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Addio F-35: Il Mostro Italiano che fa tremare gli USA!

L’Italia ha speso miliardi di euro per comprarlo. Abbiamo costruito a Cameri, in Piemonte, l’unico stabilimento in Europa capace di assemblarli. Sulla carta eravamo partner privilegiati degli Stati Uniti, ma c’era un problema, un piccolo dettaglio che gli americani avevano nascosto nelle clausole scritte in piccolo dei contratti.

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L’Italia poteva costruire l’aereo, poteva pilotarlo, ma non poteva capirlo. Il codice sorgente, il cervello elettronico dell’F35, era una scatola nera, black box, inaccessibile. Ogni volta che i nostri ingegneri volevano modificare un parametro dovevano chiedere il permesso a Washington. Ogni volta che volevamo integrare un nuovo missile europeo dovevamo aspettare che la Lockid Martin ci inviasse l’aggiornamento software.

Eravamo proprietari di una Ferrari, ma le chiavi del garage le aveva il concessionario in Texas. Per l’Aeronautica militare italiana, erede di Francesco Baracca, questa era un’umiliazione inaccettabile. Non si può difendere la sovranità nazionale se il tuo sistema di difesa dipende dall’umore del congresso americano.

Fu allora, nel 2019 che nacque l’idea del grande tradimento, o meglio della grande liberazione. Ufficialmente l’Italia aderì al programma Tempest con il Regno Unito, poi si unì il Giappone e il progetto divenne il GCP Global Combat Air Program. La narrativa ufficiale era: “Stiamo costruendo un aereo di sesta generazione per sostituire gli Eurofighter nel 2035, ma fonti riservate all’interno dell’industria aerospaziale ci hanno rivelato che l’Italia ha giocato una partita nella partita.

Mentre inglesi e giapponesi si concentravano sui motori e sui materiali, l’Italia, attraverso la divisione elettronica di Leonardo, si è presa il compito più difficile e pericoloso, creare il cervello, l’intelligenza artificiale. L’obiettivo era folle, creare un IA capace non solo di assistere il pilota, ma di sostituirlo nelle decisioni tattiche in millisecondi.

Mia, capace di vedere gli aerei invisibili americani, hanno chiamato questo progetto valchiria. Vchiria non è un semplice computer, è una rete neurale che ha imparato a volare studiando milioni di ore di simulazioni di combattimento. Ha studiato ogni manovra dei piloti russi, cinesi e americani e ha imparato a prevederle.

Mentre l’F35 americano sopra le Alpi è andato in panico, i suoi sensori non hanno rilevato un aereo, hanno rilevato una nuvola, una nuvola di dati e di minacce che arrivavano da ogni direzione. Il computer dell’F35, programmato per combattere uno contro uno, è andato in sovraccarico, ha visto fantasmi ovunque. Questo test segreto ha dimostrato una verità sconvolgente.

L’F35 è obsoleto, è un iPhone 4 in un mondo di intelligenza artificiale quantistica. È lento, goffo e cieco rispetto alla nuova tecnologia italiana. La notizia di quello che è successo sulle Alpi non è finita sui giornali, ma è arrivata alla scrivania di Lloyd Austin, il segretario della difesa americano, alle 08 del mattino, ora di Washington.

Ci dicono che la sua reazione sia stata di pura incredulità. Gli italiani hanno fatto cosa? Con quale tecnologia? Con quali soldi? La risposta a queste domande è ancora più affascinante dell’aereo. L’Italia ha finanziato lo sviluppo segreto di Valchiria, utilizzando i fondi di ricerca europei, mascherandoli sotto voci di bilancio innocue, come sviluppo di algoritmi per il meteo o sicurezza civile dei droni.

Abbiamo usato i soldi di Bruxelles per costruire l’arma che ci renderà indipendenti da Washington. È stato un capolavoro di ingegneria finanziaria e politica, ma ora il segreto è trapelato e la reazione americana non si è fatta attendere. Lockid Martin ha capito che se il gap italiano entra in produzione con queste capacità, il mercato globale dell’F35 crullerà.

Chi comprerebbe un aereo americano da 100 milioni che può essere abbattuto da un drone italiano gestito da un IA? Nessuno. L’Arabia Saudita, che sta cercando disperatamente un nuovo caccia di sesta generazione, ha già inviato emissari a Roma. Gli Emirati Arabi Uniti stanno guardando con interesse. Persino la Germania che stupidamente ha comprato gli F35 ora guarda l’Italia con invidia e preoccupazione.

Washington ha iniziato a muovere le sue pedine. Tre giorni dopo il test sulle Alpi, l’ambasciatore americano a Roma ha chiesto un incontro urgente a Palazzo Chigi. Il messaggio, neanche troppo velato, era: “Il progetto GCAP deve essere integrato con i sistemi NATO. dovete darci accesso al codice di valchiria per la sicurezza comune, ovviamente.

Traduzione, dateci la vostra tecnologia prima che distrugga il nostro business. Ma Giorgia Meloni, supportata dai vertici dell’Aeronautica e da Leonardo, ha detto no. Un no gentile, diplomatico, ma fermo come una roccia. Valchiria è proprietà intellettuale italiana, è un asset strategico nazionale. Non condivideremo le chiavi di casa nostra.

Questa risposta ha scatenato una guerra sotterranea. Nelle ultime settimane misteriosi attacchi hacker hanno tentato di penetrare i server di Leonardo a Torino e a Napoli. Non erano hacker russi questa volta. Le tracce portavano a server ombra che gli esperti di cybersicurezza assaciano spesso alla NSA americana. Stavano cercando di rubare l’algoritmo, stavano cercando di capire come abbiamo fatto, ma non ci sono riusciti perché perché il cuore di valchiria non è connesso a internet, è custodito in una camera bianca sfermata accessibile solo a

cinque persone in tutta Italia e c’è di più. La tecnologia che rende il GCAP invisibile non è solo la forma dell’aereo, è la pelle. Gli ingegneri italiani hanno sviluppato un nuovo materiale composito basato sul grafene che non riflette le onde radar, le assorbe e non solo, le assorbe, le trasforma in calore e le dissipa.

Quando un radar nemico colpisce l’aereo italiano, il segnale non torna indietro. L’aereo è letteralmente un buco nero nel cielo. Durante il test notturno, il pilota dell’F35 americano ha riferito di aver visto un’ombra passare davanti alla luna, ma i suoi strumenti gli dicevano che il cielo era vuoto. Quella sensazione di essere osservati da qualcosa che non puoi vedere è ciò che terrorizza i piloti da caccia.

È la fine della fiducia nella propria macchina. Ma il vero game changer, la vera rivoluzione che fa tremare i polsi ai generali del Pentagono è il cannone laser. Sì, avete capito bene, laser. Fino a ieri le armi laser su aerei erano considerate fantascienza o esperimenti falliti, richiedevano troppa energia, generatori troppo pesanti, ma l’Italia, leader mondiale nella micromeccanica e nell’elettronica di potenza, ha risolto il problema.

All’interno del GCAP c’è un microgeneratore a turbina di nuova concezione sviluppato in segreto a Torino, capace di generare un impulso di 50 kW per 3 secondi. Non serve a distruggere un carro armato, serve a fare una cosa molto specifica: bruciare i sensori ottici dei missili in arrivo. Se un nemico spara un missile contro il Gap, Lia a valchiria rileva il lancio, calcola la traiettoria, punta il laser e acceca il missile in volo.

Il missile diventa stupido e cade. È uno scudo attivo. Rende l’aereo italiano virtualmente invulnerabile ai missili aria aria. Immaginate la scena. Un F35 spara i suoi missili più costosi ed avanzati e il pilota italiano, senza nemmeno toccare la cloche, guarda mentre il sistema automatico li neutralizza uno dopo l’altro con fasci di luce invisibile.

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