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L’ingegnere che creò un’elica “impossibile” e fece volare il Macchi C.205 più rapido di 160 km/h

Il MAI C205 Veltro era già considerato uno dei migliori caccia italiani quando uscì dalle linee di produzione. Con il suo motore Daimler Benz DB605 era agile, potente, temuto. I piloti tedeschi lo rispettavano, gli alleati lo temevano, ma per Castoldi non era abbastanza. Ogni volta che vedeva un veltro decollare dalla pista di lonate Pozzolo, sapeva che quel caccia poteva dare di più, molto di più.

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Il problema era l’elica, quella maledetta elica a tre pale che tutti consideravano il massimo della tecnologia disponibile, ma che ai suoi occhi era un freno, un limite, un tradimento del potenziale nascosto nel motore e nella cellula dell’aereo. Le eliche degli aerei da combattimento sembrano semplici a chi le guarda da terra.

pale che girano, che fendono l’aria, che trasformano la potenza del motore in movimento. Ma per un ingegnere come Castoldi erano universi di complessità. Ogni millimetro del loro profilo determinava quanto velocemente l’aereo poteva volare, quanto rapidamente poteva salire, quanto carburante consumava, quanto il motore doveva soffrire.

E nel 1943 le eliche tradizionali avevano raggiunto il loro limite fisico. Oltre una certa velocità, le punte delle pale si avvicinavano alla velocità del suono, creando onde d’urto che distruggevano l’efficienza, che facevano vibrare l’intero aereo, che potevano letteralmente strappare il motore dal suo alloggiamento.

Castoldi passava notti intere nei suoi calcoli. La sua scrivania era un caos di fogli coperti di equazioni, disegni di profili alari, tabelle di resistenza dei materiali. Sua moglie Elena lo trovava spesso addormentato sulla sedia con la penna ancora in mano e gli occhiali appesi precariamente sul naso.

Mario gli diceva dolcemente, la guerra non si vince in una notte, ma lui le sorrideva, stanco ma determinato, e rispondeva: “No, Elena! Ma forse si può vincere con un’idea che nasce in una notte. E continuava a calcolare, a disegnare, a immaginare un’elica che non doveva esistere secondo le regole conosciute dell’aerodinamica.

L’idea arrivò in un momento inaspettato, come spesso accadono le grandi intuizioni. Era una fredda mattina di gennaio del 1943 e Castoldi osservava un veltro che rullava sulla pista coperta di neve. Il pilota aumentò la potenza per vincere l’attrito della neve e in quel momento l’ingegnere vide qualcosa che tutti vedevano ma che nessuno osservava davvero.

La neve spinta dall’elica non si muoveva in modo uniforme. C’erano vortici, zone morte, aree dove l’aria veniva letteralmente sprecata invece di essere sfruttata e in quel preciso istante nella sua mente si accese una scintilla. E se invece di tre pale l’elica ne avesse avute quattro o cinque? o se le pale fossero state sagomate in modo completamente diverso, seguendo curve che nessuno aveva mai provato. Ma non era così semplice.

Aggiungere pale significava aggiungere peso, modificare il profilo significava calcolare migliaia di variabili e soprattutto costruire un prototipo avrebbe richiesto risorse che nel 1943 l’Italia semplicemente non aveva più. Gli stabilimenti erano bombardati regolarmente, i materiali scarseggiavano, i migliori operai erano al fronte.

Eppure Castoldi sapeva che se avesse presentato l’idea giusta, se avesse dimostrato che era possibile, i vertici militari avrebbero trovato il modo. Doveva solo essere perfetto, doveva essere impossibile da rifiutare. Lavorò per settimane su un progetto che chiamò Elica X, un nome volutamente vago per mantenere il segreto.

Era un’elica a quattro pale con un profilo rivoluzionario. Ogni pala aveva una torsione variabile lungo tutta la sua lunghezza progettata per ottimizzare il flusso d’aria in ogni punto, dalla radice alla punta, ma la vera innovazione era nel meccanismo di controllo del passo. Invece di un sistema fisso o regolabile solo manualmente, l’elica X avrebbe avuto un sistema automatico che adattava continuamente l’angolo delle pale alla velocità dell’aereo, alla potenza del motore, all’altitudine.

Era un computer meccanico di precisione incredibile, costruito con ingranaggi, molle e leve che dovevano funzionare perfettamente anche a temperature sotto zero e sotto forze G che avrebbero piegato l’acciaio comune. Quando finalmente presentò il progetto al colonnello Rizzo, capo del reparto sviluppo aeronautico, la reazione fu esattamente quella che temeva.

Castoldi disse il colonnello con voce stanca, abbia appena perso altri due stabilimenti nei bombardamenti di questa settimana. Abbiamo piloti che volano con aerei che hanno più toppe che la miera originale e lei viene qui a propormi unelica che richiederebbe la precisione di un orologiao svizzero e materiali che potremmo usare per costruire tre aerei nuovi.

Il silenzio nella stanza era pesante come piombo, ma Castoldi non abbassò lo sguardo, invece aprì una cartella che aveva tenuto nascosta fino a quel momento. Colonnello disse con voce ferma, ho fatto calcoli molto conservativi. Se questa elica funziona anche solo al 70% di quello che prevedo, un MAC 205 potrebbe raggiungere i 720 km/h in volo orizzontale.

Attualmente il nostro caccia più veloce arriva a 640, gli Speedfire alleati volano a 650, i Mustang americani a 670. Colonnello, questa elica ci darebbe 50 km di vantaggio su qualsiasi caccia nemico nel Mediterraneo. 50 km significano che scegliamo noi quando attaccare e quando ritirarci. Significano che i nostri piloti tornano a casa.

Significano che possiamo proteggere le nostre città. Il colonnello Rizzo guardò i numeri, poi guardò Castoldi, poi di nuovo i numeri e lentamente, molto lentamente, annuì. Ottenere l’approvazione fu solo l’inizio. Costruire l’elica X si rivelò una sfida che avrebbe spezzato chiunque avesse meno determinazione di castoldi. Gli operai specializzati della MACI dovettero imparare tecniche completamente nuove.

Ogni pala richiedeva 80 ore di lavorazione manuale. Il meccanismo di controllo del passo aveva 170 componenti, ognuna delle quali doveva essere perfetta al decimo di millimetro. E poi c’erano i test infiniti, estenuanti test di resistenza, di equilibratura, di simulazione del carico. Un’elica sbilanciata anche di pochi grammi avrebbe distrutto i cuscinetti del motore in pochi minuti di volo.

Un ingranaggio difettoso avrebbe potuto bloccare le pale in volo trasformando il caccia in una bara volante. Il primo prototipo dell’ECA Dickis fu completato il 15 aprile 1943 in una giornata che Mario Castoldi non avrebbe mai dimenticato. L’elica era montata su un banco di prova nell’hangar numero 7 dello stabilimento macchi, illuminata dalle luci al neon che trema ad ogni passaggio dei bombardieri alleati in lontananza.

Era bellissima, in un modo che solo un ingegnere poteva apprezzare veramente. Le quattro pale color argento brillavano come lame di coltello e il complesso meccanismo alla base sembrava un’opera d’arte meccanica più che un componente militare. Gli operai che l’avevano costruita la guardavano con un misto di orgoglio e terrore, sapendo che nei prossimi minuti avrebbero scoperto se mesi di lavoro massacrante avevano prodotto un capolavoro o un disastro.

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