Per capire chi sono gli uomini del Col Moschin dobbiamo tornare indietro di oltre un secolo. Siamo nel giugno del 1918 sul massiccio del Grappa, nel pieno della Prima Guerra Mondiale. L’esercito austro-ungarico ha sfondato le linee italiane e conquistato una serie di posizioni strategiche sulle alture venete.
Se gli austriaci avessero consolidato quelle posizioni, avrebbero avuto accesso diretto alla pianura padana. La guerra sarebbe stata persa. La situazione era disperata. I comandi italiani avevano bisogno di un miracolo. Quel miracolo portava il nome di maggiore Giovanni Messe, comandante del nono reparto d’assalto. I suoi uomini erano gli arditi, soldati selezionati per il coraggio e addestrati per una sola cosa, l’assalto frontale alle posizioni nemiche.
La mattina del 16 giugno gli arditi di messe partirono all’attacco del Col Moskin, una vetta a 1279 m di altitudine. L’artiglieria italiana non aveva ancora allungato il tiro come previsto dal piano, il che significava che i proiettili italiani stavano ancora cadendo esattamente dove gli arditi si stavano lanciando.
Non importò. In 10 minuti la vetta fu conquistata. Più di 300 prigionieri austro-ungarici e decine di mitragliatrici catturate. Il costo fu altissimo. Il nono reparto perse quasi il 50% dei suoi effettivi in poche ore. Ma la linea attenne, l’accesso alla pianura fu sbarrato.
Da quel giorno il nome Colmin è diventato sinonimo di sacrificio estremo e capacità militare fuori dal Comune. Quando decenni dopo l’esercito italiano ha avuto bisogno di un nome per il suo reggimento di forze speciali di punta, la scelta è stata naturale. Il nono reggimento, nella sua forma moderna è il risultato di una evoluzione lunga e complessa.
Dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale il nono reparto d’assalto contribuì allo sfondamento della linea gotica e alla liberazione di Ancona, il reparto fu riorganizzato più volte. Nel corso dei decenni successivi si trasformò da unità di assalto frontale a reparto di operazioni speciali classificato Tier1 dalla NATO.
Tier1 non è una semplice etichetta, significa che il col moskin opera allo stesso livello dei Navy Seal americani del Dev GRW, del SAS britannico e del KSK tedesco. Sono le unità che vengono chiamate quando ogni altra opzione è stata esaurita, quando la missione è talmente pericolosa, talmente segreta e talmente critica che solo il meglio del meglio può tentarla.
Ma cosa rende un incursore del Colmosin diverso da qualsiasi altro soldato? La risposta sta nel processo di selezione che è progettato per distruggere chiunque non sia assolutamente adatto. Il percorso formativo dura circa 2 anni, non mesi, anni. I candidati devono superare il corso di paracadutismo con tecnica della fune di vincolo, poi il corso di caduta libera da quote fino a 4.000 m.
Segue l’addestramento alpinistico presso il Centro Addestramento alpino di Aosta, il corso sciistico in ambiente innevato. E tutto questo è solo la base. Il cuore della formazione è il corso per operatore basico per le operazioni speciali, un percorso estenuante che elimina la stragrande maggioranza dei candidati.
Chi sopravvive a tutto questo diventa parte di una macchina operativa calibrata al millimetro. Un distaccamento operativo del Col Mine ha tipicamente sei componenti. Ogni squadra include un medico da combattimento, un esperto in esplosivi per l’apertura di brecce, un artificiere specializzato nel disinnesco di ordigni esplosivi improvvisati.
Un controllore aereo ha avanzato in grado di guidare attacchi di precisione dal cielo. Un operatore addetto alla raccolta informativa e uno o due tiratori scelti. Ogni uomo è una risorsa strategica. Ogni distaccamento è un’arma chirurgica autosufficiente. L’armamento riflette questa filosofia. Il fucile principale è l’M4 sop mod, affiancato dall’ FN Scar nelle varianti pesante e leggera.
Per il combattimento ravvicinato Lecler e Coc MP5 silenziato e l’MP7. Non esiste uno scenario operativo che il Col Mosin non possa affrontare. Il battesimo del fuoco moderno del reggimento è arrivato nel 1982 quando l’Italia inviò un contingente multinazionale in Libano. Gli incursori del colonnello Moshin operarono in un ambiente urbano devastato dalla guerra civile, circondati da milizie ostili e cecchini.
Fu durante una di queste operazioni notturne che il comando dell’esercito israeliano inviò quel famoso messaggio radio al contingente italiano. Comunicate al vostro comandante che siamo ammirati perché in Medio Oriente nessuno combatte di notte. Quel messaggio non era un complimento di cortesia. Israele, una nazione che ha costruito la propria sopravvivenza sulla supremazia militare, stava riconoscendo che gli italiani facevano qualcosa che nemmeno le forze difesa israeliane osavano tentare in quella regione. Poi arrivò il
7 ottobre 1985. La nave da crociera Achille Lauro fu sequestrata da terroristi palestinesi nel Mediterraneo. Quello che pochi sanno è che la sera stessa del sequestro 60 incursori del Col Machine erano già sulla pista della base militare britannica di Acrotiri a Cipro, pronti all’irruzione. Avevano sviluppato un piano di assalto insieme al Comubin.
Alla fine prevalse la linea diplomatica, ma il fatto che l’Italia avesse una forza capace di pianificare un assalto navale di quella complessità in poche ore non passò inosservato nei circoli dell’intelligence internazionale. Il vero inferno per il col machine si materializzò nel dicembre del 1992 quando scattò l’operazione Restore Hope in Somalia.
Il 15 dicembre un C130 Hercules della 46ª Aerobrigata atterrò a Mogadiscio con 23 incursori del colonnello Moschin al comando del maggiore Gennaro Fusco. In soli due giorni i 23 operatori ripresero il controllo dell’ambasciata italiana abbandonata dopo lo scoppio della guerra civile del 1991, prima che le milizie somale potessero occuparla.
Quello fu solo l’inizio. La Somalia trasformò una missione umanitaria in un campo di battaglia. Il 2 luglio 1993 è una data che ogni incursore del col Moskin porta nel cuore. L’operazione Canguro 11 prevedeva il rastrellamento del quartiere di Haliwa nel nord di Mogadisho roccaforte del clan del signore della guerra Mohammed Aidid.
550 soldati italiani, inclusi incursori del Col Mmoskin, lancieri di Montebello e paracadutisti della Folgore entrarono nel quartiere con decine di veicoli blindati e due elicotteri mangusta. L’operazione fu un’imboscata pianificata. I miliziani di Aid avevano preparato barricate, posizioni per cecchini e razzi anticarro.
Quello che doveva essere un rastrellamento divenne una battaglia urbana feroce. Il sergente maggiore Stefano Paolicchi del Col Mmmchin vide una postazione di mitragliatrice che stava massacrando una colonna di veicoli italiani. Senza esitare si lanciò verso la posizione nemica con determinazione fredda.
neutralizzò una coppia di tiratori che gli sbarrava la strada e durante l’ultimo assalto fu colpito al petto da una raffica. Morì sul campo. Accanto a lui caddero il sottotenente Andrea Millevoyi, dei Lancieri di Montebello e il paracadutista di leva Pasquale Baccaro. Tutti e tre ricevettero la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Il sottotenente Gianfranco Paglia, colpito alla spina dorsale è rimasto paralizzato, ricevette anche egli la medaglia d’oro al valor militare per il coraggio dimostrato sotto il fuoco. La battaglia del Checkpoint Pasta fu per l’Italia quello che Mogadiscio fu per gli americani con il Black Hawk Down avvenuto 3 mesi dopo, nell’ottobre del 1993.
La differenza è che il mondo conosce la storia americana. Quella italiana è rimasta sepolta nel silenzio, un silenzio che il Colm ha sempre preferito. Dopo la Somalia, gli incursori tornarono in Africa nel 1994 durante il genocidio del Ruanda. L’operazione Ippocampo vide un distaccamento misto di Colmosin e Komsubin evacuare civili italiani dal paese devastato dalla violenza etnica.
Il reggimento tornò più volte in Ruanda, portando in salvo connazionali e evacuando numerosi bambini locali. Il prezzo fu la vita del sergente maggiore Marco di Sarra, già decorato per il comportamento in Somalia, colpito da una forma grave di malaria. E arriviamo all’Iraq, aprile 2004. La situazione a Nassiria è esplosiva.
Le milizie del leader shita Muktad Sadr controllano intere zone della città. In questo caos un civile britannico di nome Gary Ty, 37 anni, padre di cinque figli, che lavora come appaltatore in una base aerea della coalizione, viene rapito il 5 aprile. La notizia raggiunge Londra che chiede supporto agli alleati.
La risposta dalla maggior parte dei paesi della coalizione è negativa. La zona è troppo pericolosa. Le informazioni sull’ubicazione dell’ostaggio sono insufficienti. Il rischio di un disastro è altissimo. Il contingente italiano a Nassiria la vede diversamente. Il generale Gianmarco Chiarini, comandante della Italian Joint Task Force, autorizza l’intervento.
Gli incursori delle forze speciali italiane, inclusi operatori del Col Mosin e del gruppo operativo incursori della Marina, entrano in azione. Il blitz scatta quando le forze speciali fanno irruzione in una base dei sostenitori di Alsadr e trovano prove che collegano il gruppo al rapimento.
L’attività si intensifica nel corso della giornata con la mediazione delle autorità locali e in poche ore Gary Tilato e portato all’ospedale da campo italiano per i controlli sanitari. I giornali britannici hanno dedicato le prime pagine alla liberazione. La foto di un Gary Tilente accanto al generale Chiarini ha fatto il giro del mondo.
Il governo di Londra ha ringraziato ufficialmente l’Italia, ma il dettaglio più significativo è quello che non è finito sui giornali. Tre paesi avevano detto no. L’Italia aveva detto sì e aveva risolto la situazione prima che il sole tramontasse. L’Iraq però non fu solo na Siria. Il colmoskin operò all’interno della task force Condor al fianco del quarto reggimento alpini paracadutisti Montecervino e del gruppo operativo Incursori della Marina.
Le missioni erano classificate e i dettagli rimangono in gran parte coperti dal segreto militare. Quello che sappiamo è che gli incursori italiani condussero operazioni di combattimento reali, non semplice addestramento, nonostante la versione ufficiale del governo parlasse solo di advise and assist.
La verità emerse quando nel novembre 2015 cinque incursori, tre del Colmosin e due della Marina, rimasero gravemente feriti in un attentato. Il governo tentò inizialmente di presentare l’incidente come un evento accidentale durante una missione di addestramento. Poi lo Stato Islamico rivendicò l’attentato e un ufficiale curdo rivelò il vero ruolo della Task Force 44 in Iraq.
Ma il teatro che ha consacrato definitivamente il Colmosin nella storia delle operazioni speciali è stato l’Afghanistan dal 2006 al 2016 la Task Force 45, un’unità interforze segreta composta principalmente da incursori del Col Moskin. operò nell’ambito dell’operazione Sarissa sotto il comando del KOFS, il comando interforze per le operazioni delle forze speciali.
La Task Force 45 era talmente segreta che i suoi componenti non venivano nemmeno conteggiati nel contingente ufficiale italiano in Afghanistan. Sulla carta l’Italia aveva circa 3800 militari nel paese. In realtà il numero era significativamente più alto. Le missioni della Task Force 45 comprendevano guerra non convenzionale, ricognizioni speciali, operazioni antiterrorismo, liberazione di ostaggi, raccolta di intelligence umana e prevenzione di attentati.
Tra il 2008 e il 2010, il periodo più violento nel settore occidentale. La Task Force 45 conduceva una operazione di combattimento a settimana. 200-300 operatori delle forze speciali italiane, inclusi Col Moshin, Comsubin, GIS dei Carabinieri e incursori dell’Aeronautica, operavano a stretto contatto con le forze speciali americane e britanniche.
Il 17 settembre 2010 il tenente Alessandro Romani del col Moskin fu eliportato con il suo distaccamento nella zona di Bakaisa, nella provincia di Erat, per catturare terroristi afghani individuati da un drone Predator mentre piazzavano un ordigno esplosivo sotto un ponte stradale. La pattuglia disattivò l’ordigno, ma nel tentativo di arrestare gli attentatori venne investita dal fuoco di una trentina di talebani.
Romani fu colpito alla spalla in un punto non protetto dal giubbotto antiproiettile. Morì poche ore dopo all’ospedale militare di Fara per arresto cardiocircolatorio causato dalla grave emorragia. Fu decorato alla memoria. La sua morte fu il primo caduto in combattimento della Task Force 45 e portò per la prima volta l’attenzione dell’opinione pubblica italiana su questa unità fantasma.
Il 3 novembre 2011 la Task Force 45 affrontò una delle missioni più complesse della sua storia. Alle 9:30 del mattino sette guerriglieri talebani, due dei quali con giubbotti esplosivi, fecero irruzione nella sede della Esco International, una società di logistica con sede a Montecarlo, gestita da italiani, situata a 300 m dall’aeroporto di Herat.
All’interno dell’edificio si trovavano 31 civili, tra cui sei italiani, un afgano e 24 stranieri, 12 dei quali indiani. Uno dei talebani si fece esplodere all’ingresso per squarciare le difese dell’edificio. I rimanenti presero in ostaggio 18 persone. La notizia raggiunse Camp Arena, la base NATO dove aveva il quartier generale la Task Force 45 in pochi minuti.
La reazione fu immediata. Due plotoni di fanteria italiana e fucilieri dell’area dell’Aeronautica militare circondarono il compound. Nel frattempo circa 20 uomini del gruppo di intervento speciale dei Carabinieri e del gruppo operativo incursori della Marina pianificarono ed eseguirono il blitz. L’attacco fu condotto simultaneamente da più punti di accesso, porte, finestre e tetto, anche con il supporto di elicotteri.
Ogni singolo terrorista fu eliminato. I civili, compresi i 12 tecnici indiani, furono liberati sani e salvi e portati in sicurezza da sei fucilieri del Battaglione San Marco. L’unico ferito tra gli italiani fu un carabiniere del Gepri US colpito da una scheggia quando uno dei talebani attivò la propria cintura esplosiva.
L’operazione fu definita da più parti da manuale. Il console indiano si recò personalmente a Camp Arena per ringraziare il generale italiano che aveva comandato l’operazione. Confrontiamo ora il colonnello Moschin con i suoi equivalenti internazionali. Il Delta Force americano ha risorse praticamente illimitate e un budget che supera quello dell’intero esercito di molte nazioni.
Il SAS britannico ha una tradizione che risale alla Seconda Guerra Mondiale e una reputazione costruita in decenni di operazioni globali. Il Colmoskin opera con una frazione di quelle risorse, eppure ha dimostrato ripetutamente di poter operare allo stesso livello. La differenza è culturale.
Le forze speciali americane e britanniche operano con il pieno supporto politico e mediatico dei rispettivi governi. Quando un Navy Seal compie un’operazione brillante, l’America lo celebra. Il Col Machine opera in un contesto completamente diverso. Il governo italiano ha storicamente negato, minimizzato o mascherato le operazioni dei suoi incursori.
Le guerre fantasma dell’Italia sono missioni di combattimento reale presentate come addestramento. Le motivazioni delle medaglie al valore parlano di scontri a fuoco e sacrificio estremo, mentre i comunicati ufficiali parlano di assistenza e consulenza. Questa ipocrisia istituzionale ha un effetto paradossale.
Gli incursori del colmin non combattono per la gloria, combattono perché è il loro mestiere e perché sono i migliori nel farlo. Il generale McCrystal, comandante di tutte le forze in Afghanistan, lo disse nel marzo del 2010. Non voglio rivelare dettagli, posso solo dire che ho potuto osservare il lavoro e la professionalità di quella squadra.
Credo che gli italiani sarebbero orgogliosi dei loro soldati. Venendo dall’uomo che comandava Delta Force e Navy Seal, quelle parole avevano un peso enorme. Dal 2016 il Col Moschin ha assunto anche un ruolo operativo diretto per la ISE. l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, il servizio di intelligence italiano.
Questo significa che gli incursori possono essere impiegati per singole missioni riservate all’estero su richiesta diretta dell’intelligence, colmando una lacuna che l’Italia aveva rispetto ad altri paesi. In Libia operatori del Colmchine hanno operato sotto il cappello dell’intelligence conducendo operazioni di combattimento reali.
In Iraq 30 incursori hanno collaborato con le forze speciali americane contro l’ISIS nella base di Takaddum tra Fallugia e Ramadi. In teatri di cui probabilmente non sapremo mai il nome. Gli uomini del nono continuano a operare nell’ombra. Immaginate la scena. È notte fonda in un paese straniero.

Un convoglio di veicoli blindati lince avanza nel buio, i fari spenti, gli operatori che osservano il terreno attraverso visori notturni. Ogni uomo conosce il proprio ruolo, la propria posizione, il proprio settore di tiro. La comunicazione avviene con segnali manuali e brevi messaggi radiocriptati. Quando l’obiettivo viene raggiunto, l’assalto dura pochi minuti.
Brecce esplosive, granate stordenti, irruzione simultanea da più punti di accesso. I tiratori scelti coprono ogni via di fuga. Il controllore aereo tiene un elicottero mangusta in orbita, pronto a intervenire. In pochi minuti la missione è completa. Gli incursori si dissolvono nella notte come se non fossero mai stati lì.
Questa non è fantasia, è la dottrina operativa del Colmosin, la bandiera di guerra del nono reggimento d’assalto paracadutisti. Col Mons Shin è decorata di due ordini militari d’Italia, una medaglia d’oro al valore dell’esercito, tre medaglie d’argento al valor militare e una medaglia d’argento al valore dell’esercito.
è il reggimento più decorato dell’esercito italiano in epoca repubblicana e il suo motto della folgore l’impeto racchiude perfettamente l’essenza di questi uomini. Non sono soldati che aspettano, sono soldati che colpiscono con la velocità e la devastazione di un fulmine. Il colmosin è forse il segreto meglio custodito della difesa europea, un reparto che opera con risorse limitate rispetto ai giganti americani e britannici, ma che ha dimostrato sul campo di valere ogni centesimo investito.
Dalla vetta del Grappa nel 1918 alle strade di Mogadiscio nel 1993, dai deserti iracheni alle montagne afgane. Gli incursori del nono hanno scritto una storia di eccellenza militare che il mondo conosce poco e l’Italia stessa fatica a riconoscere. Tre paesi dissero no. L’Italia mandò il colonnello Moskin e lo staggio tornò a casa.
Questa è la differenza tra avere delle forze speciali e avere gli incursori italiani. Qual è la vostra opinione su questo reggimento? Credete che l’Italia dovrebbe investire maggiormente nelle proprie forze speciali o il segreto della loro efficacia risiede proprio nella discrezione assoluta con cui operano? Fateci sapere nei commenti.
Siamo curiosi di leggere le vostre prospettive strategiche su questa unità straordinaria. Se questa analisi vi è piaciuta, lasciate un pollice in su e iscrivetevi al canale per non perdere nessuna delle nostre analisi future. Ci vediamo alla prossima. M.
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