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La più grande corazzata della Seconda Guerra Mondiale, la Yamato — un’arma temuta da tutti.

 Il Giappone sta perdendo la guerra e i suoi comandanti lo sanno. ha accettato l’ordine, è tornato sulla sua nave e ha pianto. Ma per capire perché questa nave colossale si trova qui, in questo momento, diretta verso una morte quasi certa, dobbiamo tornare indietro di quasi 30 anni, a un’epoca completamente diversa, a un mondo in cui il Giappone aveva un piano ambizioso e preciso per dominare il Pacifico e in cui l’aiamato era la risposta a una domanda che i pianificatori navali giapponesi si ponevano da decenni. Come può una

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nazione con risorse limitate battere la Marina più potente del mondo? Ilanno è 1918. La prima guerra mondiale è appena finita. In Europa si festeggia, ma in Giappone l’atmosfera è più complessa, più silenziosa, più calcolatrice. Il Giappone ha combattuto al fianco degli alleati, ha contribuito a neutralizzare le squadre navali tedesche nel Pacifico, ha dimostrato di essere un attore serio sulla scena internazionale, ma nel profondo delle stanze del potere a Tokyo i militari stanno già pianificando il passo successivo. Il

Giappone vuole espandersi, vuole il controllo della Cina, vuole le risorse del sudest asiatico, vuole creare una sfera di influenza che gli garantisca indipendenza economica totale e sa perfettamente che per farlo dovrà scontrarsi con la marina americana nel Pacifico. Prima di continuare scrivete nei commenti la città da cui state guardando, così potrò vedere quanto è diffusa la mia storia.

 E non dimenticate di mettere un like. mi motiva molto a realizzare nuovi video. Il problema è brutalmente semplice. Gli Stati Uniti possono costruire navi molto più velocemente del Giappone. In una guerra lunga, di logoramento il Giappone perde quasi certamente. I pianificatori navali giapponesi arrivano quindi a una conclusione radicale.

Non si può vincere con la quantità, bisogna vincere con la qualità. Occorre costruire navi così grandi, così potenti, così superiori a qualsiasi cosa l’America possa mettere in mare, da poter distruggere interi squadroni nemici con un numero limitato di unità. Nasce così la dottrina del Kentai Kessen, la battaglia decisiva della flotta che prevede un singolo scontro catastrofico in cui le supern giapponesi annientano la flotta americana del Pacifico in un colpo solo, eliminando la volontà di combattere degli Stati Uniti

prima che questi possano sfruttare la loro superiorità produttiva. Per realizzare questa visione serve qualcosa di mai visto prima. Serve una nave che possa combattere contro più corazzate nemiche contemporaneamente, che sia abbastanza veloce da non farsi sorprendere, abbastanza corazzata da sopravvivere a qualsiasi colpo nemico e abbastanza armata da distruggere qualsiasi bersaglio con un singolo proiettile.

 Nel 1934 i nazionalisti giapponesi prendono il controllo del governo. Il Giappone si ritira dalla Lega delle Nazioni e dal Trattato navale di Washington che limitava le dimensioni della flotta. E i progettisti ricevono finalmente carta bianca. Anni di ricerche segrete, decine di progetti alternativi, centinaia di calcoli idrodinamici convergono verso un’unica mostruosa risposta.

Laamato sta per nascere. 16 e9 Clode responded 1934 1934 nell’Arsenale navale di cure nella prefettura di Hiroshima qualcosa di straordinario sta per cominciare e quasi nessuno al mondo lo sa. L’area del cantiere viene recintata con enormi teloni di uta e reti di mimetizzazione che scendono dal soffitto fino al livello del mare.

 I lavoratori vengono selezionati personalmente, sottoposti a controlli di sicurezza approfonditi e firmano documenti che li obbligano al silenzio assoluto sotto pena di morte. I funzionari dell’intelligence militare giapponese pattugliano i perimetri giorno e notte. Persino i pescatori locali vengono allontanati dalle acque vicine al cantiere con pretesti amministrativi.

Il Giappone sta costruendo qualcosa che non vuole che nessuno veda e le misure che prende per nasconderlo sono straordinarie anche per i tempi di guerra. Il motivo di tanta segretezza è semplice. Se gli americani o i britannici scoprissero le reali dimensioni di quello che viene costruito a cure, adatterebbero immediatamente i loro programmi di costruzione navale per rispondere alla minaccia.

Il vantaggio strategico della Yamato dipende interamente dalla sorpresa. Per questo motivo i progettisti ricevono istruzioni precise. Nessun documento deve uscire dal cantiere, nessun disegno tecnico può essere conservato al di fuori delle aree protette e tutte le comunicazioni relative al progetto devono usare nomi in codice.

 La nave stessa viene registrata ufficialmente nei documenti amministrativi semplicemente come nave numero 1 e 115. La chiglia viene posata il 4 novembre 1937 e da quel momento il cantiere di cure diventa uno degli ambienti di lavoro più intensi e più segreti del Giappone imperiale. Per costruire qualcosa di queste dimensioni i progettisti devono risolvere problemi ingegneristici che non sono mai stati affrontati prima.

 Lo scalo di alaggio esistente non è abbastanza grande, viene ampliato e scavato più in profondità appositamente per questa nave. Le gru del cantiere non sono abbastanza potenti. Vengono costruite nuove gru specificamente per il progetto. Persino i fornitori di acciaio devono produrre lastre di dimensioni mai realizzate prima e alcune lavorazioni speciali vengono distribuite tra decine di fabbriche diverse in modo che nessun singolo stabilimento possa capire a cosa sta contribuendo.

Sono necessari circa 32.000 operai per completare la costruzione e vengono gestiti in turni continui 24 ore su 24. Il risultato finale è una nave lunga 273 m e larga 38 m al punto più ampio con un dislocamento a pieno carico che supera le 72.000 tonnellate. Per dare un’idea di cosa significhi questo numero, la Yamato pesa più del doppio rispetto alle corazzate che l’Italia aveva in servizio nello stesso periodo e il suo scafo contiene abbastanza acciaio da costruire diversi grattacieli moderni.

La forma dello scafo è uno degli aspetti più interessanti dell’ingegneria della Yamato e rappresenta una soluzione originale a un problema fisico fondamentale. Se si prende una sezione trasversale dello scafo all’altezza della linea di galleggiamento si ottiene una forma che assomiglia a una goccia d’acqua allungata, larga al centro con una prua lunga e affusolata che si restringe progressivamente verso la punta e una poppa più corta e squadrata.

Questa forma non è casuale. I progettisti giapponesi hanno condotto centinaia di test su modelli in scala nelle vasche idrodinamiche, sperimentando decine di varianti diverse per trovare esattamente il profilo che offre la minore resistenza all’avanzamento nell’acqua alla velocità operativa prevista di 27 nodi.

 La prua lunga e affilata è particolarmente importante. Quando una nave si muove ad alta velocità, crea davanti a sé un sistema di onde che consuma energia e rallenta l’avanzamento. Una prua molto lunga e sottile divide l’acqua in modo più graduale, riducendo drasticamente questo effetto e permettendo alla nave di raggiungere velocità elevate con una potenza del motore inferiore rispetto a quanto sarebbe necessario con una forma più convenzionale.

I progettisti chiamano questo principio la lunghezza al galleggiamento efficace. e nella Yamato viene sfruttato al massimo. Ma la velocità è solo metà del problema. L’altra metà è la sopravvivenza in combattimento e qui i progettisti giapponesi realizzano qualcosa di veramente straordinario. Il sistema di protezione della Yamato è costruito attorno al concetto di Cittadella corazzata, una zona centrale del corpo nave, lunga circa la metà dell’intera lunghezza dello scafo che racchiude i depositi di munizioni, le

centrali di potenza, i locali macchine e tutti gli impianti vitali. ed è protetta da strati multipli di acciaio speciale di qualità eccezionale. La cintura corazzata verticale che corre lungo i fianchi della nave misura 410 mm di spessore nel punto più alto ed è inclinata di 20° verso l’esterno. Questa inclinazione non è decorativa.

Quando un proiettile colpisce una superficie d’acciaio inclinata, la sua traiettoria viene deviata e l’energia dell’impatto si distribuisce su una superficie maggiore, riducendo significativamente la capacità di penetrazione. Il ponte corazzato orizzontale che protegge dall’alto raggiunge i 230 mm di spessore, sufficiente a fermare anche le bombe più pesanti dell’epoca.

 E le torrette dei cannoni principali sono protette da scudi frontali di 600 mm. lo spessore maggiore mai utilizzato su qualsiasi nave da guerra nella storia. Sotto la linea di galleggiamento i progettisti aggiungono un ulteriore sistema di protezione contro i siluri, una struttura a più camere chiamata protezione subacquea, composta da strati alternati di spazi vuoti e compartimenti pieni di liquido che assorbono e disperdono l’energia dell’esplosione prima che raggiunga lo scafo interno.

Questo sistema è largo circa 5 m per lato e viene progettato per resistere a una carica esplosiva di 450 kg di tritolo che corrisponde alla testata dei siluri più potenti in uso all’epoca. L’intera nave è suddivisa in 1114 compartimenti stagni separati, ciascuno con porte e valvole di chiusura controllabili sia localmente che a distanza dalla centrale di controllo d’anni.

 In teoria, anche se diversi compartimenti vengono allagati simultaneamente, la nave dovrebbe mantenere la galleggiabilità e continuare a combattere. I calcoli di stabilità mostrano che la Yamato può sopportare un’inclinazione laterale fino a 20° prima di raggiungere il punto critico di non ritorno. Il 3 agosto 1943 la Yamato viene completata e consegnata alla Marina Imperiale Giapponese.

Ma mentre la nave scende in acqua per la prima volta, nel Pacifico sta già accadendo qualcosa che i suoi progettisti non avevano previsto, qualcosa che metterà in discussione ogni singola scelta ingegneristica fatta durante la sua costruzione. 365 tonnellate. È questo il peso di una singola torretta dei cannoni principali della Yamato, un numero così assurdo da essere quasi impossibile da visualizzare.

 Per dare un riferimento concreto, una torretta sola pesa quanto 45 autobus urbani pieni di passeggeri e sulla Yamato ce ne sono tre disposte lungo l’asse centrale della nave, ciascuna contenente tre cannoni. Nove cannoni in totale, ciascuno lungo quanto un palazzo di sei piani, ciascuno capace di lanciare un proiettile del peso di 1460 kg a una distanza di 42 km.

Nessuna nave nella storia dell’umanità ha mai portato in mare un armamento principale di questa potenza e nessuna lo ha fatto dopo. Il cannone Type 46, questo è il nome ufficiale dell’arma principale della Yamato, nasce da un processo di sviluppo lungo quasi un decennio. I progettisti giapponesi partono da un vincolo preciso.

 Il cannone deve essere superiore a qualsiasi arma analoga che gli americani o i britannici possano montare sulle loro corazzate. Nel 1932 i servizi di intelligence giapponesi stimano che le corazzate americane di nuova generazione monteranno cannoni da 40,6 cm 16 pollici che rappresentano il massimo consentito dal trattato navale di Washington.

 La risposta giapponese è brutalmente semplice. Costruire cannoni del 146% più grandi da 46 cm esatti, 18 pollici, con una potenza di fuoco così superiore da rendere impossibile qualsiasi confronto diretto. Il problema è che realizzare un cannone di queste dimensioni richiede tecnologie metallurgiche al limite delle possibilità industriali giapponesi dell’epoca.

 La canna di ciascun cannone è lunga 21 m. e pesa 185 tonnellate. Deve essere in grado di resistere alla pressione enorme generata dalla combustione della carica di lancio che supera i 3000 kg per cm² nell’istante dello sparo. Per ottenere questo risultato, i tecnici dell’Arsenale di cure sviluppano un processo speciale di lavorazione dell’acciaio che prevede il raffreddamento controllato del metallo fuso in condizioni di pressione elevata, creando una struttura cristallina interna che massimizza la resistenza meccanica della canna.

Ogni sparo richiede una carica propulsiva di 300 kg di polvere balistite, contenuta in sacchi di seta appositamente costruiti che si consumano completamente durante la combustione per non lasciare residui caldi nella camera di scoppio. Il proiettile perforante standard, chiamato tipo 91, pesa 1460 kg, misura 46 cm di diametro ed è lungo quasi 2 m.

Quando lascia la canna a una velocità iniziale di 776 m/s, genera un’onda di pressione aerea così potente da poter ferire gravemente i marinai esposti sul ponte anche a decine di metri di distanza. Per questo motivo, ogni volta che i cannoni principali sparano, tutto il personale non essenziale viene fatto evacuare dalle zone esposte e le strutture più delicate della nave vengono bloccate e rinforzate contro il contraccolpo, ma sparare il proiettile è solo metà del problema.

 L’altra metà è colpire il bersaglio e a 42 km di distanza colpire una nave in movimento è una sfida matematica di straordinaria complessità. Un proiettile sparato alla massima gittata impiega circa 90 secondi per raggiungere il bersaglio. In quei 90 secondi una corazzata nemica che viaggia a 25 nodi si sposta di oltre 1 km dalla posizione che occupava al momento dello sparo.

 I puntatori devono quindi calcolare non dove si trova il bersaglio adesso, ma dove si troverà tra un minuto e mezzo, tenendo conto della velocità e della direzione del bersaglio, della velocità e della direzione dellaaiamato stessa, della velocità e della direzione del vento, della temperatura e dell’umidità dell’aria che influenzano la traiettoria del proiettile e persino della rotazione della Terra che a quelle distanze introduce uno scarto misurabile.

Per gestire tutti questi calcoli simultaneamente, la Yamato è dotata di un sistema di controllo del fuoco che è, in pratica un computer meccanico analogico di grande sofisticazione. Il cuore del sistema è un dispositivo chiamato calcolatore di fuoco centrale installato in una sala protetta nel centro della nave che integra i dati forniti dai telemetri ottici, dagli anemometri, dai giroscopi di assetto e da decine di altri sensori per produrre in tempo reale le correzioni di puntamento da trasmettere alle torrette.

I telemetri ottici della Yamato hanno una base di 15 m, la più lunga mai installata su una nave da guerra, e possono misurare la distanza di un bersaglio con una precisione di pochi metri a distanze superiori ai 20 km. Se i cannoni principali sono il pugno della Yamato, i motori sono il suo cuore e anche in questo caso le dimensioni e la complessità dell’impianto propulsivo sono semplicemente fuori scala rispetto a qualsiasi altra nave da guerra dell’epoca.

 La yamato è spinta da quattro assi, ciascuno collegato a una turbina a vapore campon per un totale di 12 caldaie che producono vapore ad alta pressione per alimentare l’intero impianto. La potenza totale sviluppata è di 150.000 cavalli vapore, equivalente a quella di circa 120 locomotive moderne messe insieme.

 Le 12 caldaie occupano una sezione enorme del corpo nave e consumano nafta pesante a un ritmo impressionante. A piena velocità la Yamato brucia circa 650 tonnellate di carburante ogni 24 ore. Questo dato ha implicazioni strategiche enormi. Con la capacità massima di carburante di 6300 tonnellate, la nave ha un’autonomia massima di circa 7.

500 km alla velocità di crociera di 16 nodi. Se la velocità aumenta a 27 nodi, l’autonomia crolla drasticamente. Questo limite operativo influenzerà profondamente le decisioni tattiche durante tutta la carriera della nave. Le turbine trasferiscono la loro potenza agli assi attraverso riduttori meccanici di dimensioni monumentali che abbassano le 3500 rivoluzioni per minuto delle turbine alle 100 rivoluzioni per minuto ottimali per le eliche.

 Ciascuna delle quattro eliche ha un diametro di 6 m e pesa circa 55 tonnellate. Quando tutte e quattro lavorano alla massima potenza, imprimono alla massa di 72.000 tonnellate della Yamato, un’accelerazione graduale ma inesorabile fino alla velocità massima di 27 nodi, circa 50 kmh. Un risultato straordinario per un oggetto di quelle dimensioni.

La sala macchine è divisa in quattro compartimenti separati e indipendenti, ciascuno in grado di funzionare autonomamente in caso di danneggiamento degli altri. Questa ridondanza è fondamentale per la sopravvivenza in combattimento. Se una torpedine o una bomba distrugge una delle sale macchine, le altre tre continuano a funzionare e la nave mantiene la capacità di manovrare.

 È una soluzione ingegneristica elegante e funzionale, ma come si scoprirà molto presto, ci sono limiti a quello che anche la migliore ingegneria può fare contro un numero sufficiente di aerei nemici. Dicembre 1941. La Yamato viene ufficialmente consegnata alla Marina Imperiale Giapponese esattamente il 16 dicembre, 8 giorni dopo l’attacco a Perlarbor che ha trascinato gli Stati Uniti nella guerra.

La nave più potente mai costruita entra in servizio nel momento esatto in cui il conflitto che avrebbe dovuto dominare è già iniziato senza di lei. E questa assenza dal momento decisivo non è un caso. È il primo segnale di un problema strutturale che accompagnerà la Yamato per tutta la sua breve e frustrante carriera operativa.

Il comando della flotta combinata giapponese, guidato dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, considera la Yamato troppo preziosa per essere rischiata in operazioni ordinarie. La logica è comprensibile ma fatale. La nave è costata una fortuna immensa, richiede un equipaggio enorme e specializzato e la sua perdita avrebbe un impatto psicologico devastante sul morale nazionale.

 Quindi la Yamato viene tenuta in riserva, pronta per la grande battaglia decisiva che, secondo la dottrina Kentai Kessen, dovrebbe arrivare presto. Nel frattempo le operazioni reali vengono condotte da porta aerei, incrociatori e cacciator ppediniere. Mentre la corazzata più potente del mondo rimane ancorata nei porti giapponesi, consumando carburante prezioso e logorandosi nell’inattività, i marinai della flotta non tardano a notare questa situazione paradossale.

Mentre le navi più piccole combattono, vengono danneggiate e affondate in tutto il Pacifico, la Yamato rimane intatta e inoperosa. Nasce così un soprannome crudele che circola sottovoce tra i marinai giapponesi. Yamato Hotel, l’albergo Yamato. La nave ha le migliori cucine della flotta, ampi spazi abitativi, persino un impianto di aria condizionata in alcune zone, lussi inauditi per l’epoca.

 Ma mentre le navi da guerra vere combattono e muoiono, laamato galleggia tranquillamente, confortevole e inutile. La prima occasione vera arriva nel giugno 1942, durante la battaglia delle Midway, che si rivela il punto di svolta dell’intera guerra nel Pacifico. Yamamoto comanda la forza di invasione a bordo della Yamato, ma la corazzata rimane così lontana dall’azione principale che non partecipa mai agli scontri.

 Nel giro di tre giorni la marina giapponese perde quattro porta aerei di prima linea, il nucleo della sua potenza aeronavale, affondate dagli aerei americani. La Yamato con i suoi cannoni da 46 cm assolutamente inutili contro aerei che attaccano dall’alto, non ha sparato un singolo colpo. È in questo momento che diventa dolorosamente chiaro a molti ufficiali giapponesi quello che alcuni avevano già intuito prima della guerra.

 Il futuro della guerra navale non appartiene alle corazzate, appartiene alle porta aerei e ai loro aerei. I cannoni più grandi del mondo sono inutili quando il nemico ti attacca dall’alto a centinaia di chilometri di distanza. La dottrina Kentai Kessen, la grande battaglia decisiva tra flotte di superficie, è già obsoleta prima ancora di essere messa alla prova.

 Ma nessuno lo dice apertamente, perché ammetterlo significherebbe riconoscere che la Yamato, il simbolo della potenza navale giapponese, è stata un errore. I mesi successivi vedono la Yamato impegnata in operazioni di trasporto truppe verso Guadal, un utilizzo umiliante per la nave più potente del mondo, ridotta a fare il lavoro di un trasporto militare comune.

 Durante una di queste missioni, nel dicembre 1942, un siluro lanciato dal sommergibile americano USS Skate colpisce la Yamato sul lato destro, aprendo una falla che provoca l’allagamento di diversi compartimenti e costringe la nave a tornare a cure per riparazioni che durano diversi mesi. Il sistema di protezione subacquea funziona come previsto e la nave sopravvive, ma l’episodio di concretamente la vulnerabilità della corazzata alle armi subacque.

 Nel frattempo la guerra nel Pacifico sta prendendo una direzione sempre più sfavorevole per il Giappone. Guadal Canal viene abbandonata nel febbraio 1943. Le isole aleutine vengono perse. La marina americana sta producendo nuove porta aerei, nuovi cacciatorpediniere, nuovi sottomarini a un ritmo che il Giappone non può eguagliare. Esattamente come i pianificatori navali giapponesi avevano previsto 20 anni prima, la guerra lunga sta portando alla sconfitta inevitabile.

 E poi arriva la notizia che scuote l’intera marina giapponese fino alle fondamenta. Il 24 ottobre 1944, durante la battaglia del Golfo di Leite, nelle Filippine, la nave gemella della Yamato, la Musashi, viene affondata dagli aerei americani dopo aver ricevuto 19 siluri e 17 bombe. 19 siluri. Il sistema di protezione subacquea progettato per resistere a 450 kg di esplosivo viene letteralmente sopraffatto dalla quantità pura di colpi ricevuti.

 La Musashi impiega quasi 7 ore ad affondare, un testamento alla solidità della sua costruzione, ma alla fine scende negli abissi portando con sé 1100 uomini. La Yamato è presente nella stessa battaglia ed è qui che finalmente, per la prima e praticamente unica volta nella sua carriera spara i suoi cannoni principali contro navi nemiche.

 Il 25 ottobre 1944, durante quella che viene chiamata la battaglia al largo di Samar, la Yamato si trova di fronte a un gruppo di piccole porta aerei di scorta americane e i loro cacciatorpediniere di protezione. È esattamente il tipo di scontro per cui è stata costruita. Navi leggere, poco corazzate, incapaci di resistere ai proiettili da 46 cm.

 Quello che succede è incredibile. I cacciatorpedinieri americani, navi di appena 2000 tonnellate di fronte a un mostro da 72.000, lanciano un contrattacco così aggressivo e confuso che il comandante della forza giapponese, l’ammiraglio Takeo Kurita, convinto di trovarsi di fronte a una forza molto più potente di quella reale, ordina la ritirata propria nel momento in cui la vittoria sembra apportata di mano.

 L’ayamato ha sparato i suoi enormi cannoni. Ha mancato quasi tutti i bersagli a causa della difficoltà di puntare armi progettate per corazzate contro navi piccole e veloci e poi si è girata e se n’è andata senza aver ottenuto nulla di decisivo. Rientra in Giappone, viene riparata, vengono aggiunti altri cannoni antiaerei. I tecnici del cantiere lavorano per settimane rinforzando strutture, sostituendo componenti usurati, aumentando il numero di mitragliatrici leggere da 25 mm, fino a farle diventare 150 pezzi distribuiti su tutta la nave.

È come aggiungere cerotti su una ferita profonda. Tutti sanno quello che sta arrivando. Nel quartier generale della Marina a Tokyo si discute già della missione finale, quella missione da cui nessuno tornerà. 7 aprile 1945, ore 12:32. Un operatore radar americano a bordo della porta aere USSSX vede qualcosa sullo schermo che lo fa fermare di colpo.

 Un gruppo di segnali grandi e densi che si muovono verso nord a circa 350 km di distanza. chiama immediatamente il suo superiore. Il superiore chiama il comandante. Il comandante chiama il quartier generale della Task Force 58, la più potente forza aeronavale mai assemblata nella storia della guerra nel Pacifico. 15 portaerei americane, centinaia di aerei pronti al decollo e adesso un bersaglio preciso. La caccia è aperta.

 A bordo della Yamato il capitano Kosaku Aruga sa che è solo questione di tempo. La nave non ha copertura aerea. Il Giappone non può permettersi di distogliere i suoi ultimi aerei da combattimento dalla difesa delle isole principali per proteggere una missione che i pianificatori stessi considerano già perduta.

 Gli aerei Kamikazze che dovrebbero accompagnare la formazione non sono mai arrivati. Layamato procede con i suoi nove vascelli di scorta, otto cacciator pediniere e un incrociatore leggero verso Okinawa. E ogni uomo a bordo sa che gli aerei americani li troveranno prima che possano raggiungere la loro destinazione. Alle 12:37, 5 minuti dopo il rilevamento radar, i primi aerei americani cominciano a decollare dalle porta aerei.

 In totale vengono lanciati 286 aerei in due ondate successive. Bombardieri in picchiata Curtis SB2C Helldiver, Aerosiluranti Gromman TBF Avenger e caccia di scorta Gromman F6F Hellcatut. I piloti americani ricevono istruzioni precise. Concentrarsi prima sui cacciator pediniere di scorta per isolare la corazzata, poi attaccare laamato da angolazioni multiple simultanee per sovraccaricare il suo sistema di difesa antiaerea.

 È una tattica sviluppata proprio analizzando l’affondamento della Musashi 6 mesi prima. La Yamato viene avvistata visivamente dai ricognitori americani alle 12:42. Alle 12:45 il cielo sopra la formazione giapponese si riempie improvvisamente di aerei. I 150 cannoni antiaerei della Yamato aprono il fuoco simultaneamente, creando una cortina di proiettili e shrapnel che oscura letteralmente la visibilità dal ponte.

 Il rumore è assordante, continuo, devastante. I marinai ai posti di combattimento urlano le distanze e le direzioni, ma gli aerei arrivano da ogni angolazione contemporaneamente, troppo veloci e troppo numerosi per essere seguiti da un sistema di controllo del fuoco progettato per bersagli navali lenti. Il primo siluro colpisce il lato sinistro della Yamato alle 12:46, appena un minuto dopo l’inizio dell’attacco.

 Poi un secondo, poi una bomba che esplode sul ponte posteriore aprendo un cratere di 3 m nel punto dove fino a pochi secondi prima lavoravano 17 marinai. Gli uomini ai cannoni antiaerei continuano a sparare anche mentre il sangue scorre sul ponte. Continuano a sparare mentre la nave comincia a inclinarsi leggermente verso sinistra.

continuano a sparare perché non c’è nient’altro da fare. Nei successivi 45 minuti la Yamato viene colpita da una combinazione di siluri e bombe in rapida successione. Ogni siluro che colpisce il lato sinistro aumenta l’inclinazione della nave. Gli ingegneri di bordo aprono le valvole dei compartimenti di compensazione sul lato destro, allagandoli deliberatamente per raddrizzare la nave, ma l’acqua che entra rallenta ulteriormente la velocità e aggrava il danno strutturale complessivo.

Le sale macchine continuano a funzionare, ma la pressione del vapore cala progressivamente, mentre i sistemi ausiliari vengono colpiti uno dopo l’altro. Alle 13:20 la situazione diventa critica. Laamato ha ricevuto sette siluri sul lato sinistro e due sul lato destro più un numero imprecisato di bombe.

 L’inclinazione raggiunge 18°, pericolosamente vicina al limite di 20°, oltre il quale i calcoli di stabilità prevedono il capovolgimento inevitabile. Il comandante in seconda ordina una misura disperata. Allagare d’emergenza tutti i locali macchine del lato destro per compensare il peso dell’acqua entrata a sinistra. È una decisione che salva la nave dal capovolgimento immediato, ma condanna a morte istantanea gli uomini che in quel momento si trovano nei locali allagati.

Nessun avvertimento, nessuna evacuazione, le valvole vengono aperte e l’acqua gelata invade i compartimenti in pochi secondi. La seconda ondata di aerei americani arriva alle 13:32. Questa volta i piloti puntano deliberatamente il lato sinistro già gravemente danneggiato, cercando di aumentare l’inclinazione oltre il punto di non ritorno.

 Tre nuovi siluri colpiscono la fiancata sinistra in rapida successione. Un quarto colpisce la poppa, danneggiando il timone e rendendo la nave quasi impossibile da governare. L’ayamato comincia a percorrere un arco lento e incontrollato verso sinistra, come un animale ferito che gira su se stesso senza meta. Il capitano Aruga sale sul ponte di comando per l’ultima volta.

 Guarda la sua nave, guarda il mare, guarda gli aerei che continuano ad attaccare, poi prende una cima di acciaio e se la avvolge attorno al corpo, legandosi saldamente all’alloggiamento del compasso Binacle al centro del ponte di comando. Non vuole essere separato dalla sua nave, non vuole galleggiare sull’acqua mentre la Yamato affonda, muore con lei o non muore affatto.

Alle 14:23 l’inclinazione supera i 20° e continua ad aumentare. I marinai, ancora vivi sul ponte, scivolano lungo le superfici metalliche inclinate, aggrappandosi a qualsiasi cosa possano raggiungere. Alcuni cadono in mare. La Yamato si ribalta lentamente su un fianco, poi il lato sinistro tocca l’acqua e poi la chiglia appare per un istante sopra la superficie del mare, come la schiena di una balena enorme e morente.

Alle 14:23, nel momento esatto in cui l’aiamato si capovolge completamente, qualcosa di catastrofico e inaspettato accade. Il fuoco che brucia nelle viscere della nave raggiunge uno dei depositi di munizioni principali. Milioni di kilogrammi di polvere da sparo e proiettili esplodono simultaneamente in una detonazione che genera una colonna di fumo e fiamme alta 6000 m, visibile a 180 km di distanza.

 I piloti americani, che stanno già rientrando alle loro porta aerei vedono il fungo di fumo all’orizzonte e capiscono immediatamente cosa è successo. Alcuni di loro diranno in seguito di non aver mai visto nulla di simile in tutta la guerra. L’esplosione è così violenta da fare letteralmente a pezzi lo scafo, scagliando frammenti di acciaio del peso di tonnellate a distanze superiori al chilometro.

 Alcune sezioni dello scafo vengono proiettate in aria e ricadono in mare a centinaia di metri dalla posizione della nave. I caccia torpediniere di scorta giapponesi che cercano di avvicinarsi per raccogliere i sopravvissuti vengono investiti da piogge di detriti incandescenti. Quando il fumo si dirada e le onde si calmano, la Yamato è semplicemente scomparsa.

Al suo posto rimane solo una macchia di nafta che brucia, qualche relitto galleggiante e poche centinaia di uomini dispersi in mare. Su 2773 uomini a bordo ne sopravvivono 279. 2494 marinai muoiono con la loro nave in meno di 2 ore. Gli americani perdono 10 aerei e 12 uomini in tutta l’operazione. La corazzata più grande mai costruita, la nave su cui il Giappone aveva puntato la propria strategia di dominio del Pacifico, è diventata un relitto sul fondo del mare a 350 m di profondità, dove si trova ancora oggi, spezzata in

tre parti enormi. Se sei arrivato fino a qui, significa che questa storia ti ha tenuto compagnia fino alla fine e questo è il miglior ringraziamento che possiamo ricevere. Lascia un mi piace se l’hai amato ti ha sorpreso, scrivi nei commenti quale parte ti ha colpito di più e iscriviti al canale per non perdere le prossime storie di ingegneria, guerra e macchine straordinarie che hanno cambiato il corso della storia. M.

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