Il primo era troppo pesante per le nuove unità leggere, il secondo troppo debole per affrontare un attacco aereo moderno. Serviva quindi qualcosa di nuovo, serviva un’arma in grado di unire la potenza e il ritmo di fuoco, capace di difendere le navi con rapidità ed efficacia. Fu così che nacque l’idea di un cannone intermedio da 76 mm.
A raccogliere questa sfida fu l’otomelara di La Spezia che insieme alla Marina Militare iniziò lo sviluppo di un’arma tutta italiana. I primi esperimenti non furono proprio incoraggianti. Il 7662 SMP3 sovrapposto montato sulla classe Centauro si rivelò poco pratico, infatti, ma da quell’insuccesso nacque la vera rivoluzione, un cannone a canna singola consegnato nel 1961 che sarebbe diventato la spina dorsale dell’artiglieria navale italiana.
Quel 762 MMI, come veniva denominato, segnò quindi l’inizio di una lunga evoluzione. Alla fine degli anni 60 arrivò anche la versione compact, più leggera, più rapida e capace di sparare fino a 85 colpi al minuto. Fu un successo internazionale. Oltre 60 marine nel mondo lo adottarono rendendo il cannone Oto un’eccellenza del made in Italy. Negli anni 80 la tecnologia fece un altro balzo in avanti con il super rapido in grado di scagliare fino a 120 colpi al minuto.
Un’arma quindi versatile installata su fregate e cacciatorpediniere non solo italiani ma anche esteri. Utilizzata non solo contro bersagli di superficie, ma soprattutto come difesa di punta contro i missili in arrivo. Le versioni più recenti, come lo Strales, con munizioni guidate ad artone uno degli strumenti più temuti ed efficaci al mondo, capaci di intercettare minacce supersoniche a pelo d’acqua o bersagli aerei a grande distanza.
Così nel corso di oltre 30 anni da semplice necessità operativa nacque un’arma destinata a fare scuola in tutto il mondo, un cannone che ha protetto le navi italiane e che ancora oggi rappresenta un’eccellenza tecnologica. Ed è proprio da questa straordinaria esperienza che negli anni 80 prese forma un progetto ancora più audace, portare la potenza del 76 mm fuori dal mare e farla correre su cingoli. E quel progetto avrebbe preso il nome di Automatic.
L’idea nacque dalla collaborazione di alcune tra le più importanti aziende italiane del settore. Otomelara, capofila del programma, si occupò della progettazione della costruzione dei prototipi affiancata da partner come Iveco Defense Vehicles, Officine Galileo, Oto Breda e Marittimo Aereo. Essendo una società privata, Otomelara guardava con attenzione al mercato internazionale, ma non mancò di proporre il veicolo anche all’esercito italiano.

La scelta di montare la torretta sullo scafo del semiovente d’artiglieria Palmaria, una versione modificata, come già detto, dall’40, non fu casuale. Quel mezzo sviluppato assieme a Fiattiveco non aveva ottenuto il successo sperato all’estero e si pensò che dar vita a un’intera famiglia di veicoli basati su uno stesso scafo potesse suscitare maggiore interesse tra i potenziali clienti stranieri.
Il programma venne presentato al pubblico per la prima volta al Salone Aureonautico di Parigi nel 1981, per poi essere esposto nuovamente a Parigi nel 1987. In quello stesso anno vide la luce anche un secondo esemplare che fu sottoposto a teste fino al 1989, anche se in verità già nel 1979 i tecnici Yoto avevano deciso di puntare in alto installando sul Palmaria la torretta HAS76 con l’intento di superare i concorrenti europei come il Flagpanzer Gepard tedesco o il marksman britannico. La torretta costruita in acciaio saldato spesso fino a 25 mm, pesava circa 15
tonnellate e montava una versione sperimentale del cannone navale Autobreda da 7662 super rapido. All’epoca era soltanto un progetto, ma sarebbe entrato in produzione nel 1988 e proprio questa scelta rappresentava il punto di forza dell’Auttomatic. I semoventi antiaerei moderni si basavano quasi sempre su cannoni multipli di piccolo calibro tra i 20 e i 35 mm perlopi più.
Armi rapide, sì, ma poco precise a lungo raggio e con un consumo enorme di munizioni. L’automatic, quindi, ribaltava completamente questa logica. poteva colpire un elicottero o un aereo nemico fino ai 7 km di distanza contro i 3,5 del Gepard, sparando proiettili da 5 o 6 kg ciascuno. E grazie a una specifica spoletta di prossimità, ovvero la VTPA FB76, quei colpi potevano risultare letali anche senza un impatto diretto. In più, secondo il progetto, il suo impiego non era limitato alla
sola difesa antierea. Il cannone navale da 76 mm lo rendeva utile anche per la difesa costiera, per il supporto alla fanteria o persino contro veicoli corazzati leggeri e trasporto truppe. In certe circostanze con munizionamento perforante poteva addirittura minacciare i carri armati. Non era detto che li penetrasse, ma comunque rappresentava una discreta minaccia.
Possiamo dire, dunque, con abbastanza certezza che tra la fine degli anni 70 e i primi anni 90, l’utomatic poteva vantare l’armamento più potente mai montato su un semovente antiereo. La fine della guerra fredda però cambiò tutto. Nel 91, con il crollo dell’Unione Sovietica, gli eserciti non considerarono più una priorità a dotarsi di un mezzo così sofisticato e costoso.
Persino l’esercito italiano, che inizialmente aveva mostrato interesse, dovette abbandonare il progetto a causa dei tagli al bilancio della difesa. L’Automatic rimase ufficialmente sul mercato fino al 97, quando Otomelara demolì il prototipo basato sul Palmaria e mise in deposito il secondo, lasciandolo lentamente arrugginire.
Sembrava quindi la fine di una storia che non aveva mai avuto occasione di realizzarsi, ma nel 2019 avvenne un colpo di scena. Proprio quando si pensava che anche l’ultimo esemplare fosse stato rottamato, il prototipo dello scafo sul Leopard 1 ricomparve completamente restaurato e funzionante. Oto decise allora di esporlo nel nuovo museo aziendale della Spezia, dove oggi è possibile ammirarlo in tutta la sua magnificenza con come testimone di un progetto tanto ambizioso quanto sfortunato e la sua eredità non si fermò certo lì.
Tra il 2005 e il 2013 Otomelara, ormai parte di Leonardo Fil Mecanica, sviluppò una nuova torretta antierea armata sempre con un canone da 76 mm, ovvero il famoso progetto Draco, un sistema che raccoglieva l’eredità del suo predecessore, cercando di adattarne le intuizioni alle esigenze del XX secolo.
E così l’otomatic rimane il simbolo di un’epoca di grandi ambizioni e di sogni interrotti, un gigante che non ebbe mai la sua occasione sul campo, ma che ancora oggi racconta silenzioso quanto lontano potesse spingersi l’ingegno italiano. Partendo dal comparto motore dallo scafo, diciamo che basandosi su quello del Palmaria, che a sua volta era fortemente ispirato a quello dell’UF40, le prestazioni erano più o meno le stesse.
Il motore dell’Automatic era infatti una copia sul licenza dell’MTU MB838 CAM500, un 10 cilindri da 830 cavalli alimentato da due serbatoi laterali da 500 l ciascuno, capace di garantire 500 km di autonomia su strada e una velocità massima di 65 km/h. Il cuore dell’Auttomatic era tuttavia il cannone da 766 super rapido Auto Breda in grado di sparare fino a 120 colpi al minuto e su richiesta poteva essere sostituito dalla versione compatto con cadenza ridotta a 85 colpi al minuto.
Una cosa importante da dire è che la canna era stabilizzata su due assi e poteva elevare da -5° a +60°, consentendo quindi il tiro anche in movimento. Per proteggere l’equipaggio era dotata di un potente estrattore di fumo e di un rinculo contenuto. La gittata massima era di 20 km contro obiettivi terrestri una navali e teoricamente 9 km contro bersagli aerei.
La portata pratica antia era di 6/7 km a causa del tempo necessario per individuare e puntare il bersaglio. Una volta nel raggio del radar, l’automatic poteva ingaggiare il nemico in meno di 6 secondi. Il mezzo era anche equipaggiato con otto lanciatori di fumo da 76 mm, quattro perlato sulla torretta e un supporto per mitragliatrice sulla cupola del comandante, presumibilmente per una beretta MG4259.
La allora principale arma da fuoco antifanteria e antiaerea montata sui veicoli del nostro esercito. Il cannone era poi molto versatile, come penso avrete capito, in quanto era compatibile con una vasta gamma di munizioni, come ad esempio le SPEI e HEVT per l’antiaereo, le APFSDS e MPAT per l’anticarro, oltre a munizioni avanzate come Dart, Davide, Cram e Strales subcalibrati da 42 mm, munizioni capaci di distruggere missili in volo grazie a sistemi di correzione della traiettoria laser.
Naturalmente poteva anche utilizzare tutte le munizioni standard nato come le DM231 perforanti, le DM241 ad alto impatto esplosivo e le DM248 da addestramento, mentre la velocità alla bocca dei proiettili era di 910 m/ l’antiaereo e 1580 m/s per l’anticarro. Per far muovere questa btione era anche necessario un equipaggio composto, in questo caso, da quattro membri.
Il conducente posizionato sul lato destro dello scafo disponeva di un portello simile a quello dell’UF40 e di tre periscopi ed era l’unico situato nella parte bassa del mezzo. Tutti gli altri invece operavano all’interno della grande torretta. Al centro, dietro la culatta del cannone e il sistema di caricamento, era presente il cannoniere equipaggiato con un rilevatore percopico fisso.
Sul lato sinistro, accanto a una porta laterale e sotto un portello dotato di due periscopi si trovava invece il servente. Ed infine abbiamo il comandante del mezzo che si trovava sulla destra ed era dotato di una porta laterale identica a quella del caricatore. Aveva un periscopio stabilizzato su due assi, controllabile dall’interno tramite i joystick e con un campo visivo completo a 360° per monitorare il campo di battaglia senza lasciare il veicolo.
Il cannoniere disponeva di un display di puntamento collegato al mirino elettro accanto al cannone con due joystick, uno per ruotare la torretta e l’altro per muovere il radar VPG A06. Il comandante invece aveva un monitor a colori con mappa radar e immagini dal telescopio panoramico, oltre a due joystick, uno per controllare il periscopio e l’altro per muovere la torretta e il cannone e persino aprire il fuoco nel caso in cui il cannoniere fosse impossibilitato a svolgere i suoi compiti.
Ma la vera arma dell’Auttomatic non era il suo cannone, il suo scafo, la sua corazza o la sua autonomia, ma era il radar. E in questo caso parliamo non uno, ma di due sistemi di rilevamento prodotti appositamente per il veicolo dall’allora Galileo Avionica Spa, ciascuno con compiti distinti.
Il primo, ovvero l’SMA VPS A05, serviva l’acquisizione dei bersagli, ma non poteva tracciarli da solo. Il radar, inoltre, poteva anche essere abbassato per ridurre l’altezza complessiva del veicolo. Le caratteristiche di questo particolare sistema erano già eccellenti, considerando che parliamo di tecnologie risalenti a più di 30 anni fa. Il VPS a 05 aveva infatti un raggio minimo di 500 m e massimo di 20 km, come già abbiamo detto, contro qualsiasi tipo di veicolo in movimento tra i 36 e i 3600 km/h.
Poteva effettuare una scansione completa a 360° in appena 1 secondo e tracciare fino a 24 obiettivi contemporaneamente. Il secondo radar, già citato in precedenza, chiamato SMA VPG06, era dedicato invece al tracciamento dei bersagli. Non poteva acquisire obiettivi autonomamente, ma era in grado di seguirli e visualizzarne la posizione sui display del cannoniere del comandante, mantenendo una precisione elevatissima.
La sua copertura era di 180° con un raggio minimo di tracciamento di 75 m e una portata massima anch’esso di 20 km contro aerei ed elicotteri a velocità comprese tra i 54 e i 3600 km/h. Per capirci meglio, questo radar poteva identificare la posizione di un bersaglio di 2 m a 10 km di distanza e seguirlo teoricamente senza difficoltà.

Infine, parliamo del suo avanzato sistema per il controllo del tiro. Un’arma micidiale si è messa in combinazione con i suoi potenti radar. Questo strumento era una versione modificata e migliorata dell’INCE, un sistema sviluppato da Autobrede utilizzato sulle navi della Marina Militare Italiana e su unità navali straniere dotate anch’esse del canone da 76 mm Autobreda.
I test dimostrarono che questo file control system poteva aprire il fuoco in qualsiasi condizione meteorologica, anche quando il veicolo era in movimento su terreni accidentati o di fronte a pesanti contromisure elettroniche nemiche. Nonostante l’Automatic non sia mai entrato in servizio attivo e i suoi prototipi abbiano rischiato di scomparire nel tempo, resta un esempio straordinario di ingegno italiano.
Un veicolo in grado di combinare potenza di fuoco, tecnologia avanzata e versatilità operativa. Ancora oggi il prototipo restaurato alla Spezia testimonia quanto la creatività e l’audacia possano spingersi oltre i confini dell’ordinario, trasformando un sogno ingegneristico in un simbolo indelebile della storia dei mezzi corazzati italiani
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