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LA MAFIA – Storia dei Boss più Potenti – EP. 2 | Costello, Lansky, Siegel, Adonis e Anastasia

 In particolare riuscì a piazzare  migliaia di macchinette in bar e locali di New   Orleans grazie all’amicizia con il boss Carlos  Marcello e con politici locali. Il soprannome che   gli fu dato il primo ministro derivava proprio da  questa abilità. Era lui a trattare con senatori,   sindaci, poliziotti. Non alzava mai la  voce. Non appariva come un gangster,   parlava con modi gentili e indossava abiti  da uomo d’affari.

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 Perfino in tribunale,   quando era chiamato a testimoniare, manteneva  un’aria composta che spiazzava i giornalisti. Quando Luciano finì in prigione nel 1936, toccò  a Costello e a Genovese spartirsi la leadership.   Ma con la fuga di Vito in Italia Frank rimase  l’uomo più forte. Per quasi 20 anni fu lui a   guidare la famiglia. mantenendo una facciata di  rispettabilità.

 Non amava il sangue, preferiva   il compromesso. Gli anni 40 furono il suo  periodo d’oro. Il controllo delle slot machine,   del gioco clandestino e dei sindacati gli portava  milioni di dollari. Allo stesso tempo Costello   era l’interlocutore privilegiato dei politici  corrotti di New York. Un piede nella mafia,   un piede nell’establishment. Questa era la sua  formula.

 Il suo regno però non poteva durare   all’infinito. Negli anni 50 il governo federale  decise di colpire il crimine organizzato. Le   audizioni che Fauer, trasmesse in televisione in  tutto il paese esposero al pubblico per la prima   volta il volto della mafia. Costello fu chiamato  a testimoniare. In diretta TV davanti a milioni   di spettatori, rispose alle domande con imbarazzo,  evitando gli sguardi e parlando a mezza voce.

 Una   sua frase divenne celebre. Quando gli chiesero  cosa avesse fatto per meritarsi i suoi soldi,   rispose: “Pago le mie tasse.” Per l’opinione  pubblica fu uno scandalo. L’immagine del   gentleman della mafia crollò. Costello,  che aveva sempre puntato sulla discrezione,   si trovò improvvisamente al centro dell’attenzione  nazionale. Il colpo finale arrivò nel 1957.  

Vito genovese, tornato dall’Italia voleva  riprendersi il potere. Ordinò a Vincent the   Chin, gigante di eliminare Costello. Una sera di  maggio, mentre Frank entrava nel suo appartamento,   Gigante gli sparò. Il proiettile lo sfiorò alla  testa, non lo uccise, ma bastò. Costello, ormai   stanco e provato dalle indagini e dalla pressione,  decise di ritirarsi.

 disse ai suoi uomini:   “Dite a Vito che ha vinto, non voglio più guerre”.  Con quella frase chiudeva la sua carriera di boss.   Dopo il ritiro, Frank Costello visse quasi come un  pensionato. Continuava a ricevere rispetto negli   ambienti mafiosi. Nessuno osava toccarlo, ma si  teneva lontano dalle decisioni.

 Trascorreva il   tempo a giocare a golf, curare le sue proprietà  e mantenere contatti con vecchi amici politici. Morì nel 1973, all’età di 82 anni, uno dei più  longevi tra i grandi boss della sua generazione.   A differenza di Luciano e genovese, non conobbe  la prigione lunga né la morte violenta. La sua   eredità rimase quella del diplomatico, dell’uomo  che aveva trasformato il crimine in una questione   politica, aprendo la strada a un modo diverso  di essere boss.

 Frank Costello non fu il più   sanguinario né il più potente dei boss, ma fu  probabilmente il più influente sul piano politico.   La sua capacità di comprare protezioni e costruire  alleanze nel mondo legittimo dimostrò quanto   sottile fosse la linea tra crimine e istituzioni.  Se Luciano inventò la commissione e Genovese   sognò il potere assoluto.

 Ostello insegnò che il  vero dominio si esercita non solo con la forza,   ma con la politica. Un uomo che preferiva la  mazzetta alla pistola e che per questo fu chiamato   il primo ministro della mafia americana.   Se Luciano fu il grande architetto e Costello   il diplomatico, Meerlanski incarnò il genio  finanziario del crimine. Era il cervello economico   della mafia, l’uomo capace di trasformare bande di  strada in un impero che muoveva miliardi.

 Nacque   Meer Suciovlianski il 4 luglio 1902 a Grodno,  allora parte dell’Impero Russo, oggi Bielorussia.   La sua era una famiglia ebrea povera, vessata  da Pogrom e dalle persecuzioni che spingevano   milioni di ebrei dell’Est Europa a cercare rifugio  in America. Nel 1911, quando Meer aveva 9 anni,   la madre Sara partì con lui e i fratelli  diretti verso New York.

 Il padre Max li   avrebbe raggiunti poco dopo. La nuova vita non  fu facile. Si stabilirono nel Lower East Side,   lo stesso quartiere dove vivevano migliaia di  immigrati italiani, irlandesi e tedeschi. Era un   mondo duro, povertà, malattie, bande giovanili che  si fronteggiavano per le strade. Meyer, piccolo   e Gracile, si trovò subito in difficoltà.

 Spesso  veniva deriso per la sua statura e per l’accento,   ma dietro quell’aspetto fragile si nascondeva  un’intelligenza acuta e una memoria prodigiosa.   Fu proprio nelle strade dell’Owellis Side che il  destino di Lanski cambiò. Un giorno, da ragazzino,   si trovò di fronte a un giovane italiano che  cercava di estorcergli i soldi per protezione   mentre andava a scuola. era Salvatore Lucania,  futuro Lucky Luciano.

 Meyer non si spaventò,   rifiutò e dimostrò coraggio. Luciano, invece  di umiliarlo, rimase colpito. Da allora i due   divennero amici. Poco dopo Meyer legò anche con  un altro giovane ebreo, Benjamin Bugsy Seigle.   Insieme formavano un trio straordinario. Luciano  la mente strategica, Sigel, il braccio armato,   Lanski, il cervello economico.

 Tre ragazzi di  strada che in pochi anni avrebbero costruito un   impero. Negli anni 10 e 20 Meer iniziò con piccole  truffe e giochi d’azzardo clandestini. Aveva una   passione particolare per i numeri. Conosceva  a memoria statistiche, calcoli, probabilità.   Al tavolo del poker non sbagliava mai. Quando  nel 1920 arrivò il proibizionismo, l’occasione   fu enorme. Luciano, Sigel e Lanski entrarono nel  business dell’alcol.

 Lanski era l’uomo che sapeva   gestire i conti, tenere registri, corrompere  funzionari con discrezione. Non si faceva notare   come gli altri. Niente auto di lusso, niente  abiti appariscenti. Il suo stile era sobrio,   calcolatore. Questo lo rese indispensabile. Un  incontro decisivo fu quello con Arnold Rotstein,   il grande finanziere del crimine ebreo, l’uomo  che aveva truccato le World Series del 1919.  

Rotstein prese Lanski sotto la sua ala,  insegnandogli che il vero potere non stava   nei muscoli, ma nel denaro. “Le pistole fanno  rumore”, diceva, “ma soldi comprano silenzio.”   Lanski fece suo quel principio. Capì che il futuro  della criminalità non era più la gang di strada,   ma un’organizzazione che operasse come  una grande azienda e lui voleva esserne il   contabile capo.

 Finito il proibizionismo,  mentre molti gangster perdevano terreno,   Lanski investì tutto nel gioco d’azzardo.  Organizzò casinò clandestini a New York,   in Florida, a Cuba. Con l’appoggio di Luciano  e Costello creò una rete che fruttava milioni   ogni mese. Il suo capolavoro fu però Las Vegas.  Fu lui insieme a Bugsy Sigel a immaginare la   città come capitale del gioco d’azzardo legale.

  Quando Sigel aprì il Flamingo Hotel nel 1946,   Lanski era dietro le quinte come finanziatore  e contabile. Il progetto inizialmente fu un   disastro economico e Sigel pagò con la  vita. Malansky aveva visto lungo. Pochi   anni dopo Las Vegas sarebbe esplosa come  il regno del gioco mondiale.  Negli anni 40 e 50 Lanski trovò il suo paradiso  a Lavana.

 Con il dittatore Fulgencio Battista   ottenne licenze per casinò lussuosi che  attiravano milionari e star di Hollywood.   Peranski Cuba era la Las Vegas dei  tropici, legale, protetta, redditizia.   Ma la rivoluzione di Fidel Castro nel 1959  distrusse tutto. I casinò furono chiusi,   gli investimenti persi e Lanski vide svanire  milioni di dollari in un colpo solo.

 Fu il   grande fallimento della sua vita. Negli Stati  Uniti, intanto, l’FBI lo teneva d’occhio da anni.   Malansiy era abile, non lasciava tracce,  non firmava nulla, non parlava mai troppo.   I giornalisti lo soprannominarono il contabile  della mafia, ma per decenni nessuno riuscì a   incastrarlo.

 Negli anni 70 provò a rifugiarsi in  Israele, appellandosi alla legge del ritorno che   garantiva la cittadinanza agli ebrei. Per un po’  ci riuscì, ma alla fine le pressioni americane   convinsero Tela Aviv a rispedirlo negli Stati  Uniti. Processato per evasione fiscale e altri   reati, riuscì comunque a cavarsela quasi sempre  con condanne minime. Lanski visse in Florida,   in una villa modesta, rispetto al suo passato.

  Molti lo credevano un miliardario nascosto, ma   in realtà gran parte della sua fortuna era andata  perduta nei crolli di Cuba e nelle spese legali. Morì il 15 gennaio 1983 a 80 anni di cancro  ai polmoni. Al momento della morte sul suo   conto c’erano poche centinaia di migliaia  di dollari, ben lontano dalle leggende che   lo volevano proprietario di miliardi sparsi in  banche svizzere.

 Meyer Lanski non fu mai un don   nel senso tradizionale. Non comandava eserciti  di sicari, non amava la violenza, ma senza di   lui la mafia non avrebbe mai assunto la forma di  un impero economico internazionale. Fu l’uomo che   insegnò ai gangster a pensare da banchieri. Il  suo nome resta legato a un paradosso. il genio   finanziario che costruì fortune immense,  ma che morì quasi povero, forse perché,   come diceva lui stesso con amara ironia, si può  sempre contare sui numeri, ma non sugli uomini.

   Se Luciano fu il visionario e Lanski il contabile,  Benjamin Bagsy Sigel fu il pistolero, il gangster   carismatico e imprevedibile. Era il volto più  affascinante e al tempo stesso più pericoloso   di quella generazione.

 Bello, elegante, ma con una  scintilla di follia che lo rendeva temuto da amici   e nemici. nacque il 28 febbraio 1906 a Brooklyn,  figlio di una coppia di immigrati ebrei originari   dell’Ucraina. La sua famiglia era poverissima.  Il padre Max faceva lavori saltuari come sarto   o Facchino. La madre Jenny cercava di mantenere  i figli con lavoretti domestici. Benjamin crebbe   tra miseria e rabbia e presto imparò che per  sopravvivere nelle strade di New York bisognava   essere più duro degli altri.

 Da ragazzino si unì a  piccole bande di quartiere, distinguendosi subito   per il suo temperamento. Aveva una caratteristica  che lo rese famoso. Era imprevedibile,   capace di passare in un istante dal sorriso alla  furia omicida. Gli amici, a metà tra il timore   e l’ammirazione lo soprannominarono Bagy, cioè  il pazzo. Lui odiava quel nome, preferiva farsi   chiamare Ben, ma alla fine divenne parte della sua  leggenda.

 Per guadagnarsi da vivere, iniziò con   piccoli furti e soprattutto con il racket della  protezione. Girava tra i negozianti del quartiere   e con la minaccia di incendiare il locale  pretendeva denaro. Il suo metodo era semplice   e diretto: una tanica di benzina, un fiammifero  e la paura faceva il resto. Fu in quegli anni che   Baxi incontrò Meer Lanski.

 L’ebreo mingherlino e  riflessivo e il biondo dal temperamento esplosivo   divennero amici inseparabili. Lanski capì  che Sigel era l’uomo giusto per fare il   lavoro sporco. Mentre lui pianificava e gestiva i  soldi, Bagsi imponeva il rispetto con la pistola.   Insieme fondarono una banda giovanile che sarebbe  diventata la base della futura alleanza con Lucky   Luciano.

 Bagsi non aveva la visione di Meyer né la  finezza di Luciano, ma portava qualcosa di unico,   il coraggio e la ferocia. Con l’avvento del  proibizionismo, Bagsy trovò la sua vocazione.   Diventò uno dei più temuti sicari di New York. Si  unia Murder Incorporated, la compagnia di omicidi   su commissione creata da Luciano Elanschi per  garantire disciplina e punizioni all’interno   della mafia. Sigel era uno dei più affidabili,  veloce, preciso, implacabile.

 Si racconta che   in quegli anni partecipò a decine di esecuzioni,  anche se i numeri reali non furono mai provati,   ma la sua reputazione era sufficiente. Quando  si diceva che Bagsi era sulle tue tracce,   sapevi che la tua ora era arrivata. Negli anni 30  Bugs lasciò New York e si trasferì in California   ufficialmente per aprire nuove rotte di  traffico e gioco d’azzardo.

 In realtà il   richiamo era anche personale. La Hollywood degli  anni d’Oro lo affascinava. A Los Angeles Bagsy   divenne amico di star del cinema come George  Raft e Jean Harl. frequentava feste lussuose,   circondato da attrici e champagne. A differenza  di Lanky, che evitava i riflettori, Sigel amava   la ribalta. Vestiva con eleganza impeccabile,  guidava auto di lusso, viveva come una star.

 Ma   non era solo un playboy. In California organizzò  il traffico di droga e di alcol lungo la costa,   aprì bische clandestine e consolidò il  potere degli uomini di Luciano anche a ovest. Il suo nome resterà per sempre legato a Las Vegas.  Negli anni 40, quando la città era poco più di un   villaggio nel deserto, Sigel vide ciò che altri  non immaginavano, un futuro impero del gioco   d’azzardo legale.

 Con i soldi della mafia raccolti  da Lanschi e Luciano si mise alla guida della   costruzione del Flamingo Hotel, un casinò lussuoso  destinato a cambiare la storia della città. Ma il   progetto fu gestito in modo caotico. Costi alle  stelle, ritardi infiniti, furti di materiali.   Bagsi non era un manager, era un gangster.  Quando il flamingo aprì nel 1946 fu un disastro.   Pochi clienti, spese folli, milioni persi.

 Lanski  e gli altri boss iniziarono a sospettare che Sigel   stesse rubando fondi per sé. La pazienza  finì. Il 20 giugno 1947 Baxy Seel era nella   villa della sua amante Virginia Hill a Beverly  Hills. Mentre leggeva un giornale sul divano,   qualcuno sparò attraverso la finestra. Nove colpi,  quattro lo colpirono in testa. Morì sul colpo.   Il suo omicidio fu uno dei più celebri della  storia della mafia.

 Nessuno fu mai incriminato,   ma tutti sapevano che era stato ordinato dai suoi  stessi soci, probabilmente con l’approvazione di   Lanski. Il flamingo, ironia della sorte, pochi  mesi dopo iniziò a generare enormi profitti.   Bugsy Sigel rimane una figura leggendaria. Era il  gangster che voleva essere una star, il killer che   sognava Hollywood, l’uomo che vide in Las Vegas un  futuro impero.

 La sua vita fu un lampo brillante,   rumorosa, breve. Se Luciano rappresenta la mente  e Lanski il calcolo, Sigel fu il cuore pulsante,   l’anima selvaggia di quell’epoca. Morì giovane,  ma lasciò un segno indelebile. Senza di lui,   Las Vegas forse non sarebbe mai diventata la  capitale mondiale del gioco.  Tra i tanti   boss della vecchia generazione, Joe Adonis fu  forse il più enigmatico, non il più sanguinario,   né il più visionario, ma un uomo capace  di muoversi tra eleganza, discrezione e   spietatezza. Amico fraterno di Laki Luciano,  seppeare nell’ombra senza mai rinunciare al  

potere. Nque Giuseppe Antonio Doto il 22 novembre  1902 a Montemarano, un piccolo paese dell’Irpinia.   Come tanti altri bambini del Sud Italia, emigrò  in America con la famiglia all’inizio del Ioto   si stabilirono a Brooklyn, dove Giuseppe iniziò  presto a bazzicare le bande di quartiere. Già   da giovane Joe mostrò una caratteristica che  lo distingueva dagli altri.

 era ossessionato   dall’aspetto fisico, si vestiva con cura  maniacale, passava ore davanti allo specchio,   cercava di imitare le pose degli attori del cinema  muto. Da qui nacque il soprannome che lo avrebbe   accompagnato per tutta la vita, Adonis, come il  Dio greco della bellezza. Ma dietro l’eleganza   c’era un carattere duro. Joe non esitava a menare  le mani, a farsi rispettare nelle risse di strada.  

Le prime rapine e i primi piccoli traffici  lo portarono presto nel giro di Laki Luciano   e Meyerlanski. Negli anni 20 Adonis entrò a  far parte del gruppo che si stava formando   attorno a Luciano. Durante il proibizionismo  gestiva bische, racket e contrabbando di alcol.   La sua specialità però era il gioco d’azzardo.  Amava le carte, i dadi, le slot machine.

 Sapeva   come far rendere ogni attività al massimo. Luciano  lo stimava per la sua affidabilità e il suo stile.   Non era un rivoluzionario, non cercava il comando,  ma era un alleato leale e un abile organizzatore.   Quando serviva qualcuno per aggiustare un affare  con diplomazia o per mantenere un basso profilo,   Adonis era l’uomo giusto.

 Pur essendo un uomo di  eleganza e buone maniere, Adonis non era estraneo   alla violenza. Molti lo ricordavano come uno dei  finanziatori e protettori di Murder Incorporated,   la compagnia degli omicidi che garantiva  disciplina tra i clan. Non era lui a premere il   grilletto, ma spesso era lui a dare il via libera  o a fornire coperture. Sapeva però mantenere un   equilibrio raro, rispettato dai gangster per  la sua durezza, rispettato dai politici e dai   poliziotti corrotti per la sua discrezione.

 Non  cercava i riflettori, non attirava l’attenzione   dei giornali. Quando Luciano finì in prigione nel  1936, Adonis rimase un alleato fedele, pur senza   ambire, a prendere il suo posto. Si schierò  con Frank Costello, diventando uno dei suoi   principali sostenitori nella lunga rivalità con  Vito genovese. Gli anni 40 furono il periodo d’oro   di Joonis. Il suo impero, nel gioco d’azzardo,  fruttava milioni.

 Aveva bische clandestine a   Brooklyn, Manhattan e nel New Jersey, oltre  a interessi nei casinò di Miami e persino a   Cuba. La sua immagine di gangster gentiluomo  cresceva. Vestiti su misura, feste raffinate,   amicizie con star di Hollywood. Eppure non perse  mai la sua prudenza. Niente eccessi pubblici,   niente provocazioni inutili.

 Negli anni 50 però  i riflettori del governo si accesero anche su   di lui. Le audizioni Fover lo esposero come  uno dei grandi boss della mafia americana. Le   Febiai lo inser.  Nel 1951 fu condannato  per evasione fiscale e passò 2 anni in prigione.   Uscito, la pressione non diminuì. Nel 1953 il  governo americano decise di espellerlo in quanto   immigrato mai naturalizzato.

 Joe Adonis fu così  imbarcato per l’Italia, tornando nella terra che   aveva lasciato da bambino. Stabilitosi a Milano,  cercò di mantenere i contatti con gli Stati Uniti,   ma ormai il suo potere si era dissolto. Lontano da  New York non riuscì più a influenzare le decisioni   della commissione.

 Jo Adonis trascorse gli ultimi  anni in relativa tranquillità, circondato dalla   sua eleganza e dalle sue abitudini da Dandi. Morì  il 26 novembre 1971 a 69 anni, stroncato da un   infarto mentre era ricoverato in una clinica  a Milano. Il suo funerale fu sobrio, senza   clamori. Nessuno volle attirare l’attenzione.  In America la sua morte passò quasi inosservata,   offuscata da boss più noti e violenti. Joe Adonis  fu un gangster diverso dagli stereotipi.

 Amava il   denaro e l’eleganza più che il sangue. Preferiva  la diplomazia alla guerra, il gioco d’azzardo ai   traffici di droga. Non fu mai il numero uno, ma fu  accanto ai numeri uno, da Luciano a Costello. Il   suo nome non evoca paura come quello di Genovese,  né genialità come Lanski, ma rappresenta un lato   particolare della mafia americana, quello  fatto di compromessi, silenzi e una certa   idea di stile. un uomo che visse da gangster,  ma che volle apparire sempre come un gentiluomo.

 Selanski era il contabile e Costello  il politico. Albert Anastasia fu il carnefice,   il volto più crudele e spietato della mafia  americana. La sua vita fu segnata dal sangue,   dal primo omicidio da ragazzo fino alla fine  brutale in una barberia di Manattan. Nacque   Umberto Anastasio il 26 settembre 1902 a Tropea  in Calabria.

 La sua famiglia era poverissima,   12 figli, un padre pescatore che a malapena  riusciva a sfamare tutti. Ancora adolescente,   Umberto decise di seguire il destino di milioni  di italiani e salpò per l’America. Arrivò a New   York nel 1919, imbarcato come marinaio clandestino  su una nave mercantile. Appena sbarcato cambiò il   suo nome in Albert Anastasia.

 Non conosceva  l’inglese, non aveva soldi, ma portava con   sé una rabbia feroce e un’inclinazione naturale  alla violenza. trovò lavoro come scaricatore di   porto a Brooklyn, uno dei mestieri più duri  e corrotti. Era il terreno perfetto per un   ragazzo che voleva emergere a colpi di pugni e  coltelli. Nel 1921, a soli 19 anni, Anastasia fu   arrestato per l’omicidio di un collega.

 Era stato  un litigio nato per questioni di lavoro al porto,   finito con un coltello affondato nel petto della  vittima. Condannato a morte, fu mandato a Sing,   Sing. Sembrava la fine, ma il destino volle  diversamente. Per una serie di cavilli e   testimonianze svanite, la sentenza fu annullata.  Dopo poco più di un anno, Albert uscì di prigione.   Aveva conosciuto da vicino la sedia elettrica  e ne era uscito vivo.

 Da allora si convinse di   essere invincibile. Liberato, Anastasia si unì  ai sindacati portuali controllati dalla mafia.   Il suo talento per l’intimidazione lo rese  indispensabile. Fu in quegli anni che incontrò   Lucky Luciano e Meyerlanski, i quali compresero  subito quanto fosse utile un uomo come lui,   freddo, disciplinato, disposto a uccidere  senza esitazioni.

 Con il sostegno di Luciano,   Anastasia entrò nella rete di Murder Incorporated,  l’organizzazione creata per gestire gli omicidi   su commissione. Negli anni 30 e 40 Murder  Incorporated divenne la compagnia della morte   più efficiente della storia criminale americana.  Squadre di sicari ebrei e italiani eliminavano   chiunque tradisse le regole o si opponesse agli  affari della commissione.

 Anastasia ne era il   comandante sul campo, il Lord High Executioner,  come lo soprannominarono i giornalisti. Si dice   che supervisionò centinaia di esecuzioni e  che partecipò personalmente ad almeno una   cinquantina di omicidi. Per lui la violenza non  era un mezzo, era una vocazione. La sua freddezza   impressionava persino i mafiosi più duri.

 Durante  la seconda guerra mondiale, Anastasia sfruttò la   sua posizione nei porti per guadagnare potere. Gli  alleati, preoccupati per il sabotaggio nazista,   si affidarono anche alla mafia per proteggere  i moli di New York. Anastasia ne approfittò   per consolidare la sua influenza, diventando  uomo di riferimento tra sindacati e gangster.   Dopo la guerra, grazie all’appoggio di Lakin  Luciano e Frank Costello, ottenne il comando   della famiglia Mangano, trasformandola in quella  che sarebbe poi diventata la famiglia Gambino.  

Il suo potere però si fondava sulla paura.  Anastasia non tollerava insubordinazioni.   Nel 1951 fece sparire Vincent Mangano, il boss  da cui dipendeva, insieme al fratello Philip.   Nessuno vide mai più i loro corpi. Fu il  segnale che il comando ora apparteneva a lui. Nel 1952 divenne ufficialmente capo della  famiglia con il pieno sostegno di Costello.  

Ma la sua fama di sanguinario cresceva. I  giornali lo descrivevano come un uomo spietato,   capace di ordinare esecuzioni per futili motivi.  Un episodio rimase celebre, l’omicidio di un   giovane ladruncolo che aveva rubato una giacca in  un negozio. Anastasia, vedendo la scena dalla sua   auto, ordinò di bloccarlo e lo uccise sul posto.

  Per lui il crimine non autorizzato era un affronto   personale. Il 1957 fu l’anno della sua rovina.  Partecipò al famoso summit di Apalacin che si   concluse con la fuga rovinosa di decine di boss  tra i boschi. La polizia ottenne prove concrete   dell’esistenza della commissione e l’opinione  pubblica si indignò. Anastasia, già in viso a   molti, divenne un bersaglio.

 Inoltre, la sua  alleanza con Frank Costello lo rese nemico   di Vito Genovese che mirava ma a unire i boss  contro di lui. Anche all’interno della sua stessa   famiglia cresceva il malcontento. Tra i ribelli  c’erano uomini ambiziosi come Carlo Gambino che   attendeva l’occasione giusta per scalzarlo. Il 25  ottobre 1957 Albert Anastasia entrò nella barberia   dell’hotel Park Sheraton a Manattan.

 si sedette  sulla poltrona, si rilassò mentre il barbiere gli   metteva l’asciugamano caldo sul viso. Fu allora  che due uomini mascherati entrarono, pistole in   pugno. Albert tentò di alzarsi, ma era confuso,  accecato dal panno sugli occhi. I killer aprirono   il fuoco, cinque colpi lo raggiunsero, lasciandolo  riverso a terra tra i vetri e il sangue. La   scena divenne un’icona.

 Il boss delle esecuzioni  giustiziato in una barberia vittima della stessa   violenza che aveva incarnato per tutta la vita.  Albert Anastasia rimase per sempre il simbolo   della ferocia mafiosa. Non era un diplomatico  né un visionario, era un uomo di sangue,   un killer elevato a boss. La sua morte aprì la  strada all’ascesa di Carlo Gambino che trasformò   la famiglia in una delle più potenti della storia.

  Se Luciano e Lanschi avevano dato ordine e metodo   al crimine, Anastasia rappresentava il lato  oscuro, la brutalità pura, la legge del terrore.   Un uomo che visse con la convinzione di essere  invincibile, ma che finì come tanti altri boss,   tradito, colpito alle spalle, ucciso da  chi voleva prendere il suo posto.

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