Per capire quello che accadde in quei due giorni di gennaio, devi capire dove si trovava la Sicilia orientale. Alla fine del seico. Era un territorio ricco e antico sotto il dominio della corona spagnola da quasi due secoli. Le sue città, Catania, Siracusa, Noto, Ragusa, Modica, erano centri commerciali e culturali di tutto rispetto nell’economia mediterranea.
Catania aveva circa 18.000, 9.000, 20.000 abitanti. Le stime dell’epoca variano ed era già uscita da una prova feroce 24 anni prima, quando l’eruzione dell’Etna del 1669 aveva coperto il porto di lava e distrutto una parte della città. Avevano ricostruito, avevano sopravvissuto, erano convinti di saper come si fa, erano convinti soprattutto che le loro chiese di pietra, con le loro volte pesanti, i loro muri spessi, le loro torri, fossero solide.
erano convinti che la solidità proteggesse. La Sicilia orientale siede su una delle zone tettonicamente più instabili del Mediterraneo, la collisione tra la placca africana e quella eurasiatica, in un punto in cui la crosta terrestre non ha mai smesso di muoversi. Nel corso dei secoli documentati l’isola aveva già subito terremoti catastrofici nel 1169 e nel 1542.
Ma quei momenti appartenevano ai secoli, non alle vite. Si erano sedimentati nella leggenda, non nella paura vera, quella che cambia il modo in cui costruisci le case. E così le case erano rimaste quelle che erano torri di pietra con strade così strette che due persone potevano toccarsi i gomiti passandosi accanto.
Vicoli medievali progettati per la difesa, non per la fuga. Il 9 gennaio era un venerdì. Alle 5:00 di notte, le 4:30 in orario che oggi convertiamo in tempo medio di Greenwich, una prima scossa svegliò la Sicilia orientale. Magnitudo stimata intorno al 6 della scala Ricter, epicentro tra Melilli e Sortino, intensità che raggiunse l’ottavo o nono grado della scala Mercalli.
A Catania crollarono alcune abitazioni private, 16 morti secondo le cronache, 16 morti su una popolazione di quasi 20.000 persone. La gente uscì nelle strade, aspettò, pregò. Qualcuno guardò l’Etna, come aveva imparato a fare da generazioni, pensando che quella fosse la spiegazione, il vulcano che si muoveva nel ventre della Terra, come aveva già fatto, come aveva sempre fatto.

Una fonte dell’epoca annota che la città di Aci, poco più a nord, giudicò che il tremore fosse effetto del monte Etna, come altre volte è successo, e lo stimò nulla, perché non aveva causato danni nel suo territorio. Il sabato passò. Qualche replica, niente di drammatico. La logica più naturale del mondo, il peggio è già passato, prese il sopravvento.
La domenica mattina le chiese erano piene. Poi alle 21:00 di domenica 11 gennaio 1693 le 13:30 in orario GMT accadde. La scossa principale durò pochi secondi. Quanto durò esattamente? Nessun documento lo dice con precisione, non esistevano strumenti per misurarlo e chi era lì fuori non stava guardando l’orologio.
Quel che è certo è la magnitudo momento 7,3 secondo il catalogo parametrico dei terremoti italiani dell’inflanto. Alcune stime arrivano a 7,4 7,5. Quello che è certo è che si tratta del terremoto più forte mai registrato nell’intero catalogo sismico italiano. Un record che oltre tre secoli dopo nessun altro evento ha con Rossi ancora superato.
L’und1º grado della scala Mercalli su 12, devastazione quasi totale su una superficie di 5600 km². A Catania quasi 12.000 morti su 19, 20.000 abitanti, il 63%. Non uno su 10, non uno su cinque, più di uno su due. Una città dove quella mattina di domenica in ogni famiglia c’era qualcuno che non avrebbe mangiato cena.
A Ragusa 5052 morti su circa 10.000 abitanti, il 51%. Ad Augusta 1450 su 5000, il 30%. A Noto 3.000 su 12.000 il 25%. A Siracusa 3000 ceto su 15.000 il 23%, a Modica 3.500 su 18.000 il 19%. Per dare forma a questi numeri è come se ogni città colpita avesse perso tra un quarto e i due propri abitanti nello spazio di qualche decina di secondi, senza alcuna distinzione tra nobili e contadini, tra anziani e bambini, tra chi stava dormendo e chi stava pregando in cattedrale.
Il censimento ufficiale redatto nel maggio del 1693, 4 mesi dopo, contava 54.000 morti. Alcune stime coeve, tra cui quella presentata dai senatori di Siracusa al Consiglio Supremo d’Italia a Madrid, parlavano di 92.000. La verità è probabilmente in mezzo, più vicina ai 60.000, secondo le ricerche più recenti, 60.
000 persone in un’area di Sicilia che forse ne aveva 300.000 in totale. Ma i morti non erano soli. Alle 21 dell’11 gennaio, pochi minuti dopo la scossa principale, il mare si ritirò lungo tutta la costa orientale dell’isola. A Catania le cronache registrano che si ritirò di due tiri di schioppo, una formula dell’epoca per indicare alcune decine di metri.
A Augusta il mare tornò sotto forma di un’onda alta 30 cubiti, circa 15 m, che sommerse completamente la parte della città. che si affacciava sul porto, uno tsunami seguito al terremoto percepito da Malta fino alle isole Eolie, lungo 200 km di costa, da Messina a Capo Passero. Un testimone oculare a Catania registrò quello che aveva visto con una frase che sopravvive nelle cronache raccolte dalla ricerca storica.
State certi che non c’è penna che possa riferire una tale sciagura. Era la verità. Nessuna penna poteva. Poi c’era la polvere. Chi ha vissuto un terremoto che abbatte edifici in pietra sa di cosa si parla. Quella nebbia grigia e bianca che si alza dalle macerie nell’attimo dopo il crollo fatta di calce, di tufo, di gesso, di tutto quello che le case erano prima di diventare quello che erano diventate.
A Catania, nel gennaio del 1693, quella polvere rimase nell’aria per ore. Era la stessa calce che avevano usato per costruire le case, la stessa calce che nei mesi successivi avrebbero usato per coprire i corpi che non riuscivano a seppellire abbastanza in fretta, perché i 60.
000 morti non si seppelliscono in un giorno. E il vicere Francisco, Pacheco Ducca Duzeda da Palermo, temeva soprattutto tre cose: la peste dai cadaveri, la fame dai campi abbandonati e la guerra dai confini aperti. La stessa calce che anni dopo sarebbe diventata il materiale con cui avrebbero ricostruito tutto. Non è una metafora, è letteralmente quello che successe.
Se sei ancora qui è perché una parte di te ha già capito che questa storia non finisce con le macerie, che c’è qualcosa nell’11 gennaio 1693 che non è solo morte, ma che è anche una delle domande più complesse che la storia moderna dell’architettura si sia mai posta. Iscriviti alla storia nuda adesso se non l’hai già fatto.
Ogni iscrizione è qualcuno in più che sceglie di non accontentarsi della versione abbreviata. Il 15 gennaio 1693, 4 giorni dopo il terremoto principale, il vicere nominò commissario generale per la ricostruzione Giuseppe Lanza, duca di Camastra, un militare di 52 anni abituato alla disciplina e alla logistica. gli conferi.
L’Anza arrivò in Sicilia orientale e vide quello che probabilmente nessun funzionario spagnolo aveva mai visto prima. Non una città danneggiata, ma un territorio intero, decine di centri abitati, ridotto a cumuli di pietra. I suoi uomini gli riferirono che a Lentini non era rimasta una pietra sull’altra. Il suo lavoro era impossibile, lo fece comunque.
La strategia che Lanza adottò fu per i tempi rivoluzionaria. Non si trattava solo di ricostruire quello che c’era, si trattava di decidere, caso per caso se quello che c’era valeva la pena di essere ricostruito nello stesso posto con la stessa forma, con le stesse strade strette che avevano intrappolato la gente sotto i crolli. La risposta in molti casi fu no.
Le città collocate su montagne o su picchi difficili, Noto Antica, Avola Vecchia, Occhiolà, Giarratana, Sortino, Belasso, Monterosso vennero rifonate in nuove posizioni più accessibili sui pianori o sulle pendici più dolci. Le strade nel nuovo disegno sarebbero state larghe, abbastanza larghe da permettere la fuga in caso di replica.
Un regolamento catanese dell’epoca stabiliva che la nuova città dovesse avere belle strade a rettalinea intersecate da altre secondo l’arte e conforme alle regole dell’architettura, con condizione però che fossero larghe e grandi, avendosi sperimentato nel successo terremoto che il macello delle persone fu effettuato nella strettezza delle strade.
erano state le strade a ucciderli e loro lo avevano capito. A noto il processo fu lungo e doloroso. Noto antica era una città medievale su un monte, il monte Alveria, a quasi 500 m di quota dentro una cinta muraria che aveva resistito ai secoli. Gli abitanti non volevano andarsene. Alcune famiglie nobili temevano di perdere i diritti feudali legati alle proprietà della città vecchia.
Altri sostenevano che il nuovo sito scelto dal Duca, un pianoro più a valle a 8 km di distanza, fosse malsano, ventoso, privo di acqua. Le controversie durarono anni. I primi edifici religiosi sul nuovo sito cominciarono nel 1694. Il vecchio sito fu definitivamente abbandonato solo nel 1700. 6 anni di discussioni, mentre le macerie di noto antica stavano lì con quella scritta incisa nella pietra della torre maestra, sepoltura dei vivi, gioia per il nemico.
Chi voleva rimanere aveva torto. Le strade strette di noto antica avevano ucciso 3000 persone. Chi voleva andarsene aveva ragione. La nuova noto, costruita sul pianoro del Mi, secondo le regole barocche, era più sicura, più ariosa, più moderna. Entrambe le posizioni erano comprensibili, entrambe erano umane. E nel mezzo di quel dibattito tra i sostenitori del vecchio e i fautori del nuovo si costruì uno dei centri storici più belli che l’Europa abbia mai prodotto.
Il barocco siciliano che emerge dalla ricostruzione post 1693 non è il barocco romano, non è la pesantezza magniloquente dei gesuiti, non è la gloria imperiale del Bernini, è qualcosa di più morbido e più urgente una risposta alla fragilità, un tentativo di costruire qualcosa di così bello che anche se la Terra tremasse di nuovo valesse comunque la pena che esistesse.
Rosario Gagliardi, annoto e Ragusa, Giovan Battista Vaccarini a Catania. Carlos de Grunenberg, ingegnere militare olandese, i Paesi Bassi erano allora sotto la corona di Spagna che disegnò i nuovi sistemi difensivi e le nuove infrastrutture. Architetti che arrivarono da Palermo, da Messina, dalla Toscana, maestranze che impararono a lavorare la pietra calcarea bianca degli e Iblei e la lava nera dell’Etna, combinandole infacciate che ancora oggi sembrano impossibili.
I cantieri aprirono 4 mesi dopo il terremoto, nell’aprile del 1693, e furono almeno 1000 sparsi in tutto il territorio colpito. 1000 cantieri aperti contemporaneamente mentre ancora si dissotterravano i corpi. La polvere di calce bianca che aveva coperto i morti stava diventando la malta che avrebbe tenuto insieme i muri delle nuove chiese.
C’è una domanda che gli storici dell’architettura hanno cominciato a porre in modo più diretto negli ultimi anni. e che l’G vi ha affrontato in una analisi del gennaio 2025. Ed è questa perché il terremoto del 1693 è ricordato come una storia di rinascita, mentre terremoti come quello del Belice del 1968 o quello di Messina del 1908 vengono ricordati come storie di fallimento istituzionale? La domanda non è retorica, implica un confronto imbarazzante.
Dopo il terremoto del 1693 in Sicilia orientale, le decisioni sulla ricostruzione furono prese in 4 giorni, affidate a un commissario con poteri assoluti, finanziate riaprendo la zecca di Palermo e realizzate secondo criteri antisismici, strade larghe, edifici meno alti, volte false al posto di quelle in pietra pesante che erano il risultato diretto dall’analisi di quello che aveva ucciso la gente dopo il terremoto del Belice nel 1900.
168, 30.000 senza tetto, 200 morti in una notte. I prefabbricati temporanei divennero permanenti. Alcune famiglie ci vissero per decenni. Dopo il terremoto dell’Irpinia, nel 1980 2185 morti, i fondi arrivarono. Gran parte scomparvero tra corruzione e ritardi. Le baracche temporanee di Messina, dopo il 1908, rimasero abitate per 20 anni.
La differenza non era la modernità, era la volontà politica, era la competenza affidata senza mediazioni, era la decisione presa dall’ANSA in quei quattro giorni di gennaio che il nuovo doveva essere migliore del vecchio, non una replica del vecchio riparata in fretta. Questa è la lezione che il 1693 ha lasciato e che non è stata sempre ascoltata.
Cosa rimane oggi di quello che c’era prima? Quasi niente. Le rovine di Noto Antica sono visitabili come sito archeologico. Il Palazzo San Demetrio a Catania, primo edificio ricostruito dopo il terremoto nell’anniversario del sisma nel 1697. Porta ancora incisa nel cortile un’iscrizione che ricorda i 16 eventi disastrosi in in similfato a fuggir le mure, a ricoverarti nei campi, a custodire la città.
Questo marmo ti insegni. La cattedrale di Catania, ricostruita da Vaccarini, ha un monumento funebre del vescovo Francesco Carafa, il vescovo che secondo la leggenda aveva già salvato la città in due occasioni, ma che nulla potè il giorno dell’11 gennaio. Ancora lì a testimoniare quello che rimane quando tutto il resto è crollato.
E poi c’è il motivo per cui il barocco del Val di Noto è patrimonio UNESCO dal 2002. Non perché sia bello, anche se lo è, ma perché è l’unico esempio al mondo di un intero territorio urbano ricostruito ex Novo in uno stile coerente nello spazio di qualche decennio come risposta a una catastrofe.
Non è un museo, è una città che ha scelto la bellezza come strategia di sopravvivenza. Torno alla polvere di calce bianca. C’è qualcosa in quella sostanza che ancora mi ferma quando ci penso. La stessa calce che aveva tenuto insieme le case che crlarono. La stessa calce che aveva coperto i corpi perché non c’erano abbastanza braccia per seppellirli tutti.
La stessa calce mescolata con acqua e sabbia e pietra dell’Etna e calcare degli eblei che aveva costruito le chiese barocche che adesso vediamo sulle copertine delle guide turistiche. Non è possibile guardare Noto o Ragusa o la via Crociferi di Catania senza sapere cosa c’è sotto. Non nel senso fisico, anche se i fondamenti appoggiano sulla stessa terra che tremò, nel senso della memoria, nel senso di quello che ha reso necessario costruire così, in quella forma, in quel modo.
Il barocco siciliano è bello perché ha qualcosa da dimostrare. ha bisogno di convincere se stesso prima di tutto che valeva la pena rimanere, che la Sicilia non era solo un posto in cui i terremoti arrivano ogni tanto a distruggere tutto, ma un posto in cui dopo che i terremoti distruggono tutto si sceglie di costruire qualcosa di più bello di prima.

Meglior de Cinere Surgo, è il motto di Catania. Rinasco dalle mie ceneri ancora più bella. Non è un motto inventato dopo il fatto, è la risposta a qualcosa di reale e quella risposta in pietra calcarea, color del miele è ancora lì a Noto, a Ragusa, a Modica, a Sicli, in attesa che qualcuno si avvicini abbastanza da sentire sotto la superficie levigata del tufo, qualcosa che assomiglia al battito di chi non si è arreso.
Questo era l’11 gennaio 1693, il terremoto più forte nella storia sismica d’Italia. 60.000 morti, 50 città rase al suolo e nel giro di qualche decennio uno dei patrimoni architettonici più straordinari che l’Europa moderna abbia mai prodotto. Non è una storia a lieto fine. È una storia in cui il lieto fine, se esiste, ha un costo che nessun libro di storia descrive abbastanza bene.
Lascia un commento. Cosa ti colpisce di più in questa storia? La velocità della ricostruzione spagnola rispetto a quello che ha fatto l’Italia moderna, la decisione di abbandonare noto antica e rifondare la città o quella scritta nella pietra della Torre Maestra, sepoltura dei vivi, gioia per il nemico che qualcuno in mezzo al disastro ha sentito il bisogno di incidere con le mani.
Il prossimo video porta dentro uno dei momenti più oscuri della storia italiana. Non un terremoto, non un’eruzione, ma qualcosa fatto deliberatamente da esseri umani contro altri esseri umani. Una storia in cui i nomi che conosci già rivelano un’altra faccia. Preparati. M.
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