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Il Generale Martinat Morì Guidando L’Ultima Carica — “Con L’Edolo Cominciai…”

C’è una domanda che nessuno sembra voler porre ad alta voce, una domanda che da oltre 80 anni rimane sepolta sotto strati di retorica ufficiale e commemorazioni di facciata. Perché il nome del generale Giulio Martinat non viene insegnato nelle scuole italiane? Perché la sua storia, forse la più straordinaria e tragica dell’intera seconda guerra mondiale per quanto riguarda l’esercito italiano, è stata sistematicamente relegata ai margini della memoria collettiva.

Gli storici ufficiali vi diranno che si tratta semplicemente di una questione di priorità narrative, che esistono troppi eroi da ricordare, ma chi ha studiato a fondo questa vicenda sa che dietro questo silenzio si nasconde qualcosa di molto più inquietante. La verità su come 230.000 soldati italiani furono mandati a morire in una steppa ghiacciata per soddisfare le ambizioni di un regime che aveva perso ogni contatto con la realtà.

L’inverno del 1942 stava per trasformarsi nel più terribile incubo che l’esercito italiano avesse mai vissuto. Mentre l’Europa bruciava sotto i bombardamenti e il fronte africano consumava risorse preziose, Benito Mussolini aveva deciso che l’Italia doveva partecipare alla grande crociata antibolsevica voluta da Adolf Hitler.

Non per necessità strategica, intendiamoci, non perché la Russia rappresentasse una minaccia diretta per gli interessi italiani, no. Si trattava di puro prestigio, della folle convinzione che l’Italia fascista dovesse essere presente ovunque la Germania combatt e il costo sarebbe stato pagato in vite umane. Decine di migliaia di giovani italiani sacrificati sull’altare di un’alleanza che già mostrava le sue crepe profonde.

L’ottava armata italiana in Russia, quella che tutti avrebbero imparato a chiamare Armir, era stata assemblata con una fretta che tradiva l’improvvisazione criminale di chi l’aveva voluta. Sette divisioni, di cui tre alpine, la Tridentina, la Julia, la cuneense, nomi che sarebbero diventati sinonimo di tragedia e di eroismo disperato.

Ma ecco il primo degli interrogativi che ancora oggi non trova risposta soddisfacente. Perché mandare le truppe alpine addestrate per combattere sulle montagne a presidiare un fronte piatto come un tavolo da biliardo lungo il corso del fiume Don. Gli alpini erano l’elite dell’esercito italiano, uomini temprati dalle vette delle Alpi, specialisti della guerra in quota.

Eppure qualcuno nei palazzi del potere romano aveva deciso che dovevano morire nella steppa russa. I generali tedeschi non volevano gli italiani sul fronte orientale. Questo è un fatto documentato, una verità che emerge chiaramente dai carteggi dell’epoca. Consideravano l’esercito italiano inadeguato, male equipaggiato, privo dei mezzi necessari per affrontare la macchina da guerra sovietica, ma Hitler aveva ceduto alle insistenze di Mussolini e così 230.

000 uomini erano stati caricati su 200 tradotte ferroviarie. e spediti verso est, verso un destino che molti di loro già intuivano. Le lettere dei soldati, quelle che sono sopravvissute alla censura, parlano di un presentimento oscuro, di una sensazione che qualcosa di terribile stava per accadere. Alcuni scrivevano alle famiglie come se si stessero congedando per sempre.

Ed è qui che entra in scena una figura che la storia ufficiale ha tentato di ridurre a una nota a margine, un nome tra i tanti nelle liste dei caduti. Giulio Martinat era nato il 24 febbraio del 1891 a Maniglia di Pero, un piccolo borgo della Val Germanasca, nel cuore delle valli valdesi del Piemonte. Era un valdese appartenente a quella minoranza religiosa che per secoli era stata perseguitata, massacrata, costretta a nascondersi nelle montagne per sopravvivere.

un uomo di fede in un esercito dominato dal cattolicesimo, un intellettuale che aveva scritto libri sulla leadership militare, un soldato che portava dentro di sé la contraddizione tra il quinto comandamento e il dovere verso la patria, ma soprattutto era un uomo legato da un filo invisibile a un reparto specifico, il battaglione Edolo.

Quel legame risaliva a 30 anni prima, quando il giovane Martinat, ancora sergente, era partito per la Libia, inquadrato proprio nel quinto reggimento alpini, battaglione Edolo. Aveva combattuto Aerna, era stato promosso sottotenente sul campo di battaglia, era tornato in Italia con due medaglie di bronzo al valore.

L’edolo era stato il suo battesimo del fuoco, il reparto che lo aveva trasformato da ragazzo di montagna in soldato. E l’edolo sarebbe stato anche la sua ultima compagnia, il testimone della sua morte eroica in quella giornata di gennaio del 1943 che avrebbe cambiato per sempre la storia della ritirata di Russia. Ma questo, nell’autunno del 42 apparteneva ancora a un futuro che nessuno poteva prevedere.

Nel novembre del 1942 Martinat venne promosso generale di brigata. si trovava già in Russia da mesi come capo di stato maggiore del corpo d’armata alpino, responsabile della vita di decine di migliaia di uomini schierati lungo un fronte impossibile da difendere. Le temperature stavano precipitando, 30° sotto zero, erano diventati la normalità e i sovietici stavano ammassando forze enormi per quella che sarebbe stata la più grande offensiva dell’inverno.

I segni erano tutti lì, visibili a chiunque avesse occhi per vedere. i movimenti di truppe oltre il Don, l’aumento dell’attività aerea nemica, le informazioni frammentarie che filtravano dalle linee, eppure i comandi, tanto italiani quanto tedeschi, sembravano paralizzati, incapaci di reagire. Era come se un destino ineluttabile stesse per compiersi e nessuno avesse il coraggio di guardarlo in faccia.

Le valli valdesi del Piemonte sono sempre state un luogo diverso, un territorio dove la storia ha scritto pagine che il resto d’Italia preferisce dimenticare. Per secoli questa comunità religiosa ha subito persecuzioni, massacri, tentativi di annientamento da parte di chi non tollerava la loro fede protestante in una penisola dominata dal cattolicesimo.

I valdesi avevano imparato a sopravvivere nascondendosi tra le montagne, a resistere quando tutto sembrava perduto, a mantenere viva la fiamma della propria identità anche nei momenti più bui. Ed è proprio in questo crogiolo di resistenza e fede incrollabile che nacque Giulio Martinat il 24 febbraio del 1891 nel minuscolo borgo di Maniglia di Perrero in Val Germanasca.

un bambino destinato a diventare generale, un pacifista per fede costretto a fare la guerra, un uomo che avrebbe portato dentro di sé fino all’ultimo respiro quella contraddizione. Fin dalla più tenera età il piccolo Giulio mostrava una fascinazione particolare per gli alpini. li osservava quando attraversavano le valli durante le manovre, quegli uomini con il cappello piumato che sembravano parte delle montagne stesse.

Per un bambino cresciuto tra quelle vette, gli alpini rappresentavano qualcosa di più di un semplice corpo militare. Erano l’incarnazione dello spirito montanaro, la dimostrazione che si poteva servire la patria senza tradire le proprie radici. Quello che il giovane Martinat non poteva sapere era che quella fascinazione infantile lo avrebbe condotto attraverso tre guerre, due continenti e infine verso una morte eroica in una steppa ghiacciata a migliaia di chilometri da casa.

Il destino a volte si nasconde nei sogni dell’infanzia. Nel 1910, dopo aver completato il corso Allievi ufficiali di complemento come volontario, Martinat riceve la sua prima assegnazione. Quinto reggimento alpini, battaglione edolo. Ha appena 19 anni, porta i gradi di sergente e non può immaginare che quel reparto diventerà il filo conduttore della sua intera esistenza.

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