Il corpo d’armata alpino, le unità tedesche e i resti delle divisioni ungheresi, circa 40.000 uomini, si trovarono in una sacca. I rifornimenti erano interrotti, i contatti con le retrovie persi, i viveri sarebbero bastati per tre giorni, le munizioni per una settimana e dopo arrendersi.
Gli alpini non si arrendono, quindi bisognava sfondare. Il 19 gennaio nasci riunì i comandanti di divisione, il generale Luigi Reverberi della Tridentina, il generale Emilio Battisti della Iulia, il generale Carlo Battagli della Cuneense. Erano presenti anche i comandanti tedeschi e ungheresi. dispiegò una mappa sul tavolo del bunker di comando. Signori, siamo accerchiati.
Le truppe sovietiche hanno tagliato tutte le strade verso ovest. Il comando tedesco vieta la ritirata, ma non abbiamo scelta. Se restiamo qui tra una settimana moriremo di fame. Perciò ci ritiriamo senza permesso a nostro rischio e pericolo. Ci muoveremo verso ovest, sfonderemo le linee sovietiche. Raggiungeremo i nostri.
Reverbe richiese: “Qual è il percorso? Nasci tracciò una linea con il dito sulla mappa. Da qui a ovest, attraverso i villaggi di Arbusovka, Nikolaevka, Valuiki, la distanza è di circa 150 km a piedi, sulla neve, attraverso le posizioni sovietiche. Sarà dura, molto dura, ma non c’è altra via. Battisti chiese: “E i feriti? Abbiamo 3000 feriti, li portiamo con noi, nasci a noi li portiamo sulle slitte.
Abbandonare i feriti significa condannarli a morte. Siamo alpini, non abbandoniamo i nostri.” Il colonnello tedesco, comandante dei resti della 385ª divisione di fanteria, chiese: “Chi farà da retroguardia? Chi coprirà la ritirata della colonna? Nasci Guardò Verberi, la divisione tridentina, la più combattiva, la più disciplinata.
Voi coprirete la ritirata, sarete gli ultimi. Trattenete i sovietici finché la colonna non sarà fuori tiro. Reverbery si alzò e salutò. Sarà fatto generale. Sapeva che fare da retroguardia significava subire l’urto principale, significava morire per salvare gli altri, ma era il dovere degli alpini.

Erano sempre stati gli ultimi, avevano sempre coperto la ritirata. Era stato così, era così e sarebbe stato così. Alle 5 del mattino del 20 gennaio la colonna si mise in marcia. 40.000 Uomini, italiani, tedeschi, ungheresi, soldati, feriti, salmerie, si allungarono in una colonna di 20 km. La temperatura era di 32° sotto zero.
C’era una bufera di neve, il vento tagliava le ossa. La maggior parte degli alpini non aveva equipaggiamento invernale. Il comando italiano non se n’era preoccupato. I soldati marciavano con le uniformi estive, avvolti in stracci. Gelavano, si congelavano le dita, le orecchie, il naso, ma camminavano, perché fermarsi significava morire.
Il capitano Bevilacqua marciava in testa al suo battaglione. 800 uomini si muovevano nella steppa innevata, neve fino al ginocchio. Ogni passo era una fatica. I soldati cadevano per lo sfinimento. I compagni li rialzavano, li aiutavano a camminare. Chi non riusciva ad alzarsi rimaneva indietro nella neve, per sempre.
Bevi l’acqua, vedeva la colonna assottigliarsi. Ogni ora decine di uomini restavano indietro, congelati, esausti, morti, non li seppellivano, non c’era tempo, li lasciavano semplicemente nella neve. La colonna andava avanti. La sera del 20 gennaio la colonna aveva percorso 15 km. Si fermarono per la notte in un villaggio distrutto.
Le baracche erano bruciate, restavano solo i muri di pietra. I soldati si ammassarono tra le rovine, cercando riparo dal vento. Non accesero fuochi per non essere visti dalle ricognizioni sovietiche. Mangiarono la razione fredda, un pezzo di pane, carne in scatola. L’acqua la prendevano dalla neve.
Dormirono vestiti, stretti l’uno all’altro per riscaldarsi. Al mattino contarono 123 cadaveri congelati durante la notte. Li lasciarono nel villaggio. La colonna riprese a muoversi. 21 gennaio, terzo giorno di marcia, la colonna aveva già percorso 35 km, ma ne mancavano ancora 115 e ogni chilometro era sempre più difficile. I soldati erano esausti, affamati, le razioni erano state dimezzate per farle durare di più.
Congelati, la temperatura si manteneva a men 30°. I feriti gemevano sulle slitte. Molti morivano durante il tragitto. I loro corpi venivano gettati dalle slitte per alleggerire il carico. La colonna lasciava dietro di sé una scia di cadaveri. Il sergente Pietro Ricci del Battaglione tirano marciava al centro della colonna. Era stato ferito una settimana prima, una scheggia nella coscia.
camminava a fatica appoggiandosi a un bastone, ma non poteva permettersi di salire su una slitta. Lì c’era posto solo per i feriti gravi. Camminava, ogni passo era un dolore. La gamba sanguinava, le bende erano fradice, ma Ricci camminava perché se si fosse fermato sarebbe morto congelato. Accanto a lui marciava il soldato Marco Greco, 18 anni.
Era il suo primo inverno al fronte. Era arrivato in Russia a novembre, tre mesi prima. Giovane, pieno di entusiasmo. Ora era distrutto. Il viso congelato con macchie nere sulle guance, le dita delle mani insensibili, non le sentiva da due giorni. Greco piangeva camminando, piano, senza parole. Le lacrime gli si ghiacciavano sul viso.
Ricci gli mise una mano sulla spalla. Tieni duro, ragazzo, ce la faremo ancora un po’. Greco annuì. Voleva crederci, ma le forze stavano finendo. A mezzogiorno la colonna fu attaccata da sciatori sovietici. Apparvero all’improvviso da una fascia boscosa a destra. Circa 100 uomini sugli sci in tute mimetiche bianche.
I mitra PPSH crepitarono contro la colonna. Gli italiani si buttarono a terra e risposero al fuoco. Ne seguì un breve ma violento scontro. Dopo 20 minuti gli sciatori sovietici si ritirarono, non volendo impegnarsi in un combattimento prolungato, ma lasciarono dietro di sé 32 italiani morti e 58 feriti. La colonna raccolse i feriti, li caricò sulle slitte.
I morti furono abbandonati, la colonna riprese a muoversi. La sera del 21 gennaio la colonna raggiunse il villaggio di Arbusovka. era occupato dalle truppe sovietiche circa 300 soldati. Gli alpini attaccarono subito. Il battaglione edolo caricò alla baionetta. Il combattimento fu breve. I soldati sovietici si ritirarono, non volendo subire gravi perdite per un piccolo villaggio.
Gli italiani occuparono Arbusovka. Perdite, 47 morti, 89 feriti. Il generale Nasci ordinò di passare la notte nel villaggio. I soldati si rifugiarono nelle case, accesero dei fuochi. Per la prima volta in tre giorni potevano riscaldarsi. Molti piansero di sollievo, sedevano semplicemente vicino al fuoco e piangevano.
Ma il sollievo fu di breve durata. Di notte l’artiglieria sovietica aprì il fuoco sul villaggio. I proiettili esplodevano per le strade, nelle case. Gli alpini fuggivano dagli edifici in fiamme, si nascondevano nelle cantine, nelle ghiacciaie. Il bombardamento durò 3 ore. Al mattino metà del villaggio era in rovina. Tra gli italiani 112 morti e 243 feriti.
Nasci ordinò di abbandonare il villaggio troppo pericoloso. La colonna riprese a muoversi. 22 gennaio, quarto giorno di marcia, la colonna aveva già percorso 60 km, ne mancavano 90, ma le condizioni degli uomini erano critiche. Metà aveva congelamenti, un terzo era malato di polmonite, bronchite, un quarto era ferito.
Gli uomini in grado di combattere erano circa 10.000. Gli altri si reggevano a malapene in piedi. Molti camminavano per inerzia, automaticamente, senza pensare, mettendo semplicemente un piede davanti all’altro. Ancora e ancora. Il caporale Antonio Ferrante del battaglione Valcamonica vide il suo compagno, il soldato Luigi Morettini, fermarsi.
Si era semplicemente fermato in mezzo alla steppa. Ferrante gli si avvicinò. Luigi, che succede? Perché ti sei fermato? Morettini lo guardò con occhi vuoti. Non ce la faccio. Non ce la faccio più. Sono stanco. Voglio dormire. Ferrante lo afferrò per le spalle. Luigi, non puoi fermarti. Se ti sdrai congelerai. Cammina. Forza, cammina.
Ma Morettini scosse la testa. No, non posso, scusami. Si sedette sulla neve, si appoggiò all’indietro, chiuse gli occhi. Ferrante cercò di rialzarlo, ma Morettini non reagiva. Rimase seduto sulla neve con gli occhi chiusi. Ferrante gridò: “Aiuto! Aiutatemi a rialzarlo! Ma nessuno si avvicinò, la colonna passava oltre.
I soldati guardavano morettini, ma continuavano a camminare. Non avevano la forza di aiutare. A malapena si reggevano in piedi loro stessi. Ferrante capì. Morettini era condannato. Se non si fosse alzato da solo sarebbe morto lì. Ferrante rimase fermo per un minuto, poi si voltò e se ne andò. Non poteva restare.
Se fosse rimasto sarebbe morto anche lui. Camminava e piangeva. Aveva lasciato morire un compagno. Non se lo sarebbe mai perdonato. La sera del 22 gennaio la colonna aveva percorso altri 15 km. Si fermarono per la notte in aperta steppa. Non c’erano villaggi nelle vicinanze. I soldati scavarono buche nella neve. Ci si infilarono, si strinsero l’uno all’altro, cercarono di dormire, molti non si svegliarono.
Al mattino contarono 209 cadaveri congelati durante la notte. Li lasciarono nella neve. La colonna riprese a muoversi. 23 gennaio, quinto giorno di marcia. La colonna aveva percorso 75 km, ne mancavano altrettanti, metà del percorso, ma la colonna aveva già perso circa 8.000 uomini, uccisi in combattimento, congelati, morti di sfinimento, rimasti indietro.
La colonna si assottigliava di giorno in giorno. Il generale Nasci capiva che continuando così meno della metà avrebbe raggiunto le proprie linee. Bisognava accelerare, ma come gli uomini camminavano a malapena. Reverberi propose: “Generale, lasciamo i feriti, lasciamo le salmerie, prendiamo solo le armi e le munizioni, viaggeremo leggeri, più veloci”.
Nasci scosse la testa. No, non lasciamo i feriti, siamo alpini, non abbandoniamo i nostri, anche se ci costa la vita. Reverberi insistette: “Generale, se non acceleriamo, moriremo tutti, sia i feriti che i sani. Meglio salvare chi può camminare.” Nasci lo fissò a lungo, poi disse a bassa voce: “No, marciare insieme o morire insieme, questa è la nostra scelta”.
Reverbery annuì, capiva. Nasci aveva ragione. Gli alpini non erano solo soldati, erano una fratellanza. Non abbandonavano i loro compagni, mai, nemmeno di fronte alla morte. La sera del 23 gennaio la colonna raggiunse un grande villaggio. La ricognizione riferì che era occupato dalle truppe sovietiche.
Circa 500 soldati, carri armati, artiglieria, un attacco frontale sarebbe stato un suicidio. Aggirarlo, ma avrebbe aggiunto 30 km al percorso. Gli uomini non avrebbero resistito. Nasci prese una decisione. Attacchiamo di notte a sorpresa. Prendiamo il villaggio d’assalto, riposiamo lì per un giorno, recuperiamo le forze, poi proseguiamo.
Il battaglione tirano ricevette l’ordine di assaltare il villaggio. 1200 uomini. L’attacco iniziò alle 2:00 di notte. Gli alpini strisciarono fino al villaggio senza farsi notare, poi si alzarono e corsero. Non usarono le armi automatiche, avrebbero fatto troppo rumore svegliando tutto il villaggio. Solo armi bianche, baionette, coltelli, pale da zappatore irruppero nel villaggio in silenzio.
Sgozzarono i soldati sovietici nel sonno. Fu un massacro, crudele, sanguinoso. Un’ora dopo il villaggio era preso, le truppe sovietiche fuggirono, lasciarono 120 morti. Le perdite del tirano furono 38 morti e 72 feriti. La colonna entrò nel villaggio, i soldati si rifugiarono nelle case. Per la prima volta in 5 giorni potevano riposare. Dormirono per 18 ore.
crlarono semplicemente a terra e si addormentarono all’istante. Nasci ordinò: “Un giorno di riposo, poi si riparte”. 24 gennaio, mezzogiorno. La colonna lasciò il villaggio. Il riposo era servito, i soldati avevano recuperato le forze, ma non per molto. Mancavano ancora una cinquantina di chilometri e l’ostacolo principale era il villaggio di Nikolaevka.
La ricognizione riferì che si trovava sull’unica strada verso ovest, impossibile a girarlo. Intorno c’erano paludi, anche d’inverno la praticabilità era scarsa. Attraverso Nikolaevka passava la strada per le posizioni tedesche di Valuiki. Era l’unica via di salvezza, ma Nicolaevka era occupata dalle truppe sovietiche, quanti la ricognizione non lo sapeva.
Si presumeva un reggimento, circa 2-3000 soldati, forse di più. Il generale Nasci tenne un consiglio di guerra durante la marcia. I comandanti camminavano al suo fianco discutendo il piano. Reverber disse: “Se a Nikolaevka c’è un reggimento, non sfondiamo. Ci restano circa 10.000 uomini in grado di combattere, ma di questi solo 4.
000 sono alpini. Gli altri sono tedeschi e ungheresi, sono demoralizzati, non attaccheranno posizioni fortificate. Nasci a Nuì! Allora attaccheranno gli alpini. La divisione tridentina 4.000 contro 3000. Il rapporto non è favorevole per un attacco, ma non c’è altra scelta. Battisti, comandante della Giulia, chiese: “E se non sfondiamo?” Nasci lo guardò.
Allora moriremo tutti qui vicino a Nicolaevka, ma ci proveremo. Gli alpini non si arrendono. Tutti annuirono. Sapevano che era l’ultima possibilità, o lo sfondamento o la morte. La sera del 24 gennaio la colonna aveva percorso altri 20 km. Nikolaevka era a 30 km di distanza. L’indomani l’avrebbero raggiunta. L’indomani ci sarebbe stata la battaglia decisiva.
I soldati lo capivano, si preparavano, controllavano le armi, affilavano le baionette, pregavano. Il cappellano del corpo d’armata, padre Carlo Gnocchi, passava tra la colonna benedicendo i soldati. Molti si confessavano nel caso fossero morti l’indomani. Gnocchi diceva ognuno: “Dio è con voi. Combattete per la vita, per i vostri compagni.
È una battaglia giusta. Il Signore vi proteggerà”. Il capitano Bevilacqua era seduto vicino a un fuoco con i suoi ufficiali. erano in silenzio, pensavano. Al giorno dopo il tenente Carlo Viti ruppe finalmente il silenzio. Capitano, ce la faremo? Bevi l’acqua e lo guardò. Non lo so, Carlo, onestamente non lo so, ma ci proveremo con tutte le nostre forze e se moriremo, moriremo da alpini con le armi in pugno, senza arrenderci.
25 gennaio, Alba. La colonna si mise in marcia presto, l’ultima tappa fino a Nicolaevka, 30 km. La sera sarebbero stati lì. I soldati marciavano in silenzio. Ognuno pensava ai fatti propri, alla casa, alla famiglia, a ciò che gli aspettava. Molti sapevano che quello era il loro ultimo giorno.
L’indomani sarebbero morti vicino a Nicolaevka, ma camminavano perché non c’era scelta. A mezzogiorno la ricognizione tornò con delle notizie. Nikolayevka era fortificata. Le truppe sovietiche avevano scavato trincee, installato postazioni di mitragliatrici, cannoni anticarro. Alla periferia del villaggio campi minati.
Nel villaggio stesso, artiglieria, circa 6000 soldati, il doppio di quanto si pensava. Non era solo una difesa, era una fortezza. Nashi ascoltò il rapporto della ricognizione. Il suo viso era di pietra. Capiva 6000 contro 4000 in difesa, dietro fortificazioni. Era un compito impossibile, ma non c’era dove ritirarsi.
Alle spalle le truppe sovietiche che inseguivano la colonna. Agirare era impossibile. Rimanere significava morire di fame e di freddo. Solo avanti, attraverso Nicolaevka, a ogni costo. Nasci riunì i comandanti, dispiegò una mappa. Signori, la situazione è critica. Nikolavka è fortificata, 6000 soldati sovietici. Un attacco frontale significa morire tutti, ma non c’è altra via.
Perciò attacchiamo. Domani all’alba la Tridentina sarà l’attacco principale. I battaglioni Tirano, Verona, Vestone, Valchiese saranno la prima ondata. I battaglioni Edolo, Valcamonica, la seconda, le unità tedesche e ungheresi copriranno i fianchi. L’obiettivo è sfondare attraverso il villaggio, raggiungere la strada a ovest, aprirsi la strada verso i nostri a Valuichi.
Domande? Reverbe richiese: “Supporto d’artiglieria. Nasci scosse la testa. Ci restano 12 pezzi. Proiettili per 10 minuti di fuoco. È tutto ciò che abbiamo. Reverberi a noi, quindi assalto alla baionetta vecchio stile nasci concordò. Sì, come nella prima guerra mondiale, con le baionette, con le armi bianche, corpo a corpo, non c’è altro modo.
Il comandante del tirano, il maggiore Giulio Martinat, si alzò. Generale, permetta al mio battaglione di andare per primo. Sfonderemo la difesa o moriremo provandoci. Nasci lo guardò con rispetto. Permesso accordato, maggiore, il tirano sarà la prima linea d’attacco. Dio sia con voi. Martinat salutò e uscì a preparare il battaglione.
La sera del 25 gennaio la colonna si fermò a 5 km da Nicolaevka. Si vedevano le luci del villaggio. Le truppe sovietiche non sapevano che gli italiani erano così vicini. o lo sapevano e si preparavano. Gli alpini allestirono un campo temporaneo, non accesero fuochi per non rivelare la loro posizione.
I soldati mangiarono la razione fredda, l’ultima. L’indomani non ci sarebbe stato cibo, solo la battaglia. Padre Gnocchi tenne una preghiera comune. 4000 alpini si inginocchiarono nella neve. Gnocchi alzò una croce e disse: “Signore, benedici questi uomini. Vanno in battaglia, molti non torneranno. Accogli le loro anime, dal loro coraggio, dal loro forza, dà loro la vittoria. Amen.
” 4000 voci risposero: “Amen”. Poi i soldati si sdraiarono per dormire. L’ultimo sonno prima della battaglia. Alcuni non dormirono, rimasero sdraiati a guardare il cielo stellato, a pensare. Il capitano Beviacqua scrisse una lettera a sua moglie, l’ultima, nel caso fosse morto l’indomani. Cara Laura, ti scrivo la notte prima della battaglia.
Domani attaccheremo le posizioni sovietiche. Le probabilità sono scarse. Potrei non tornare. Se questa lettera ti arriverà, significa che sono morto. Perdonami. Perdonami per averti lasciata sola. Perdonami per non vedere crescere i nostri figli. Ti amo. Ti ho sempre amata e ti amerò anche dopo la morte. Prenditi cura dei bambini, racconta loro di loro padre, di loro che è morto combattendo, che non si è arreso, che era un alpino.
Addio, amore mio. Bevi l’acqua, sigillò la lettera, la mise nella tasca interna dell’uniforme vicino al cuore, poi si sdraiò e chiuse gli occhi. Si addormentò. 26 gennaio 1943, ore 5 del mattino. Gli alpini si svegliarono nel buio. Non c’era ancora il sole, la temperatura era di 34° sotto zero. Il vento ululava nella steppa.
I soldati si alzarono, sgranchierono gli arti intorpiditi, controllarono le armi in silenzio. Non c’era nulla di cui parlare. Tutti sapevano che quello era il giorno decisivo. O avrebbero sfondato o sarebbero morti. Il sergente Ricci del tirano controllava il suo fucile, innestò la baionetta affilata, lucente.
Ricci non l’aveva mai usata in combattimento. Oggi l’avrebbe fatto corpo a corpo. Aveva paura, non della morte. si era rassegnato da tempo all’idea. Aveva paura del dolore, paura che la baionetta entrasse nel corpo, si incastrasse e dovesse essere strappata via. paura di guardare negli occhi l’uomo che stava uccidendo, ma non c’era scelta oggi uccidere o essere uccisi.
Il soldato greco era seduto sulla neve e piangeva piano, senza far rumore. Le lacrime gli scorrevano sul viso congelato. Non voleva morire. Aveva 18 anni, tutta la vita davanti. Voleva tornare a casa, sposarsi, avere dei figli. vivere, ma oggi sarebbe morto vicino a Nicolaevka nella neve, lontano da casa.
Greco pregava: “Signore, salvami, ti prego, non voglio morire, sono troppo giovane”. Ma Dio non rispondeva, solo il vento ululava nella steppa. 6 del mattino. Il generale Nasci passava in rassegna le truppe a cavallo, si fermava davanti a ogni battaglione, parlava brevemente, ma in modo incisivo. Soldati, oggi sfondiamo.
Davanti a noi c’è Nikolaevka. Le truppe sovietiche ci aspettano, sono fortificate, sono pronte, ma noi siamo alpini, siamo truppe da montagna, i migliori soldati d’Italia. Abbiamo sfondato le montagne, abbiamo assaltato fortezze, abbiamo vinto quando tutti lo ritenevano impossibile. Oggi lo faremo di nuovo. Sfonderemo Nicolayevka, raggiungeremo i nostri, sopravvivremo o moriremo provandoci, ma non ci arrenderemo.
Gli alpini non si arrendono. Avanti contro il nemico, per l’Italia, per i compagni, per la vita. I soldati gridavano: “Viva l’Italia! Viva gli alpini!” Il grido si diffuse nella steppa. I soldati sovietici a Nicolaevka lo sentirono. Capirono che gli italiani stavano arrivando. Si prepararono. 7 del mattino.
I primi raggi sole apparvero a est, l’alba. Il generale Reverberi, comandante della Tridentina, diede l’ordine: “Artiglieria, aprite il fuoco!”. I 12 pezzi italiani tuonarono, i proiettili volarono su Nicolaevka, esplosero alla periferia del villaggio, nelle trincee, sulle postazioni. I soldati sovietici si buttarono a terra, si ripararono.
Il bombardamento durò 10 minuti, poi i proiettili finirono, l’artiglieria tacque, calò il silenzio, solo il vento ululava. Reverberi alzò la mano, diede il segnale. Battaglione tirano avanti. 1200 alpini si alzarono da dietro la collina. Si schierarono in linea due file, la prima di 600 uomini, la seconda di 600. Il maggiore Martinà si mise in testa, alzò la sciabola, gridò: “Tirano! Avanti per l’Italia! E corse il battaglione lo seguì.
Correvano sulla neve, 600 m fino a Nicolaevka. L’artiglieria sovietica aprì il fuoco. I proiettili esplodevano tra le file degli alpini. Gli uomini cadevano a decine, a centinaia, ma la linea continuava a correre. 500 m. Le mitragliatrici sovietiche iniziarono a sparare, le Maxim crepitavano a raffiche.
I proiettili falciavano le file, gli alpini cadevano come spighe di grano, ma gli altri correvano. 400 m, 300. Martinà correva in testa, sciabola in pugno, gridava: “Avanti, non fermatevi!”. Un proiettile lo colpì alla spalla, barcollò, ma non cadde. Continuò a correre. Un secondo proiettile lo colpì al petto.
Martina cadde con la faccia nella neve, ucciso. Il comandante del tirano era morto nei primi minuti dell’attacco, ma il battaglione non si fermò. Un capitano, il vice di Martinà, prese il comando. Gridò: “Per il maggiore, vendetta!”. Gli alpini corsero più veloci, 200 m, 100. I soldati sovietici videro i volti degli italiani, emciati, congelati, ma determinati.
Quella gente non si sarebbe fermata. Andavano verso la morte, ma andavano a 30 m di distanza. Gli alpini gridarono: “Un urlo selvaggio, animalesco, un urlo di rabbia e di disperazione. Irruppero nelle trincee sovietiche. Iniziò il corpo a corpo, baionette, coltelli, calci di fucile, pale. Gli italiani combattevano come pazzi, uccidevano chiunque si trovasse sulla loro strada.
I soldati sovietici si batterono disperatamente, ma gli alpini facevano più paura perché non avevano nulla da perdere. O avrebbero scontato o sarebbero morti. Non c’era una terza via. Mezzogiorno il battaglione tirano aveva preso la prima linea di trincee sovietiche. Il prezzo 400 morti, più di un terzo del battaglione, ma avevano sfondato.
Occuparono le posizioni alla periferia di Nikolaevka, ma le truppe sovietiche non si ritirarono, tenevano il villaggio. Dalle case, dalle cantine, dalle rovine, sparavano le mitragliatrici. I cecchini sparavano dai solai. Gli alpini si buttarono a terra. iniziò un combattimento di posizione, estenuante, sanguinoso. Il capitano Bevilacqua e il suo battaglione Valchiese si avvicinarono alla seconda linea d’attacco.
Il tirano stava dissanguandosi alla periferia del villaggio. Bisognava supportarlo. Beviacqua ricevette l’ordine: attaccare il centro del villaggio, sfondare la difesa. riunì gli ufficiali. Signori, andiamo al centro di Nicolaevka. Sarà un inferno, ma passeremo o moriremo provandoci. Preparate gli uomini. 13. Il Valchiese si lanciò all’attacco.
800 uomini correvano attraverso un campo disseminato di cadaveri del Tirano. Saltavano sopra i corpi. L’artiglieria sovietica sparava contro di loro. I proiettili esplodevano vicino. La terra si sollevava in colonne, beviqua correva in testa, pistola in pugno. Gridava: “Avanti, non fermatevi!”. Una scheggia lo colpì a una gamba.
Cadde. Il tenente Viti gli corse incontro. Capitano bevi l’acqua fece un cenno. Vai, guida il battaglione, ti raggiungo. Viti annuì, corse avanti, gridava dietro al capitano, avanti! Bevilacqua si alzò, la gamba sanguinava, ma poteva camminare. Zoppicando seguì il battaglione. Il battaglione irruppe nel villaggio.
I combattimenti si svolgevano per le strade, casa per casa. Cantina per cantina, gli alpini snidavano i soldati sovietici con bombe a mano, raffiche di mitra, baglionette. I soldati sovietici si ritiravano lentamente, combattendo per ogni metro. Il sergente Ricci ruppe in una casa. Dentro c’erano tre soldati sovietici. Aprirono il fuoco.
Ricci si tuffò dietro un tavolo. I proiettili si conficcarono nel muro sopra la sua testa. Ricci tirò fuori una bomba a mano, tolse la sicura, la lanciò oltre il tavolo. Esplosione! Urla! Ricci balzò fuori da dietro il tavolo. Due soldati sovietici erano morti. Il terzo era ferito, giaceva a terra, gemendo. Ricci gli si avvicinò, alzò il fucile con la baionetta, guardò negli occhi il ferito, un ragazzo giovane, 19 anni, forse, come il soldato greco.
Richi esitò uccidere un ferito contro le regole di guerra, ma il ragazzo stava cercando di prendere la pistola alla cintura. Richi non esitò più. La baionetta fondò nel petto del ragazzo un solo colpo. Il ragazzo ebbe un sussulto. Si immobilizzò morto! Ricci estrasse la baionetta, guardò il sangue sulla lama, vomitò, uscì di corsa dalla casa, si sedette vicino a un muro, piane.
Aveva ucciso un uomo con la baionetta, non l’avrebbe mai dimenticato. Alle 14 i battaglioni Tirano e Valchiese avevano occupato un terzo del villaggio, ma le truppe sovietiche resistevano, si ritiravano lentamente, contrattaccavano, infligevano perdite. Gli alpini subivano perdite enormi. Dei 2000 uomini che avevano iniziato l’attacco ne restavano circa 1200, 800 tra morti e feriti in 7 ore di combattimento.
Era un mattatoio. Il generale Reverbery era sulla collina a osservare con il binocolo. Vedeva i suoi soldati morire nel villaggio. Capiva che continuando così entro sera la tridentina sarebbe stata completamente annientata. Bisognava cambiare qualcosa. Serviva un colpo decisivo. Ma quale? Non c’erano riserve.
Tutti i battaglioni erano già in combattimento, non c’era artiglieria. I proiettili erano finiti. Restavano solo gli uomini. Esausti, congelati, ma ancora pronti a combattere, Reverbery prese una decisione. Avrebbe mandato le ultime riserve, i battaglioni Edolo e Valcamonica. 2000 uomini, l’ultimo colpo, tutto o niente.
Se non avessero sfondato, sarebbe stata la fine. Tutti sarebbero morti lì, ma non c’era altra via. 15. Reverbery diede l’ordine. Battaglioni Edolo e Valcamonica, prepararsi all’attacco. Sarete gli ultimi. È il colpo decisivo. Se sfondate la difesa, salverete tutti, senò moriremo tutti. Credo in voi. Gli alpini non deludono. Avanti.
Il comandante dell’edolo, il colonnello Carlo Battagli, schierò il battaglione. Mille uomini. Passò in rassegna le file, guardò i volti dei soldati. e maciati, congelati, ma gli occhi ardevano, erano pronti. Battagli si mise di fronte alla truppa, tenne un breve discorso. Soldati, siamo gli ultimi. Tutta la speranza è riposta in noi.
Se sfondiamo, la colonna passerà, sennò moriremo tutti. Perciò sfonderemo a ogni costo, anche se dovremmo morire fino all’ultimo. Siamo alpini, non ci arrendiamo. Avanti contro il nemico. 16. Il battaglione edolo si lanciò all’attacco. 1000 uomini correvano verso Nicolaevka. L’artiglieria sovietica sparava contro di loro, le mitragliatrici crepitavano, ma gli alpini non si fermavano.
Correvano sopra i cadaveri dei compagni, attraverso le trincee distrutte. irruppero nel villaggio, si unirono ai battaglioni Tirano e Valchiese. Ora nel villaggio combattevano 2200 alpini contro 4.000 soldati sovietici. Il rapporto era ancora sfavorevole, ma gli alpini erano più disperati. Il colonnello battagli marciava in testa al suo battaglione, pistola in pugno.
Vedeva i suoi soldati combattere per le strade, morire, vincere. Era orgoglioso di loro. Erano i migliori soldati che avesse mai comandato. Un proiettile lo colpì all’addome. Battagli si piegò in due, cadde in ginocchio. Gli ufficiali gli corsero incontro. Colonnello! Battagli fece un cenno. Lasciatemi, guidate il battaglione, sfondate, è un ordine. Gli ufficiali esitarono.
Battagli gridò: “È un ordine, andate”. Gli ufficiali salutarono, corsero avanti. Battagli rimase solo. Seduto sulla neve si teneva l’addome. Il sangue fluiva tra le dita. Capiva che era una ferita mortale, sarebbe morto lì, ma il suo battaglione avrebbe sfondato. Ci credeva. 17. Il sole tramontava.
Presto sarebbe stato buio. La battaglia a Nicolaevka durava da 10 ore. Gli alpini avevano occupato metà del villaggio, ma le truppe sovietiche resistevano, non si ritiravano. Il comandante della 48ª divisione Fucilieri della Guardia Sovietica, il colonnello Cravcchenko, era un ufficiale esperto. Capiva che gli italiani erano disperati, sarebbero andati fino in fondo, ma anche i suoi soldati non si sarebbero arresi.
Quella era la loro terra. Difendevano la patria, sarebbero morti, ma non avrebbero lasciato passare il nemico. Cravcchenko passava tra le posizioni, incoraggiava i soldati. Tenete duro, non ritiratevi, sono stanchi, sono esausti, ancora un po’ eccederanno. I soldati sovietici annuivano, combattevano valorosamente, ma le perdite erano enormi.
Dei 6000 che difendevano il villaggio al mattino, ne restavano circa 3000. 3000 tra morti e feriti in 10 ore. Era un mattatoio per entrambe le parti. Il generale Reverbery capiva che l’attacco si stava esaurendo, gli alpini si stavano dissanguando. Dei 4.000 che avevano iniziato l’assalto al mattino, ne restavano circa 1500 in grado di combattere.
2500 tra morti e feriti. Perdite catastrofiche. Ma se si fossero fermati ora sarebbe stato tutto inutile. Serviva un ultimo colpo decisivo. Reverberi prese una decisione. Avrebbe guidato lui stesso le truppe rimaste personalmente. Un generale all’attacco avrebbe ispirato i soldati, avrebbe dato loro la forza per l’ultimo sforzo.
Reverbe riscese dalla collina, si avvicinò ai comandanti di battaglione che combattevano nel villaggio, li riunì per un rapido consiglio in mezzo a una strada. Intorno esplodevano proiettili, fischiavano pallottole, ma il generale era calmo. Signori, assaltiamo da 10 ore. Le perdite sono enormi, ma non abbiamo ancora sfondato. I sovietici resistono.
Serve un ultimo colpo. Guiderò io stesso l’attacco. Radunate tutti coloro che possono tenere un’arma. I feriti in grado di camminare, gli artiglieri, i salmerieri, tutti. Attaccheremo il centro del villaggio. Un massiccio assalto alla baionetta, un’onda umana. Sfonderemo o moriremo. Preparate gli uomini. I comandanti si dispersero.
Mezz’ora dopo radunarono circa 2000 uomini. Erano tutti quelli che potevano ancora combattere. Alpini, tedeschi, ungheresi, feriti, bendati, zoppicanti, ma tutti armati, tutti pronti a partire. Reverbery si mise di fronte a loro, alzò la sciabola, tenne il discorso più breve della sua vita. Soldati, l’ultimo assalto per l’Italia, per i compagni, per la vita.
Tridentina avanti e corse per primo. Il generale corse per primo all’attacco. 2000 soldati lo seguirono, gridavano un urlo selvaggio, un urlo di disperazione e di rabbia. Correvano per le strade di Nikolaevka verso il centro del villaggio. I soldati sovietici videro quella marea. 2000 uomini che correvano con le baionette alzate gridando come pazzi.
Era spaventoso. I soldati sovietici vacillarono. Alcuni iniziarono a ritirarsi, ma gli ufficiali gridavano: “Tenete la posizione, fuoco!” Le mitragliatrici aprirono il fuoco sugli attaccanti. Gli alpini cadevano a decine, a centinaia, ma l’onda continuava a correre. Reverberi correva in testa, sciavola in pugno, non sparava, correva e basta, guidava i soldati.
Un proiettile lo colpì a un braccio, la sciabola gli cadde di mano. Reverbery la raccolse con la sinistra. Continuò a correre. Un secondo proiettile lo colpì a una gamba. Reverbery cadde. I soldati gli corsero incontro. Generale Reverberi gridò. Correte, non fermatevi, avanti! I soldati corsero avanti. Reverbery rimase a terra sulla neve.
Due ferite, ma non mortali. sarebbe sopravvissuto se i soldati avessero sfondato. L’onda si abbattè sulle posizioni sovietiche, 2000 contro 1500. I soldati sovietici non ressero. Iniziarono a ritirarsi prima uno per uno, poi a decine, poi a centinaia. La ritirata si trasformò in una fuga. Gli italiani ir ruppero nel centro del villaggio, catturarono il quartier generale della divisione sovietica.
Il colonnello Crafchenko ordinò la ritirata. Abbandonare il villaggio, ritirarsi alla periferia ovest, riorganizzarsi. Le truppe sovietiche iniziarono una ritirata organizzata. 18. Gli alpini occuparono il centro di Nicolaevka. Ma la battaglia non era finita. Le truppe sovietiche tenevano la periferia ovest.
La strada verso ovest era ancora bloccata. Bisognava scacciare i sovietici da lì, ma non c’erano più forze. Dei 2000 che avevano iniziato l’ultimo attacco, ne restavano circa 800. 1200 tra morti e feriti in un’ora. Era stata una carneficina. Il comando fu assunto da un colonnello del battaglione Verona, l’ultimo ufficiale superiore rimasto in piedi, riunì i comandanti di compagnia.
Signori, dobbiamo scacciare i sovietici dalla periferia ovest, altrimenti la colonna non passerà. Abbiamo 800 uomini, loro ne hanno circa 1000. Il rapporto è sfavorevole, ma siamo alpini. Non ci arrendiamo. Attacchiamo tra 15 minuti. Preparate gli uomini. 18:15. 800 alpini si lanciarono all’ultimo assalto. Era la fine.
O avrebbero sfondato o sarebbero morti tutti. Corsero verso la periferia ovest. I soldati sovietici li accolsero con il fuoco, ma gli alpini non si fermavano. Correvano, sparavano, lanciavano bombe a mano. Irruppero nelle posizioni sovietiche, corpo a corpo, baglionette, coltelli, calci di fucile. L’ultima battaglia, la più sanguinosa.
Il sergente Ricci combatteva contro un soldato sovietico. Baglionetta contro baglionetta. Colpo, parata, colpo. Ricci era più veloce. La sua baglionetta affondò nell’addome del nemico. Il soldato sovietico cadde. Ricci estrasse la baglionetta, si guardò intorno. Intorno a lui combattevano decine di coppie, italiani e russi.
Si uccidevano a vicenda. Era l’inferno. 20 minuti dopo i soldati sovietici fuggirono, non ressero. Troppe perdite, un nemico troppo disperato. Si ritirarono dal villaggio a ovest, nella steppa. Gli italiani non li inseguirono, non avevano le forze. Rimasero sulla periferia ovest di Nicolaevka a guardare i sovietici allontanarsi.
La strada era aperta, lo sfondamento era riuscito. 19. Buo. La battaglia di Nikolaevka era finita. Gli alpini avevano occupato il villaggio. Il prezzo era stato terribile. Dei 4.000 alpini che avevano assaltato il villaggio al mattino, ne restavano circa 600 in grado di combattere. 3400 tra morti e feriti, l’85% di perdite.
La tridentina era stata annientata come unità combattente, ma lo sfondamento era riuscito. La strada verso ovest era aperta, la colonna poteva passare. Il generale Nashi entrò a cavallo nel villaggio, passò in rassegna le posizioni, guardò i cadaveri sparsi per le strade, italiani, russi, migliaia di cadaveri, sangue sulla neve, case distrutte. Era uno spettacolo infernale.
Nasci trovò Reverberi. Il generale era trasportato in barella, due ferite. Era pallido ma cosciente. Nasci smontò da cavallo, si avvicinò alla barella. Luigi, sei vivo? Reverbery sorrise debolmente. Vivo, generale, e abbiamo sfondato. La strada è aperta. Nasci a Nui? Sì, al prezzo di una divisione.
3500 perdite, ma abbiamo sfondato. Sei un eroe, Luigi. Hai salvato la colonna. Reverbe riscosse la testa. Non io, loro, i soldati, gli alpini, hanno combattuto, sono morti, hanno sfondato. Io li ho solo guidati. Sono loro i veri eroi. Nashi mise una mano sulla spalla di Reverberi. Sì, sono eroi e li ricorderemo sempre. Reverbe richiuse gli occhi, perse conoscenza.
Nasci ordinò: “Portate il generale in infermeria, i migliori medici, deve sopravvivere”. Nashi ordinò alla colonna di attraversare Nikolaevka. 36.000 uomini, i resti dei 40.000 che avevano iniziato lo sfondamento 10 giorni prima. 4.000 erano morti in combattimento e di freddo. La colonna iniziò a passare attraverso il villaggio.
I soldati camminavano in silenzio, guardavano i cadaveri dei compagni sparsi per le strade, le case distrutte, il sangue sulla neve. Molti piangevano, capivano che quegli uomini erano morti perché loro potessero passare. Gli alpini si erano sacrificati per salvare la colonna. Il capitano Bevilacqua era seduto vicino al muro di una casa distrutta. La gamba era fasciata.
La ferita non era grave, sarebbe sopravvissuto. Accanto a lui c’erano i resti del suo battaglione, il Val Chiese. Degli 800 che avevano iniziato l’assalto ne restavano 112, quasi 700, tra morti e feriti. Bevi l’acqua guardava i suoi soldati e maciati, insanguinati, ma vivi. erano sopravvissuti per miracolo, per fortuna, per destino.
Beviqua non lo sapeva, ma erano vivi e questo era l’importante. Il tenente Viti si avvicinò a Bevilacqua. Capitano, ordine del generale, la colonna prosegue, anche noi. Bevi l’acqua si alzò. Bene, raduna il battaglione. Andiamo. Viti lo aiutò ad alzarsi. Bevi l’acqua zoppicava, ma poteva camminare. Il battaglione si schierò.
112 uomini, resti patetici, ma erano alpini, erano sopravvissuti, continuavano a marciare. La colonna attraversò Nicolaevka e si diresse a ovest, sulla strada per Valuiki. Mancavano 40 km alle posizioni tedesche, due giorni di marcia. I soldati camminavano in silenzio, troppo stanchi per parlare. Camminavano e basta, automaticamente, un piede davanti all’altro, ancora e ancora.
27 gennaio, Alba. La colonna aveva percorso 20 km. Si fermarono per una sosta. I soldati crlarono sulla neve, si addormentarono all’istante, dormirono due ore, poi la sveglia, di nuovo in marcia, altri 20 km. La sera del 27 gennaio la colonna raggiunse le posizioni tedesche vicino a Valuiki.
I soldati tedeschi li accolsero, diedero loro cibo, acqua, vestiti caldi. Gli italiani erano salvi. Dei 40.000 uomini che avevano iniziato lo sfondamento dell’accerchiamento il 17 gennaio. 15.000 raggiunsero le posizioni tedesche, 25.000 rimasero nelle nevi congelati, feriti, dispersi. Nicolaevka era costata alla colonna più di metà dei suoi effettivi.
La tridentina aveva perso 3500 uomini solo nella battaglia del 26 gennaio. Perdite catastrofiche. Ma lo sfondamento era riuscito. La colonna era salva. Gli alpini avevano compiuto la loro missione al prezzo della loro stessa vita. I medici tedeschi allestirono un ospedale da campo. Accoglievano i feriti. Erano migliaia.
feriti gravi, congelati, esausti. I medici lavoravano 24 ore su 24, operavano, amputavano arti congelati, medicavano le ferite. Molti morivano sul tavolo operatorio. L’organismo non reggeva, troppo indebolito, troppo esausto. Il generale Reverberi fu operato per tutta la notte, due ferite, a un braccio e a una gamba. I proiettili furono estratti.
Le ferite ricucite sopravvisse. Quando al mattino si svegliò dall’anestesia, la prima cosa che chiese fu: “La colonna è passata?” Il medico annuì: “Sì, generale, è passata. Li ha salvati”. Reverbe richiusa gli occhi. Lacrime gli scorrevano sulle guance. Non io, gli alpini si sono salvati da soli. Il capitano Bevilacqua era in una tenda tedesca a bere una zuppa calda.
Il primo pasto caldo in 11 giorni. Piangeva mentre mangiava, di sollievo, di stanchezza, per il dolore della perdita. Accanto a lui c’erano i resti del suo battaglione, 112 uomini su 800. Piangevano anche loro in silenzio. Sedevano e piangevano. Un ufficiale tedesco si avvicinò a Bevia l’acqua. Capitano, lei è un eroe.
Lei e i suoi uomini avete compiuto l’impossibile. Avete sfondato l’accerchiamento sovietico. Non credevamo che qualcuno sarebbe sopravvissuto. Bevi l’acqua lo guardò. Non siamo eroi. Volevamo solo vivere e abbiamo camminato attraverso la neve, attraverso la morte. Abbiamo solo camminato perché non c’era scelta. 28 gennaio 1943 i resti della colonna venivano caricati sui treni.
Il comando tedesco aveva ordinato di evacuare gli italiani nelle retrovie. Non potevano più combattere, erano distrutti fisicamente e moralmente, avevano bisogno di riposo, di cure, di recupero. I treni li portarono a ovest, in Ucraina, in Polonia, poi in Italia. Il sergente Ricci era seduto in un vagone merci e guardava attraverso una fessura tra le assi.
La Russia si allontanava. Quell’inferno rimaneva alle spalle. era sopravvissuto perché non lo sapeva. Fortuna, destino, volontà di Dio. Accanto a lui c’era il soldato greco, 18 anni, il viso congelato, le dita di entrambe le mani amputate, invalido a vita, ma vivo. Greco guardava le sue mani fasciate e piangeva. Cosa farò senza dita? Non potrò lavorare, non potrò sposarmi? Chi vorrà uno storpio? Ricci gli mise una mano sulla spalla.
Sei vivo, ragazzo, è l’importante. Tornerai a casa dalla tua famiglia. Saranno felici di vederti anche senza dita. In un altro vagone c’erano i feriti gravi. Il colonnello Battagli, comandante dell’Edolo, stava morendo. La ferita all’addome si era rivelata mortale, peritonite. I medici non potevano fare nulla. Battagli era sdraiato su una barella e delirava.
Vedeva i suoi soldati, attaccavano Nicolaevka, cadevano sotto i proiettili. gridava loro, avanti, non fermatevi, sfondate! Il cappellano gnocchi era seduto accanto a lui, teneva la mano di battagli, pregava. Signore, accogli l’anima di questo guerriero. Ha combattuto valorosamente, muore per i suoi compagni, dagli la pace eterna.
Battaglie aprì gli occhi, guardò gnocchi, sussurrò. Padre, abbiamo sfondato Gnocchi annuì. Sì, colonnello, abbiamo sfondato. La colonna è salva grazie a lei e al suo battaglione. Battagli sorrise debolmente. Bene, allora non è stato invano, non sono morti invano. Chiuse gli occhi, espirò, non inspirò più.
Morto, Gnocchi lo benedisse. Riposa in pace, guerriero. 3 febbraio 1943, stazione di Torino, Italia. Il treno con gli alpini sopravvissuti arrivò al mattino. Sul binario si era raddunata una folla. Migliaia di persone, le famiglie aspettavano. Quando i vagoni si aprirono, la folla rimase senza fiato. Non erano i giovani partiti un anno prima, erano fantasmi, magri, malati, mutilati, senza dita, senza orecchie, con le stampelle.
La folla rimase in silenzio. Poi iniziarono le grida. Le donne cercavano i mariti, le madri e i figli. La signora Maria Bevilacqua era sul binario e aspettava suo marito, il capitano Nino. Vedeva i soldati scendere, decine, centinaia. Dov’era Nino? Iniziava a farsi prendere dal panico e poi lo vide. Scese dal vagone lentamente, zoppicando, ferito a una gamba, ma vivo.
Maria gridò: “Mino!” Lui si voltò, la vide. Corsero l’uno verso l’altra. Si abbracciarono. Maria piangeva. Sei vivo, sei vivo. Nino era in silenzio, non riusciva a parlare, aveva un nodo alla gola, teneva stretta sua moglie e piangeva. Lì vicino un’altra scena. La madre del sergente Ricci cercava suo figlio. Chiedeva a ogni soldato che scendeva: “Conosce Pietro Ricci del Battaglione tirano? Qualcuno annuiva, qualcuno scuoteva la testa. Finalmente lo vide.
Scese dall’ultimo vagone e maciato con un bastone, ma vivo. Lei corse, Pietro! Lui si voltò. Mamma! Si abbracciarono. La madre piangeva così forte da non riuscire a parlare. Teneva stretto suo figlio e piangeva. Ma c’era chi non trovò nessuno. I genitori del soldato Morettini, quello che si era seduto sulla neve e non si era più alzato il quarto giorno di marcia.
Erano sul binario e aspettavano. I vagoni si svuotarono. Morettini non c’era. Un ufficiale si avvicinò a loro. Signore e signora Morettini, loro annuirono. Vostro figlio è disperso. Il 22 gennaio durante la marcia è rimasto indietro. Le mie condoglianze. La madre si sedette su una panchina, non piangeva, rimase semplicemente seduta sotto sciocca.
Il padre era in piedi accanto a lei, stringeva i pugni. Loro figlio era da qualche parte nelle nevi della Russia, congelato, solo. Non avrebbero mai trovato il suo corpo. Marzo 1943, ospedale militare di Milano. Il generale Reverberi era in una stanza e leggeva il rapporto ufficiale sulle perdite.
Il corpo d’armata alpino inviato in Russia nell’agosto 1941 era composto da 60.000 uomini ne erano tornati 11.000, 49.000 non erano tornati. L’82% di perdite era una catastrofe, la peggiore sconfitta degli alpini in tutta la loro storia. Reverbery chiuse il fascicolo, lo mise sul comodino, chiuse gli occhi. 49.000 Non erano numeri, erano persone.
I suoi soldati, quelli che aveva guidato, quelli che aveva perso. Comandava la tridentina. 12.000 uomini ne erano tornati 2000. 10.000 erano morti. Ne aveva salvati due, ne aveva persi 10. Era colpa sua, era il comandante, era responsabile. Venne a trovarlo uno psichiatra, un medico militare specializzato in traumi di guerra. Si sedette vicino al letto.

Generale, come si sente? Reverbery lo guardò. Fisicamente bene, le ferite guariscono, ma la testa il medico annuì. Incubi, reverberi annuì. Ogni notte Nicolaevka li vedo morire, cadere sotto i proiettili, urlare. Mi sveglio sudato freddo ogni notte. Il medico prendeva appunti. È una reazione normale a un trauma.
Ha vissuto l’inferno. Il suo cervello sta cercando di elaborarlo. Gli incubi fanno parte del processo. Con il tempo diminuiranno. Reverber scosse la testa. No, non se ne andranno mai. Nikolaevka resterà con me per sempre fino alla morte. Il medico non discusse, sapeva che il generale aveva ragione.
Traumi del genere non guariscono, rimangono per sempre, nei sogni, nella memoria, nell’anima. Giugno 1943, Roma. Mussolini incontrò il feld maresciallo tedesco Kesselring. Discussero la situazione sui fronti. Kesselring fu diretto. Duce, l’esercito italiano non è più in grado di combattere. L’ottava armata è stata annientata in Russia. Perdite, 100.
000 uomini. I superstiti sono demoralizzati, non vogliono combattere. Non possiamo fare affidamento su di loro. Mussolini gridò: “È una menzogna. L’esercito italiano ha combattuto valorosamente. Gli alpini hanno mostrato un coraggio incredibile. Hanno sfondato l’accerchiamento sovietico. È una vittoria. Kesselring scosse la testa.
Duce con rispetto. Non è una vittoria, è una catastrofe. Dei 60.000 alpini ne sono tornati 11.000. 49.000 sono morti. Non è una vittoria, è una disfatta. Mussolini scagliò un fascicolo sulla scrivania. Cosa proponete? Kesselring rispose: “Ritirare completamente le truppe italiane dal fronte orientale, usarle per la difesa dell’Italia.
Gli alleati stanno preparando uno sbarco in Sicilia. Abbiamo bisogno di tutte le forze qui, non in Russia”. Mussolini esitò a mettere la sconfitta in Russia, un suicidio politico, ma non aveva scelta. L’esercito italiano in Russia era stato annientato. Le unità rimaste non potevano combattere, bisognava evaccuarle.
Luglio 1943, le ultime unità italiane lasciarono il fronte orientale. La campagna di Russia era finita. I risultati erano terrificanti. Dei 157.000 italiani inviati in Russia ne tornarono 57.000, 100.000. Non tornarono. Il 64% di perdite, la peggiore sconfitta dell’esercito italiano dalla prima guerra mondiale. Settembre 1943.
L’Italia uscì dalla guerra, firmò l’armistizio con gli alleati. Mussolini fuosto. Il re Vittorio Emanuele e il maresciallo Badoglio fuggirono a sud sotto la protezione alleata. La Germania occupò il Nord Italia, iniziò la guerra civile. Fascisti contro partigiani, tedeschi contro alleati. Gli alpini tornati dalla Russia si trovarono di fronte a una scelta: servire la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, un fantoccio dei tedeschi, unirsi ai partigiani o semplicemente disertare e tornare a casa. La maggior
parte scelse la terza opzione. Tornarono alle loro case, sulle montagne, si nascosero, non volevano più combattere, avevano visto abbastanza morte in Russia. Il capitano Bevilacqua disertò, lasciò l’esercito nel settembre 1943, tornò al suo paese natale sulle Alpi, vi si nascose fino alla fine della guerra.
I tedeschi cercavano i disertori, ma sulle montagne non potevano trovarli. Bevilacqua visse con i suoi genitori, li aiutava in fattoria, cercava di dimenticare la guerra, ma non ci riusciva. Ogni notte vedeva Nikolaevka. Il sergente Ricci si unìa ai partigiani. Non poteva restare a casa mentre il paese era in fiamme.
Combattè in una brigata partigiana sulle montagne del Piemonte. Faceva saltare i treni tedeschi, attaccava i convogli, liberava i prigionieri. Combattè fino all’aprile 1945, quando la guerra finì, sopravvisse di nuovo per la terza volta. La Russia non l’aveva ucciso, Nikolaevka non l’aveva ucciso, la guerra partigiana non l’aveva ucciso.
Era immortale o solo fortunato, non lo sapeva. Il generale Reverberi si rifiutò di servire i fascisti, rimase fedele al re, si unì agli alleati a sud, comandò le unità italiane che combattevano a fianco degli alleati contro i tedeschi. combattè fino alla fine della guerra. Voleva riscattare la sconfitta in Russia. Voleva dimostrare che gli italiani potevano combattere, che gli alpini non erano stati spezzati.
Maggio 1945 la guerra finì. La Germania capitolò, l’Italia era in rovina, l’economia era al collasso. Un milione di italiani erano morti in guerra. Il paese era diviso, il nord distrutto dai combattimenti, il sud occupato dagli alleati. Bisognava ricostruire, costruire una nuova Italia. I veterani alpini tornarono a casa, cercarono di iniziare una nuova vita, trovare un lavoro, sposarsi, avere dei figli, vivere, ma il passato non li lasciava andare. Gli incubi continuavano.
Bevilacqua ogni notte vedeva Nicolaevka. Ricci vedeva il compagno Morettini sedersi nella neve. Non potevano dimenticare, la Russia era con loro per sempre. Lo Stato italiano non aiutò i veterani. Non c’erano programmi di assistenza, niente indennizzi, nemmeno un riconoscimento del loro sacrificio, perché la campagna di Russia era una vergogna, una sconfitta, una catastrofe.
Lo Stato voleva dimenticare, seppellire quella pagina di storia e i veterani con essa. Bevi l’acqua, cercò di ottenere la pensione di invalidità, ferito a una gamba. zoppicava, non poteva lavorare bene. Fece domanda, rifiutata, ferita non abbastanza grave, fece ricorso, ancora un rifiuto. Si arrese, lavorò nella fattoria dei genitori, arrivava a malapena a fine mese.
Sposò Maria, ebbe due figli, visse modestamente, in silenzio, non parlò mai della guerra, troppo doloroso. anni 50-60 i veterani iniziarono a riunirsi, fondarono associazioni, si incontravano, ricordavano, cercavano commilitoni. Nel 1959 uscì il libro di Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Memorie della campagna di Russia, della marcia della morte di Nikolaevka.
Il libro divenne un bestseller. Gli italiani leggevano e scoprivano la verità. Nikolaje non era stata la vittoria eroica decantata dalla propaganda fascista. Nikolaevka era stata una tragedia. Bevilacqua lesse il libro, piane. Rigoni descriveva ciò che Bevi l’acqua aveva vissuto, ciò di cui Bevi l’acqua non riusciva a parlare.
Rigoni raccontava la loro storia, la storia dei 49.000 alpini caduti. Bevi l’acqua scrisse una lettera a Rigoni. Grazie. Lei ha detto ciò che noi non riuscivamo. Ha raccontato la verità. Nel 1993, per il 50º anniversario di Nicolaevka, un gruppo di veterani andò in Russia a visitare il luogo della battaglia. Erano 23, età media 78 anni.
Tra loro bevi l’acqua. Ricci, reverberi erano su quella collina dove 50 anni prima era iniziato l’attacco. Guardavano il villaggio, era cambiato, case nuove, asfalto, ma il luogo era lo stesso. Gli abitanti del posto eressero un monumento, un obelisco di pietra, una scritta in russo e in italiano. Qui il 26 gennaio 1943 combatterono e morirono i soldati del corpo d’armata alpino italiano e della 48ª divisione fucilieri della guardia dell’Armata Rossa.
Eterna memoria ai caduti di entrambe le parti. [musica] I veterani deposero dei fiori, rimasero in silenzio, molti piangevano. Bevilacqua si avvicinò all’obelisco, appoggiò una mano sulla pietra, sussurrò: “Compagni, siamo tornati, sono passati 50 anni, ma vi ricordiamo tutti, ognuno di voi, siete morti qui perché noi potessimo vivere.” Grazie.
Riposate in pace. Rimase lì a lungo, poi si voltò verso il gruppo. Andiamo, è ora. Lasciarono la collina, ma lasciarono lì una parte di sé, una parte che sarebbe rimasta per sempre nelle neviolaevka. Anni 2010, gli ultimi veterani di Nicola Yevka morivano. Bevilacqua morì nel 2008, a 92 anni. Ricci nel 2011 a 95, Reverberi nel 1987 a 84.
Entro il 2020 non era rimasto nessun superstite. Erano tutti morti. L’epoca era finita, ma la memoria è viva. Ogni anno, il 26 gennaio, in Italia si tengono cerimonie commemorative. Gli alpini si radunano presso i monumenti, depongono fiori, un minuto di silenzio per i 49.000 che non sono tornati dalla Russia, per coloro che assaltarono Nikolayevka, per coloro che morirono nella neve.
I nipoti e i pronipoti dei veterani vengono alle cerimonie, portano le foto dei nonni, raccontano le loro storie, trasmettono la memoria alle generazioni successive. Marta Bevilacqua, nipote del capitano Nino, viene ogni anno alla cerimonia di Torino. Porta una foto del nonno in uniforme alpina, racconta a sua figlia di lui.
Il tuo bisbisnonno era un eroe, ha attraversato l’inferno, è sopravvissuto e noi viviamo grazie a lui. Ricordalo. Oggi a 82 anni da Nicolaevka, sulle Alpi italiane ci sono i monumenti agli alpini. in ognuno dei nomi, migliaia di nomi di coloro che non sono tornati dalla Russia. A Nicolaevka, sulla collina da cui partì l’assalto, c’è un grande obelisco.
Accanto un museo, foto dei soldati, lettere a casa, oggetti personali, armi, la storia della battaglia. Studenti russi e italiani vengono in visita. scoprono che il 26 gennaio 1943 qui 4.000 italiani combatterono contro 6.000 soldati sovietici. La battaglia durò 14 ore. Morirono circa 3.500 italiani e 2000 sovietici. Perdite totali 5500 uomini per un villaggio in un solo giorno.
Gli studenti ascoltano e capiscono la guerra non è un gioco. La guerra è morte. 5500 famiglie persero figli, padri, fratelli in un solo giorno, in un solo luogo. È una tragedia per tutti, italiani e russi. Nikolayevka è diventata un simbolo, simbolo del coraggio degli alpini, ma anche simbolo dell’insensatezza della guerra. 49.000 italiani morirono in Russia.
Perché? Per cosa? per le ambizioni di Mussolini, per l’alleanza con Hitler, per la folle avventura dell’invasione dell’URS. Non morirono, non morirono per una grande idea, morirono per l’errore di un dittatore. I veterani dicevano sempre, ricordate Nicolaevka, non come una vittoria, come una lezione, una lezione sul fatto che la guerra è un inferno e va evitata.
Oggi, a 82 anni di distanza, questa lezione è più attuale che mai. Il mondo è fragile, le guerre continuano, la gente continua a morire, ma il ricordo di Nicolaevka ci ricorda che ogni guerra è una tragedia, ogni morte è una perdita. Ogni soldato è il figlio, il marito, il padre di qualcuno. Ricordate gli alpini di Nicolaevka? Ricordate i 49.
000, Ricordate che hanno pagato un prezzo terribile e che il loro sacrificio ci insegni ad apprezzare la pace, a custodire la pace, a difendere la pace, perché non ci siano mai più altre nikolaevka. Ok.
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