C’è una domanda che nessuno sembra voler porre ad alta voce, una domanda che da oltre 80 anni rimane sepolta sotto strati di retorica ufficiale e commemorazioni di facciata. Perché il nome del generale Giulio Martinat non viene insegnato nelle scuole italiane? Perché la sua storia, forse la più straordinaria e tragica dell’intera seconda guerra mondiale per quanto riguarda l’esercito italiano, è stata sistematicamente relegata ai margini della memoria collettiva.
Gli storici ufficiali vi diranno che si tratta semplicemente di una questione di priorità narrative, che esistono troppi eroi da ricordare, ma chi ha studiato a fondo questa vicenda sa che dietro questo silenzio si nasconde qualcosa di molto più inquietante. La verità su come 230.000 soldati italiani furono mandati a morire in una steppa ghiacciata per soddisfare le ambizioni di un regime che aveva perso ogni contatto con la realtà.
L’inverno del 1942 stava per trasformarsi nel più terribile incubo che l’esercito italiano avesse mai vissuto. Mentre l’Europa bruciava sotto i bombardamenti e il fronte africano consumava risorse preziose, Benito Mussolini aveva deciso che l’Italia doveva partecipare alla grande crociata antibolsevica voluta da Adolf Hitler.
Non per necessità strategica, intendiamoci, non perché la Russia rappresentasse una minaccia diretta per gli interessi italiani, no. Si trattava di puro prestigio, della folle convinzione che l’Italia fascista dovesse essere presente ovunque la Germania combatt e il costo sarebbe stato pagato in vite umane. Decine di migliaia di giovani italiani sacrificati sull’altare di un’alleanza che già mostrava le sue crepe profonde.
L’ottava armata italiana in Russia, quella che tutti avrebbero imparato a chiamare Armir, era stata assemblata con una fretta che tradiva l’improvvisazione criminale di chi l’aveva voluta. Sette divisioni, di cui tre alpine, la Tridentina, la Julia, la cuneense, nomi che sarebbero diventati sinonimo di tragedia e di eroismo disperato.
Ma ecco il primo degli interrogativi che ancora oggi non trova risposta soddisfacente. Perché mandare le truppe alpine addestrate per combattere sulle montagne a presidiare un fronte piatto come un tavolo da biliardo lungo il corso del fiume Don. Gli alpini erano l’elite dell’esercito italiano, uomini temprati dalle vette delle Alpi, specialisti della guerra in quota.
Eppure qualcuno nei palazzi del potere romano aveva deciso che dovevano morire nella steppa russa. I generali tedeschi non volevano gli italiani sul fronte orientale. Questo è un fatto documentato, una verità che emerge chiaramente dai carteggi dell’epoca. Consideravano l’esercito italiano inadeguato, male equipaggiato, privo dei mezzi necessari per affrontare la macchina da guerra sovietica, ma Hitler aveva ceduto alle insistenze di Mussolini e così 230.
000 uomini erano stati caricati su 200 tradotte ferroviarie. e spediti verso est, verso un destino che molti di loro già intuivano. Le lettere dei soldati, quelle che sono sopravvissute alla censura, parlano di un presentimento oscuro, di una sensazione che qualcosa di terribile stava per accadere. Alcuni scrivevano alle famiglie come se si stessero congedando per sempre.
Ed è qui che entra in scena una figura che la storia ufficiale ha tentato di ridurre a una nota a margine, un nome tra i tanti nelle liste dei caduti. Giulio Martinat era nato il 24 febbraio del 1891 a Maniglia di Pero, un piccolo borgo della Val Germanasca, nel cuore delle valli valdesi del Piemonte. Era un valdese appartenente a quella minoranza religiosa che per secoli era stata perseguitata, massacrata, costretta a nascondersi nelle montagne per sopravvivere.
un uomo di fede in un esercito dominato dal cattolicesimo, un intellettuale che aveva scritto libri sulla leadership militare, un soldato che portava dentro di sé la contraddizione tra il quinto comandamento e il dovere verso la patria, ma soprattutto era un uomo legato da un filo invisibile a un reparto specifico, il battaglione Edolo.
Quel legame risaliva a 30 anni prima, quando il giovane Martinat, ancora sergente, era partito per la Libia, inquadrato proprio nel quinto reggimento alpini, battaglione Edolo. Aveva combattuto Aerna, era stato promosso sottotenente sul campo di battaglia, era tornato in Italia con due medaglie di bronzo al valore.
L’edolo era stato il suo battesimo del fuoco, il reparto che lo aveva trasformato da ragazzo di montagna in soldato. E l’edolo sarebbe stato anche la sua ultima compagnia, il testimone della sua morte eroica in quella giornata di gennaio del 1943 che avrebbe cambiato per sempre la storia della ritirata di Russia. Ma questo, nell’autunno del 42 apparteneva ancora a un futuro che nessuno poteva prevedere.
Nel novembre del 1942 Martinat venne promosso generale di brigata. si trovava già in Russia da mesi come capo di stato maggiore del corpo d’armata alpino, responsabile della vita di decine di migliaia di uomini schierati lungo un fronte impossibile da difendere. Le temperature stavano precipitando, 30° sotto zero, erano diventati la normalità e i sovietici stavano ammassando forze enormi per quella che sarebbe stata la più grande offensiva dell’inverno.
I segni erano tutti lì, visibili a chiunque avesse occhi per vedere. i movimenti di truppe oltre il Don, l’aumento dell’attività aerea nemica, le informazioni frammentarie che filtravano dalle linee, eppure i comandi, tanto italiani quanto tedeschi, sembravano paralizzati, incapaci di reagire. Era come se un destino ineluttabile stesse per compiersi e nessuno avesse il coraggio di guardarlo in faccia.
Le valli valdesi del Piemonte sono sempre state un luogo diverso, un territorio dove la storia ha scritto pagine che il resto d’Italia preferisce dimenticare. Per secoli questa comunità religiosa ha subito persecuzioni, massacri, tentativi di annientamento da parte di chi non tollerava la loro fede protestante in una penisola dominata dal cattolicesimo.
I valdesi avevano imparato a sopravvivere nascondendosi tra le montagne, a resistere quando tutto sembrava perduto, a mantenere viva la fiamma della propria identità anche nei momenti più bui. Ed è proprio in questo crogiolo di resistenza e fede incrollabile che nacque Giulio Martinat il 24 febbraio del 1891 nel minuscolo borgo di Maniglia di Perrero in Val Germanasca.
un bambino destinato a diventare generale, un pacifista per fede costretto a fare la guerra, un uomo che avrebbe portato dentro di sé fino all’ultimo respiro quella contraddizione. Fin dalla più tenera età il piccolo Giulio mostrava una fascinazione particolare per gli alpini. li osservava quando attraversavano le valli durante le manovre, quegli uomini con il cappello piumato che sembravano parte delle montagne stesse.
Per un bambino cresciuto tra quelle vette, gli alpini rappresentavano qualcosa di più di un semplice corpo militare. Erano l’incarnazione dello spirito montanaro, la dimostrazione che si poteva servire la patria senza tradire le proprie radici. Quello che il giovane Martinat non poteva sapere era che quella fascinazione infantile lo avrebbe condotto attraverso tre guerre, due continenti e infine verso una morte eroica in una steppa ghiacciata a migliaia di chilometri da casa.
Il destino a volte si nasconde nei sogni dell’infanzia. Nel 1910, dopo aver completato il corso Allievi ufficiali di complemento come volontario, Martinat riceve la sua prima assegnazione. Quinto reggimento alpini, battaglione edolo. Ha appena 19 anni, porta i gradi di sergente e non può immaginare che quel reparto diventerà il filo conduttore della sua intera esistenza.
L’Edolo era un battaglione con una storia gloriosa, formato in gran parte da uomini della Valcamonica. montanari duri come la roccia delle loro valli. Martinat si integra immediatamente, impara dai veterani, assorbe quella cultura militare alpina che mescolava disciplina ferrea e cameratismo profondo. Quando nel 1911 scoppia la guerra italo-turca per la conquista della Libia, il giovane sergente valdese parte con i suoi compagni verso l’Africa.
A Derna Martinat riceve il battesimo del fuoco. I combattimenti nel deserto lib, le condizioni estreme, il nemico determinato. Ma il giovane piemontese dimostra un coraggio che attira l’attenzione dei superiori. Viene promosso sottotenente direttamente sul campo di battaglia. Un onore riservato a pochi.
Partecipa alla difesa della ridotta Lombardia. Si distingue negli scontri di Boom Saffa quando nel 1913 torna finalmente in Italia. porta con sé due medaglie di bronzo al valor militare e una consapevolezza nuova, quella di essere nato per comandare uomini in battaglia, ma porta anche le cicatrici invisibili di chi ha visto la morte da vicino, di chissà cosa significa togliere la vita per ordine superiore.
Per un valdese cresciuto con il quinto comandamento impresso nell’anima non era un fardello leggero. La Grande Guerra travolge l’Europa nel 1914 e l’Italia entra nel conflitto l’anno successivo. Martinat, ora assegnato al terzo reggimento alpini, battaglione Pinerolo, viene catapultato nell’inferno del fronte alpino orientale.
I nomi dei luoghi dove combatte suonano come un rosario funebre. Montenero, Merzli, Vodil. Sono montagne dove gli uomini muoiono a migliaia per conquistare pochi metri di roccia, dove il freddo uccide quanto le pallottole nemiche, dove l’eroismo è quotidiano e spesso inutile. Martinat si distingue ancora una volta per ardimento e sprezo del pericolo, guadagnandosi una terza medaglia di bronzo.
Nel luglio del 1915 viene promosso tenente. All’inizio del 16 è già capitano. La guerra lo sta forgiando, trasformando l’idealista valdese in un comandante temprato. Dopo la vittoria, la carriera di Martinat prosegue con il ritmo inesorabile di chi è destinato alle stelle. Nel 1935 partecipa alla conquista dell’Etiopia nel 39 a quella dell’Albania dove si distingue ancora una volta, ma è il periodo tra il 1937 e il 41 che segna una svolta fondamentale.
Viene nominato capo di stato maggiore della terza divisione alpina Julia, una delle unità più prestigiose dell’intero esercito italiano. La Giulia era leggenda, un reparto che incarnava lo spirito alpino nella sua forma più pura. Guidarla significava entrare in un panteon ristretto, assumersi responsabilità enormi.
Martinat lo fa con la competenza e la dedizione che lo hanno sempre contraddistinto, guadagnandosi il rispetto di ufficiali e soldati. Nel 1939, mentre l’Europa scivola verso la catastrofe, Martinat trova il tempo per pubblicare un libro che rivela molto della sua personalità, il grande capo di una grande impresa militare edito dalla società di studi valdesi.
È un’opera sulla leadership militare, un’analisi delle qualità che deve possedere un grande condottiero, ispirata alla figura del duca d’Aosta durante le guerre del 6ico. Martinat scrive di coraggio, di sacrificio, di capacità di ispirare gli uomini nei momenti più bui. Non può sapere che sta descrivendo se stesso, che quelle pagine sono una profezia involontaria di ciò che accadrà 4 anni dopo sulle rotaie ghiacciate di Nikolaevka.
A volte la vita imita l’arte in modi che nessuno può prevedere. Nel 1940, quando l’Italia entra nella Seconda Guerra Mondiale, Martinat partecipa alla disastrosa campagna di Grecia come capo di stato maggiore del corpo d’armata alpino. È un’esperienza che gli mostra da vicino l’incompetenza dei vertici militari, l’impreparazione criminale con cui il regime manda i soldati a morire, ma il soldato valdese continua a fare il suo dovere, a servire una patria che forse non merita tanta dedizione.
E quando nel luglio del 1942 riceve l’ordine di partire per la Russia, sempre come capo di stato maggiore del corpo d’armata alpino, Martinat sa che sta andando incontro alla prova definitiva. Lascia l’Italia il 17 luglio e non la rivedrà mai più. Dietro di sé lascia una moglie, ricordi di montagne amate e un libro che parla di grandi condottieri.
Davanti a sé solo la steppa infinita e un destino che attende paziente. Il 17 luglio del 1942 è una data che meriterebbe di essere ricordata in ogni libro di storia italiano, eppure pochi la conoscono. Quel giorno il generale Giulio Martinat lasciò l’Italia per sempre, anche se nessuno poteva saperlo in quel momento.
Partiva come capo di stato maggiore del corpo d’armata alpino, responsabile di tre divisioni che rappresentavano il fiore dell’esercito italiano, la tridentina, la Julia, la cune, 57.000 uomini in totale, i migliori soldati che la penisola potesse offrire, addestrati per combattere sulle montagne e ora spediti a morire in una pianura sconfinata.
Le tradotte ferroviarie attraversarono mezza Europa, portando quegli alpini sempre più lontano da casa, sempre più vicino a un destino che li attendeva paziente nelle steppe ghiacciate dell’Unione Sovietica. I primi mesi sul fronte del Don trascorsero in una relativa calma che si sarebbe rivelata ingannevole.
Le divisioni alpine si schierarono lungo il fiume, coprendo un fronte di circa 70 km in un settore che avrebbe dovuto essere difeso da forze molto più numerose. Martinat lavorava instancabilmente coordinando le operazioni, ispezionando le linee, cercando di ottenere dai comandi superiori quelle risorse che sapeva essere indispensabili per sopravvivere all’inverno russo.
Ma le sue richieste cadevano nel vuoto, ignorate da una catena di comando che sembrava vivere in un mondo parallelo, dove i problemi logistici non esistevano e la vittoria era solo questione di tempo. In novembre, quasi a voler sottolineare l’ironia del destino, Martinat venne promosso generale di brigata, un riconoscimento che sapeva di beffa.
L’armata rossa stava preparando qualcosa di enorme e i segni erano ovunque per chi sapeva leggerli. I movimenti di truppe oltre il D, l’intensificarsi delle ricognizioni aeree sovietiche, le informazioni frammentarie che filtravano dalle linee nemiche. Il 12 gennaio del 1943 l’operazione Ostrogorsk Rossos si abbattè sul fronte come un maglio.
L’obiettivo sovietico era chiaro, chiudere in una gigantesca sacca tutte le forze dell’asse ancora schierate sul Don, annientarle completamente. La seconda armata ungherese posizionata a nord del corpo d’armata alpino crollò nel giro di poche ore. I carri armati sovietici sfondarono le linee e dilagarono nelle retrovie, tagliando le vie di comunicazione e seminando il panico.
Il corpo d’armata alpino si ritrovò improvvisamente circondato, isolato in un territorio ostile con i sovietici che stringevano la morsa da ogni direzione. L’ordine di ripiegamento arrivò solo il 17 gennaio, quando ormai la situazione era compromessa oltre ogni possibilità di recupero.
Iniziò così quella che sarebbe passata alla storia come la ritirata di Russia, un calvario di 350 km attraverso la steppa ghiacciata che avrebbe decimato le divisioni alpine. Le temperature precipitarono a 40° sotto zero, un freddo che uccideva in pochi minuti chiunque si fermasse. Gli automezzi si bloccarono, i radiatori scoppiarono, i motori si rifiutarono di partire.
L’unica possibilità era marciare un passo dopo l’altro nella neve che arrivava alle ginocchia, ma il freddo non era l’unico nemico. I tedeschi, quegli alleati per cui gli italiani stavano morendo, si rivelarono nella loro vera natura durante quei giorni terribili. Quando le colonne italiane incrociavano i convogli tedeschi, i soldati del Reich rifiutavano di far salire gli alpini sui loro camion, spesso semivuoti, peggio ancora.
Alcuni ufficiali tedeschi si fermavano a fotografare gli italiani in ritirata, come se stessero documentando la disfatta di un esercito inferiore. Più tardi il maggiore Gerardo Zaccardo avrebbe detto ai suoi uomini che dopo quella ritirata i tedeschi erano da considerarsi nemici quanto i russi. Non erano parole dettate dalla rabbia del momento, ma la constatazione amara di un tradimento consumato sotto gli occhi di tutti.
Le divisioni alpine si dissanguavano giorno dopo giorno. La Giulia, quella Giulia che Martinat aveva guidato come capo di stato maggiore, fu costretta a sacrificarsi per coprire il fianco sinistro della ritirata. I suoi uomini combatterono fino all’ultimo, rallentando l’avanzata sovietica, quel tanto che bastava a permettere agli altri di proseguire.
Dei 4.000 uomini ancora efficienti, ne rimasero pochissimi, ma fu lacuneense a pagare il prezzo più alto, 16.500 caduti e dispersi su 18.000 combattenti, una percentuale di perdite che non ha eguali nella storia militare moderna dell’Europa occidentale. Una divisione intera praticamente cancellata dalle carte geografiche, uomini che non sarebbero mai più tornati a casa.
Martinat si trovava al centro di questo inferno, cercando di gestire l’ingestibile. Le colonne di sbandati crescevano ogni giorno, soldati che avevano perso il proprio reparto e vagavano nella steppa come fantasmi. I feriti imploravano di non essere lasciati indietro, sapendo che cadere in mano ai sovietici significava quasi certamente morte o prigionia in Siberia.
I congelati si accumulavano sulle poche slitte disponibili, ammassati come legna da ardere. In alcuni casi i reparti ancora organizzati dovettero usare le armi contro i propri commilitoni impazziti dal terrore. Uomini che nella disperazione minacciavano di compromettere la ritirata di tutti. Era la fine del mondo e Martinat ne era testimone impotente.
Il generale valdese faceva quello che poteva, dividendo il proprio cibo con i soldati, incoraggiando chi stava per arrendersi, mantenendo una calma che doveva sembrare sovrumana in quelle circostanze. Chi lo vide in quei giorni ricorda un uomo trasformato, come se avesse già accettato il proprio destino e ora pensasse solo a salvare quanti più uomini possibile.
Le sue parole, riportate da diversi sopravvissuti, avevano spesso un tono quasi profetico, come se sapesse che la fine era vicina. Eppure continuava a combattere, a organizzare, a guidare, perché era questo che faceva un ufficiale, questo che aveva imparato in 30 anni di servizio. Si resta al proprio posto finché c’è anche un solo uomo da comandare.
Il 26 gennaio la colonna principale della tridentina, ormai ridotta a circa 40.000 uomini, di cui la maggior parte disarmati e congelati, si trovò di fronte all’ultimo ostacolo, il villaggio di Nikolaevka. I sovietici avevano trasformato quel punto insignificante della steppa in uno sbarramento letale, l’ultima barriera prima della salvezza.
Dietro Nikolaevka c’erano le linee tedesche, la possibilità di sopravvivere. Davanti solo il fuoco delle mitragliatrici sovietiche e la certezza che se non avessero sfondato prima del tramonto, il freddo della notte li avrebbe uccisi tutti. Martinat guardò quel villaggio e capì che era arrivato il momento per cui si era preparato tutta la vita, il momento di diventare lui stesso uno di quei grandi condottieri di cui aveva scritto nel suo libro.
Il 26 gennaio 1943 si aprì con un’alba grigia che sembrava presagire la fine del mondo. La colonna del corpo d’armata alpino, ridotta ormai a circa 40.000 uomini, di cui la stragrande maggioranza, disarmati, congelati e affamati, si trovava di fronte a Nicolaevka, un villaggio che prima della guerra nessuno aveva mai sentito nominare, un puntino insignificante sulla carta geografica della steppa russa, destinato a diventare sinonimo di tragedia e di eroismo disperato.
I sovietici sapevano che gli italiani sarebbero arrivati lì e avevano trasformato quel luogo in una trappola mortale. Mitragliatrici posizionate sul campanile della chiesa dominavano l’intera pianura circostante, mentre lungo il terrapieno della ferrovia che correva attorno all’abitato erano state scavate trincee e postazioni difensive.
Sfondare sembrava impossibile, ma non sfondare significava morire. La mattina iniziò con quello che può essere descritto solo come un massacro organizzato. Verso le 9:30 i battaglioni Verona, Valchiese e Vestone ricevettero l’ordine di attaccare, supportati dal fuoco del gruppo di artiglieria Bergamo e da tre semoventi tedeschi che miracolosamente funzionavano ancora.
Gli alpini si lanciarono attraverso la pianura scoperta, correndo nella neve alta verso le posizioni sovietiche. Le mitragliatrici aprirono il fuoco quasi immediatamente, falciando file intere di uomini. Alcuni riuscirono a raggiungere il terrapieno della ferrovia, altri addirittura le prime case del villaggio dove piazzarono le loro armi, ma le perdite erano spaventose.
La neve bianca si tingeva di rosso sangue, i corpi si accumulavano formando macabri ostacoli per chi veniva dietro. I sovietici resistevano con una determinazione che sembrava alimentata dalla certezza della vittoria. Sul campanile della chiesa una mitragliatrice continuava a sparare senza sosta, mietendo vittime tra gli alpini che tentavano di avanzare.
I russi sapevano che bastava resistere fino al tramonto. Il freddo della notte, con temperature che sarebbero scese sotto i 35° avrebbe fatto il resto. Per gli italiani bloccati allo scoperto, senza riparo e senza fuoco, restare all’addiaccio significava morte certa per assideramento. Era una corsa contro il tempo e il tempo stava vincendo.
A mezzogiorno, dopo ore di combattimenti furiosi, la situazione era sostanzialmente immutata. Alcuni punti del terrapieno erano stati raggiunti, ma lo sfondamento decisivo non era arrivato. Fu in quel momento che il generale Martinat partecipò al rapporto ufficiale convocato in unba che fungeva da comando improvvisato.
L’atmosfera era tesissima, i volti degli ufficiali segnati dalla fatica e dalla disperazione. I comandanti dei reparti riferivano perdite terrificanti, munizioni quasi esaurite, uomini allo stremo delle forze. Il generale Luigi Reverberi, comandante della Tridentina, ascoltava in silenzio, cercando una soluzione che sembrava non esistere.
Tutti sapevano cosa significava non riuscire a sfondare prima del calar del sole. La morte per tutti, non solo per i combattenti, ma anche per le migliaia di feriti e congelati ammassati nelle retrovie. Il rapporto si concluse con la consapevolezza che bisognava tentare il massimo sforzo, gettare nella battaglia tutto ciò che restava.
Martinat uscì dall’isba comando con il peso di quella riunione sulle spalle. Il sole era già basso sull’orizzonte, le ombre si allungavano sulla neve insanguinata. Fu in quel momento che il destino decise di manifestarsi in una forma che il generale valdese riconobbe immediatamente. Passarono davanti a lui gli alpini del battaglione Edolo, riconoscibili dalle nappine verdi sui loro cappelli.
L’Edolo, il reparto con cui Martinat aveva iniziato la sua carriera militare 30 anni prima, quando era partito come giovane sergente per la Libia. L’edolo, che lo aveva visto diventare sottotenente sul campo di battaglia a Derna. L’Edolo che portava dentro di sé i ricordi della sua giovinezza, dei suoi primi combattimenti, dei compagni perduti nelle guerre passate.
Quegli uomini con le nappine verdi erano i figli spirituali di quelli con cui Martinat aveva condiviso le trincee libiche, i discendenti di una tradizione che lui stesso aveva contribuito a forgiare. Guardarli passare fu come vedere scorrere davanti agli occhi l’intera sua vita militare. al primo giorno di servizio fino a quel momento terribile nella steppa russa e in quell’istante qualcosa scattò nella mente del generale.
Una decisione che non aveva nulla di razionale, che sfidava ogni logica militare, ma che rispondeva a una chiamata più profonda di qualsiasi ordine potesse venire dai comandi superiori. Una voce interiore che parlava di destino, di compimento, di cerchi che si chiudono. Le parole che Martinat pronunciò in quel momento sarebbero diventate leggenda, tramandate di bocca in bocca dai sopravvissuti, fino a cristallizzarsi nella memoria collettiva degli alpini italiani.
Guardando quegli uomini con le nappine verdi, il generale disse con voce ferma: “Ho cominciato con l’edolo, voglio finire con l’edolo”. Non era una frase retorica, non era il discorso preparato di un comandante che cerca di motivare le truppe, era la dichiarazione di un uomo che aveva compreso il proprio destino, che accettava consapevolmente di marciare verso la morte insieme agli eredi di quel reparto che lo aveva forgiato come soldato.
Era il valdese che tornava alle sue radici, il cerchio della vita che si preparava a chiudersi. I testimoni raccontano che in quel momento il volto di Martinat assunse un’espressione che nessuno aveva mai visto prima. Una calma assoluta, quasi serena, come se tutte le paure e le incertezze fossero improvvisamente svanite.
Il generale si avvicinò agli uomini dell’Edolo, parlò con i loro ufficiali, si informò sulla situazione del battaglione. Erano provati come tutti gli altri. Avevano subito perdite terribili durante la ritirata. ma mantenevano ancora una parvenza di organizzazione. Martinat comunicò la sua decisione di unirsi a loro per l’assalto finale.
Gli ufficiali presenti cercarono di dissuaderlo. Un generale di brigata non doveva esporsi in prima linea. Il suo posto era al comando, non tra i fucilieri. Ma Martinat aveva già deciso e nulla avrebbe potuto fargli cambiare idea. Il sole continuava a scendere verso l’orizzonte. Le ombre si allungavano sempre di più sulla neve.
macchiata di sangue. Da qualche parte, nelle retrovie, migliaia di feriti e congelati attendevano l’esito della battaglia, sapendo che dalla riuscita dello sfondamento dipendeva la loro sopravvivenza. I sovietici mantenevano le loro posizioni, convinti che bastasse resistere ancora poche ore. E un generale valdese di 52 anni si preparava a guidare una carica a piedi con un moschetto tra le mani verso quelle mitragliatrici che non avevano smesso di sparare per tutto il giorno.
L’edolo era pronto, Martinat era pronto e la storia stava per scrivere una delle sue pagine più straordinarie e dimenticate. Quello che accadde nei minuti successivi appartiene a quella categoria di eventi che sfidano ogni spiegazione razionale, momenti in cui la storia sembra piegarsi alla volontà di singoli individui straordinari.
Il generale Giulio Martinat, 52 anni, capo di stato maggiore del corpo d’armata alpino, decorato con tre medaglie di bronzo al valor militare, autore di libri sulla leadership dei grandi condottieri, si chinò e raccolse un moschetto da terra. Non era il gesto simbolico di un comandante che vuole mostrare solidarietà ai suoi uomini.
era la decisione consapevole di un soldato che aveva scelto di combattere e morire, come aveva iniziato tra i fucilieri. L’ultima volta che un generale italiano aveva guidato una carica a piedi con il fucile in mano, era stato nel 1915 quando Antonio Cantore era caduto sul Monte Piana con un colpo alla testa. Martinat stava per seguire le sue orme.
Gli alpini dell’edolo videro il loro generale mettersi in testa alla colonna e rimasero per un istante increduli. Un ufficiale superiore che si espone così non era cosa che si vedeva tutti i giorni, anzi non si vedeva praticamente mai. Ma Martinat non diede loro tempo di riflettere.
Si lanciò in avanti di corsa verso il terrapieno della ferrovia, oltre il quale si trovavano le posizioni sovietiche. gridando con una voce che i sopravvissuti avrebbero ricordato per tutta la vita. Avanti alpini, avanti, di là c’è l’Italia, avanti. Non erano parole studiate, non erano frasi retoriche preparate per i libri di storia, erano il grido di un uomo che sapeva di andare incontro alla morte e voleva che i suoi soldati lo seguissero verso la salvezza che lui stesso non avrebbe mai raggiunto.
Gli uomini dell’edolo si lanciarono dietro di lui come un’onda che segue la marea. Era un momento di follia collettiva, quella follia che a volte si impossessa degli uomini in guerra e li trasforma in qualcosa di più grande di loro stessi. La disperazione accumulata in settimane di ritirata infernale, il freddo che mordeva la carne, la fame, la paura, tutto si trasformò improvvisamente in energia pura, in un impeto irresistibile che spingeva quegli alpini verso le mitragliatrici nemiche.
Martinat correva davanti a tutti, il moschetto stretto tra le mani, le gambe che affondavano nella neve. Lo videro voltarsi verso i suoi uomini e gridare ancora: “Io oggi muoio, ma voi no”. “Coraggio, ragazzi, di là c’è l’Italia”. Erano le ultime parole che avrebbe pronunciato. Una pallottola sovietica lo colpì alla testa mentre stava per raggiungere il terrapieno della ferrovia.
Il generale Giulio Martinat cadde in avanti, il corpo che rotolava sulla neve fino a fermarsi sulle rotaie ghiacciate. Morì all’istante, fulminato esattamente come cantore 28 anni prima, quasi a voler completare un parallelo storico che sembrava scritto nelle stelle. Ma la sua morte non fu vana. L’immagine del generale che cadeva in testa alla carica, il suo grido che ancora risuonava nell’aria gela, elettrizzarono gli alpini che lo seguivano.
Non si fermarono, anzi accelerarono, travolgendo le prime posizioni sovietiche con una furia che i russi non si aspettavano. La breccia era aperta. Quasi contemporaneamente dall’altra parte del campo di battaglia, il generale Luigi Reverberi compì un gesto altrettanto straordinario. Salì su uno dei semoventi tedeschi ancora funzionanti e in piedi sulla torretta incurante del fuoco nemico, lanciò quel grido che sarebbe diventato immortale nella storia degli alpini.
“Tridentina! Avanti!”. La voce del comandante della divisione si propagò lungo le linee italiane come una scossa elettrica. Gli uomini che fino a un momento prima sembravano rassegnati alla sconfitta si rialzarono, afferrarono le armi, si lanciarono verso Nikolaevka. Era come se il sacrificio di Martinat e l’esempio di Reverberi avessero spezzato un incantesimo, liberando un’energia che nessuno sapeva più di possedere.
La massa degli sbandati, quelle migliaia di uomini disarmati e congelati che si trascinavano nelle retrovie furono travolti da quell’ondata di furore. Si unirono all’assalto. Chi con un fucile raccolto da terra, chi a mani nude, chi semplicemente correndo e gridando. Italiani, tedeschi, ungheresi, tutti mescolati in un’unica valanga umana che si riversò su Nikolaevka, travolgendo ogni resistenza.
I sovietici, che fino a pochi minuti prima sembravano sul punto di vincere, furono sopraffatti dalla furia disperata di uomini che non avevano più nulla da perdere. Alle 5 del pomeriggio, quando le prime ombre della sera cominciavano a calare sulla steppa, Nikolaevka era caduta. La strada verso la salvezza era aperta.
Tra 30.000 e 40.000 uomini riuscirono a passare attraverso quella breccia. a raggiungere le linee tedesche, a sopravvivere. Erano i resti di un’armata che era partita dall’Italia con 230.000 soldati, ma erano vivi. Dietro di loro restavano decine di migliaia di morti sparsi nella steppa.
Migliaia di prigionieri destinati ai gulag siberiani, da cui pochissimi sarebbero tornati, e il corpo del generale Martinat, disteso sulle rotaie della ferrovia di Nikolaevka. Lo trovarono più tardi con quel buco in fronte che raccontava la storia della sua fine. Il valdese che aveva scritto dei grandi condottieri era diventato lui stesso uno di loro, pagando il prezzo più alto per quella grandezza.
Il 3 aprile del 1943 i tedeschi conferirono a Martinat la croce di ferro alla memoria, unironia amara che non sfuggì a nessuno. Quegli stessi tedeschi che durante la ritirata avevano rifiutato di far salire gli italiani sui loro camion che li avevano fotografati come trofei della disfatta. Ora onoravano un generale italiano morto per salvare i propri uomini.
L’Italia gli assegnò la medaglia d’oro al valor militare, il più alto riconoscimento per il coraggio in battaglia. Ma le medaglie e le onorificenze non bastarono a trasformare Martinat in un eroe nazionale, a far entrare il suo nome nei libri di scuola, a rendere la sua storia parte della memoria collettiva italiana.
E qui arriviamo alla domanda che abbiamo posto all’inizio di questo racconto. Perché il nome di Giulio Martinat è stato dimenticato? Perché la sua storia, così straordinaria e così italiana è rimasta confinata nei circoli degli appassionati di storia militare e nelle commemorazioni degli alpini? La risposta è probabilmente più scomoda di quanto vogliamo ammettere.
Martinat morì per salvare i suoi uomini da una catastrofe che non avrebbe mai dovuto verificarsi. Una catastrofe causata dall’incompetenza criminale del regime fascista, dalla decisione folle di mandare 230.000 soldati a morire in Russia per soddisfare le ambizioni di Mussolini. Celebrare Martinat significava ricordare quella follia e l’Italia del dopoguerra preferì dimenticare.
C’è anche un altro elemento che forse ha contribuito al silenzio. Martinat era valdese, apparteneva a quella minoranza religiosa che l’Italia cattolica aveva perseguitato per secoli. Un eroe protestante non si inseriva facilmente nella narrativa nazionale costruita attorno ai valori del cattolicesimo. E poi c’era il modo stesso della sua morte, quella carica a piedi con il moschetto che sembrava appartenere a un’epoca passata, un gesto anacronistico nell’era dei carri armati e degli aerei.
Forse era troppo romantico, troppo individuale, troppo difficile da inserire in una storia che preferiva i grandi numeri alle singole esistenze. Qualunque sia la ragione, il risultato è che uno degli atti di eroismo più puri della Seconda Guerra Mondiale italiana è rimasto sepolto nel silenzio. Eppure la storia di Martinat merita di essere raccontata non solo per onorare la sua memoria, ma per ricordare una verità che vale ancora oggi.
Esistono uomini capaci di sacrificare la propria vita per salvare quella degli altri. Esistono momenti in cui l’esempio di un singolo può trascinare migliaia di persone verso la salvezza. Il generale valdese, che morì gridando: “Di là c’è l’Italia”, non cercava la gloria personale, cercava di aprire una strada verso casa per i suoi alpini e quella strada la aprì pagando con la vita.
Ogni anno, il 26 gennaio, gli alpini commemorano la battaglia di Nikolaevka, ma pochi ricordano il nome dell’uomo che per primo si lanciò all’assalto quel giorno, l’uomo che aveva cominciato con l’Eolo e con l’edolo volle finire. Questo video è dedicato alla sua memoria perché certi eroi non meritano di essere dimenticati.
Se questa storia vi ha colpito, se credete che il sacrificio del generale Martinat meriti di essere conosciuto, lasciate un commento e condividete questo video. Iscrivetevi al canale per non perdere i prossimi racconti sulle storie dimenticate della Seconda Guerra Mondiale. E la prossima volta che sentirete parlare di Nikolaevka, ricordatevi di quel generale valdese che 30 anni prima era partito come sergente con il battaglione Edolo e che con l’edolo scelse di morire per salvare i suoi uomini.
La storia a volte è più straordinaria di qualsiasi romanzo, bisogna solo avere il coraggio di raccontarla. M.
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