Immaginate una forza oscura che da secoli modella il destino di una città, un’entità più elusiva e letale di qualsiasi altra. Non è la mafia siciliana, non è la drangheta calabrese, è la camorra, un’idra con mille teste, ognuna più feroce dell’altra. Dimenticate tutto ciò che credete di sapere sulla criminalità organizzata, perché ciò che state per scoprire vi svelerà un mondo di potere inimmaginabile, dove un patto con i messicani potrebbe metterci fuorigioco o un accordo dei viennesi con i latino-americani potrebbe monopolizzare
l’intero mercato. Vi assicuriamo che al termine di questo viaggio la vostra percezione del crimine non sarà più la stessa. Preparatevi a entrare nel cuore pulsante di un’organizzazione che ha plasmato non solo Napoli, ma l’intera Italia e che ancora oggi continua a evolvere infiltrandosi in ogni aspetto della nostra società.
La storia della camorra è intricata, avvolta in un velo di mistero, proprio come l’organizzazione stessa. Durante il suo apogeo, nel X secolo era soprannominata la setta di banditi. I suoi membri erano ovunque, controllando porti, mercati, regolando le forniture dalle periferie e fissando i prezzi dei prodotti.
erano così influenti da influenzare le elezioni e scatenare rivoluzioni. Il governo di Napoli dovette ricorrere più volte al loro aiuto, nata come setta carceraria, la camorra, a causa delle turbolenze del X secolo nel neonato stato italiano, si riversò nelle strade acquisendo un potere inaudito. Successivamente la camorra attraversò alti e bassi, passando dalla clandestinità a riconquistare il potere nella regione, orchestrando contemporaneamente sanguinosi scontri con centinaia di vittime.
Tuttavia queste vicissitudini non la scalfirono minimamente. A differenza della mafia siciliana che assomigliava a un gigantesco kraken con i suoi tentacoli estesi ovunque, la camorra è piuttosto un’idra dove ogni testa recisa viene sostituita da due nuove. Un concetto ben rappresentato nella serie Gomorra. Se siete curiosi di sapere come questa setta carceraria del Xossimo secolo sia sopravvissuta e sia riuscita a penetrare quasi ogni sfera della campania moderna, allora preparatevi a un viaggio alle sue origini. Le prime indagini approfondite
sulla camorra furono condotte dal governo italiano negli anni 60 dell’8, portando alla versione più nota delle sue origini, ancora oggi diffusa in molte fonti, la versione spagnola. Secondo questa teoria, la camorra ebbe inizio da un’antica società criminale spagnola del X secolo, nota come Gardugna, i cui membri arrivarono a Napoli nel X o X secolo, quando il regno di Napoli, inclusa la Sicilia, faceva parte dell’impero spagnolo.
Tuttavia, le prove a sostegno di questa tesi sono estremamente scarse. In primo luogo, come prova inconfutabile, si cita solitamente il fatto che camorra sia una parola spagnola che significa lit o rissa, il che è vero. Ma la cosa più divertente è che questa parola spagnola deriva a sua volta dall’italiano.
Esiste anche una versione che la collega a un giaccone di velluto spagnolo chiamato Mura, molto amato dai camorristi, ma anche questa non è lampante. Ci sono molte ipotesi sull’origine spagnola del nome, ma nessuna può essere considerata attendibile. In secondo luogo, la mitologia carceraria della camorra si basa su una bella leggenda sui tre fratelli spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, giunti in Italia per sfuggire alla persecuzione.

I fratelli avevano ucciso l’aggressore della loro sorella e rischiavano la pena di morte in patria. si stabilì in Sicilia, dove fondò la mafia. Mastrosso si diresse in Calabria e diede vita alla Endrangheta e Carcagnosso raggiunse la Campania dove pose le basi della camorra. Si ritiene che proprio questo motivo Cavalieri spagnoli che vendicano l’onore offeso abbia costituito la base del concetto di onore della famiglia nella criminalità organizzata italiana.
Ma non esiste alcuna prova dell’esistenza di questi fratelli. Nonostante le dispute sulla precisa origine della camorra, è innegabile che la sua comparsa nella storia ufficiale di Napoli sia stata una logica conseguenza di un processo storico. Questo non significa che i napoletani avessero un qualche istinto criminale innato, piuttosto fu una combinazione di fattori: analfabetismo politico, arretratezza economica e le vicissitudini storiche della prima metà del X secolo insieme alle realtà di vita della più grande città portuale, a
rendere possibile l’emergere della prima organizzazione criminale proprio in questo centro. Napoli fu la terza città più grande d’Europa per circa 300 anni, dal 1500 all’inizio del 1800, con una popolazione di circa 350.000 persone per tutto il X secolo spesso contese il titolo di seconda città d’Europa.
Tuttavia, verso la fine del X secolo iniziò a sperimentare difficoltà economiche a causa del calo delle esportazioni di seta, grano, olio e vino, a sua volta causato da una recessione economica internazionale e dalla comparsa di nuovi concorrenti. Inoltre, la peste del 1656 portò alla morte o alla fuga del 60% della popolazione cittadina, ma nonostante tali calamità, anche dopo la peste, migliaia di persone migrarono dalle zone rurali a Napoli perché la città offriva opportunità di lavoro.
Tuttavia il lavoro scarseggiava e il numero di indigenti e poveri aumentava. Mentre il X secolo volgeva al termine, il resto d’Europa e l’Italia settentrionale conobbero un’enorme crescita economica durante la rivoluzione industriale, mentre Napoli, la capitale del Sud, rimase bloccata in un sistema quasi feudale, governata da una monarchia timorosa, servitori aristocratici e borghesia.
Tre quarti del commercio dell’Italia meridionale passava per Napoli con un gran numero di persone impiegate nel porto, nei magazzini e nella distribuzione delle merci. Molte persone erano occupate anche al servizio dell’aristocrazia e della classe media. Questa fu una delle caratteristiche principali di Napoli per tutto il X secolo.
La sua popolazione crebbe, ma la crescita della popolazione non significava un aumento della produttività. La maggior parte del business legale di Napoli consisteva nella rivendita di merci che arrivavano nella città portuale. È molto probabile che la camorra sia emersa in questo periodo in seguito al crollo della Repubblica Napoletana proclamata nel 1799 sull’onda della Rivoluzione francese fino al 1815, quando Napoleone fu definitivamente rovesciato e la dinastia borbonica riaffermò il suo potere a Napoli.
regnò il caos politico, le cui lacune furono immediatamente riempite da elementi criminali residenti nei quartieri più poveri. Dopo il 1815 la classe media iniziò a organizzarsi in società segrete come la massoneria e la carboneria e intrattenne negoziati con i Borboni. Ma per la stragrande maggioranza dei napoletani che erano poveri, la camorra divenne l’unico modo per mostrare la propria presenza nella società.
divenne una setta massonica per i poveri, ereditandone persino alcune pratiche, regole, giuramenti e rituali di società d’onore. Quasi certamente queste usanze non furono mutuate dalla mitica Gardugna, ma dalla massoneria e da altre sette di tipo massonico. Ma come potevano dei lazzaroni analfabeti appropriarsi dei misteri di settari statali di alto rango? Le organizzazioni massoniche erano parte integrante della politica all’inizio del Xedon secolo, quando i francesi governavano Napoli.
Essi cercarono di reclutare gli alti ufficiali italiani nelle file dei massoni per influenzarli e controllarli, ma successivamente i gruppi massonici divennero il centro della resistenza al dominio francese e furono banditi nel 1813. Nello stesso periodo, nel caos politico, iniziarono a consolidarsi gruppi di elementi criminali con un centro di comando nelle prigioni.
Fu proprio dalle bande carcerarie del Sud Italia che tutto ebbe inizio. I Borboni, non senza motivo e con grande sospetto, si fidavano poco delle società segrete. La setta massonica dei patrioti, chiamata carboneria, che significa carbonai, si infiltrò nell’esercito e provocò una fallimentare rivoluzione a Napoli nel 1820. Quando la rivoluzione crollò, molti carbonari finirono in prigione per lungo tempo, dove naturalmente entrarono in contatto con i camorristi che non avevano ancora sviluppato caratteristiche settarie definite. Ma fu
negli anni 30 anni dopo, che queste apparvero, cioè i camorristi di quel periodo, si posizionarono come l’elite del mondo criminale. Così in prigione si verificò un momento importante, l’inizio della fusione di una parte dell’aristocrazia liberale finita fuori legge sotto i Borboni e il mondo dei boss criminali del Sud.
Non si può più stabilire se furono i politici stessi a imporre le tradizioni massoniche ai capi delle prigioni o se furono i detenuti di alto rango a voler entrare in tale sistema. Ma il fatto è evidente. Dagli anni 30 del X secolo funzionava una struttura criminale con una gerarchia di tipo massonico che prese il nome di camorra.
Nel 1836-37 a Napoli, a causa di sporcizia e condizioni insalubri, scoppiò un’epidemia di colera che uccise 2000 persone. La miseria, unita all’impossibilità di influenzare la situazione, creò un vero caos e spinse la camorra in avanti come un vero portavoce delle masse di poveri napoletani.
La camorra divenne una sorta di anello di congiunzione tra la monarchia e la folla, perché negli anni 40 era una struttura carceraria consolidata con le sue regole, norme e un codice d’onore. E almeno un tale ordine era migliore del caos. E questi furono i primi segnali di un’interconnessione tra potere e criminalità organizzata e della comparsa di un modello di delega di alcune questioni alla camorra.
All’inizio degli anni 50, nelle prigioni campane che erano sotto il controllo incondizionato della camorra, tornarono a comparire in massa i prigionieri politici della classe superiore. Erano liberali che sognavano l’unificazione d’Italia e che alla fine degli anni 40 avevano tentato di scatenare una rivolta. Uno di questi era il duca di Castromediano che nel 1851 entrò nel carcere di Castello del Carmine, uno dei più orribili di tutto il Sud.
Il Duca lasciò dettagliate memorie su questo periodo e sono preziose perché fino a quel momento le informazioni sull’attività della camorra nei suoi domini erano scarse, in gran parte a causa dell’analfabetismo dei suoi membri e del caos politico in Italia. All’arrivo del duca lo vestirono con la divisa e gli misero le manette. Il secondino lo condusse attraverso corridoi fetidi in una minuscola cella con un’unica finestrella sbarrata in alto.
Mentre Castromediano si guardava intorno smarrito, non capendo cosa stesse succedendo, un uomo alto, elegante, con pantaloni di velluto e un orologio d’oro sul gilet, gli si avvicinò e gli restituì il portafoglio prelevato all’ingresso. Con un tono di cortesia ostentata, l’uomo dichiarò di essere il boss della camorra e che loro, in quanto combattenti per la libertà d’Italia, erano esentati dal dazio che la camorra imponeva a ogni prigioniero e potevano contare sulla sua piena protezione.
Aggiunse inoltre che assolutamente tutto in quella prigione, dal direttore all’ultimo detenuto era sotto il suo pieno controllo. Più tardi, Castromediano capì che si trattava di una mossa astuta. Il denaro gli fu comunque estorto. Pagò somme esorbitanti per un cibo appena migliore delle brodaglie statali.
E non fu l’unica lezione. Le scoperte del duca sono interessanti anche per noi, poiché egli descrisse la prima camorra nel suo ambiente naturale, proprio quello in cui era nata. E già dopo la comparsa dei tratti settari, i ladri di strada finivano in prigione che, sotto il vecchio governo, per comodità era gestita quasi legalmente dai detenuti più anziani.
Fu lì che negli ultimi decenni si sviluppò il sistema di quella setta criminale. Castro mediano iniziò a studiare la camorra nel modo più semplice, seguendo il denaro. E la prima cosa che lo colpì furono le tasse che riscuotevano su ogni cosa fino all’ultima crosta di pane e al più misero straccio di vestito. I detenuti dovevano affittare persino un angolo per dormire che nel gergo carcerario era chiamato pizzo.
Forse non a caso, questa stessa parola indica anche una tangente o una tassa di protezione. Chiunque si rifiutasse di pagare veniva punito. La punizione variava da pestaggi a marchi con il coltello o persino l’omicidio. La camorra trasformò i bisogni e i diritti dei suoi compagni di prigionia, ad esempio il loro pane o pizza in servizi.
Servizi per i quali in un modo o nell’altro si doveva pagare. Il sistema della camorra si basava sul potere sia di fornire questi servizi che di negarli. Castromediano scoprì anche che i camorristi si definivano la società d’onore di Napoli e avevano un loro sistema segreto di comunicazione, la cui tabella di decifrazione fu una volta confiscata a un detenuto.
Questo sistema era accessibile solo ai ranghi superiori. Il Duca fu anche testimone di un tribunale della camorra che, con sua sorpresa aveva anch’esso un sistema. La società d’onore non si limitava a uccidere gli indesiderati, ma organizzava un vero e proprio processo. La sentenza però era annunciata sul muro del gabinetto e l’accusato non ne sapeva nulla.
Le sentenze non venivano emesse per ragioni di giustizia, ma per considerazioni del codice d’onore, nel senso in cui lo intendeva la società d’onore. Le controversie venivano risolte in modo approvato il più delle volte tramite un duello di coltelli. Giuramenti e accordi dovevano essere rispettati, gli ordini obbediti e la punizione accettata quando necessaria.
Secondo la testimonianza di Castrano, ogni giorno in prigione qualcuno veniva ferito o ucciso. Tra i camorristi fiorivano l’odio reciproco, l’invidia, le liti, le risse e le coltellate. Valva anche il concetto di vendetta, la vendetta di sangue per l’offesa all’onore personale di un camorrista. Così il duca di Castromediano descrisse uno stato nello stato, l’organizzazione della camorra.
ripeteva davvero quella di uno stato, sebbene nell’oscurità tombale della prigione le stesse leggi, gli stessi tribunali, le stesse tasse, lo stesso potere del denaro sui suoi cittadini. I camorristi incoraggiavano i vizi più immutabili, il gioco d’azzardo e l’alcolismo, che sono sempre il modo migliore per fare soldi.
Nei corridoi delle prigioni esisteva un’intera economia miserabile. La camorra era l’unico creditore di giocatori e ubriachi e nei sotterranei si sentivano le grida di venditori ambulanti che commerciavano stracci unti e pezzi di pane raffermo. Come recitava un vecchio detto camorrista, “Estriamo oro dalle pulci”.
Inoltre, la camorra monopolizzava anche il mercato dei beni di contrabbando. Le guardie avevano una percentuale sulla fornitura di libri, candele, vestiti e nessuna cosa arrivava senza il loro consenso. Così la camorra carceraria aveva un doppio modello di business progettato per estrarre oro dalle pulci.
Da un lato le estorsioni e le tasse, dall’altro il commercio di contrabbando. Castro mediano notò anche che nelle prigioni napoletane erano rinchiusi banditi di tutto il Sud e tutti si chiamavano camorristi. Tuttavia il duca notò differenze nel dress code adottato dai camorristi delle varie regioni. I siciliani preferivano solitamente abiti di velluto nero, mentre i napoletani si vestivano con colori vivaci, con vistosi accessori d’oro e il berretto fesco.
Tra calabresi e napoletani di solito mantenevano la neutralità, ma se prendevano una parte iniziava un’orribile carneficina. Tuttavia, nonostante tutta l’inimicizia e le differenze, i futuri mafiosi siciliani, i camorristi napoletani e gli indranghetisti calabresi, a metà del X secolo si definivano membri di società d’onore.
Il loro vocabolario comune era un segno di un’origine comune nel sistema carcerario del Regno delle Due Sicilie. Ma ciò che Castro mediano non poteva sapere trovandosi in prigione era che la camorra in quel momento aveva già fatto i suoi primi passi dalla prigione alle strade. Negli anni 50 dell’8, nonostante tutte le repressioni del governo borbonico, continuavano le richieste di cambiamento.
L’economia del Sud continuava a crescere lentamente e la stragrande maggioranza delle merci passava per Napoli. Tra il 1838 e il 1852 l’esportazione di grano aumentò di sei volte e quella di frutta raddoppiò. Dal 1832 al 1859 il porto di Napoli gestormi volumi di commercio. Solo nel 1855-59 il porto raddoppiò la sua attività.
La camorra, naturalmente partecipava attivamente a tutti gli affari. guadagnava denaro non solo con il gioco d’azzardo, il furto e la prostituzione, ma riscuoteva anche tasse sulle merci che arrivavano al porto e passavano attraverso le porte della città. La somma che riscuotevano poteva spesso raggiungere il 10% del valore delle merci stesse.
Controllavano anche le forniture di cibo in città ed esisteva un collegamento tra i camorristi di campagna e quelli di città. I camorristi di campagna vivevano in piccoli centri attorno a Napoli e spogliavano senza pietà gli agricoltori sulle loro terre e lungo la strada per la città. Agli ingressi della città iniziava il dominio della camorra urbana.
Inoltre, nei quartieri più poveri i camorristi sostituivano la polizia. Le forze dell’ordine semplicemente non volevano avventurarsi nelle zone più pericolose e affidavano alla camorra il mantenimento dell’ordine. Già allora i membri della società godevano di una sorta di carta bianca politica che si estendeva ai quartieri più criminalizzati.
La crescita economica di Napoli avvenne quasi in contrasto con la politica di Ferdinando II. La maggior parte delle merci e dei capitali proveniva da Germania, Francia o Svizzera. Le barriere tariffarie impedivano nuovi investimenti e nuovi metodi di produzione e molti rappresentanti della classe media dipendevano dal vecchio sistema di impiego nell’amministrazione basato sul principio familiare.
Per tutto il regno di Ferdinando II la società napoletana fu estremamente instabile. I poveri erano lasciati a se stessi e potevano sperare solo nella camorra, che in tal modo aumentava la sua influenza. È noto che la camorra urbana a Napoli era composta da diverse sezioni, talvolta chiamate logge, una per ciascuno dei 12 quartieri della città.
Tuttavia, il suo potere principale era concentrato nei quattro quartieri della parte bassa della città, cioè nelle baraccopoli di Napoli. Il capo camorrista o capo società di ogni sezione era eletto dai suoi colleghi. Accanto al capo sedeva il cantale o contabile, al quale era affidato il compito di riscuotere e ridistribuire il denaro della società.
In ogni quartiere esisteva un proprio boss, il capintrite, e molti piccoli capi di bande, i picciotti. Il livello più basso era il picciotto di sgarro. La regola che si estendeva a tutti era la legge del silenzio eterno nel trattare con le autorità, nonché il divieto totale e categorico di qualsiasi comunicazione e attività congiunta, anche con ex rappresentanti del sistema giudiziario e dell’esercito, che si trattasse di un soldato degradato o di un giudice licenziato.
Chiunque aspirasse a diventare membro della camorra doveva dimostrare di soddisfare i criteri della società. Ad esempio, c’era un divieto per gli omosessuali passivi e per i candidati, la cui moglie o sorella fossero prostitute attive. I candidati dovevano anche superare prove ed essere osservati dai loro superiori nella società.
Potevano essere richiesti di commettere omicidi o infliggere sfregi. Gli sfregi erano usati come punizione sia per gli estranei che per i camorristi che infrangevano le regole. divennero il segno più evidente del potere della camorra nelle baraccopoli di Napoli. Una volta che un nuovo membro era considerato pronto, doveva giurare sui coltelli incrociati e battersi in duello con un camorrista scelto a sorte.
Se il neofita dimostrava il suo coraggio, diventava un picciotto di sgarro, un ragazzo pronto a combattere e aveva davanti a sé un percorso arduo per diventare un camorrista a tutti gli effetti. Diventare un camorrista significava ottenere l’accesso ai poteri decisionali all’interno della società e una quota maggiore dei proventi delle attività criminali.
Alla base della gerarchia, all’interno della camorra c’era un unico principio, lo sfruttamento. I camorristi sfruttavano senza pietà i loro giovani picciotti di sgarro, la cui vita era descritta come piena di duro lavoro, umiliazioni e pericoli, da sopportare nella speranza che a un certo punto sarebbero stati promossi a camorristi.
Una delle prove di carattere più comuni per un picciotto di sgarro era scontare una condanna penale commessa da un membro di alto rango della società. 10 anni di prigione, questo era il prezzo che si poteva pagare per la possibilità di diventare camorrista. Tuttavia i ranghi nella camorra erano flessibili, non c’erano scadenze definite.
La stragrande maggioranza dei membri della setta era analfabeta e quindi nella società d’onore di Napoli non c’erano leggi scritte. Tutte le usanze e le regole erano tramandate oralmente, cambiando a seconda del tempo e del luogo, della volontà dei superiori e delle decisioni prese nelle riunioni. Spesso venivano aggirate con il leggendario metodo che divenne di fatto il biglietto da visita della camorra.
Il combattimento di coltelli o zumpata, che era un elemento importante del rito di iniziazione, svolgeva il ruolo di meccanismo di risoluzione delle controversie tra i membri della camorra e serviva come strumento per la crescita gerarchica nell’organizzazione, cioè il picciotto di sgarro più audace e abile poteva salire rapidamente la scala gerarchica sfidando in combattimento i superiori e vincendoli in duello.
I combattimenti di coltelli erano una cultura speciale della camorra e meritano di essere raccontati più in dettaglio. Oltre alla funzione di promozione di grado attraverso la vittoria sull’avversario in un duello leale, il combattimento con il coltello svolgeva anche la funzione di un torneo cavalleresco e serviva a dimostrare intrepidezza e disprezzo per il dolore.
Il coltello divenne l’arma principale dei camorristi, non solo perché era ideale per essere nascosto, ma anche secondo un antico principio ricordato fin dai tempi dell’antica Roma. Più corta è l’arma, più coraggioso è il suo possessore. Questo duello, che svolgeva così tante funzioni era chiamato zoompata. L’origine del termine zoompata deriva dalla parola zompa che significa salto o balzo, una variante dialettale dell’italiano salto.
Si iniziava a imparare il combattimento con il coltello nelle baraccopoli di Napoli fin dall’infanzia, usando modelli di legno o semplicemente bastoncini raccolti. E si proseguiva poi nelle università criminali carcerarie. L’addestramento dei novizi era affidato a maestri, solitamente picciotti di sgarro o vecchi camorristi che spiegavano ai giovani gangster come attaccare e difendersi secondo tutte le regole della scherma cavalleresca.
Il codice cavalleresco della camorra proibiva la partecipazione a questi duelli ai membri di alto rango dell’organizzazione, capo società e capintrite, finché mantenevano le loro cariche agli ex camorristi e ai membri della camorra di età superiore ai 60 anni. Proibiva inoltre di sfidare in duelli d’onore informatori di polizia, gay passivi e quei camorristi che permettevano alle proprie madri, sorelle o figli di prostituirsi.
Inoltre, le regole proibivano, senza l’approvazione del capo società, di sfidare in duello membri della società di rango inferiore nella gerarchia della camorra. La storia ci ha tramandato i nomi di alcuni maestri di Zumpata. Probabilmente il più famoso fu il leggendario capo società degli anni 40 dell’8, Aniello O. Ausella, che ottenne il titolo non ufficiale di Re della Zumpata.
Ousella si occupava dell’acquisto di beni invenduti dell’esercito borbonico, prevalentemente cavalli, e annientò letteralmente tutti coloro che superavano i prezzi all’asta, diventando monopolista nel mercato equino. Riuscì anche a salire rapidamente la scala gerarchica e a diventare subito capo, saltando la fase di capintrite.
Per fare ciò, con un pretesto pretestuoso, sfidò a duello di coltelli i capintrite di quattro quartieri e li sconfisse tutti. Ma presto o Ausella fu accusato di aver infranto le regole della camorra, nominò capintrite dell’organizzazione La sua guardia del corpo, un ex soldato. Inoltre fu anche accusato di aver venduto armi a banditi che operavano nelle strade di campagna, cosa anch’essa proibita dalle regole e di conseguenza fu rimosso dal suo incarico.
Allora, o Ausella sfidò a Zumpata il suo successore, ma poiché secondo le regole della camorra un capo società non poteva partecipare alla zumpata, la sfida fu immediatamente respinta. Subito dopo Ausella scomparve da Napoli e le sue tracce si persero, ma la storia si fa ancora più interessante. Sua moglie si dichiarò vedova e reclamò la quota del marito in modo tradizionale, sfidando a duello di spade genovesi, l’arma delle donne camorriste, la moglie del nuovo boss.
Ma il combattimento per qualche motivo non si svolse. E qui va menzionato un altro aspetto interessante della vita della società d’onore di Napoli. Le donne camorriste avevano diritti quasi uguali agli uomini. Dopo la morte del coniuge, la moglie poteva rivendicare non solo il suo denaro, ma anche il suo status. Esistevano persino bande femminili e un tipo separato di combattimento femminile con il coltello.
Ma tutto questo riguardava solo le donne rispettabili. La camorra, unica tra le società d’onore, si occupava apertamente di prostituzione e gestione di bordelli e in generale aveva una posizione molto tollerante su questo tema. Per i banditi che si dedicavano a tale attività esisteva persino una parola speciale: ricottari e le prostitute che appartenevano ai camorristi erano segnate da una cicatrice sulla guancia.
È anche curioso che essere una prostituta non significava l’impossibilità di uscire dal giro. Con un matrimonio fortunato, con un camorrista, le donne semplicemente smettevano di lavorare e venivano riabilitate nei loro diritti. E va detto che le donne giocarono un ruolo non secondario negli eventi futuri che cambiarono letteralmente la storia non solo dell’intera camorra, ma dell’Italia stessa.
Così, alla fine degli anni 50, nelle baraccopoli napoletane si era formata una potente organizzazione criminale con le proprie leggi e un’attività ben sviluppata. La camorra governava letteralmente la città bassa, di fatto senza preoccuparsi delle autorità ufficiali. Ma nel maggio 1860 Giuseppe Garibaldi sbarcò in Sicilia e iniziò la campagna per l’unificazione d’Italia.
La fine del vecchio regime borbonico era imminente e nell’estate dello stesso anno a Napoli si seppe che le truppe garibaldine avevano avuto successo in Sicilia e si preparavano a sbarcare sulla terra ferma italiana per marciare verso nord. Il 26 giugno i napoletani appresero quali azioni la monarchia borbonica avrebbe intrapreso in risposta all’invasione.
Sui muri delle case furono affissi manifesti che proclamavano la legge sovrana in cui il re Francesco II stabiliva che il regno delle due Sicilie avrebbe cessato di essere una monarchia assoluta per passare a una monarchia costituzionale. Fu già formato un governo composto da patrioti liberali. Fu proclamata un’amnistia per tutti i prigionieri politici e la bandiera sarebbe stata il tricolore italiano rosso, bianco e verde, sormontato dallo stemma della dinastia borbonica.
Presto gli abitanti capirono che la spedizione di Garibaldi aveva messo Francesco in una posizione disperata e che lo stato borbonico stava vacillando. Il giorno in cui fu pubblicata la legge sovrana divenne un giorno nero per i poliziotti di Napoli. Per molti anni la polizia era stata temuta e disprezzata come uno strumento corrotto di repressione.
ora si trovarono politicamente indifesi, con quasi la certezza che da un momento all’altro potesse iniziare una battaglia per il controllo delle strade. La sera di quel giorno, quando apparvero i manifesti della legge sovrana, un gruppo di persone dai vicoli più poveri si recò in via Toledo per fischiare i poliziotti.
I proprietari dei negozi abbassarono le serrande e si aspettavano il peggio. Avevano buone ragioni per temere. I disordini di massa si verificavano regolarmente a Napoli e erano sempre accompagnati da saccheggi. I seri problemi iniziarono il giorno successivo, quando due folle di realisti e patrioti si radunarono nelle strade scandendo slogan.
Tra la folla fu notata una figura che i giornali descrissero come vestita da brigantessa, adornata con nastri e bandiere, con una compagnia di donne vestite in modo simile che sventolavano fazzoletti. Era la San Giovannara. Si sospettava che la Sangiovannara avesse provocato i disordini distribuendo alcolici economici dalla sua taverna e conducendo attivamente propaganda patriottica.
La Sangiovannara, figura chiave nei disordini dell’estate del 1860, era proprietaria di una ricca taverna nel centro della città e, per pura coincidenza, cugina dell’allora boss della camorra, Salvatore De Crescenzo, di cui parlerò più avanti. Nelle strade scoppiarono disordini di massa, le folle premettero sui poliziotti, due persone furono uccise e solo l’arrivo di un distaccamento di cavalleria impedì un ulteriore peggioramento della situazione.
A tutti sembrava che questo fosse solo il preludio a un terrore imminente. Temendo il peggio, i poliziotti a cavallo quel giorno lasciarono Napoli salvandosi la vita. Ora nessuno poteva opporsi alla folla. bande organizzate, armate fino ai denti, si introdussero a turno nei commissariati, rubando documenti e dando fuoco ai normi falò. La polizia napoletana aveva cessato di esistere, ma a mezzogiorno, con sorpresa generale, subentrò una sorta di tregua.
I banditi avevano effettivamente picchiato alcuni poliziotti catturati, ma invece di linciarli li consegnarono all’esercito. Attorno ai falò, vicino ai commissariati, si sentivano applausi, risate e balli e i ragazzi di strada tagliavano le uniformi della polizia e ne distribuivano i pezzi come souvenir. Non sembrava una rivolta contro la monarchia, ma una festa popolare.
Ma la cosa più inaspettata fu che non ci furono saccheggi. I rivoltosi delle baraccopoli consegnarono il denaro e gli oggetti di valore trovati agli ufficiali dell’esercito o ai sacerdoti parrocchiali. Un gruppo di poveri andò persino per le strade e invitò i commercianti ad aprire i negozi, assicurando che volevano semplicemente cacciare i poliziotti borbonici e non derubare.
Erano giorni molto strani, ma presto gli eventi presero una svolta ancora più fantastica. La sera prima dell’attacco ai commissariati, re Francesco II nominò in fretta un nuovo prefetto di polizia, un avvocato di nome Liborio Romano. Era in debito con i Borboni. All’inizio degli anni 50, come tutti i patrioti liberali, fu gettato in prigione.
Tuttavia, per motivi di salute, il sessantenne fu rilasciato e gli fu permesso di tornare a Napoli. E ora era giunto il suo momento di saldare i debiti. gli fu affidato il compito di dirigere la polizia e questo era il lavoro più difficile di tutti. Poche ore dopo essere entrato in carica, Romano lanciò una delle iniziative più audaci nella storia della polizia.
Offrì alla camorra la possibilità di riabilitarsi nella polizia. I boss della società d’onore accettarono prontamente questa offerta e presto i camorristi con coccarde e nastri tricolore, rosso, bianco e verde, i colori della bandiera italiana, appuntati al petto o al berretto iniziarono a pattugliare il territorio.
Di conseguenza, Napoli non fu saccheggiata e Liborio Romano divenne un eroe. Il 23 luglio, giorno del suo santo, fu celebrato con luminarie e una parata con lanterne. La politica di romano fu così efficace che molti camorristi furono successivamente reclutati nella nuova Guardia Nazionale. La rischiosa estate tra la caduta del regime borbonico e l’arrivo di Garibaldi trascorse così pacificamente come nessuno avrebbe mai pensato.
Il ruolo eccezionale della camorra nel dramma napoletano finì sui giornali di Torino, La nuova capitale d’Italia. Una rivista sottolineò l’evento pubblicando i ritratti dei boss della camorra. Uno di loro, Salvatore De Crescenzo, l’avevo già menzionato ed era un personaggio importante. Nato nel 1822 da una famiglia di calzolai.
Nel 1849 fu condannato per la prima volta e imprigionato per gravi lesioni personali e sospettato dell’omicidio di un altro detenuto. Trascorse gli anni 50 in prigione, uscendo solo per brevi periodi, e l’ultimo arresto, prima che il suo ritratto apparisse sulla stampa, fu nel novembre 1859. De Crescenzo era anche conosciuto come un vero maestro di Zumpata e ora come un vero eroe popolare.
E mentre a Sud Garibaldi operava miracoli di patriottismo per un intero regno con l’aiuto di una manciata di volontari, a Napoli dall’esterno sembrava che fosse avvenuto un miracolo ancora prima del suo arrivo e i giornali scrivevano: “La redenzione della camorra”. I boss criminali hanno compreso la via sbagliata che avevano intrapreso.
Tuttavia, dove si incrociano le folle, il crimine organizzato e la politica, non esistono miracoli, almeno non gratuitamente. In realtà l’accordo tra i patrioti liberali e i camorristi contro i Borboni era stato concluso molto prima dell’arrivo di Garibaldi, diversi anni prima dell’inizio della liberazione.
Un gruppo di patrioti era arrivato segretamente a Napoli con l’obiettivo di rovesciare la monarchia borbonica. Molti di questi cospiratori si unirono all’organizzazione clandestina Comitato dell’ordine e a metà degli anni 50 fu stipulato un accordo segreto tra il movimento per l’unificazione d’Italia e la camorra.
I patrioti conoscevano bene Napoli e sapevano che senza il sostegno della camorra e quindi della folla qualsiasi rivoluzione politica sarebbe fallita. Tuttavia, non tutti i leader patriottici furono d’accordo con questa tattica, né tutti i camorristi, ma nella polizia borbonica, essa stessa profondamente infiltrata dalla camorra, trapelarono informazioni secondo cui il boss Salvatore De Crescenzo era uno di quelli che si erano piegati all’accordo.
Secondo le testimonianze, al primo incontro segreto dei cospiratori con i boss dell’ombra, le cose non andarono bene. All’inizio i camorristi si espressero bruscamente nei confronti dei patrioti ben vestiti, accusandoli di ignorare i bisogni dei poveri, e chiarirono subito che non avrebbero permesso loro di raccogliere da soli i frutti della rivoluzione.
Dopodiché i camorristi si misero al lavoro per provocare una rivolta patriottica contro la monarchia borbonica. Ci sarebbero voluti molti soldi. Per cominciare chiesero una ricompensa di 10.000 ducati per ogni boss. Secondo le stime moderne, con calcoli molto approssimativi, i boss chiedevano 170.000 per ogni boss per aiutare a rovesciare lo stato borbonico.
Tuttavia, i patrioti a malincuore accettarono le condizioni della società d’onore e i pagamenti iniziarono ad arrivare, ma la preparazione si protrasse e non entrò nella fase di azioni attive. Gli astuti boss preferirono ricattare i cospiratori patriottici, minacciando di raccontare tutto alla polizia borbonica se non avessero ottenuto più denaro.
Le cose per i patrioti napoletani sembravano molto cupe quando, nel 59 la situazione cambiò improvvisamente con il completamento della prima fase dell’unificazione d’Italia nel nord. Questo cambiò in qualche modo le regole del gioco. La guerra tra la polizia e la camorra entrò in una nuova fase e iniziarono rastrellamenti di massa nei loro quartieri.
Molti camorristi, incluso Salvatore De Crescenzo, furono inviati nelle isole Pigione al largo della costa italiana alla fine di novembre 1859. In seguito a questo scontro, l’alleanza con il comitato dell’ordine non appariva più solo come un pretesto per il ricatto, ma anche come un affare molto promettente.
L’invasione della Sicilia da parte di Garibaldi nel maggio dell’anno successivo e l’emanazione della legge sovrana portarono la situazione al culmine. Come ricorderete, l’atto proclamava l’amnistia per i detenuti e i boss rilasciati erano impazienti di vendicarsi della polizia. La ragione per cui la folla armata che attaccò i commissariati mostrò una così notevole autodisciplina era che quasi tutti erano camorristi che avevano stipulato un accordo con i patrioti diversi anni prima.
La San Giovannara fu una figura chiave. Fu nella sua taverna che si svolgevano gli incontri segreti e fu lei ad aiutare i patrioti detenuti a far uscire messaggi dalle prigioni borboniche. Eliborio romano aveva i legami più diretti con la camorra. Primo, suo padre era un carbonaro, lo stesso massone degli anni 20 che era stato in prigione per le sue convinzioni.
Secondo, anche lui era stato imprigionato per motivi politici, per breve tempo, ma comunque. Quindi è molto probabile che Romano e la società d’onore agirono di concerto fin dall’inizio e pianificarono insieme la distruzione della polizia napoletana e la sua sostituzione con i camorristi. In ultima analisi, i dettagli esatti dell’accordo che senza dubbio fu stipulato tra banditi e patrioti non hanno importanza.
Come gli eventi a Napoli avrebbero presto dimostrato, un patto con il diavolo è sempre un patto con il diavolo, qualunque cosa sia scritta in piccolo. L’ultimo re della dinastia borbonica lasciò Napoli il 6 settembre 1860 e la mattina seguente Garibaldi fu accolto alla stazione da una folla esultante tra la quale si intravedevano giubbetti di velluto e catene d’oro scintillanti.
Liborio romano condivise la gloria di Garibaldi. Il grande amico della camorra fu il primo a stringere la mano a Garibaldi sul binario della stazione di Napoli. Insieme i due salirono poi su una carrozza e attraversarono la folla festante con camorristi che sparavano in aria e ostentavano coccarde tricolori.
Dopo questo a Napoli fu istituita un’autorità provvisoria che governava in nome di Garibaldi mentre egli annetteva il resto del regno. Per la camorra questo fu un vero e proprio segnale di partenza. La desiderata coccarda ottenuta nell’estate del 60 divenne una licenza statale per l’estorsione e dopo la restaurazione del governo provvisorio non avevano bisogno di nascondere le loro vere motivazioni.
Quando furono fatti poliziotti per un certo periodo cessarono di essere camorristi e divennero i veri salvatori di Napoli. Ma quando tutto tornò alla normalità, tornarono ad essere camorristi senza smettere di essere poliziotti. Contrabbandare e fare estorsioni divenne più redditizio che mai. La camorra prese letteralmente il controllo dell’intera città.
Tutti gli ingressi e le uscite, i porti, i mercati, tutto ciò che arrivava in città era controllato da loro, dalle merci portuali dall’Africa al formaggio della periferia più vicina. Le entrate doganali del governo crlarono in un solo giorno. Ai doganieri legali furono raccolti solo 25 soldi sufficienti solo per comprare un paio di pizze nella trattoria più vicina.
La camorra trovò anche nuove sfere di influenza. Dopo l’arrivo di Garibaldi e l’istituzione del potere provvisorio, decine di migliaia di persone si sentirono indifese. Le istituzioni statali furono invase da folle di petizionari di ogni genere. Erano così tanti che ministri e amministratori dovevano farsi strada nei corridoi.
E all’inizio della fila davanti alle porte degli uffici c’erano sempre i camorristi che decidevano chi avrebbe presentato una petizione per un posto di lavoro, un contratto o una pensione. Si arrivò al punto che alcuni ministri tenevano udienze giudiziarie circondati da camorristi. Tra questi ministri c’era senza dubbio l’iborio romano, così nemmeno sotto i Borboni la camorra aveva avuto tali opportunità, ma la prosperità non poteva durare per sempre.
Il primo in ottobre 1860 i cittadini di Napoli votarono all’unanimità per l’annessione al Regno d’Italia. Poco dopo questo plebiscito, Garibaldi rinunciò alla sua dittatura provvisoria e consegnò il disastroso caos creato da Liborio Romano all’autorità provvisoria che gestiva l’integrazione di Napoli nel Regno d’Italia.
L’uomo incaricato di risolvere la crisi della polizia a Napoli era un altro patriota italiano del Sud, un altro veterano delle prigioni borboniche di nome Silvio Spaventa. L’incorruttibile spaventa che aveva scontato quasi 10 anni. e fu rilasciato solo nel 1859. Non voleva avere nulla a che fare con la camorra. Se il governo morbido di Liborio Romano lo aveva reso il beniamino della città bassa, le dure repressioni di spaventa gli procurarono odio.
I primi arresti di massa di membri della società d’onore di Napoli avvennero già il 16 novembre 1860. Fu sequestrata una grande quantità di armi e uniformi di polizia. Salvatore De Crescenzo, il beniamino della stampa, fu nuovamente imprigionato. Lì avrebbe continuato la sua ascesa ai vertici della gerarchia camorristica.
E due anni dopo, la mattina del 3 ottobre 1862, proprio sulla soglia del carcere della vicaria, Decrescenzo sarebbe stato ucciso dai suoi nemici. Ma anche quando De Crescenzo era in prigione, la camorra non intendeva arrendersi sotto la pressione di Spaventa. La notte del 21 novembre 1860 i camorristi attaccarono la prefettura sperando di liberare i loro capi dalle celle.
spaventa rispose con una serie ancora più brutale di perquisizioni e arresti durante le festività natalizie e nel gennaio 1861 contro di lui si tenne una manifestazione di strada seguita da una petizione con migliaia di firme che chiedevano il suo licenziamento. Ignorando la sua impopolarità, Spaventa rispose con nuovi arresti.
Ma ciò che più irritava i camorristi era che Spaventa aveva proibito ai membri della Guardia Nazionale di indossare l’uniforme quando non erano in servizio. Per i criminali infiltrati nella Guardia Nazionale questo divieto significava l’impossibilità di usare la forza dell’uniforme di polizia per l’estorsione. La vendetta fu rapida.
Il 26 aprile 1861 una folla infuriata composta da decine di camorristi fece irruzione nell’edificio del ministero gridando morte a spaventa! Invece di lui fu ucciso un ufficiale, mentre spaventa riuscì a fuggire. Il giorno dopo apparve in un affollato caffè e andò alla prima di uno spettacolo di non temere la camorra.
Tuttavia, alcune lezioni le aveva imparate. Tre mesi dopo l’incorruttibile spaventa si ritrovò coinvolto in una storia estremamente sgradevole, ma allo stesso tempo napoletana. Vicino alla sua casa avvenne l’omicidio di un poliziotto, le cui connessioni con la camorra erano note a tutti. L’assassino fu rapidamente trovato.
Era un certo demata che, grazie alla protezione di una persona influente, fu presto rilasciato. E questa persona influente si rivelò essere lo stesso Silvio Spaventa. De Mata era un membro della guardia personale di Spaventa. Si diceva che Spaventa lo usasse per intimidire le redazioni di giornali politicamente pericolosi e picchiare i giornalisti che si rifiutavano di collaborare.
Quindi sembra che persino l’incorruttibile spaventa sia caduto sotto i costumi napoletani. È evidente che la società d’onore trasse un’importante lezione da tutto ciò che accadde durante la crisi tra il regime borbonico e la fondazione dell’Italia Unita, la lezione di cercare i politici più corrotti. Tuttavia va notato che in questo periodo la camorra non riuscì a integrarsi con lo Stato. Rimase uno stato nello stato.
Ciò avvenne in gran parte a causa della loro avidità e frammentazione. Le vecchie amministrazioni, scegliendo tramulte, tasse e minacce della camorra, si piegavano sempre ai criminali. I nuovi politici del Nord, invece non vollero accettare tale situazione. Spaventa fu il primo di una lunga serie di coloro che cercarono di combattere la camorra nel suo feudo.
Così allora non riuscirono a inserirsi economicamente nella politica, come fecero i loro fratelli siciliani. Il governo non si affidava ai loro investimenti per sostenere l’economia e non avevano il knoow per fare lobbing per i loro candidati. L’attività principale e il profitto della camorra rimasero tutti i tipi di estorsioni illegali, le bische e la prostituzione.
Nel X secolo non riuscì a uscire dall’ombra. Questa peculiarità limitò la crescita della camorra, ma era comunque troppo forte per essere completamente distrutta. Il periodo successivo all’unificazione d’Italia rappresenta la seconda fase dell’esistenza della camorra, durata all’incirca fino all’inizio del XXo secolo e caratterizzata da una costante avanzata della camorra in molti settori della società napoletana.
In questo mezzo secolo Napoli e il Sud iniziarono a rimanere ancora più indietro rispetto al resto d’Italia. Il mercato fu inondato da un flusso di merci dalla Francia e dalla Gran Bretagna che rovinò le industrie locali di Seta e Lino. Le tasse statali erano raddoppiate, ma la maggior parte delle imposte raccolte e del capitale accumulato era destinata a investimenti nell’industria in rapida crescita del nord.
La povertà rimaneva endemica e nelle città scoppiavano epidemie di colera. Nelle prigioni esisteva ancora una fitta rete di banditi che rimaneva un focolaio di criminalità. Le autorità non si preoccuparono molto di riorganizzare il sistema penitenziario e proprio dagli istituti di correzione la camorra veniva regolarmente rifornita di sangue fresco.
In questo periodo la camorra iniziò a esplorare nuove zone economiche partecipando per la prima volta direttamente alla rivendita di cavalli e infiltrandosi sempre più nell’alta società. Il metodo preferito per diffondere i vizi e i piaceri erano le bische, che diventavano sempre più private e raffinate, con puntate più alte e ambienti più belli.
I camorristi stessi ora cercavano di vestirsi come persone rispettabili. Se negli anni 60 i loro giubbetti di velluto, le catene d’oro, le cicatrici e i tatuaggi servivano a intimidire verso la fine del secolo, i camorristi di alto rango erano indistinguibili dai cittadini rispettabili, nascondevano i tatuaggi e cercavano di non mostrare le ferite di battaglia.
Nell’economia di Napoli dominavano sempre più gli appalti comunali per la ricostruzione di molti dei quartieri più antichi della città, il cui denaro finiva nelle tasche senza fondo di politici e dei loro amici criminali. Ed è proprio per questo che scoppiavano epidemie di colera e malattie causate dalle condizioni insalubri.
A questo proposito è anche degno di nota lo sciopero dei cocchieri avvenuto nell’agosto del 1893. La rabbia della folla fu causata dalla proposta di espandere la rete tranviaria della città e 3000 cocchieri iniziarono una violenta protesta di strada che coincise con manifestazioni patriottiche contro l’uccisione di diversi operai italiani nel sud della Francia.
Presto si unirono a loro socialisti, anarchici e la folla affamata della città bassa e iniziarono scontri con la polizia, durante i quali un bambino di 8 anni fu accidentalmente ucciso. Per ripristinare l’ordine fu persino chiamato l’esercito. La vera causa dei disordini non era ovviamente la giusta rabbia di onesti lavoratori.
Tra i cocchieri c’erano molti camorristi che a loro volta avevano molti amici politici e questi politici avevano alcune domande per il governo centrale di Roma. Primo, gli uomini del nord volevano per qualche motivo affidare il lucrativo contratto tranviario a una società belga e non a rispettabili napoletani. Secondo, erano minacciate di perdere il controllo sul programma di ricostruzione delle baracopoli iniziato proprio dopo l’epidemia di Colera.
Così, ancora una volta ci troviamo di fronte al solito schema. Alcuni politici particolarmente avidi stringono accordi con coloro che controllano le masse e va notato che vincono di nuovo. I disordini e la morte del bambino costrinsero Roma a fare concessioni. Inizialmente ai cocchieri fu comunicato che non ci sarebbe stata alcuna riforma tranviaria, ma dopo che tutti si erano dispersi, i piani originali furono ripristinati esattamente come servivano a Napoli.
Un consulente belga era già in viaggio verso il sud. I finanziamenti per la ricostruzione infinita delle baraccopoli continuarono e la camorra si fregò le mani con gioia, avendo ottenuto la sua parte da tutti i contratti. Ma stava arrivando il XXo secolo. L’Italia entrava in un’altra epoca. Apparve un sistema bancario centralizzato.
Iniziò una rapida industrializzazione. La Fiat Torino iniziò a produrre automobili nel 1899. E la Pirelli iniziò a produrre pneumatici per auto nel 1901. Nei successivi anni le città italiane si riempirono di rumore e luce. Automobili, trame elettrici, grandi magazzini, bar, cinema e stadi di calcio.
In politica le riforme erano all’ordine del giorno. Sempre più persone diventavano alfabetizzate e ottenevano il diritto di voto. Il Partito Socialista, sebbene ancora piccolo, era abbastanza forte da ottenere concessioni in Parlamento. Nel 1913 in Italia si sarebbero tenute le prime elezioni generali in cui per legge tutti gli uomini adulti avevano il diritto di voto.
Ci fu anche una rivoluzione nel campo dei mass media. I giornali spuntarono come funghi, le loro tirature aumentarono e i giornalisti iniziarono a cercare sensazioni e a svelare segreti. Per la camorra questo fuida. Come ricorderete, essa si basava sul fatto che la maggior parte dei suoi membri era analfabeta e credeva incondizionatamente alle favole sui fratelli Osso, Mastrosso e Carcagnosso, raccontate dai superiori.
E nel prossimo futuro la società d’onore di Napoli avrebbe dovuto affrontare una battaglia in una società più organizzata e democratica, dove l’opinione pubblica plasmava le decisioni politiche che determinavano il destino dei criminali. Un’altra circostanza fatale fu l’emergere del Partito Socialista. I liberali non avevano mai cercato di attrarre le masse di poveri politicamente analfabeti, orientandosi verso un’altra classe.
I socialisti, invece, iniziarono a sottrarre alla camorra l’attenzione delle baraccopoli. Senza il loro permesso iniziarono grandi manifestazioni di strada di lavoratori e le pubblicazioni socialiste incitavano alla condanna di un sistema corrotto e marcio. Dopo la rivolta dei cocchieri, l’attenzione di tutti gli abitanti d’Italia si rivolse alla camorra.
Pertanto, nel 1900, una commissione guidata da Giuseppe Saredo partì da Roma per Napoli con l’obiettivo di indagare sugli oscuri affari del Sud. Nel settembre 1901 Saredo presentò al pubblico un rapporto di 200 pagine di cui vale la pena parlare in dettaglio. La prosperità della camorra, secondo l’ispettore, era dovuta al fatto che i funzionari erano preoccupati di lottare per le posizioni e non di preoccuparsi dei cittadini.
La camorra, a suo avviso, si divideva in alta e bassa. Con la bassa tutto era chiaro, erano quegli stessi abitanti analfabeti dei quattro quartieri. Ma l’alta camorra era un fenomeno nuovo. In 40 anni, dopo l’unificazione sui contratti e sui club sociali era cresciuta un’intera generazione di camorristi elegantemente vestiti e la loro propria rete nell’alta società che offriva qualsiasi servizio in qualsiasi settore della società.
C’erano uomini di fiducia della camorra a cui si doveva pagare, come un tempo si pagava per l’aria e un posto per il materasso nell’angolo della cella. Il rapporto ebbe l’effetto di una bomba e suscitò accese discussioni nella società, portando alla luce ciò che prima era noto solo nelle strade di Napoli.
Se prima solo i napoletani sapevano cosa significava una cicatrice sulla guancia sinistra di un giovane attraente, ora tutta l’Italia capiva che non era affatto dovuta a una caduta da cavallo nell’infanzia. Anzi, in quel momento alla camorra non furono tolti solo i principi settari. Iniziò un massiccio esodo di italiani dal paese.
Solo da Napoli, nei primi 6 anni del XXo secolo, partirono circa 400.000 persone. I rimanenti erano ancora analfabeti. Il 42% degli adulti napoletani non sapeva leggere secondo il censimento del 1901, ma l’industrializzazione che aveva raggiunto anche il Sud offriva loro un’occupazione stabile e sindacati in cui avevano la possibilità di dare il loro voto non alla camorra, ma ai socialisti che promettevano non paura ed estorsioni, ma status e soluzioni reali.
Ma il punto finale di questa fase della camorra fu messo dal caso Cuocolo che i giornali di New York definirono il processo del secolo. La mattina del 6 giugno 1906 la polizia fece irruzione in un appartamento in via Leonardo da Vinci, nel centro di Napoli. Lì trovarono il corpo di un’ex prostituta di nome Maria Coutinelli, morta per 13 coltellate.
La polizia sospettò subito un crimine passionale e iniziò immediatamente le ricerche del marito della vittima, Gennaro Cuoccolo. Cuocolo fu trovato il giorno dopo, ma anche lui era morto, 47 coltellate e un cranio sfondato. Dalla natura delle ferite era chiaro che l’omicidio era stato commesso con ferocia. Si scoprì che Cuocolo era davvero un ex membro della società d’onore e la sua benemerita aveva lavorato in uno dei locali portuali della camorra.
Cinque alti ufficiali, tra cui il grande Enrico, il boss supremo della camorra in quel momento, furono arrestati, ma non c’erano prove solide contro di loro. Numerosi testimoni confermarono che la sera dell’omicidio di Cuocolo i cinque avevano cenato in un ristorante a poche centinaia di metri dal luogo del delitto.
Il grande Enrico e i suoi amici furono rilasciati quasi subito dopo l’arresto con grande indignazione dell’opinione pubblica napoletana. I carabinieri si occuparono del caso e all’inizio dell’anno successivo trovarono un prezioso informatore, un giovane commerciante di cavalli, ladro incallito e camorrista di nome Gennaro Abatemaggio.
Non fu il primo camorrista itanot a infrangere il codice del silenzio, ma non solo lo infranse, rivelò letteralmente agli investigatori e al pubblico l’intero sistema della camorra. raccontò ai carabinieri che la condanna di Cuocolo era stata emessa da un tribunale della società d’onore. Cuoccolo, un ricettatore, aveva ordinato a un certo Luigi Arena una rapina e quando Arena portò i beni di valore, Cuoccolo lo consegnò alla polizia.
Arena, dalla colonia penale dell’isola di Lampedusa, scrisse una lettera a un camorrista anziano chiedendo giustizia. Al tribunale Cuocolo fu condannato a morte e il compito di eseguire la sentenza spettò al grande Enrico. Egli assoldò sei assassini che uccisero Cuocolo e sua moglie. Lo stesso Abatemaggio sapeva tutto questo perché aveva servito come messaggero del grande Enrico e aveva visto personalmente come gli assassini, dopo il fatto, avevano portato al boss i gioielli insanguinati dall’appartamento dei CTinelli.
Il caso si arricchì gradualmente di nuovi personaggi, la cui stessa esistenza sembrava incredibile. E no, non erano lazzaroni di strada, ma persone rispettabili, persino conosciute in città, che, come si scoprì, fornivano usura agli aristocratici rovinati dal gioco, monopolizzavano il mercato dei cavalli e ricevevano una percentuale da quasi ogni affare in città.
La camorra alta si mostrò al pubblico in tutta la sua magnificenza. Sulla stampa apparve persino una denominazione per loro, gli assassini con i guanti beige. I guanti allora erano un simbolo della borghesia. Non sorprende che alla fine, per portare la camorra in giudizio per l’omicidio di Gennaro Cuoccolo e Maria Coutinelli, ci vollero 4 anni e 9 mesi di indagini e preparazione legale.
Nel 1908 nel Sud Italia si verificò un devastante terremoto che distolse brevemente l’attenzione dal caso. Morirono circa 80.000 persone e i sopravvissuti iniziarono a migrare in massa nel nuovo mondo. Infine, nel marzo 1911 a Viterbo, una piccola città tra Roma e Firenze, iniziò il processo Cuoccolo. A Batemaggio parlò e parlò e ogni sua parola fu avidamente registrata.
Nel frattempo anche la testimonianza dello stesso Enrico fu una sensazione. Era un uomo affascinante ed eloquente. Non era affatto come si immaginavano i boss della camorra. In totale furono interrogati circa 800 testimoni. Il processo si svolse in modo molto teso, lungo, con risse, insulti e continue dilazioni.
Ma l’8 luglio 1912 41 imputati nel caso dell’omicidio cuocolo furono richiamati nell’aula di Tribunale Gremita di Viterbo per conoscere il loro destino. In totale furono condannati a più di quattro secoli di prigione. La cosa più notevole dopo il processo di Viterbo fu che la camorra, come organizzazione esistente ancora prima dell’unificazione d’Italia, scomparve di fatto.
In qualche modo Gennaro Abatemaggio e il precedente giudiziario che contribuì a creare posero fine alla storia della società d’onore di Napoli. L’inchiesta mostrò finalmente quanto fosse forte il legame tra polizia e camorra e questa volta i poliziotti testimoniarono contro i loro ex amici e questo forte legame servì proprio come la testimonianza più veritiera.
La maggior parte dei poliziotti interrogati affermò che la camorra, nella forma in cui tutti la conoscevano, era ormai un ricordo del passato. I suoi principi settari di fratellanza e codice del silenzio non funzionavano più nel mondo moderno. Essa si stava gradualmente trasformando in gruppi frammentati in cui vigeva la legge del più forte.
La cieca obbedienza ai superiori, solo perché erano superiori, era scomparsa. No, i camorristi continuavano a fare quello che facevano: proteggere, estorcere, gestire bordelli, ma lo facevano indipendentemente l’uno dall’altro, operando in coalizione su base territoriale o combattendo secondo questo principio. La camorra come sistema, al momento della lettura della sentenza nel caso Cuoccolo, non esisteva praticamente più.
Il grande Enrico fu l’ultimo a tentare di far rivivere la società d’onore di Napoli secondo i vecchi schemi. Dopo il suo arresto, tutto si disintegrò. La camorra non riuscì a gestire la modernizzazione di Napoli. Potevano indossare i guanti beige, ma le cicatrici sul viso non riuscirono a nasconderle.
La leggenda della camorra narra che poco dopo la sentenza Cuoccolo, la sera del 25 maggio 1915, i pochi membri rimasti della camorra si incontrarono in un bar sotterraneo nel quartiere Sanità e sciolsero per sempre la società d’onore. All’inizio della prima guerra mondiale la parola camorra era praticamente scomparsa dall’uso. Nelle nuove canzoni sul mondo criminale di Napoli si cominciò a parlare di banditi chiamati guappi, il che era legato ai successi personali nell’ambito criminale nel loro quartiere e non all’attività di una setta criminale.
L’avvento del fascismo nel 1922 pose di fatto fine alla camorra urbana a Napoli, costringendo i criminali rimasti a nascondersi nelle zone suburbane della Campania. Il regime totalitario di Mussolini distrusse l’attività illegale organizzata e la represse duramente ovunque fosse sospettata. Il 26 maggio 1927 Benito Mussolini pronunciò uno dei discorsi più importanti della sua vita, il discorso dell’ascensione, come fu chiamato.
In esso dichiarò che la fine del dominio della criminalità organizzata in Italia era inevitabile. Fino al 1932 furono intraprese misure senza precedenti per la sua eliminazione, spingendo di fatto i criminali in angoli rurali remoti, ma poi il duce fu troppo occupato per occuparsi dei criminali.
Il culto del militarismo e la preparazione alla guerra imperialista dirottarono l’attenzione. Così, all’inizio della seconda guerra mondiale, molti ex camorristi migrati nei villaggi vicini iniziarono a controllare i mercati di frutta e verdura, la produzione di tabacco e il commercio nel porto. In altre parole, riuscirono a integrarsi anche nel sistema di potere fascista, mantenendo comunque una piccola sfera di influenza.
Non si poteva parlare di una vittoria definitiva sulla criminalità organizzata, come aveva promesso Mussolini. Dal 1935 al 1942, per ben 7 anni, le armate italiane presero parte alla Seconda Guerra Mondiale, portando morte e distruzione in Etiopia, Albania, Francia, Grecia e Russia. Nel 1943 morte e distruzione tornarono sulla penisola con vendicativa furia.
Il 25 luglio Mussolini fu arrestato e gli alleati erano già sbarcati in Sicilia. Per un intero anno l’Italia divenne un campo di battaglia, sprofondando in un altro episodio caotico della sua storia, in cui, come è noto, i protagonisti sono sempre i più astuti e senza scrupoli. La guerra e la successiva liberazione provocarono la nascita di un gigantesco mercato nero.
Ancora una volta la posizione geografica di Napoli giocò a suo favore. Per gran parte della guerra fu il porto più importante d’Italia per l’arrivo di una quantità colossale di viveri per gli eserciti alleati. Questo flusso fu allo stesso tempo la salvezza della città e la sua maledizione. Nell’aprile del 1944 una quantità sbalorditiva, quasi il 45% dei carichi militari con armi e cibo era stata rubata.
Gli analfabeti guappi napoletani che dominavano le loro stradine ricavavano profitti così enormi da non riuscire nemmeno a calcolarsi. Si arrivava al punto di pesare i sacchi di denaro, cioè letteralmente ti pago 3 kg di banconote da mia lire. Le distruzioni belliche, le differenze di classe avevano perso significato e al potere c’erano coloro che potevano arraffare una fetta più grande, anche se non sapevano contarla.
Il mercato nero più famoso divenne via Vesuvio dove veniva esposto all’aperto tutto ciò che era stato rubato agli alleati. Se si sapeva come e a chi chiedere, si poteva persino comprare armi. Tra i nomi dei guappi famosi spuntavano cognomi come Giuliano, Pio, Vittorio e Salvatore che ai nostri giorni indicano la camorra.
Il 1943 divenne il punto zero di un nuovo periodo di sviluppo della società d’onore di Napoli. L’esperienza acquisita durante il periodo della liberazione avrebbe dato risposte alla nuova generazione alle domande che i loro predecessori non erano riusciti a risolvere, ma quella era la branca urbana della camorra.
Dopo il ritiro degli alleati e fino agli anni 50, i camorristi di campagna rafforzarono le loro posizioni nelle aree rurali della Campania, regolando le forniture di verdura, frutta e altri prodotti agricoli. Nello stesso periodo l’Italia aveva finalmente superato la crisi del dopoguerra e la gente aveva la possibilità di alimentarsi bene.
Attraverso il mercato all’ingrosso napoletano della vasta passava circa il 30% dell’esportazione italiana di frutta e verdura, mentre altre parti d’Italia potevano garantire un commercio stagionale di una o due colture specializzate. Nelle fertilissime zone interne di Napoli venivano coltivate in abbondanza tutto l’anno tutte le piante alimentari immaginabili.
Pomodori freschi, zucchine, patate, pesche e limoni che arrivavano dalla regione ogni anno valevano circa 16 miliardi di lire, equivalenti a circa 300 milioni di dollari ai prezzi odierni. Altri 12 miliardi di lire, 220 milioni di dollari, provenivano da noci, nocciole, arachidi, uva passa, fichi e altri prodotti secchi.
Tuttavia, nonostante tutta la sua ricchezza, il mercato all’ingrosso di Napoli presentava uno spettacolo desolante. File di hangar danneggiati già durante la guerra in cui si affollavano disordinatamente camion commerci. Il mercato era servito da pochi squalli di uffici e un paio di filiali bancarie. Nelle strade circostanti non c’erano né telescriventi né telefoni.
Gli affari, per quanto grandi fossero, venivano conclusi alla vecchia maniera, sui marciapiedi di strada con grossisti campani che arrivavano con costose auto sportive dai loro villaggi. Nel 1955 la parola dimenticata camorra riapparve timidamente sulla stampa e il motivo fu naturalmente un clamoroso omicidio e il successivo processo che fu battezzato il processo della nuova camorra.
Pasquale Simonetti, uno dei grossisti del mercato della vasta, era originario di Nola, una piccola città vicino a Napoli. Pasquale era di corporatura robusta e alta, per questo era soprannominato Big Pasquale. Big Pasquale fu colpito da due proiettili da un aggressore sconosciuto e morì per emorragia una volta giunto in ospedale.
storie del genere nelle zone rurali non erano rare e se fosse stato ucciso non nel centro di Napoli, probabilmente nessuno ci avrebbe fatto caso, a parte un giornale locale. Ma i giornalisti napoletani iniziarono a scavare e trovarono molti fatti interessanti. Pasquale godeva della reputazione di contrabbandiere incallito ed era stato più volte citato in giudizio per attività criminali, ma anche questo non era inaspettato.
fu la sua giovane moglie ad attirare l’attenzione. La giovane vedova di nome Assunta Maresca aspettava un figlio da pasquale. In famiglia la chiamavano pupetta, che significava bambolina, e questo soprannome le si addiceva molto. Diede toccanti interviste in cui raccontava i loro grandi sentimenti. E il 4 ottobre 1955, 2 mesi e mezzo dopo l’omicidio del suo amato, la pupetta incinta arrivò con il suo autista al mercato all’ingrosso di Napoli.
Lì, in quel momento, si trovava un altro noto commerciante di frutta e verdura, Antonio Esposito, conosciuto come Big Tony di Palma Campania. A quanto pare scoppiò una lite durante la quale l’autista di Pupetta fuggì e poi iniziò una sparatoria. La macchina di pupetta fu crivellata di proiettili e la stessa inconsolabile vedovella sparò dal sedile posteriore, poi scese dall’auto e fuggì.
Big Tony fu raggiunto da cinque proiettili e morì. Durante le indagini, Pupetta attirò molta attenzione. L’intero paese aspettava nuove foto della sfortunata giovane bellezza e cercava di svelare le vere ragioni dell’omicidio. In tribunale dichiarò: “Ho ucciso per amore” e confessò di aver sparato a Big Tony, perché sul letto di morte Big Pasquale le aveva detto che Big Tony era d’accordo con un altro commerciante, Antonio Tutela, conosciuto come il boss, per eliminare Big Pasquale.
Per la parte sentimentale del pubblico questa era una storia d’amore, ma per i più perspicaci era una banale resa dei conti tra bande per il potere. I giornali del nord iniziarono un dibattito su larga scala sulla nuova camorra. Gradualmente iniziò a intravedersi la vera natura di Pupetta. In primo luogo non era chiaro quante persone avessero partecipato a quella sparatoria.
Venne a galla il fatto che in macchina, oltre all’autista fuggito, c’era il fratello sedicenne di Pupetta, Ciro, per il quale lei era molto preoccupata. L’esame balistico non diede risultati. In quel luogo, già dalla guerra, tutto era disseminato di proiettili e non c’era modo di stabilire la verità. L’accusa ipotizzò che Pupetta potesse benissimo aver guidato un gruppo di fuoco venuto appositamente per eliminare Big Tony.
In secondo luogo, a Pupetta fu chiesto direttamente se la sua famiglia avesse un soprannome. Per un certo tempo eluse la domanda, ma poi rispose con orgoglio: “Chiamano la mia famiglia ele” che significa le lame scintillanti? La famiglia maresca era famosa per la sua ferocia e il suo soprannome corrispondeva alla gloriosa storia criminale del clan della camorra.
In terzo luogo, nonostante la giovane età, Pupetta aveva già avuto problemi con la legge per violenza, ma la vittima, per qualche motivo aveva ritirato la denuncia. In quarto luogo si scoprì che poco prima degli omicidi si era tenuta una cena per 50 invitati a cui avevano partecipato sia Big Pasquale che Big Tony.
A quanto pare, per concludere un affare, ma ovviamente qualcosa andò storto. Il caso Pupetta rivelò ai cittadini italiani un nuovo mondo della criminalità organizzata in cui, in sostanza non c’era nulla di nuovo. L’alleanza tra Pupetta e Big Pasquale era l’unione di un vecchio clan criminale con un promettente guappo. E il mondo dei commercianti di frutta campani non era governato da passioni familiari.
Come pupetta voleva far credere al pubblico, ma da freddi calcoli e diplomazia criminale. Le sue successive testimonianze svelarono ancora di più il modo in cui veniva gestita l’attività di campagna. Lei definiva Big Pasquale il presidente dei prezzi delle patate. Era l’uomo che determinava i prezzi all’ingrosso sul mercato.
Anche Big Tony di Palma Campania era descritto come il presidente dei prezzi. Ognuno di loro controllava le forniture di un certo tipo di verdura e si incontravano regolarmente sul mercato per accordarsi. Per gli acquirenti un sistema così inefficiente garantiva prezzi costanti e forniture ininterrotte. In cambio dei suoi servizi, Big Pasquale, ad esempio, riceveva una mazzetta di 100 lire ogni 100 kg di patate.
Secondo le testimonianze, poteva inviare al mercato fino a 50 camion di patate al giorno, il che equivaleva a circa 750.000 kg e quindi guadagnava fino a $12.000 ai prezzi moderni in una buona giornata e questo senza contare i profitti dalle estorsioni agli agricoltori. Più tardi si scoprì che la nuova camorra non aveva occupato solo la nicchia delle verdure, anche il mercato del bestiame era sotto il loro controllo e il suo centro si trovava proprio a Nola.
Così, a metà degli anni 50 emerse una nuova immagine della camorra. La maggior parte delle persone rispettabili che si presentavano avevano case lussuose, servitù, guardie del corpo, avevano ristoranti, auto di lusso e sarti personali. Lo zio di Pasquale, che aveva scontato 20 anni negli Stati Uniti, passava il tempo a perdere ingenti somme nei casinò e l’assassino di Pasquale era figlio dell’ex sindaco della sua città e conduceva un’attività del tutto legale in diverse città d’Italia.
Pupetta alla fine fu condannata a 18 anni per omicidio premeditato di Big Tony. Su di lei verranno girati diversi film e negli anni 80 sarà interpretata dalla nipote di Mussolini. Così negli anni 50 i camorristi non avevano ancora accumulato abbastanza denaro e non avevano ottenuto abbastanza influenza per regolare qualcosa di più dei prezzi delle patate.
Era un’attività senza uffici basata solo su accordi verbali, ma le operazioni della camorra erano già su larga scala e come nel secolo precedente non avrebbero potuto svilupparsi senza una qualche protezione politica. Parallelamente in questo periodo i camorristi urbani iniziarono gradualmente a rafforzare la loro influenza nel contrabbando.
Nel 1961 il porto franco di Tangeri, nel Nord Africa, attraverso il quale passava il traffico principale di contrabbando di tabacco, fu chiuso e Napoli si ritrovò di nuovo la porta principale, non solo per l’Italia, ma per l’Europa. Non c’era ancora un’organizzazione criminale forte in grado di soffocare la concorrenza e Napoli fu immediatamente inondata da flussi di contrabbandieri di ogni sorta: siciliani, genovesi, corsi e marsigliesi, ma fu proprio la mafia siciliana a cambiare le regole del gioco del contrabbando in generale e per la
camorra in particolare. A causa dell’alta concorrenza, ora vinceva solo chi modernizzava i propri schemi, aveva legami consolidati con le compagnie di navigazione, motoscafi veloci e pagava i funzionari a terra. Il contrabbando cessò di essere un’attività amatoriale. Iniziarono guerre per la spartizione delle sfere di influenza.
La camorra in quel momento era sotto pressione dai siciliani e dai marsigliesi. I primi reclutavano i maggiori camorristi nella mafia e i secondi temevano di fare affari con i napoletani che erano troppo vicini ai mafiosi. All’inizio degli anni 70, dopo una lunga lotta, i siciliani estromisero dal mercato i francesi.
Poco prima gli Stati Uniti avevano condotto con successo l’operazione French Connection che aveva duramente colpito i marsigliesi privandoli delle loro fabbriche di eroina. Così a metà degli anni 70 gli italiani si impadronirono definitivamente del mercato napoletano del contrabbando e del traffico di droga. Durante questo periodo, tra mafiosi e camorristi si formarono forti legami familiari basati su matrimoni dinastici e sul ruolo dei figli come compari, padrini, che in senso letterale diventavano membri della famiglia. I
grandi contrabbandieri napoletani furono ufficialmente iniziati alla mafia. Almeno due famiglie mafiose in Campania, che avrebbero avuto un ruolo nel futuro, furono create con l’autorizzazione di Palermo. Una di esse si trovava nella città stessa ed era raggruppata attorno alla grande famiglia Zasa o Mozzarella, incluso il pazzo Mike Zazà.
L’altra era basata a Marano, una piccola città alla periferia nord di Napoli. Marano era la casa dell’uomo che aveva sparato a Big Pasquale di Nola nel 1955. I parenti dell’assino, i fratelli Valleta, ora governavano la città ed erano stati iniziati alla mafia. Così le nuove famiglie mafiose in Campania ereditarono due tradizioni criminali principali di Napoli.
Il pazzo Mike Zesa rappresentava la camorra urbana rinata dal mercato nero durante la seconda guerra mondiale. I fratelli Valleta erano quel tipo di camorristi che si erano a lungo occupati del controllo delle rotte di approvvigionamento dalle zone rurali ai mercati cittadini. Quindi, in un certo senso, l’apertura di filiali mafiose in Campania fu anche un ritorno molto significativo al passato.
Per la prima volta dai tempi della vecchia società d’onore di Napoli, una struttura organizzativa unificata copriva sia la camorra urbana che quella rurale. L’espansione del commercio di sigarette di contrabbando e gli stretti legami tra il mondo criminale siciliano e napoletano favorirono la mafia camorra. E non per la prima volta nella storia, il significato stesso della parola camorra subì una trasformazione.
Un tempo, se usata, si riferiva a piccole bande locali o reti di contrabbandieri o persino a singoli guappi. Ora, i camorristi erano sempre più funzionari di gruppi molto più grandi, con una gamma più ampia di attività criminali e una maggiore sofisticazione finanziaria. Il successo fu sbalorditivo.
Secondo una stima, alla fine degli anni 70 il fatturato annuo del business illegale delle sigarette in Campania ammontava a circa 48,6 miliardi di lire. Questo equivale a circa 215 milioni di dollari ai prezzi moderni e il profitto netto era tra i 20 e i 24 miliardi, cioè 88-106 milioni di dollari USA. Nel 1977 i carabinieri trovarono il pazzo Mike Zaza con un libro contabile, secondo cui il contrabbando di tabacco della mafia camorra rendeva l’impressionante cifra di 150 miliardi di lire all’anno.
Si stima che tra 40 e 60.000 persone nella regione Campania abbiano trovato lavoro nel settore del contrabbando di tabacco, ma per i siciliani i napoletani non erano uguali. Se i mafiosi rispettavano scrupolosamente tutte le leggi, i camorristi, cresciuti nelle strade di Napoli, avevano difficoltà a mantenere il prestigio dell’organizzazione.
Il pazzo Mike e gli altri contrabbandieri napoletani non persero mai la loro reputazione di gente viscida nell’ambiente mafioso. Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, avevano una mentalità da imbroglioni ed erano inclini a imbrogliare. Nel 1978 il boom del contrabbando di tabacco rallentò, poiché un accordo internazionale consentì alle autorità di perseguire i contrabbandieri nelle acque internazionali.
Quell’anno i sequestri di sigarette raggiunsero il picco, ma a quel punto il traffico di contrabbando di eroina aprì un nuovo capitolo più redditizio e molto più controverso nella storia del mondo criminale italiano. Così nel decennio dal 1970 all’inizio degli anni 80 nella struttura organizzativa della camorra si verificarono cambiamenti globali.
In primo luogo rimase la divisione tra camorra urbana e rurale che operavano in parallelo ma comunque insieme. In secondo luogo i camorristi stabilirono forti legami con la Sicilia. In terzo luogo padroneggiarono il business del contrabbando a un nuovo livello che sarebbe stato impossibile, senza legami con la sfera politica, di una qualità completamente diversa.
Nel 1970 il miracolo economico italiano del dopoguerra si era esaurito e il paese entrò in una lunga crisi. Il Sud tornò a un periodo di declino. Dopo una massiccia industrializzazione e urbanizzazione, con un massiccio trasferimento di popolazione nella regione, Napoli divenne ancora più grande di prima ed era di nuovo una città povera, ripiegata su se stessa.
Ogni anno vi scoppiavano epidemie di epatite e nel 1973, addirittura di colera, la disoccupazione cresceva, così come la sfiducia della popolazione nel governo. Il potere in quel momento era un tipico sistema intricato in cui le decisioni erano prese da deputati di diverse fazioni, la principale delle quali era la Democrazia Cristiana.
In questo sistema si inserra che aveva bisogno di riciclare i suoi crescenti proventi dal contrabbando di droga. La nuova camorra imparò dagli errori del X secolo. Le bande moderne iniziarono rapidamente a diversificare, comprarono grandi appezzamenti di terreno, fornivano frutta e verdura agli enti statali, costruivano fabbriche di trasformazione alimentare, gestivano impianti di cemento, crearono aziende edili e costruivano quartieri residenziali, gestivano locali notturni e bische illegali e controllavano anche il traffico di droga. E inoltre questo
periodo è caratterizzato dalla comparsa di un nuovo volto nel panorama della criminalità campana, senza la cui conoscenza non si può proseguire la narrazione. Si parla di Raffaele Cutolo, fondatore e capo della nuova camorra organizzata NCO, forse la più grande organizzazione criminale nella storia d’Italia.
D’ora in poi la chiamerò semplicemente NCO. Secondo le stime della polizia, al culmine del suo sviluppo nel 1980, la NCO contava 7.000 membri. Cutolo ha trascorso quasi tutta la sua vita dietro le sbarre. La sua carriera carceraria iniziò nel 1963, quando all’età di 21 anni fu condannato a 24 anni di prigione per aver sparato a un uomo.
Cutolo aveva quasi investito quattro donne frenando all’ultimo momento. Un pompiere di passaggio era intervenuto per difenderle e Cutolo gli aveva sparato. Un aggravante fu che Cutolo apparteneva a una famiglia camorrista conosciuta nel quartiere, sebbene non fosse benestante. a Poggio Reale fu inviato nel famigerato carcere di Poggio Reale e fu lì che Cutolo sviluppò la sua idea per un’organizzazione criminale su larga scala.
Nel 1978 fu trasferito da Poggio Reale in un ospedale psichiatrico e dopo poco più di un mese fuggì sfondando il muro dell’ospedale con la dinamite e tornando in libertà. Tuttavia, alla fine degli anni 70 tornò di nuovo dietro le sbarre, continuando a guidare la sua organizzazione direttamente dalla prigione.
Cutolo impiegò metodi infallibili usati dalla camorra carceraria del X secolo. Sopranominato Il professore, durante la detenzione lesse tutti i libri disponibili sulla vecchia camorra. In sostanza, Cuto offrì la gioventù perduta di una Napoli depressa che si radunava in bande. La stessa cosa che offrivano i suoi predecessori, sentirsi parte di un sistema, ma esso si basava naturalmente sull’amicizia e sull’onore.
Molti dei rituali li prese in prestito dai membri dell’andrangheta che erano rinchiusi con lui e conservavano le tradizioni del passato, poiché l’andrangheta, come ricorderete un tempo faceva parte della vecchia camorra carceraria e discendeva anch’essa da uno dei tre fratelli spagnoli. Nella NCO esisteva un vero e proprio culto della personalità del professore che egli abilmente manteneva.
Cutolo scriveva poesie e saggi semplici in cui rifletteva sull’onore, l’amicizia e la morte e romanticizzava l’immagine della morte eroica per una causa comune. E in effetti nel periodo di massimo splendore della NCO, migliaia dei suoi soldati lo avrebbero seguito alla morte senza esitazione. I partecipanti all’organizzazione di Cutolo si chiamavano under ufficiali, sottoufficiali.
La NCO si occupava di tutti i tipi di attività illegali, dal traffico di droga e il furto di camion al dirottamento di sussidi agricoli della Comunità economica europea e all’infiltrazione in progetti di costruzione statali. Ma il principale strumento di influenza rimaneva l’estorsione, il racket. Il racket di Cutolo era gestito da persone di fiducia, inclusa sua sorella maggiore Rosetta, che era una delle donne boss più influenti della camorra.
Nel 1978 Cutolo inviò i suoi sottoufficiali in una battaglia che si trasformò nella guerra più sanguinosa della storia del mondo criminale di Napoli, la guerra contro la mafia siciliana. Dopo la sua clamorosa fuga dall’ospedale psichiatrico, il professore reclutò altre centinaia di giovani seguaci, riorganizzò la struttura, rafforzò significativamente il sistema del racket e impose a tutte le altre organizzazioni camorriste di pagare una tassa di 20.
000 lire per ogni cassa di sigarette di contrabbando scaricata nella regione. Questo significava solo una cosa. Egli aspirava a diventare il sovrano assoluto dell’intero mondo criminale campano. E tutto questo, nello stile del professore era in linea con la tradizione della società d’onore napoletana. La NCO doveva guidare una crociata per liberare la regione dall’influenza siciliana.
I siciliani con la loro mafia erano un ostacolo sulla via del benessere. La nuova famiglia NF formata per prima dai clan mafiosi che si unirono per resistere a Cutolo. Poi si unirono a loro i clan camorristi. Così iniziò una guerra su vasta scala tra due campi armati NF e NCO. Le dimensioni degli eserciti erano assolutamente senza precedenti in tutta la lunga storia della criminalità organizzata campana.
Così come fuenza precedenti l’entità dello spargimento di sangue, circa 1000 persone morirono in 5 anni. La battaglia in Campania all’inizio degli anni 80 fu molto confusa perché la NF era un’alleanza libera, non un’organizzazione unitaria. Su di essa agivano molti fattori. Alcuni partecipanti uscivano dal gioco, stringevano alleanze, si scioglievano, morivano e dall’esterno la mafia li pressava.
La struttura della NF può essere generalmente ricondotta ai suoi due partecipanti centrali, i clan Giuliano e Valletta, che rappresentavano due tipi di gestione degli affari camorristici caratteristici ancora oggi. I Giuliano residenti in una lussuosa casa in via Forcella, nel centro di Napoli, erano amanti del lusso ostentato che affonda le sue radici nei giubbetti di velluto e nelle catene d’oro dei loro antenati.
La carriera della famiglia iniziò nei mercati neri del dopoguerra. I loro metodi di guadagno erano urbani, scommesse, biglietti del Napoli, traffico di droga, furti, produzione di contraffazioni e protezione di tutti i tipi possibili. La zona a nord della città era la casa di un gruppo di camorristi più tranquilli che divenne anch’esso parte della NF.
Era Marano, un piccolo centro agricolo da tempo scelto dalla camorra. Proprio da lì, come ricorderete, proveniva l’assassino di Big Pasquale di Nola. I suoi parenti, Lorenzo, Gaetano, Angela e Ciro Valleta erano diventati favolosamente ricchi durante il boom del contrabbando di Tabacco. La loro fattoria, circondata da alberi, era il luogo di tutti gli incontri più importanti durante la guerra tra Cutolo e la NF.
I Valleta preferivano un’immagine pubblica sobria. La loro ricchezza era enorme e si bilanciava sul confine tra affari legittimi e criminalità. Il clan guadagnava con l’edilizia e il contrabbando, la proprietà e l’estorsione, l’agricoltura e la frode. Così la NF rifletteva tutta la tradizionale diversità della criminalità organizzata di Napoli.
Nel 1980 si verificò un altro evento cruciale nella storia della camorra moderna, il terremoto del 23 novembre, il cui epicentro si trovava nelle montagne a est di Napoli, in Campania, morirono quasi 3000 persone. Questo tragico evento fu una vera e propria svolta per la camorra e in particolare per l’organizzazione di Raffaele Cutolo.
Ciò era in gran parte dovuto alla peculiare natura del suo rapporto con la classe politica italiana. Il motivo più tipico della sociale italiana era la distribuzione di numerosi sussidi, pensioni e contratti al Sud. Invece di risolvere globalmente i problemi abitativi e le esigenze dei cittadini, tutti questi fondi si disperdevano tra la rete della corruzione e per le questioni veramente serie che richiedevano investimenti di denaro, ne rimaneva pochissimo.
Il terremoto mise a nudo le malattie della Campania. I prestigiosi nuovi edifici costruiti con i soldi del governo centrale crlarono come castelli di carte. Un’intera ala di uno degli ospedali statali nel villaggio di Sant’Angelo dei Lombardi crollò a terra causando la morte di decine di persone. Era evidente che in questo, come in molti altri casi, la distribuzione di contratti e posti di lavoro alle persone giuste era più prioritaria della costruzione di un edificio solido, secondo tutte le regole. Per la ricostruzione dopo il
terremoto in Campania affluirono fiumi di finanziamenti. Politici avidi si affrettarono a trarre profitto. Il numero dei consigli comunali per la ricostruzione crebbe costantemente, così come il numero di edifici pericolanti. Anticipando dirò che nel 1990, 10 anni dopo il terremoto, 28.000 persone su circa 50.
000 colpite vivevano ancora in furgoni di emergenza. Naturalmente i camorristi di tutte le fazioni non potevano rimanere indifferenti a una fetta così redditizia. L’episodio che rivelò il legame della camorra con l’edilizia fu il caso Cirillo. Ciro Cirillo, un democristiano, assunse la responsabilità della gestione degli ingenti fondi destinati alla ricostruzione della Campania da parte del governo.
Poco dopo, la sera del 27 aprile 1981, fu rapito dalla colonna napoletana delle Brigate Rosse, un’organizzazione di estrema sinistra italiana. Non era il primo attentato politico dei radicali di sinistra e tutti sapevano bene cosa sarebbe successo dopo. Una telefonata con la rivendicazione del rapimento e la richiesta di riscatto.
Cirillo era un personaggio centrale in oscure macchinazioni e conosceva molti segreti. Quindi la sua candidatura non era affatto casuale. I radicali aprivano gli occhi ai cittadini sulla avidità dei politici a causa del terremoto. possibilità di Cirillo di sopravvivere a questa prova erano molto scarse. Le autorità mantennero ufficialmente una politica di rifiuto dei negoziati con i rapitori politici.
Il Tribunale del Popolo delle Brigate Rosse condannò Cirillo a morte. era spacciato come i rapiti precedenti, ma il 24 giugno 1981 Cirillo fu rilasciato e i brigatisti annunciarono di aver ricevuto un riscatto di 1 miliardo e 450 milioni di lire. Il ministro dell’interno respinse con indignazione la versione secondo cui Cirillo era stato rilasciato per denaro, affermando che era stato liberato senza trattative.
Nei successivi 12 anni la scioccante verità su questo clamoroso rapimento e sulla miracolosa liberazione di una persona così importante come Cirillo sarebbe lentamente emersa. Come avrete probabilmente intuito, le autorità negoziarono non con i radicali di sinistra, ma con i loro soliti amici, in particolare con la nuova camorra organizzata di Raffaele, il professore Cutolo.
La storia si svolse più o meno così. Sì. 16 ore dopo la scomparsa di Cirillo diverse persone andarono a trovare Raffaele Cutolo in prigione. Si trattava di un agente segreto dell’intelligence interna, un sindaco locale della fazione di Cirillo e Blacky Casiglio, capo militare della NCO e braccio destro di Cutolo. Dopo una conversazione segreta fu concordato un riscatto molto inferiore a quello richiesto dalle Brigate Rosse e Cutolo avrebbe usato la sua influenza per liberare Cirillo.
Casillo, per tutto questo tempo continuò a condurre operazioni militari sul territorio di Napoli. Alla fine il riscatto fu pagato e il prezioso Cirillo fu rilasciato. Il caso Cirillo di profondità del declino dello Stato italiano negli anni 80. Gli organi dello Stato negoziavano con i terroristi di sinistra attraverso i buoni uffici della più grande organizzazione criminale del paese.
Ai negoziati partecipò una lunga lista di personaggi, da agenti dei servizi segreti a piccoli camorristi. E cosa ottenne Cutolo? Oltre al rispetto, lo Stato si rivolge a lui per aiuto e un altro trasferimento in condizioni ancora più morbide. ottenne una fetta della torta della ricostruzione post terremoto.
Non furono trovate prove dirette di ciò, ma le indagini stabilirono che imprenditori vicini alla NCO, incluso il figlio del professore Roberto, ottennero contratti per 67 miliardi di lire per la costruzione di case nella zona di Avellino. Altri camorristi misero mano alla ricostruzione post terremoto ancora prima dell’inizio del caso Cirillo.
L’11 dicembre 1980, appena due settimane dopo il terremoto, il sindaco di una città colpita vicino a Napoli fu assassinato perché cercava di impedire alle aziende legate alla criminalità organizzata di ottenere contratti per la rimozione delle macerie del terremoto. Il terremoto, quindi, aggiunse un altro aspetto allo scontro tra NCO e NF.
Tuttavia il caso Cirillo si rivelò decisivo per un altro motivo. Portò alla sconfitta definitiva di Raffaele il professore Cutolo. Il governo italiano era arrivato a vedere Cutolo come un alleato troppo potente e troppo scomodo. Il 18 marzo 1982, 11 mesi dopo il rapimento di Cirillo, sul giornale comunista apparve un presunto documento del Ministero dell’Interno, contenente informazioni complete sui negoziati che portarono alla liberazione di Cirillo.
La lettera si rivelò un falso, ma molto di ciò che conteneva era vero, una verità tale da scatenare un’indagine ufficiale sulla liberazione di Cirillo e sui negoziati. Molto probabilmente l’autore di questa opusum fu il professore che voleva avvertire il potere avido. Se non gli avessero dato ciò che voleva, avrebbe raccontato tutto.

Ma le cose non andarono come lui aveva previsto. Dalle comode condizioni in cui si nutriva di aragoste e champagne, fu immediatamente trasferito in un carcere sull’isola dove perse il contatto operativo con i suoi sottoposti. E sulla penisola la NF iniziò l’epurazione. Prima eliminarono l’imprenditore edile che gestiva l’ala economica della NCO, poi colpirono l’insostituibile Blacky Casiglio, il capo militare di Cutolo.
Nel gennaio 1983 Casillo fu fatto a pezzi dall’esplosione di un’autobomba a Roma. Queste azioni della NF duplice significato. Primo, dimostrare a Cutolo che il governo non aveva più bisogno di lui. Secondo, porre fine alle aspirazioni del professore di unificare tutte le bande camorriste. Anche se il professore stesso non poteva sapere che la sua caduta significava la fine della nuova camorra organizzata, la sua stessa influenza sullo sviluppo della camorra è difficile da sopravvalutare.
Sotto il suo regno, la camorra raggiunse un livello di ricchezza e influenza paragonabile alle organizzazioni di Calabria e Sicilia. Il professore fu una delle ragioni principali per cui l’Italia assistette all’ascesa di due organizzazioni criminali completamente nuove. La nuova famiglia sotto forma di clainati. Ottenuta la regione nelle loro mani, iniziarono immediatamente le lotte intestine e i primi scontri si verificarono a Marano, nella casa del clan Valletta.
Il 10 giugno 1984 quattro auto sfrecciarono per il centro di Marano, sparandosi violentemente l’un l’altra con mitragliatrici e pistole. Fu ucciso un passante. I carabinieri, seguendo il percorso delle auto, arrivarono alla tenuta dei Valletta. La casa era criellata di proiettili. L’attacco fu guidato da Antonio Bardellino, un capo camorrista noto.
Bardellino era un militante di successo del clan Valleta, ma durante la guerra con la NCO le loro vedute si erano divise. Su insistenza della mafia, i Valleta non si erano attivamente intromessi nella lotta contro il professore, mentre il gruppo di Bardellino aveva subito il colpo principale.
L’intenzione dei Valleta era quella di aspettare che il professore e Bardellino si sopraffaccessero a vicenda, offrendo loro l’opportunità di ripulire la situazione. Quando Bardellino capì che la guerra con i Valleta era inevitabile, tornò a casa dalla sua base di traffico di droga in Messico, appositamente per guidare i suoi uomini in questo attacco.
e dopo il successo tornò indietro lasciando la campagna contro i Valleta nelle mani del suo principale alleato Carmine Alfieri, conosciuto semplicemente come Mr. Mil, il signor Male. Alfieri era originario di Nola e all’inizio della guerra era stato invitato a unirsi alla nuova camorra organizzata. Quando rifiutò il professore gli uccise il fratello.
Dopo questo mister Mele unì le forze con la nuova famiglia. Alfieri si rivelò ancora più spietato di Bardellino. Il suo primo grande attacco agli alleati dei Valleta divenne uno degli omicidi più brutali nella storia delle bande italiane. Alla fine di agosto 1984, in una strada centrale vicino a Ottaviano si fermò un autobus turistico malconcio da cui scesero 14 killer armati di mitragliatrici, fucili a pompa e pistole.
Scesero tranquillamente i gradini dell’autobus e iniziarono a sparare agli uomini che giocavano a carte. Otto persone morirono. Il club, come si scoprì, era un luogo di incontro abituale degli alleati locali dei Valleta, il clan Galasso, il cui leader era un altro camorrista iniziato alla mafia. Questo fu un colpo al prestigio dei mafiosi, così doloroso che molti siciliani si affrettarono a chiudere i loro affari in Campania.
La guerra contro i Valleta rese mister Mele Alfieri il camorrista più potente della Campania, ma egli aveva imparato le lezioni di entrambe le parti, sia dei siciliani che del professore, e non cercò di imporre un controllo centralizzato e un culto della personalità. La camorra sotto alfieri divenne una confederazione e, come spiegò più tardi il suo capo, tutti rimanevano autonomi.
Non eravamo come la mafia siciliana. Ogni gruppo aveva il suo boss e poteva agire comera vantaggioso per i suoi affari. Il potere di Alfieri garantì un certo equilibrio nell’instabile ambiente Campano. Sebbene la mappa della criminalità organizzata nella regione sia diventata più frammentata. Nel 1983 esistevano 12 organizzazioni camorristiche in Campania.
5 anni dopo, nel 1988, erano 32. Tuttavia, la frammentazione di alcuni clan della camorra a metà degli anni 80 non significò che la camorra in generale fosse diventata meno potente. Al contrario, tale frammentazione territoriale aiutò i camorristi a penetrare più profondamente nei sistemi politici ed economici. Nel 1987 l’Italia entrò in un altro periodo di benessere economico e stava vivendo un boom dei consumi.
Ma questo da un lato, dall’altro l’evasione fiscale era ampiamente diffusa e nel Sud, come sempre, persistevano i problemi cronici di inefficienza amministrativa, bassa qualificazione e istruzione, nonché la mancanza di investimenti interni. Gli affari non regolamentati e non tassati erano ovunque. Il debito pubblico italiano cresceva inesorabilmente negli anni 80.
Sebbene il Sud non fosse affatto l’unica regione responsabile di ciò, i principali colpevoli del debito erano i soliti sospetti, lo Stato e il sistema politico che avrebbe dovuto governarlo. I vecchi vizi della politica, nepotismo e clientelismo, si intensificarono negli anni 80.
In parte, perché c’erano meno restrizioni. Le infinite lotte di partito per posti di prestigio rallentavano il potere esecutivo. Apparve una nuova generazione di imprenditori politici. Per tali politici i camorristi erano solo un’altra fazione, il cui sostegno poteva essere assicurato nella lotta per la monopolizzazione delle risorse statali.
La criminalità organizzata divenne un alleato indispensabile e il confine tra affari criminali e legali non era mai stato così labile. Ciò divenne particolarmente evidente nel famigerato settore edile in cui ogni grande clan aveva investimenti sotto forma di redditizie, fabbriche di cemento. Il pagamento delle tangenti divenne una routine, così come l’assegnazione di grandi subappalti.
Intere città furono ricostruite senza licenza edilizia. Napoli, secondo un rapporto di un’inchiesta parlamentare, si trasformò in una megalopoli che può essere paragonata solo ad alcune megalopoli del Sud America o del Sud asiatico. È invivibile e impossibile da attraversare. Le case costruite in questo modo hanno un potenziale distruttivo a lungo termine, ma i loro sfortunati abitanti o le aziende che operano sul territorio dell’edilizia illegale dipendono completamente dalla benevolenza di coloro a cui appartengono questi edifici. Ad esempio, il controllo
territoriale di Alfieri intorno alla sua città natale di Nola era così indiscusso che nessuno sognava di concludere un contratto se non attraverso le sue buone mani. Tutti i beni del moderno impero criminale passavano attraverso le mani di Alfieri, tangenti e voti, droga e cemento, contratti e armi.
E di queste bande ce n’erano 32 in tutta la Campania. Nel 1992 questo numero era salito a 108. Secondo le stime più recenti, in Campania esistono ancora circa 100 grandi organizzazioni criminali, dove l’attività criminale ha assunto un carattere duraturo ma instabile. I clan della camorra vanno e vengono, si fondono e si sciolgono, combattono e stringono alleanze.
L’aumento della violenza è una conseguenza inevitabile di questa fondamentale instabilità. La camorra continua a uccidere più persone della mafia siciliana o dell’indrangheta. Negli ultimi anni si sono registrati diversi picchi importanti nel livello degli omicidi. Dal 1994 al 1998 ci sono stati più di 100 omicidi all’anno commessi dalla camorra e poi di nuovo nel 2004 e nel 2007.
La crisi economica mondiale del 2008 ha rappresentato un terreno fertile per la camorra. Infatti essi sono davvero ricchi e nei momenti difficili il denaro risolve tutto. Nell’Italia moderna la camorra non è più associata alle baraccopoli di Napoli o a via Forcella. La camorra è forse uno dei progetti architettonici più brutti nella periferia di Scampia.
Il complesso residenziale Le Vele è forse il peggiore progetto abitativo in Europa. Negli anni 2000 la camorra ha trasformato i grattacieli triangolari delle vele in un centro commerciale per la vendita di droga. Il complesso costruito negli anni 60 e 70 era stato concepito per imitare le vivaci strade del centro di Napoli, ma in realtà si è rivelato un edificio brutto e confuso, un labirinto di corridoi e spazi interni che sembrava creato appositamente per la vendita di droga.
Inoltre è stato costruito malissimo, gli ascensori non funzionavano, il cemento si sgretolava, il tetto perdeva. Questi problemi hanno portato le vele allo status di Baraccopoli quasi subito dopo la sua creazione e quando i rifugiati disperati, dopo il terremoto del 1980 hanno occupato illegalmente gli appartamenti sfitti, i pochi cittadini rispettosi della legge che si sono trovati alle vele si sono ritrovati letteralmente nel cuore del traffico di droga.
La polizia si recava alle vele raramente e ancora più raramente entrava all’interno. Attualmente, dopo 20 anni di dispute, le vele è finalmente stata demolita e i suoi abitanti sono stati trasferiti in nuove case. Negli anni 90 e 2000 la diffusione della droga alle vele era sotto il controllo del clan Lauro. Il suo fondatore era Paolo Lauro, conosciuto come Omilionario.
La sua base si trovava a Secondigliano, un quartiere vicino a Scampia, nella periferia nord di Napoli, che originariamente era una serie di grandi ed eleganti case del X secolo allineate lungo la strada di campagna, ma negli anni 70 e 80 qui sorgevano già enormi e nuovi complessi residenziali. O milionario guidava un’organizzazione centralizzata creata per le esigenze del narcotraffico.
Tra i suoi più stretti collaboratori c’erano i suoi due figli e il genero. Sotto il loro comando c’erano i cosiddetti delegati che si occupavano dell’acquisto e della vendita all’ingrosso di droga. Tutto ciò che era al di sotto di questo livello superiore del clan era gestito da una sorta di sistema di franchising che teneva le rischiose e disordinate operazioni commerciali quotidiane a distanza di sicurezza.
A 20 capi zona era stato concesso il diritto di gestire le vendite in vari quartieri del territorio del milionario, nonché di gestire gli spacciatori di strada, gli osservatori e i sicari. I membri ufficialmente riconosciuti del clan erano circa 200 persone, ma erano impiegati molti di più. Secondo stime approssimative, al culmine del potere di o milionario, i ricavi dell’organizzazione dalla vendita di droga ammontavano a 1,3 miliardi di dollari all’anno.
Nel 2002 O milionario fu costretto a fuggire dalla giustizia e il controllo passò ai suoi figli che si sforzarono di placare le ambizioni dei delegati dell’organizzazione. Il risultato dell’inverno 2004-2005 fu la più violenta delle recenti guerre di Camorra, conosciuta come la prima faida di Scampia, quando il clan Lauro combattè con la fazione separatista chiamata Gli spagnoli.
In quel periodo morirono circa 100 persone, tra cui donne. La seconda guerra a Scampia scoppiò nel 2012 già tra le file degli stessi spagnoli. Il clan Lauro era una delle organizzazioni camorristiche più gerarchicamente strutturate dell’ultima generazione. Il suo esempio mostra il nucleo della struttura della camorra moderna.
Da un lato il clan della camorra ha bisogno di una rigida struttura di comando, soprattutto per condurre guerre e difendere il territorio. D’altro canto, il clan deve essere anche sufficientemente flessibile affinché i suoi boss possano unirsi ampiamente in reti, sfruttando ogni opportunità criminale che si presenta in patria o all’estero.
Al di fuori di questi principi è possibile una vasta gamma di strutture. Il termine camorra è arrivato a comprendere di tutto, dalle bande di strada che spacciano droga, che si possono trovare nei quartieri malfamati di molte città occidentali, ai grandi sindacati con solidi legami con il sistema politico e l’economia legale.
Come nel caso del clen Lauro, i legami di sangue spesso aiutano a unire i membri principali di qualsiasi organizzazione. I boss della camorra sono spesso educati a tradizioni familiari di violenza e maestria criminale. I matrimoni misti tra famiglie camorriste di territori vicini aiutano a consolidare il potere e a tramandare questa maestria di generazione in generazione.
Il concetto di maestria deriva ancora dal sistema carcerario. Un vero boss criminale è sempre impegnato in un vero lavoro criminale e in nient’altro di più importante. L’importanza dei legami familiari all’interno dei clan della camorra aiuta a spiegare perché le donne possono assumere ruoli di primo piano. I casi di Pupetta Maresca e della sorella maggiore del professore Rosetta Cutolo ci dicono che già prima degli anni 90 alcune donne della camorra erano più visibili delle donne siciliane o calabresi, ma negli ultimi due decenni
le donne nella camorra sono diventate molto più evidenti. Ci sono due ragioni per questo. Primo, i boss criminali si sono liberati dei vecchi pregiudizi che li rendevano ciechi di fronte ai talenti criminali delle donne. Secondo, a causa della crescente pressione della polizia, i clan hanno delegato maggiore potere alle donne quando i loro uomini si nascondono o vengono arrestati.
Né la Sicilia né la Calabria hanno mai visto nulla di paragonabile alla brutale battaglia che si è scatenata tra le donne dei clan Graziano e Cava nel 2002. Il 26 maggio di quell’anno un gruppo di fuoco dei Graziano che includeva tre donne inseguì e speronò un’auto in cui si trovavano cinque donne dei Cava. Nel corso della sanguinosa carneficina, quattro donne dei cava furono uccise e la quinta rimase paralizzata.
Sia tra le vittime che tra i criminali furono coinvolte più generazioni di donne, madri, figlie e persino nonne. La camorra, essendo un fenomeno unico tra le organizzazioni criminali italiane e persino mondiali, ha anche permesso ai rappresentanti delle minoranze sessuali di assumere posizioni di leadership. Anna Carracciano, conosciuta come Omasculone, il maschiaccio, una delle 12 tra sorelle e fratelli dei quartieri spagnoli di Napoli, di cui 11 attivamente coinvolti nella criminalità organizzata, era una donna che partecipava attivamente alle operazioni
militari per conto del suo clan nel 2006. Fu imprigionata. 3 anni dopo la polizia arrestò Ugo Gabriele che secondo le autorità è il primo camorrista transessuale registrato. Conosciuta come Catti, Gabriele è il fratello minore in uno dei clan che si staccarono dall’organizzazione del milionario durante la sanguinosa faida di Scampia nel 2004-2005.
Secondo la polizia, quando suo fratello fu promosso, Katy passò dalla vendita di cocaina ai suoi clienti. Era una prostituta, ad assumere un ruolo più gestionale nel narcotraffico. Oltre al fatto che la camorra si basa sui legami familiari, la promozione di Catti potrebbe essere anche legata alla tradizionale tolleranza della cultura popolare napoletana verso gli uomini transessuali, i cosiddetti femminielli.
Ogni fazione ha il suo territorio e al momento non è più necessario combattere per esso. Tutto è distribuito e a causa del controllo fisico completo su un determinato territorio è emersa una tendenza alla concentrazione su specifici tipi di attività come la distribuzione di droga, il gioco d’azzardo illegale, la vendita di sigarette e così via.
In secondo luogo, la camorra si orienta ancora verso giovani reclute. Se la mafia è medusa, la camorra è unidra a cui al posto di una testa recisa ne crescono due nuove. I giovani e audaci bramano di arricchirsi rapidamente e la camorra è pronta a offrire loro questa opportunità. In terzo luogo è ancora il vecchio e buon racket e la vendita di protezione di ogni tipo.
In caso di rifiuto della protezione nel loro territorio, i camorristi possono trasformare il negozio di un cittadino di principio onesto in un punto di transito per i tossicodipendenti. Così nel forno a microonde di un bar gli spacciatori nascondevano chgili di eroina e questo è solo uno dei centinaia di metodi di pressione di cui sono capaci gli operatori criminali.
In quarto luogo, le attività tradizionali, come i casinò clandestini, le scommesse e l’usura sono attuali anche ai nostri tempi. In quinto luogo, ai nostri giorni sono apparsi gruppi che si occupano solo di appalti statali e hanno molto successo. Questa è quella stessa camorra con i guanti beige, incarnatasi nel XXo secolo.
Secondo voci, la tariffa media per l’intermediazione è del 20% del contratto ottenuto e naturalmente la più grande fonte di profitto è la partecipazione della camorra alla rete internazionale del narcotraffico per il cui racconto sarebbe necessario girare un video separato. Uno dei metodi specifici della camorra per il traffico di droga, a differenza di tutti gli altri grandi gruppi criminali, è l’uso di intere famiglie nella sua rete di distribuzione.
Gli adulti di solito concordano il prezzo e ricevono il denaro, mentre i loro figli minorenni consegnano la merce. La crescita del traffico di droga, il riciclaggio di denaro e il rapido aumento generale della forza della camorra negli ultimi anni hanno portato a una maggiore presenza della camorra all’estero. Negli ultimi due decenni i sistemi economici e politici mondiali sono diventati molto più internazionali e integrati in un sistema comune e le azioni dei maggiori criminali sono diventate di conseguenza molto più integrate adattandosi alle
mutevoli condizioni. Considerando la complessa natura internazionale del traffico di droga e del riciclaggio di denaro, un criminale di alto livello che opera solo in un paese sarà probabilmente estromesso da criminali che cercano di utilizzare risorse e opportunità su scala globale. Il potere economico e sociale della camorra significa che essa genera enormi profitti, riciclando ingenti somme di denaro nell’economia legale e fornendo direttamente o indirettamente lavoro e mezzi di sussistenza a mezzo milione di
persone. Come ha osservato uno dei principali poliziotti di Napoli, la camorra è probabilmente diventata più pericolosa della mafia, perché la criminalità organizzata in Campania è così ampiamente diffusa che stirparla è quasi impossibile, dato che non è un gruppo monolitico come la mafia, dove si trova il boss e il suo vice, si decapita la banda e gli altri si disorientano.
No, qui si taglia una testa e le altre rimangono e prendono il suo posto. È evidente che la creazione di tale potere non avrebbe mai potuto essere raggiunta senza il sostegno o la connivenza dei politici locali, proprio quelle persone a cui è affidata la soluzione del problema della criminalità organizzata.
E indubbiamente nessun racconto sulla camorra moderna sarebbe completo senza una visita alla vasta e fertile pianura a nord della città, a volte chiamata terra di lavoro, che è stata teatro di alcuni degli eventi più importanti nella storia della criminalità organizzata campana negli ultimi 150 anni. E ora quella che un tempo era una terra fertile e bellissima è diventata una vera e propria Chernobyl italiana.
Nel 1994, quando in Italia nacque la seconda Repubblica, Napoli e la Campania erano nel mezzo di una crisi dei rifiuti. Le discariche erano stracolme e le persone che vivevano nelle vicinanze cominciarono ad ammalarsi. Il governo nominò una commissione per risolvere il problema, ma iniziarono le dilazioni. Nel 1996 fu deciso di dare alla commissione per i rifiuti i poteri di aggirare le normali restrizioni di pianificazione e il controllo delle autorità locali per attuare il piano.
Sulla carta il piano sembrava liscio. smistamento e smaltimento graduale dei rifiuti attraverso la raccolta, la separazione per l’eliminazione delle sostanze pericolose, la triturazione e la compattazione in cosiddetti e da utilizzare come combustibile. Era necessario costruire sette impianti per la produzione di ecoballe e due nuovi inceneritori.
Si affermava che una volta messi in funzione in Campania ci sarebbe stato un ciclo ideale di raccolta e riutilizzo ecologico dei rifiuti, ma la soluzione al problema dei rifiuti in Campania si trasformò rapidamente in una catastrofe ambientale. Il ciclo di raccolta dei rifiuti fu un fallimento in ogni fase. Alla fine del 2007 era stato costruito un solo inceneritore e i piani per la costruzione del secondo furono definitivamente annullati nel 2012, ma sarebbe stato meglio non costruirli affatto.
Le posizioni erano state scelte in modo estremamente sfortunato. Il primo si trovava a poche centinaia di metri da un ospedale pediatrico e il secondo, rimasto un progetto, era previsto per la costruzione in un luogo dove c’erano già così tante discariche che gli animali morivano intorno.
In seguito si scoprì che l’inceneritore costruito funzionava male, diffondendo gas tossici in un raggio di 10 km. Con i sette impianti di produzione di ecoballe le cose andarono ancora peggio. I cubi erano rifiuti compressi e non selezionati in involucri di plastica che quando bruciati rilasciavano nell’aria sostanze sconosciute.
Non si poteva fare nulla se non depositarli il più lontano possibile dalle aree residenziali. In tutta la Campania iniziarono a ergersi in altezza zigurat grigio bianchi di cubi di rifiuti tossici. Nel 2004 il commissario regionale per i rifiuti riferì al Parlamento che ogni mese 40.000 m³ venivano utilizzati per lo stoccaggio di Eccoballe.
Periodicamente, nei primi anni del XXo secolo, il sistema di raccolta dei rifiuti in Campania, andato in tiltamente. Nel peggior periodo del 2007-2008, centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti domestici e commerciali si accumularono nelle strade. Le autorità reagirono aprendo discariche che erano già considerate sovraccariche.
Gli abitanti del luogo, giustamente preoccupati per le conseguenze sulla qualità della loro vita, organizzarono furiose proteste. Le telecamere di tutto il mondo trasmettevano fotografie sia delle montagne di rifiuti che delle proteste, causando un danno incalcolabile alla reputazione di Napoli, della Campania e dell’Italia.
I camorristi si unirono al business delle costruzioni più tardi dei loro vicini, ma con i rifiuti si ritrovarono all’avanguardia. Eomafia è un termine coniato dagli ambientalisti italiani per indicare il danno che il mondo criminale infligge alle risorse naturali e di altro tipo dell’Italia, dall’edilizia illegale al commercio di tesori architettonici.
Il settore dei rifiuti è un’attività più redditizia dell’ecomafia e una delle maggiori direttrici di crescita dell’imprenditoria criminale negli ultimi due decenni. Il fallimento della riforma dei rifiuti è interamente colpa loro. La camorra si è infiltrata nel sistema di smaltimento dei rifiuti in vari modi e a tutti i livelli, dalle centrali di raccolta alle proteste sull’organizzazione delle discariche.
Chi non era d’accordo veniva eliminato. Ai camorristi interessavano solo i profitti, non pensavano alle conseguenze. Ogni anello della catena di raccolta e smaltimento faticava già e la monopolizzazione di questo settore da parte della camorra ha aggravato la situazione, tanto che tutto ha smesso di funzionare.
La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti si sono trasformati in un dibattito infinito tra le strutture statali su chi è il colpevole e cosa fare. Ma l’aspetto più allarmante non erano nemmeno le ecoballe o le discariche non autorizzate. All’inizio degli anni 90 iniziarono ad apparire prove che la camorra stava scaricando illegalmente milioni di tonnellate di rifiuti tossici da ospedali e varie industrie nella terra di lavoro.
la zona a nord di Napoli. Tra i veleni scoperti c’erano amianto, arsenico, piombo e Cadmio. Il problema era molto più profondo e qualsiasi tentativo di risolverlo portava alla camorra. Questo quadro fu confermato da un’indagine nota come Operazione Cassiopea tra il 1999 e il 2003 che mostrò quali enormi profitti i camorristi ricavavano dal business dei rifiuti e dagli scarichi non autorizzati.
Uno degli indagati possedeva 45 appartamenti e un hotel per un valore totale di 65 milioni di dollari. Molti degli imputati nel processo Cassiopea confessarono, ma i rifiuti tossici si trovano ancora sul territorio della Campania e la questione dei rifiuti rimane ancora scottante. Il picco della crisi dei rifiuti napoletana nel 2007-2008 coincise con il successo sbalorditivo di un libro che rese la camorra più conosciuta in tutto il mondo di quanto non lo fosse dai tempi precedenti la Prima Guerra Mondiale. Gomorra.
Il nome di questo gioco di parole fu pubblicato nel 2006 da un poco conosciuto scrittore e giornalista ventenne, Roberto Saviano. Saviano è originario di Casal di Principe, situata nel cuore della parte più tristemente nota della terra di lavoro. Dopo la morte di Carmine, mister Mile al Fieri, nel 1992, il clan Casalesi divenne la forza dominante nella camorra.
Dopo una sanguinosa guerra civile presero il controllo del business della cocaina e occuparono il settore agricolo, stabilendo un monopolio su diversi marchi alimentari famosi. E infine furono proprio i Casalesi, il clan responsabile della creazione della Chernobyl italiana nel loro territorio, offrendo servizi di smaltimento di rifiuti tossici che venivano semplicemente sversati nei canali.
Entro settembre 2006 Gomorra aveva già vinto premi e contava decine di migliaia di lettori, soprattutto tra i giovani. Saviano tornò nella sua città natale per partecipare a una manifestazione a difesa della legalità e finì immediatamente sotto l’attenzione dei boss di Casal di Principe. Per questo vive ora sotto scorta permanente.
si può pensare in vari modi di Gomorra, ma essa ha trasformato di nuovo la camorra in quello che avrebbe sempre dovuto essere uno scandalo nazionale. ha mostrato alla nuova generazione di campani cos’è la camorra, seppur in una forma eccessivamente emotiva e forse è proprio la nuova generazione che finalmente troverà un modo per affrontarla. ล
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