Il mio nome è Salvatore Marino e per 15 anni ho fatto parte della famiglia di Ciaculli sotto il comando di Giuseppe Greco, conosciuto da tutti come Scarpuzzedda. Oggi, dopo aver scontato la mia condanna e aver trovato una nuova strada, decido di raccontare per la prima volta una verità che ho tenuto sepolta per oltre 40 anni.
È una storia che coinvolge non solo Cosa Nostra, ma i più alti livelli della politica siciliana e italiana. Una storia che se fosse venuta alla luce allora avrebbe cambiato il corso della nostra isola per sempre. Ero solo un ragazzino di 18 anni quando entrai per la prima volta nella villa di Giuseppe Greco a Ciaculli.
Era il 1978 e mio padre, che aveva sempre lavorato come guardiano nelle campagne della famiglia Greco, mi aveva raccomandato: “Salvatore” mi disse quella mattina mentre mi accompagnava lungo il viale di Cipressi che portava alla villa. Questa è l’unica strada per uscire dalla miseria, ma ricordati, qui si entra da uomini e si esce da uomini.
Non c’è via di mezzo. La villa di Scarpuzzedda era un fortino, mura alte 3 m. Telecamere ovunque e almeno 10 uomini armati che controllavano ogni angolo. Giuseppe Greco era un uomo di media statura sui 40 anni, con gli occhi azzurri che ti glavano il sangue quando ti fissavano. Aveva le mani sempre pulite, le unghie curate e parlava sottovoce.
Ma quando Pino parlava, anche il vento si fermava ad ascoltare. Tu sei il figlio di Calogero”, mi disse quel primo giorno studiandomi da capo a piedi. “Tuo Padre è stato sempre leale con noi. Spero che tu abbia ereditato la sua fedeltà. Non sapevo ancora che quella parola fedeltà sarebbe diventata la mia prigione per i successivi 15 anni.
I primi mesi li passai a fare commissioni, portare messaggi, accompagnare qualche soldato al mercato, tenere d’occhio le auto parcheggiate davanti alla villa. Pino mi osservava sempre, studiava ogni mia mossa, ogni mia reazione. Un giorno mi chiamò nel suo studio. Era pieno di libri, cosa che mi sorprese. “Sai leggere, Salvatore?”, mi chiese. Annuì.
Bene, un uomo che non sa leggere è un uomo morto e io non voglio uomini morti intorno a me. Fu in quel periodo che cominciai a notare le telefonate. Arrivavano sempre di sera intorno alle 9 e Pino le prendeva sempre da solo nel suo studio con la porta chiusa. duravano pochi minuti, ma ogni volta che usciva da quelle conversazioni il suo volto era diverso, più duro, più concentrato e il giorno dopo inevitabilmente succedeva qualcosa, un negozio che bruciava, una persona che spariva, un corpo che veniva trovato in qualche vicolo di Palermo. La
mia vita cambiò definitivamente nel 1980, quando Pino decise di farmi diventare il suo autista personale. Tu guidi bene” mi disse un giorno dopo avermi visto manovrare la sua Mercedes nera durante un piccolo lavoro a Bagheria e soprattutto tieni la bocca chiusa. Queste sono le due qualità più importanti per chi lavora con me.

Da quel momento cominciai a vedere il vero volto di Cosa Nostra. Non quello romantico che raccontavano i film, ma quello brutale, spietato, fatto di sangue e terrore. accompagnai pino centinaia di volte a incontri con altri boss, a punizioni nei quartieri di Palermo, a riunioni segrete nelle campagne intorno alla città, ma soprattutto cominciai ad accompagnarlo agli appuntamenti più strani, quelli con uomini eleganti, in completo scuro, che arrivavano sempre con auto di lusso e scorte discrete.
Primo di questi incontri, che ricordo bene, avvenne nel marzo del 1981 in una masseria abbandonata tra Missil Mary e Villabate. Pino mi disse di aspettarlo in auto, motore acceso, pronto a partire al primo segnale. Dall’auto vedevo le sagome di tre uomini che parlavano sotto il portico della masseria.
Uno era Pino, gli altri due non li conoscevo, ma dal modo in cui si muovevano, dal taglio dei loro abiti, capì subito che non erano uomini di Cosa Nostra, erano qualcosa di diverso, qualcosa di più. In alto. L’incontro durò un’ora. Quando Pino tornò in auto era nervoso. Salvatore mi disse mentre accendevo il motore. Quello che hai visto stasera non è mai successo, capisci? Annui come facevo sempre.
Ma dentro di me la curiosità cresceva ogni giorno di più. Fu solo nel 1982 che cominciai a capire davvero cosa stava succedendo. Era una sera di marzo, eravamo nella villa di Ciaculli e Pino stava pulendo le sue armi nel salone principale. Era un rituale che compiva ogni sera, smontava i pezzi, li puliva uno per uno, li rimontava.
diceva che un’arma sporca era come un tradimento verso se stessi. Il telefono squillò alle 9:10. Pino posò la H47 sul tavolo e rispose: “Pronto”. La voce dall’altra parte era chiara, autorevole, una voce che avevo già sentito altre volte durante i telegiornali. Pino, domani mattina c’è un problema da risolvere a Palermo.
Stefano Bontade sta diventando troppo scomodo. È ora di farlo tacere per sempre. Pino ascoltò in silenzio per alcuni minuti, prendendo appunti su un foglietto. “Capisco”, disse “alla fine sarà fatto”, riattaccò e mi guardò. “Domani mattina andiamo a fare una passeggiata a Santa Maria di Gesù”, mi disse. “E stavolta, Salvatore, dovrai vedere tutto. È ora che cresci”.
Quella notte non riusci a dormire. Stefano Bontade era uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, il capo della famiglia di Santa Maria di Gesù, un uomo rispettato e temuto in tutta la Sicilia, ma soprattutto era un alleato di lunga data della famiglia Greco. Perché Pino doveva ucciderlo? Il mattino del 23 aprile 1982 partimmo presto da Ciaculli.
Pino aveva con sé la sua pistola preferita, una beretta 92 che teneva sempre nel cruscotto dell’auto. “Oggi impari una lezione importante”, mi disse mentre guidavamo verso Santa Maria di Gesù. In questo lavoro non esistono amici, esistono solo ordini e chi li esegue. Arrivamomo nel quartiere verso le 10 del mattino e ci appostammo davanti alla villa di Bontade.
Pino conosceva perfettamente le abitudini del boss. Ogni mattina alle 10:30 precise usciva dalla villa per andare al bar dove incontrava i suoi uomini più fidati. È un uomo di abitudini”, mi spiegò Pino. “E le abitudini in questo lavoro ti ammazzano.” Alle 10:28 la porta della villa si aprì. Stefano Bontade uscì, elegante come sempre, con il suo completo blu scuro e la camicia bianca immacolata, camminava lentamente con le mani dietro la schiena, come fosse una passeggiata qualunque.
Non sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima passeggiata. Pino uscì dall’auto quando Bontade era a circa 10 metri da noi. Lo chiamò don Stefano. Bontade si girò. Sorrise persino quando riconobbe Pino. I due uomini si avvicinarono, si abbracciarono come vecchi amici, parlarono per qualche minuto, ridacchiarono anche.
Poi d’improvviso, Pino estrasse la pistola e sparò tre colpi dritti al petto di Bontade. Il boss cadde a terra immediatamente, senza nemmeno un grido. Pino tornò all’auto con la stessa calma con cui ne era uscito. “Andiamo”, mi disse. Mentre guidavo via dal quartiere, le mie mani trema sul volante. “Non è mai facile la prima volta”, mi disse Pino, notando il mio stato. “Ma ti ci abituerai”.
Tutti si abituano. Quella sera, tornati alla villa, Pino ricevette un’altra telefonata. “È fatto”, disse semplicemente. Dall’altra parte la stessa voce di sempre rispose: “Bene, domani i giornali scriveranno quello che devono scrivere, non ci saranno problemi”. Era la prima volta che sentivo parlare esplicitamente del controllo dell’informazione.
Nei mesi successivi gli omicidi si moltiplicarono. Salvatore Inzerillo il 11 maggio 1982. Rosario Riccobono, a novembre dello stesso anno, ogni volta lo stesso copione, una telefonata serale, un ordine preciso, un’esecuzione perfetta e ogni volta i giornali raccontavano la versione ufficiale: guerre di mafia, regolamenti di conti interni, lotte per il controllo del territorio.
Ma la verità era diversa. La verità era che qualcuno dall’alto della politica siciliana stava orchestrando una pulizia sistematica all’interno di Cosa Nostra. Stava eliminando tutti i boss che potevano diventare scomodi, troppo indipendenti, troppo pericolosi per i suoi progetti. Il sistema era perfetto nella sua semplicità.
Il governatore della Sicilia forniva informazioni dettagliate sui movimenti delle forze dell’ordine, sui magistrati che stavano conducendo indagini pericolose, sui politici che potevano creare problemi. In cambio, Cosa Nostra eliminava i suoi nemici e garantiva il controllo del territorio attraverso intimidazioni, violenze e omicidi mirati.
Ma non era solo questo. Attraverso una rete di società fantasma e appalti pubblici truccati, una percentuale di tutti i guadagni di Cosa Nostra finiva direttamente nelle casse della Regione Siciliana. Ogni carico di droga che passava per il porto di Palermo, ogni estorsione riscossa nei quartieri popolari, ogni affare sporco portato a termine dalle famiglie mafiose.
Tutto contribuiva ad alimentare un sistema di corruzione che andava dai vigili urbani ai più alti livelli della politica regionale. Ricordo un episodio particolare accaduto nell’estate del 1983. Un magistrato romano, il dottor Francesco Gullo, era arrivato a Palermo per condurre un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica.
Era un uomo coraggioso, determinato, che non si lasciava corrompere né intimidire. Aveva già messo sotto indagine alcuni assessori regionali e stava per allargare le sue ricerche anche ai vertici della regione. Una sera Pino ricevette la solita telefonata. Il dottor Gullo sta diventando un problema”, disse la voce dal telefono.
“Domani mattina partirà da Roma un treno per Palermo. Il dottor Gullo sarà nel vagone numero 7, scompartimento B. Assicurati che il suo viaggio si interrompa prima di arrivare a destinazione.” Quella notte, mentre preparavamo l’operazione, Pino mi spiegò come funzionava veramente il sistema. Vedi Salvatore, la gente pensa che noi siamo i padroni della Sicilia, ma non è vero. Noi siamo solo gli esecutori.
I veri padroni stanno nelle poltrone di velluto rosso di Palazzo d’Orleans. Noi spariamo. Loro decidono chi deve morire. Il dottor Gullo non arrivò mai a Palermo. Il suo corpo venne trovato tre giorni dopo in una campagna vicino all’ercara Friddi con tre colpi di pistola alla nuca. I giornali scrissero di un agguato mafioso, di una vendetta per le sue indagini, ma nessuno investigò mai sui veri mandanti di quell’omicidio.
Durante quegli anni ebbi modo di conoscere da vicino anche altri aspetti del sistema. Una volta al mese Pino mi mandava a ritirare delle buste in un ufficio della Regione Siciliana al terzo piano di Palazzo d’Orleans. L’ufficio era intestato a un certo dottor Antonino Cascio, un funzionario regionale che si occupava ufficialmente di agricoltura, ma che in realtà era il collegamento diretto tra il governatore e Cosa Nostra.
Caso era un uomo sui 50 anni, calvo, con gli occhiali spessi e l’aria del burocrate. Ma dietro quell’aspetto insignificante si nascondeva una delle menti più acute e pericolose dell’intera organizzazione. Era lui che riceveva le informazioni sui movimenti delle forze dell’ordine. Era lui che decideva quali appalti pubblici dovevano essere assegnati alle ditte collegate alle famiglie mafiose.
era lui che gestiva i flussi di denaro sporco attraverso la rete di società fantasma. Salvatore mi diceva ogni volta che andavo a ritirare le buste. Tu non hai mai visto me e io non ho mai visto te, ricordatelo bene. Dentro quelle buste c’erano sempre informazioni preziosissime, elenchi di magistrati che stavano per essere trasferiti, date e luoghi di operazioni di polizia programmate, nomi di collaboratori di giustizia che stavano per parlare.
Ma la busta più importante che ritirai arrivò nell’agosto del 1983. Dentro c’era una lista di nomi, una ventina in tutto, con accanto ad ogni nome un numero: 1 2 o tre. Questa è la lista della spesa” mi spiegò Pino quando gliela consegnai. I numeri indicano la priorità. Uno significa entro una settimana, due entro un mese, tre entro tre mesi.
È il nostro programma di lavoro per il resto dell’anno. In quella lista c’erano boss di Cosa Nostra che stavano diventando troppo indipendenti, politici che facevano troppe domande, giornalisti che scavavano troppo a fondo, magistrati che non si lasciavano corrompere. Ognuno di loro aveva il suo numero, il suo posto nella catena delle esecuzioni programmate.
Il primo nome sulla lista con il numero uno accanto era quello di Totuccio Contorno, un boss di Santa Maria di Gesù che aveva cominciato a parlare male del governatore nei suoi incontri privati. “Totuccio pensa di essere più furbo degli altri”, mi disse Pino, ma nessuno è più furbo del sistema. Contorno venne eliminato il 4 settembre 1983 mentre usciva da una trattoria nel centro di Palermo.
Due colpi di pistola alla testa eseguiti da Pino personalmente. Anche questa volta i giornali scrissero di regolamenti di conti interni alla mafia, ma la verità era che Contorno era morto per aver osato criticare il potere politico che controllava Cosa Nostra dall’alto. Il controllo dell’informazione era uno degli aspetti più sofisticati del sistema.
Il governatore aveva rapporti diretti con i direttori dei principali giornali siciliani e con alcuni corrispondenti delle testate nazionali. Non era necessario censurare le notizie, bastava orientarle nella direzione giusta. Ogni omicidio diventava una faida tra famiglie e rivali. Ogni arresto il risultato di indagini autonome delle forze dell’ordine.
Ogni scandalo una vicenda isolata senza collegamenti politici. Ricordo un episodio particolarmente eloquente accaduto nel 1984. Un giornalista del Giornale di Sicilia, Enzo Bianco, aveva cominciato a scavare nei rapporti tra alcune società di costruzioni e gli appalti pubblici della regione. Le sue inchieste stavano per portare alla luce il sistema di tangenti che alimentava l’accordo tra politica e mafia.
Una mattina Pino ricevette una telefonata diversa dalle solite. Non arrivò dal governatore, ma dal direttore del giornale. “Giuseppe, dobbiamo parlare”, disse la voce. Il nostro amico Enzo sta diventando troppo zelante. Potresti convincerlo a occuparsi di altri argomenti? Quello stesso pomeriggio Pino e io andammo negli uffici del giornale.
Non servì nemmeno entrare nell’edificio. Ci fermamomo davanti all’entrata principale e quando Bianco uscì per andare a pranzo, Pino si avvicinò a lui. “Dottore” gli disse educatamente. “le lei ha una famiglia bellissima, una moglie, due figli piccoli. Sarebbe un peccato se qualcosa succedesse loro per colpa di articoli sbagliati”.
Bianco divenne bianco come un lenzuolo. Io io sto solo facendo il mio lavoro balbettò. Lo so rispose Pino. Ma a volte il lavoro può essere pericoloso. Dipende da che tipo di lavoro si sceglie di fare. Da quel giorno Enzo Bianco non scrisse mai più articoli su appalti pubblici e società di costruzioni. Diventò il cronista sportivo del giornale e ci rimase per il resto della sua carriera.
La sua famiglia rimase al sicuro e il sistema continuò a funzionare senza intoppi. Ma il vero capolavoro del sistema di controllo dell’informazione lo vidi nel 1985, dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla chiesa. Il generale era arrivato a Palermo come prefetto con l’incarico di coordinare la lotta contro Cosa Nostra.
era un uomo integro, coraggioso, che aveva già dimostrato di saper colpire duro contro il terrorismo e la criminalità organizzata. La sua morte fu decisa durante una riunione che si svolse nella villa di Pino nell’agosto del 1982. Oltre a Scarpuzzedda c’erano Totori Ina, Bernardo Provenzano e cosa che mi sorprese anche il dottor Cascio è un altro uomo che non avevo mai visto prima, un uomo elegante, sui 60 anni con l’aria dell’alto funzionario statale.
“Il generale sta diventando un problema serio” disse Casho. “Ah, troppi poteri, troppe risorse, troppa determinazione e soprattutto ha cominciato a fare le domande giuste alle persone sbagliate. L’uomo elegante annuì la soluzione è una sola disse con voce calma, ma deve sembrare una reazione di Cosa Nostra alle sue attività antimafia.
Nessuno deve sospettare che l’ordine sia partito da Roma. Il generale dalla chiesa venne ucciso il 3 settembre 1982 insieme alla moglie e al suo collaboratore. Pino non partecipò direttamente all’operazione. Quella fu affidata ad un gruppo di killer della famiglia corleonese, ma coordinò la logistica dell’agguato.
Dopo l’omicidio tutti i giornali scrissero dello schiaffo di Cosa Nostra allo Stato, ma in realtà quello era stato uno schiaffo dello Stato a seé stesso. Il controllo del territorio era un altro pilastro del sistema. Ogni quartiere di Palermo, ogni paese della provincia, ogni strada di campagna aveva il suo referente mafioso che rispondeva direttamente alle famiglie e indirettamente al potere politico.
Non si trattava solo di estorsioni e racket, si trattava di un controllo totale della vita sociale ed economica dell’isola. Ricordo le riunioni mensili che si tenevano nella villa di Pino, dove arrivavano i rappresentanti di tutte le famiglie della provincia di Palermo. Ognuno portava il suo resoconto. Quante estorsioni erano state riscosse, quali negozi si erano rifiutati di pagare il pizzo, quali politici locali stavano creando problemi, quali opere pubbliche erano in programma nei loro territori.
Ma non era solo una questione di soldi, era un controllo sociale totale. chi poteva aprire un negozio e chi no? Chi poteva candidarsi alle elezioni comunali e chi doveva ritirarsi? Chi poteva sposare chi? Chi poteva andarsene dal paese e chi doveva rimanere? Ogni aspetto della vita civile passava attraverso il filtro di Cosa Nostra e dietro Cosa Nostra c’era il potere politico regionale.
Un esempio di questo controllo capillare lo vidi nel 1984 quando un giovane avvocato di Corleone, Piermatteo Sava decise di candidarsi a sindaco del paese contro il candidato sostenuto dalla famiglia locale. era un uomo onesto, coraggioso, che voleva portare legalità e trasparenza nell’amministrazione comunale. La sua candidatura creò scompiglio.
Prima arrivò una telefonata al governatore da parte del boss locale Luciano Liggio. Poi il governatore telefonò a Pino. “C’è un problema a Corleone”, disse “un avvocato che non capisce come funzionano le cose. “Potresti spiegarglielo tu?” Pino e io andammo a Corleone il giorno dopo. Trovammo Sava nel suo studio legale.
Stava preparando il programma elettorale insieme ad alcuni collaboratori. Quando Pino entrò nell’ufficio, tutti si zittirono immediatamente. L’aria si fece pesante. “Dottore”, disse Pino con il suo solito tono educato. “Ho saputo che lei vuole diventare sindaco. È una bella ambizione, ma Corleone è un paese difficile con tradizioni particolari.
Non so se lei è la persona giusta per guidare questo paese. Sava cercò di mantenere la calma. Io voglio solo servire la mia comunità”, disse, “portare legalità e sviluppo.” Pino sorrise. “La legalità è una cosa bellissima, dottore, ma a volte la legalità può essere pericolosa, soprattutto per chi non conosce bene le regole del gioco.
” L’avvocato capì il messaggio, ritirò la sua candidatura il giorno dopo, ufficialmente per motivi personali. emigrò a Milano pochi mesi dopo e non mise più piede in Sicilia per il resto della sua vita. Corleone rimase saldamente nelle mani della famiglia Liggio e indirettamente del sistema politico mafioso che controllava l’isola.
Il traffico di droga era probabilmente l’aspetto più redditizio dell’accordo tra politica e mafia. Il porto di Palermo era diventato il principale punto di ingresso dell’eroina proveniente dalla Turchia e dal Libano, ma non si trattava di operazioni improvvisate. Ogni carico veniva programmato nei minimi dettagli con la complicità di funzionari doganali, dirigenti, portuali e ufficiali della Capitaneria di Porto.
Una volta al mese Pino mi mandava al porto per incontrare il comandante della Capitaneria, il capitano di Fregata Maurizio Testa. era un uomo sui 50 anni, originario della Campania, che era stato trasferito a Palermo dopo aver accumulato troppi debiti di gioco a Napoli. Il sistema lo aveva salvato dal fallimento e ora lui ricambiava il favore.
“Salvatore” mi diceva ogni volta che ci vedevamo nel suo ufficio affacciato sul porto. Domani arriva una nave dalla Turchia. Il capitano si chiama Memetotkan. La nave è la Sultan. Nel container numero TC7849 ci sono conserve di pomodoro molto particolari. Assicurati che passino i controlli senza problemi. Le conserve di pomodoro erano sempre eroina pura, nascosta in doppi fondi appositamente costruiti.
Ogni carico conteneva tra i 50 e i 100 kg di droga con un valore di mercato di centinaia di miliardi di lire dell’epoca. Una parte veniva distribuita in Sicilia, ma la maggior parte prendeva la strada del continente diretta verso Milano, Torino e le altre città del nord. I profitti erano enormi e la loro gestione era regolata da accordi precisi.
Il 40% rimaneva alle famiglie che materialmente gestivano il traffico. Il 30% andava alla cupola di Cosa Nostra, ovvero ai capi delle famiglie più potenti come Rina, Provenzano e lo stesso Greco. Ma il 30% rimanente aveva una destinazione che scoprì solo nel 1985, quando Pino decise di rivelarmi tutti i dettagli del sistema. Vedi, Salvatore”, mi disse una sera mentre eravamo nel suo studio, “La gente pensa che noi teniamo tutti i soldi per noi, ma non è vero.
Una parte di ogni affare che facciamo va ai nostri soci in affari che stanno a Palazzo d’Orleans. È il prezzo che paghiamo per poter lavorare in pace”. Il sistema di riciclaggio era sofisticato quanto il traffico stesso. I soldi sporchi venivano fatti passare attraverso una rete di società fantasma, molte delle quali avevano sede legale in piccoli comuni della Sicilia controllati da sindaci compiacenti.
Queste società vincevano regolarmente appalti pubblici per lavori di manutenzione stradale, pulizia di edifici pubblici, servizi di mensa per scuole e ospedali. I prezzi degli appalti erano sempre gonfiati del 200-300% rispetto al valore reale dei lavori e la differenza finiva in conti bancari intestati a prestanome.
Da lì, attraverso una serie di bonifici e giro il denaro raggiungeva conti correnti svizzeri intestati a fondazioni benefiche inesistenti. Una volta mi capitò di accompagnare Pino in Svizzera a Lugano per una di queste operazioni finanziarie. Incontrammo un banchiere italiano, Riccardo Gelli, che gestiva una piccola banca privata specializzata in servizi particolari.
Don Giuseppe disse Gelly accogliendoci nel suo ufficio lussuoso. Il conto della Fondazione San Martino ha raggiunto i 50 miliardi. Il governatore ha chiesto di trasferirne 30 sul conto della Fondazione Sant’Antonio, intestata al cognato. Come sempre tutto sarà fatto nel massimo riservo. Tornando dall’aeroporto di Lugano, Pino mi spiegò meglio il meccanismo.
Ogni mese il governatore ci manda una lista di persone che devono essere aiutate, assessori che hanno bisogno di liquidità per le loro aziende, sindaci che devono risanare i bilanci comunali, funzionari che devono comprare case per i figli. Noi mettiamo a disposizione i soldi, loro ci danno protezione politica. È un sistema che va avanti da decenni, ma il vero potere del governatore non si limitava alla Sicilia.
Durante gli anni 80 ebbe modo di tessere rapporti diretti con esponenti di primo piano della politica nazionale. Ricordo almeno tre occasioni in cui accompagnai Pino a Roma in incontri che si svolgevano in ville private o in ristoranti riservati. Il primo di questi incontri avvenne nel marzo del 1984 in una villa sulla pia antica.
Oltre al governatore, c’erano due uomini che riconobbi immediatamente, un sottosegretario alle finanze e un direttore generale del Ministero dell’Interno. L’argomento della riunione era la gestione dei fondi europei destinati al sviluppo del Mezzogiorno. La Sicilia deve rimanere stabile, disse il sottosegretario. Non possiamo permetterci disordini sociali che mettano a rischio i rapporti con l’Europa.

Voi garantite la pace sociale. Noi garantiamo che i fondi arrivino e vengano gestiti nel modo giusto. Il modo giusto significava che una percentuale consistente di quei fondi sarebbe finita nelle tasche di Cosa Nostra attraverso il solito sistema di società fantasma e appalti truccati. In cambio l’organizzazione si impegnava a mantenere il controllo del territorio, evitando proteste sociali, scioperi prolungati o manifestazioni che potessero dare un’immagine negativa della Sicilia sui media nazionali.
Era un patto scellerato, ma tremendamente efficace. Mentre nel resto d’Italia gli anni 80 erano segnati da tensioni sociali, terrorismo e instabilità, politica. La Sicilia rimaneva stranamente tranquilla, non perché i problemi fossero stati risolti, ma perché chiunque provasse a protestare veniva immediatamente silenziato.
Un esempio di questo controllo sociale lo vidi nel 1985, quando alcuni operai dell’Ital Seeder di Palermo decisero di organizzare uno sciopero per protestare contro i licenziamenti programmati. Lo sciopero aveva l’appoggio dei sindacati nazionali e rischiava di trasformarsi in una protesta generale contro la politica economica del governo.
Il governatore telefonò a Pino il giorno prima dello sciopero. Giuseppe, domani a Palermo non deve succedere niente. I nostri amici di Roma sono molto preoccupati. Questa protesta potrebbe dare l’impressione che la Sicilia sia instabile e questo danneggerebbe l’immagine dell’Italia in Europa. Pino organizzò l’operazione quella stessa sera.
50 uomini delle famiglie di Palermo si presentarono davanti ai cancelli dell’Ital Seeder alle 6:00 del mattino, due ore prima dell’inizio dello sciopero. Quando arrivarono i primi operai trovarono i picchetti di Cosa Nostra invece di quelli sindacali. Compagni disse uno degli uomini di Pino agli operai che arrivavano.
Oggi è meglio se andate a lavorare. Lo sciopero è stato rimandato a data da destinarsi. Gli operai capirono immediatamente non c’erano alternative. O lavorare o rischiare conseguenze molto spiacevoli per sé e per le proprie famiglie. Lo sciopero non si fece mai. I giornali scrissero che i lavoratori avevano spontaneamente rinunciato alla protesta dopo aver trovato un accordo con la direzione aziendale.
La realtà era che la protesta era stata soffocata nel sangue prima ancora di iniziare e che l’accordo sociale in Sicilia veniva mantenuto con la violenza e l’intimidazione, ma il sistema aveva anche i suoi punti deboli. Il primo di questi era la crescente attenzione dei magistrati. Nonostante la protezione politica di cui godeva Cosa Nostra, alcuni giudici istruttori stavano cominciando a scavare troppo a fondo, a fare domande scomode, a seguire piste di indagine pericolose.
Il più pericoloso di tutti era Giovanni Falcone. Già dall’inizio degli anni 80 questo magistrato palermitano aveva cominciato a studiare i flussi finanziari di Cosa Nostra, a ricostruire le reti di complicità, a mettere insieme i pezzi di un puzzle che poteva far crollare l’intero sistema. Falcone era diverso dagli altri, non si limitava a indagare sui singoli omicidi o sui singoli traffici, ma cercava di capire la struttura complessiva dell’organizzazione.
“Questo Falcone è un problema serio”, disse il governatore durante una telefonata a Pino nell’estate del 1986. “Sa troppo, capisce troppo e soprattutto non si lascia corrompere né intimidire. Bisogna fermarlo prima che sia troppo tardi. Ma eliminare Falcone non era semplice come eliminare un boss scomodo o un giornalista troppo curioso.
Era un magistrato dello Stato con protezione e visibilità mediatica. Il suo omicidio avrebbe scatenato reazioni incontrollabili, indagini approfondite, pressioni internazionali. Serviva un piano più sofisticato. La soluzione arrivò nel 1987, quando Falcone venne promosso a un incarico al Ministero della Giustizia a Roma.
Ufficialmente era un riconoscimento delle sue competenze, ma in realtà era un modo per allontanarlo dalle indagini siciliane e neutralizzare la sua pericolosità. Il trasferimento venne organizzato attraverso pressioni politiche discrete ma efficaci. Vedi, Salvatore,” mi spiegò Pino quando Falcone lasciò Palermo. “A volte non è necessario sparare per eliminare un nemico, a volte basta una promozione nel posto sbagliato, ma Falcone non era l’unico problema”.
Anche Paolo Borsellino, suo amico e collega, stava conducendo indagini pericolose sui rapporti tra mafia e politica e soprattutto stavano emergendo i primi pentiti di Cosa Nostra, uomini d’onore che per salvare la pelle o per vendetta personale avevano deciso di collaborare con la giustizia rivelando i segreti dell’organizzazione.
Il primo pentito che creò veri problemi al sistema fu Tommaso Buscetta. Nel 1984, dopo essere stato arrestato in Brasile, Buscetta decise di collaborare con la giustizia italiana. Le sue rivelazioni portarono al maxi processo di Palermo e all’arresto di centinaia di uomini d’onore. Ma soprattutto Buscetta cominciò a parlare dei rapporti tra Cosa Nostra e la politica.
Buscetta sa troppo”, disse il governatore durante una riunione nella villa di Pino. “Nell’estate del 1985 sa dei nostri rapporti, sa dei nostri accordi, sa come funziona il sistema. Se continua a parlare rischiamo di saltare tutti”. La strategia per neutralizzare Buscetta fu duplice. Da un lato si cercò screditarlo pubblicamente, facendolo passare per un criminale inaffidabile che inventava storie per ottenere benefici giudiziari.
Dall’altro si organizzò una campagna di intimidazione contro i magistrati che lo interrogavano e contro i giornalisti che davano credito alle sue rivelazioni. Ricordo un episodio particolare accaduto nel 1986. Un giornalista del Corriere della Sera, Mario Francese, aveva scritto alcuni articoli sui collegamenti tra mafia e politica basandosi sulle dichiarazioni di Buscetta.
Gli articoli erano accurati, documentati, pericolosi. Pino ricevette l’ordine di convincere francese a cambiare argomento, ma questa volta la strategia fu diversa. Invece di minacciare direttamente il giornalista, si decise di colpire la sua fonte di informazioni. Tre collaboratori di Buscetta vennero uccisi nel giro di una settimana, tutti con le stesse modalità.
Due colpi alla nuca, corpo abbandonato in luoghi ben visibili. Il messaggio era chiaro. Chi parlava con i giornalisti rischiava la vita. Francese capì e smise di scrivere di mafia. Le sue inchieste si concentrarono su altri argomenti meno pericolosi per il sistema, ma forse il momento più delicato per l’intero sistema arrivò nel 1987, quando un pentito eccellente, Francesco Marino, Mannoia, cominciò a rivelare dettagli esplosivi sui rapporti tra Cosa Nostra e la politica.
Mannoia non era un soldato qualunque, era stato uno degli uomini più vicini a Stefano Bontade, conosceva i segreti delle famiglie più importanti e soprattutto aveva partecipato personalmente ad alcuni incontri con esponenti politici di altissimo livello. “Ma noia può distruggere tutto”, disse il governatore durante una telefonata concitata a Pino.
“Sa del nostro coinvolgimento nell’omicidio del generale, dalla Chiesa, sa dei nostri rapporti con Roma”. sa come funziona il sistema di finanziamento. Se parla è la fine. L’eliminazione di Mannoia richiedeva un’operazione molto complessa. Il pentito era sotto protezione speciale, si spostava continuamente, aveva scorte armate, viveva in località segrete, ma il sistema aveva le sue risorse anche all’interno delle forze dell’ordine.
Attraverso il solito canale del dottor Cascio arrivarono informazioni precise sui movimenti di Mannoia. Il pentito si trovava in una casa sicura vicino a Bologna, sorvegliata da quattro carabinieri. L’operazione per eliminarlo venne affidata a un gruppo di killer scelti dalle famiglie corleonesi coordinati direttamente da Totori Ina, ma qualcosa andò storto.
Forse una soffiata, forse un errore di valutazione, forse semplicemente sfortuna. Fatto sta che quando i killer arrivarono alla casa sicura, trovarono ad aspettarli un’intera unità antiterrorismo dei carabinieri. Ne nacque una sparatoria che durò due ore. Tre killer morirono, due vennero arrestati.
Mannoia sopravvisse e continuò a collaborare con la giustizia. Quello fu l’inizio della fine del sistema. Le rivelazioni di Mannoia, confermate da altri pentiti che seguirono il suo esempio, cominciarono a mettere a nudo la rete di complicità che legava Cosa Nostra alla politica siciliana e nazionale. Le indagini si allargarono, gli arresti si moltiplicarono, la pressione mediatica divenne insostenibile.
Il governatore capì che la situazione stava sfuggendo di mano. Durante l’ultimo incontro cui assistetti nell’autunno del 1987, il suo tono era completamente cambiato, non più l’uomo sicuro e autoritario degli anni precedenti, ma un politico preoccupato e nervoso. Giuseppe disse a Pino, è ora di cambiare strategia. Il sistema che abbiamo costruito non può più reggere.
Dobbiamo pensare a salvare il salvabile. Poi si rivolse direttamente a me. E tu, ragazzo, devi cominciare a pensare seriamente al tuo futuro. Questi giochi stanno per finire e chi non si adatta in tempo rischia di rimanere schiacciato. Aveva ragione. Nei mesi successivi l’intero edificio cominciò a crolle. Il maxi processo di Palermo si concluse con centinaia di condanne.
Molti boss storici vennero arrestati o uccisi. La guerra tra le famiglie si intensificò e soprattutto l’opinione pubblica cominciò a rendersi conto di quello che era veramente accaduto in Sicilia durante quegli anni. Io fui arrestato nel marzo del 1988 durante un’operazione dei carabinieri contro la famiglia di Ciaculli. Pino riuscì a sfuggire alla cattura e rimase latitante per altri 2 anni.
prima di essere ucciso in un agguato organizzato dai corleonesi che non gli avevano mai perdonato alcuni tradimenti degli ultimi tempi. Durante il processo decisi di non parlare, ero giovane, avevo paura e soprattutto credevo ancora nel codice d’onore di Cosa Nostra. Fui condannato a 20 anni di reclusione per associazione mafiosa e omicidio.
Li scontai tutti dal primo all’ultimo giorno nel carcere di Re Bibbia a Roma. Furono anni terribili, ma anche anni di riflessione. Lentamente cominciò a maturare in me la consapevolezza di aver partecipato a qualcosa di mostruoso, di aver contribuito a distruggere la mia terra e la mia gente. Quando uscìi dal carcere nel 2008 ero un uomo completamente diverso.
Il governatore era morto alcuni anni prima, nel 2003, portando con sé i segreti di quell’epoca maledetta. Molti dei suoi complici erano morti, altri erano finiti in carcere, altri ancora erano riusciti a riciclarsi in nuove carriere politiche o imprenditoriali. Il sistema che avevano costruito era formalmente finito, ma le sue conseguenze continuavano a pesare sulla Sicilia.
Ho impiegato anni per decidere di raccontare questa storia. La paura era ancora forte anche dopo tanto tempo, ma poi ho pensato ai giovani siciliani di oggi che crescono in una terra ancora segnata dalle ferite di quegli anni e ho capito che avevo il dovere di parlare. La verità è che per troppo tempo la Sicilia non è stata governata dai palazzi della politica, ma dalle ville di Cosa Nostra.
E dietro Cosa Nostra c’erano uomini in completo scuro che parlavano di sviluppo, di Europa, di progresso, mentre ordinavano omicidi e gestivano traffici di droga. Uomini che durante il giorno tagliavano nastri e inauguravano opere pubbliche e la sera decidevano chi doveva vivere e chi doveva morire. Il sistema che ho descritto era tremendamente efficace nella sua perversione.
Garantiva stabilità politica attraverso il controllo violento del territorio. Creava ricchezza attraverso il riciclaggio di denaro sporco. Manteneva consenso attraverso la distribuzione clientelare di favori e benefici, ma era un sistema che si nutriva del sangue della mia terra e del futuro dei miei conterranei.
Oggi, quando guardo la Sicilia di adesso, vedo che molte cose sono cambiate. Cosa Nostra non ha più il potere di un tempo. Lo Stato ha ripreso il controllo di molte aree del territorio. La società civile si è risvegliata, ma vedo anche che le radici profonde di quel sistema non sono state del tutto estirpate. Ci sono ancora zone grigie, ancora connivenze, ancora omertà.
Ci sono ancora giovani che guardano ai mafiosi come a modelli di successo, ancora famiglie che si chinano davanti al potere criminale, ancora politici che chiudono un occhio di fronte a situazioni ambigue pur di non perdere voti. Per questo ho deciso di parlare, perché la memoria è l’unica arma che abbiamo per evitare che la storia si ripeta, perché i giovani siciliani di oggi hanno il diritto di sapere cosa è successo veramente nella loro terra e di scegliere un futuro diverso da quello che abbiamo vissuto noi. Il mio nome è Salvatore Marino, ho
72 anni e per 15 anni ho servito uno dei sistemi più criminali e corrotti della storia italiana. Oggi, dopo 40 anni di silenzio, ho deciso di raccontare la verità, non per cercare perdono, perché so che quello che ho fatto è imperdonabile. Ma per restituire almeno un po’ di giustizia alla memoria di tutte le vittime innocenti di quella stagione maledetta, la Sicilia merita di conoscere la sua storia, tutta la sua storia, anche quella più buia e vergognosa.
Solo così potrà costruire un futuro davvero libero dal peso del passato.
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