compatibilità fu del 100%. Non c’erano più dubbi. Quel corpo rannicchiato sotto metri di detriti e radici era il suo.

Lorenzo era rimasto lì per 26 anni in silenzio con il suo ultimo pensiero inciso nella pietra. La notizia esplose su tutti i telegiornali. Trovato il corpo di uno dei due giovani scomparsi in Trentino nel 1996. Le immagini dell’area del ritrovamento furono trasmesse in prima serata. I giornali riesumarono vecchie fotografie, articoli ingialliti, ricostruzioni approssimative, ma nessuno sapeva davvero cosa fosse accaduto.

Nessuno, tranne forse Lorenzo. E forse nemmeno lui. La madre di Anna, la signora Teresa, ricevette la notizia con un silenzio che gelò la stanza. Si sedette davanti alla finestra e non parlò per ore. Quando finalmente aprì bocca, chiese solo una cosa, se Anna fosse con lui. Ma non lo era. I tecnici non avevano trovato altri resti, né segni né tracce, solo un corpo, solo Lorenzo.

Per giorni le ricerche si intensificarono nella zona circostante. Fu impiegato un piccolo drone dotato di termocamere per analizzare il terreno. Si scoprì che l’intera area, all’epoca del loro passaggio, era stata colpita da una frana minore, mai segnalata ufficialmente. Questo cambiava tutto. Il sentiero che avrebbero potuto prendere era crollato in parte, trasformando quella porzione di bosco in un labirinto di sassi, buche e avvallamenti.

Era probabile che Lorenzo e Anna fossero scivolati, che lei fosse caduta per prima, forse ferendosi, e che lui l’avesse seguita cercando aiuto. Le incisioni sulla roccia suggerivano un periodo di sopravvivenza minimo di due o tre giorni. Lorenzo aveva inciso almeno sette frasi, tutte con la stessa grafia, alcune più marcate, altre più deboli.

Una delle ultime diceva semplicemente: “Se qualcuno leggerà, dite alle nostre madri che le abbiamo amate”. La scrittura era incerta, ma ancora leggibile. Un archeologo forense, visibilmente commosso, dichiarò davanti alle telecamere che non aveva mai letto una frase tanto semplice e tanto devastante allo stesso tempo.

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