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381 mm di orgoglio italiano — la corazzata che fece tremare il Mediterraneo | Littorio

Nove cannoni imponenti, ognuno capace di scagliare un proiettile di quasi una tonnellata a cam a oltre 40 km di distanza sul mare aperto, corazze più spesse dell’altezza di un uomo adulto, uno scafo d’acciaio più lungo di due campi da calcio messi uno di seguito all’altro. E sotto tutto questo un sistema di protezione rivoluzionario che, secondo gli ingegneri italiani poteva resistere a qualsiasi siluro al mondo.

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Questa era l’alitorio, l’orgoglio della Marina di Mussolini e la più potente nave da guerra che l’Italia avrebbe mai costruito. avrebbe dovuto trasformare il Mediterraneo in un lago italiano, proprio come avevano fatto gli imperatori romani 2000 anni prima. Gli inglesi chiamavano quel mare il ventre molle d’Europa.

 Mussolini lo chiamava mare nostrum, il nostro mare. E l’alitittorio doveva trasformare quel vanto in realtà, ma questo colosso d’acciaio e polvere da sparo avrebbe incontrato un destino che nessuno dei suoi progettisti avrebbe potuto immaginare. avrebbe combattuto in alcune delle più disperate battaglie navali della Seconda Guerra Mondiale, sarebbe sopravvissuta al primo attacco silurante da portaerei della storia e alla fine sarebbero stati i suoi stessi alleati a cercare di ucciderla.

Per capire come l’Italia arrivò a costruire un simile mostro, bisogna tornare agli anni tra le due guerre, quando le grandi potenze navali si misuravano a vicenda sugli oceani del mondo. Il trattato navale di Washington del 1922 e quello di Londra del 1930 avevano imposto rigidi limiti sia al numero di corazzate che ciascun paese poteva costruire.

 sia alle dimensioni che queste navi potevano avere. Nessuna da guerra doveva superare le 35.000 tonnellate di dislocamento. Nessun cannone doveva avere un calibro superiore a 16 pollici. L’Italia aveva accettato questi limiti, ma il regime di Mussolini coltivava ambizioni grandiose. Il dittatore sognava di restituire all’Italia la gloria della Roma antica e nella sua visione ciò significava dominare il Mediterraneo da Gibilterra fino al canale di Suez.

Il problema era che la Francia, il principale rivale dell’Italia nel Mediterraneo, aveva iniziato a costruire due enormi nuove corazzate. Si chiamavano Dunkerk e Strasburg, e, sebbene fossero tecnicamente soltanto corazzate veloci con cannoni più piccoli, alteravano i rapporti di forza. Gli ammiragli italiani pretesero una risposta.

 Mussolini rispose: “Nel 1934 l’Italia annunciò che avrebbe costruito due nuovissime corazzate. Si sarebbero chiamate Littorio e Vittorio Veneto e sarebbero state le navi da guerra più potenti che avrebbero mai battuto bandiera italiana”. L’uomo scelto per progettare questi giganti era un brillante ingegnere di nome Umberto Pugliese. Era un architetto navale con decenni di esperienza e aveva qualcosa da dimostrare.

 Pugliese sapeva che l’Italia non poteva competere con la Gran Bretagna sul piano del numero di navi. La Royal Navy aveva basi sparse in tutto il globo. In un conflitto di lunga durata, la flotta italiana sarebbe sempre la sfavorita. Così Pugliese decise che a ciò che all’Italia mancava in numero avrebbe fatto fronte con la qualità.

 Ogni corazzata italiana doveva poter valere quanto due navi nemiche. Questo significava spingere al limite ciò che era tecnicamente possibile e voleva anche dire sorvolare, senza far troppo rumore, sulle restrizioni dei trattati che del resto tutti gli altri stavano già ignorando. La chiglia dell’alitorio fu impostata ai cantieri Ansaldo di Genova il 28 ottobre 1934.

Ufficialmente era una nave da 35.000 tonnellate. In realtà a pieno carico avrebbe finito per superare le 45.000 tonnellate di dislocamento, rendendola una delle corazzate più grandi al mondo. La costruzione fu uno sforzo nazionale. Migliaia di operai si riversavano sullo scalo giorno e notte. Le acciaierie italiane produssero piastre corazzate di nuovo tipo che combinavano strati cementati e omogenei per la massima resistenza.

La corazza frontale delle torri principali arrivava a 380 mm, quasi 40 cm di acciaio temprato. La cintura corazzata al galleggiamento era spessa 350 mm. Perfino il torrione di comando, dove il comandante avrebbe preso posto in battaglia, era protetto da corazze spesse oltre un quarto di metro. Qualsiasi cosa inferiore a un colpo diretto di un cannone di calibro da corazzata avrebbe semplicemente rimbalzato via.

 Ma il contributo più originale di pugliese era nascosto sotto la linea di galleggiamento. Ideò un sistema del tutto nuovo per proteggere la nave dalle esplosioni subacque. Invece dei consueti compartimenti piani riempiti di combustibile o d’acqua, lo scafo dell’allittorio ospitava lungo ciascun lato un enorme cilindro cavo. L’idea era che qualunque siluro colpisse la nave esplodesse contro lo scafo esterno per poi espandersi nel cilindro vuoto, dove la sua energia si sarebbe dissipata senza causare danni.

Sulla carta era un concetto brillante [musica] e gli italiani ne andavano molto fieri. Se avrebbe funzionato in combattimento reale, però era qualcosa che solo la guerra poteva dimostrare. La littittorio venne varata nel Mediterraneo il 22 agosto 1937 con una grande cerimonia alla presenza dello stesso Mussolini.

Il duce tenne uno dei suoi discorsi infuocati, paragonando la nuova corazzata a una legione romana del mare. Seguirono altri 3 anni di allestimento e poi il 6 maggio 1940 l’alitorio venne ufficialmente consegnata alla regia marina. Un mese dopo Mussolini portò l’Italia nella seconda guerra mondiale al fianco della Germania.

La più potente nave da guerra che l’Italia avesse mai costruito stava per avere l’occasione di dimostrare il proprio valore. Vediamo di cosa era capace. L’armamento principale dell’alitorio era costituito da nove cannoni da 381 mm, cioè circa 15 pollici secondo la vecchia misura britannica. Erano disposti in tre torrette, due a prua e una a poppa, ciascuna con tre cannoni.

Non erano semplicemente cannoni di grosso calibro, erano tra le armi navali più potenti mai prodotte. Ogni proiettile pesava quasi 900 kg, praticamente una tonnellata, e usciva dalla canna a oltre 850 m/s, vale a dire quasi tre volte la velocità del suono. Con l’elevazione massima quei proiettili potevano colpire bersagli a più di 42 km di distanza.

Per rendere l’idea potresti trovarti seduto da un lato di una grande città [musica] e l’alitorio potrebbe far cadere un proiettile dall’altro lato senza il minimo sforzo. L’armamento secondario comprendeva 12 cannoni da 152 mm per affrontare unità più piccole e decine di armi contraeree di vari calibri.

 Quattro turbine a vapore alimentate da otto caldaie. sviluppavano circa 130.000 cavalli sufficienti a spingere il gigante sull’acqua a 30 nodi, ovvero circa 56 kmh. Per una nave delle sue dimensioni era una velocità impressionante. L’equipaggio contava circa 1900 tra ufficiali e marinai, una piccola città galleggiante di uomini. Quando l’alitorio si unì alla flotta nell’estate del 1940, la guerra nel Mediterraneo era già in ebollizione.

La Royal Navy era decisa a tenere gli italiani imbottigliati nei loro porti. Gli italiani erano determinati a sfondare e a tagliare le linee di rifornimento britanniche verso l’Egitto e Malta. Le due flotte si girarono attorno per mesi, scambiandosi tiri a lunga distanza e attacchi aerei, ma di rado giungendo allo scontro decisivo.

 Il comando italiano era prudente. Sapeva che se avessero perso le preziose nuove corazzate non ci sarebbe stato modo di rimpiazzarle. Così l’alitorio trascorse gran parte del suo servizio iniziale all’ancora nella grande base navale di Taranto, nel tacco dello stivale d’Italia. E quello, come si vide, era esattamente dove gli inglesi la volevano.

 La notte dell’11 novembre 1940 la Royal Navy sferrò uno degli attacchi più audaci della storia della guerra navale. La portaerei britannica Illustrius si avvicinò fino a portata d’attacco di Taranto e lanciò 21 aerosiluranti Swartfish. erano vecchi biplani, lenti e goffi, con abitacoli aperti e ali ricoperte di tela.

 Sembravano usciti dalla Prima Guerra Mondiale, ma ognuno portava un solo siluro e i loro equipaggi sapevano esattamente dove trovare i bersagli. L’attacco arrivò in due ondate. Gli italiani avevano difeso Taranto con cannoni contraerei e palloni frenati, ma gli Swordfish arrivarono bassissimi, radenti l’acqua e sganciarono i loro siluri a distanza ravvicinata.

Tre di quei siluri centrarono l’alitittorio. Uno andò a schiantarsi contro la prua, un altro la colpì vicino alla poppa, un terzo le squarciò il fianco a centrve. I danni furono catastrofici. L’acqua si riversò da fuori, per i quali nessuna prova in tempo di pace avrebbe potuto preparare l’equipaggio. Il sistema di protezione pugliese, orgoglio dell’ingegneria italiana, non era riuscito a fermare le esplosioni subacque.

 La nave prese un forte sbandamento e si assestò più bassa sull’acqua. Ma è qui che i marinai italiani mostrarono di che pasta erano fatti. Le squadre di controllo d’anni lavorarono per tutta la notte, combattendo l’allagamento compartimento per compartimento, isolando le tubazioni sfondate e pompando fuori l’acqua con ogni pompa disponibile.

 Il comandante rifiutò di abbandonare la nave. All’alba l’allittorio era un relitto, ma restava a galla. anche altre due corazzate italiane, la conte di Kavur e la Caio Duilio, erano state colpite. La Cavour si posò sul fondo del porto e non sarebbe mai più tornata in pieno servizio. La Duilio fu portata in secca per evitare che affondasse.

 In una sola notte metà della linea da battaglia italiana era stata messa fuorigioco. Gli inglesi esultarono. avevano appena dimostrato, per la prima volta nella storia che aerei decollati da una porta aerei potevano distruggere corazzate in porto. Dall’altra parte del mondo, gli ufficiali della Marina Giapponese studiarono l’attacco di Taranto con grandissima attenzione.

Un anno dopo ne avrebbero applicato le lezioni in un luogo chiamato Pearl Harbor. Ma gli italiani non si diedero per vinti. L’allittorio fu rattoppata dov’era, poi rimorchiata al bacino di carenaggio per le riparazioni vere e proprie. Gli operai brulicavano sullo scafo danneggiato, tagliando via l’acciaio contorto e saldando nuove lamiere.

Le riparazioni richiesero quasi 5 mesi. [sbuffare] Alla fine di marzo del 1941 l’alitorio era di nuovo in mare, pronta a combattere. I suoi marinai avevano un conto in sospeso. Per i due anni successivi l’alitorio divenne la spina dorsale della squadra da battaglia italiana. Uscì ripetutamente nel Mediterraneo centrale, cacciando i convogli britannici e scortando le navi di rifornimento italiane dirette in Nord Africa, dove l’Africa Corp del Feld maresciallo Rommel combatteva una campagna disperata.

Nel dicembre del 1941 salpò per quella che sarebbe passata alla storia come la prima battaglia della Sirte. Gli italiani intercettarono la scorta di un convoglio britannico, si scambiarono tiri a lunga distanza e costrinsero i britannici a disimpegnarsi. Non fu certo una vittoria decisiva, ma l’allittorio aveva dimostrato di saper ancora combattere.

 La seconda battaglia della Sirte nel marzo del 1942 fu tutt’altra cosa. Un convoglio britannico con rifornimenti disperatamente necessari per Malta procedeva tra venti di burrasca e onde montuose. L’alitorio, insieme a tre unità più piccole si precipitò a intercettarlo. Il mare era così grosso che le navi minori faticavano persino a governare e i serventi ai pezzi lottavano solo per restare in piedi.

La massa imponente dell’alittorio le dava un vantaggio nella tempesta. Si portò a 22 km dalla formazione britannica e aprì il fuoco con le batterie principali. I giganteschi proiettili arrivavano fischiando fuori dalle bufere di neve, sollevando colonne d’acqua alte come palazzi. Le unità di scorta britanniche stesero cortine fumogene e lanciarono attacchi siluranti per scacciare la corazzata italiana.

Per ore le due forze si affrontarono a duello in mezzo alla tempesta. L’alittorio sparò 181 colpi con le batterie principali. Mancò di poco più volte, ma non piazzò alcun colpo a segno. Il convoglio britannico si dileguò nella notte, anche se per la maggior parte fu distrutto da attacchi aerei prima di raggiungere Malta.

 L’alitorio aveva mostrato i denti, aveva costretto la Royal Navy a combattere alle sue condizioni. Quell’estate tornò in mare. Nel giugno del 1942 i britannici lanciarono l’operazione Vigorus, un massiccio convoglio, per rifornire Malta da est. La flotta italiana al comando dell’ammiraglio Angelo Ichino uscì in mare per fermarlo.

L’allittorio era al centro della formazione. La sola minaccia della sua presenza bastò a far invertire la rotta al convoglio britannico. Ma sulla via del rientro si abbattè il disastro. Un bombardiere britannico Wellington si avvicinò di soppiatto nell’oscurità e sganciò un solo siluro. Colpì l’alitittorio vicino alla prua.

Ancora una volta le squadre di controllo d’anni si misero al lavoro e ancora una volta la grande nave sopravvisse. A peggiorare le cose durante l’azione, una delle sue stesse granate da 15 pollici esplose prematuramente all’interno di una canna danneggiando la torre prodiera. L’alitorio rientrò zoppicando in porto per un’altra lunga permanenza in cantiere.

Nell’autunno del 1942 la guerra stava volgendo a sfavore dell’Italia. La vittoria alleata a El Alamein a novembre spinse l’armata di Rommel in una lunga ritirata attraverso la Libia. Poi arrivarono gli sbarchi alleati nel Nordafrica francese. Il compito principale della flotta italiana era stato mantenere aperte le linee di rifornimento africane, ma con il Nord Africa perduto quel compito non aveva più senso.

 A peggiorare la situazione agli italiani stava venendo disperatamente a mancare la nafta. Le grandi corazzate inghiottivano quantità enormi di carburante, già solo stando all’ancora, figuriamoci in navigazione. Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, l’alitorio rimase ormeggiata alla Spezia, nel nord Italia, senza muoversi. L’equipaggio si addestrava come poteva, ma tutti sapevano che la guerra stava sfuggendo di mano.

Bombardieri americani e britannici attaccavano quasi ogni giorno i porti italiani. La presa di Mussolini sul potere si andava sgretolando. Nel luglio del 1943 il duce fu rovesciato dal suo stesso gran consiglio del fascismo e arrestato. Un nuovo governo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio prese il potere e quasi subito avviò trattative segrete con gli alleati.

Il 3 settembre 1943 l’Italia firmò un armistizio segreto. 5 giorni dopo, l’8 settembre, la notizia fu resa pubblica. Per l’Italia la guerra era finita, ma l’esercito tedesco era ancora sul suolo italiano e i tedeschi non avevano alcuna intenzione di lasciare che i loro ex alleati cambiassero schieramento senza combattere.

 La flotta italiana ricevette ordini urgenti dal nuovo governo. Le corazzate dovevano salpare immediatamente e dirigersi verso la base britannica di Malta, dove si sarebbero arrese agli alleati. La Littorio, ormai ribattezzata Italia, perché il suo nome fascista non era più politicamente accettabile, salpò dalla Spezia insieme alla gemella Roma e alla più anziana Vittorio Veneto.

 Le accompagnava una scorta di incrociatori e cacciator pediniere. L’ammiraglio Carlo Bergamini comandava la flotta dal ponte di comando della Roma. I marinai italiani avevano sentimenti contrastanti per ciò che stavano facendo. Molti erano sollevati all’idea che la guerra stesse finendo. Altri provavano la vergogna di entrare in porti nemici per consegnare navi che non erano mai state sconfitte in uno scontro tra flotte.

 Ma gli ordini di Bergamini erano chiari. Le navi dovevano procedere verso sud, oltrepassare la Corsica e la Sardegna e proseguire fino a Malta. Era stato promesso loro che la Royal Air Force le avrebbe protette lungo il tragitto. Ciò che nessuno nella flotta italiana sapeva era che la Luftwavffe teneva ad occhio la situazione e che i tedeschi avevano preparato una sorpresa mortale.

 La mattina del 9 settembre 1943, mentre la flotta italiana navigava attraverso le bocche di Bonifacio, tra la Corsica e la Sardegna, comparvero in alta quota i bombardieri Dornier tedeschi. Gli artiglieri contraerei italiani scrutarono il cielo e si prepararono ad aprire il fuoco. Ma gli aerei tedeschi rimasero ben al di sopra della gittata dei cannoni.

Poi fecero qualcosa che i marinai italiani non avevano mai visto prima. I bombardieri sganciarono le bombe da oltre 5 kilometri di quota e invece di cadere normalmente gli ordigni cominciarono a planare. Le ali si dispiegarono, piccole alette li guidavano nell’aria e si diessero da sole verso le navi italiane.

Era il Fritz X, la prima arma guidata antinave al mondo. Ognuno trasportava una testata perforante da 1400 kg ed era controllato da segnali radio provenienti dai bombardieri in alto. La prima bomba colpì la Roma, trapassò la corazza del ponte, uscì dal fondo dello scafo ed esplose sotto la chiglia. Pochi minuti dopo ne seguì una seconda.

Penetrò nel deposito munizioni Prodiero della Roma e l’intera nave da battaglia esplose in un’unica immane deflagrazione. In pochi secondi morirono oltre 1200 marinai italiani, compreso lo stesso ammiraglio bergamini. La Roma si spezzò in due e scivolò sotto le onde. La sua gemella era sopravvissuta a Tresiluria Insan.

Taranto, ma il nuovissimo Fritz X aveva ucciso la Roma in un solo pomeriggio. La Italia fu il bersaglio successivo. Un Fritz X la colpì sul ponte di Prora, vicino all’argano dell’ancora. perforò diversi ponti ed esplose proprio mentre fuoriusciva dal fondo dello scafo. La Italia imbarcò subito oltre 1000 tonnellate d’acqua.

 Le squadre di controllo dei danni, ormai veterane di molte battaglie, si misero al lavoro con cupa efficienza. Ci erano già passati. Isolarono i compartimenti, misero in funzione le pompe e lottarono per tenere in vita la loro nave. Il capitano ordinò alla flotta di disperdersi e aumentare l’andatura. I bombardieri tedeschi rimasti, avendo esaurito la maggior parte delle loro bombe Fritz X, interruppero l’attacco.

La Italia, ferita ma ancora a galla, proseguì zoppicando verso Malta, mentre l’equipaggio lavorava disperatamente per impedirle di seguire la Roma sul fondo. La mattina seguente, il 10 settembre, le navi italiane superstiti entrarono nel porto di Malta. Ufficiali britannici salirono a bordo per accettarne la resa.

La Italia era sopravvissuta dove la sua gemella non ce l’aveva fatta, ma la flotta che un tempo aveva fatto tremare il Mediterraneo era stata spezzata e non dai suoi nemici. La nave che aveva combattuto a Taranto, nelle tempeste di Sirte, nelle lunghe campagne per rifornire l’Africa, era stata infine messa in ginocchio dai suoi stessi alleati di appena due giorni prima.

La Italia fu infine trasferita ai laghi Amari, in Egitto, dove rimase all’ancora per il resto della guerra. Gli alleati valutarono di impiegarla contro il Giappone, ma era troppo danneggiata e a quel punto la guerra stava ormai per finire. Dopo il trattato di pace del 1947 fu restituita all’Italia a condizione che venisse demolita.

I lavori iniziarono nel 1948 alla Spezia, lo stesso porto dove era stata costruita e riparata tante volte. Le massicce piastre corazzate furono tagliate, i grandi cannoni da 15 pollici furono smontati e o fusi o conservati come monumenti. A metà degli anni 50 l’alitorio non c’era più, smantellata per ricavarne acciaio con cui contribuire alla ricostruzione dell’Italia del dopoguerra.

La storia dell’alitorio è sotto molti aspetti la storia dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Ingegneria brillante frenata da risorse limitate, marinai coraggiosi frenati da una strategia fallace, un’arma magnifica costruita troppo tardi, in un numero troppo esiguo per una guerra che il suo paese non avrebbe mai potuto vincere.

 La marina italiana combattè con tenacia e con valore. I suoi marinai entrarono in battaglia in inferiorità numerica e di armamento, ma fecero il loro dovere fino alla fine. La stessa Littorio sparò più volte i suoi pezzi principali in combattimento. sopravvisse ad attacchi che avrebbero dovuto affondarla solo per essere abbattuta, a pace ormai vicina, da un’arma nuovissima che pochi anni prima nessuno avrebbe nemmeno immaginato.

Se oggi passeggi lungo i moli di La Spezia, non c’è alcun monumento a ricordare il luogo in cui fu demolita. Ma negli archivi della Marina italiana, nelle memorie dei suoi marinai e negli ari di rapporti ufficiali degli ufficiali britannici e tedeschi che combatterono contro di lei, l’alitorio continua a vivere.

 381 mm d’orgoglio italiano, la corazzata che fece tremare il Mediterraneo. Se questa storia sulla più potente nave da Guerra d’Italia vi è piaciuta, mettete mi piace al video. Scriveteci nei commenti quale altra nave da guerra della seconda guerra mondiale vorreste conoscere meglio. E non dimenticate di iscrivervi al canale, così non vi perderete nuove affascinanti storie sulle più straordinarie macchine militari della storia.

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