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Perché i Piloti Italiani Amavano la Bara Volante?

Perché i piloti italiani amavano la bara  volante? Questa non è solo la storia di   un aereo controverso, ma è il racconto di una  mentalità unica, di come l’approccio italiano   abbia trasformato un fallimento mondiale  in un indistruttibile motivo di orgoglio   nazionale.

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C’è un suono che per quasi mezzo secolo  ha definito la difesa dei cieli italiani, un suono   che per molti era sinonimo di pericolo, di rischio  estremo. Era il suono del Lokid F104 Star Fighter,   un aereo di estremi, un proiettile affusolato  con ali così piccole e affilate da sembrare un   errore.

Tanto che a terra andavano coperte per non  ferire i tecnici, un velivolo capace di superare   due volte la velocità del suono, meritandosi il  soprannome di missile con dentro un uomo. Eppure   questo capolavoro portava con sé un’ombra.  In Germania era il vittenmer, il fabbricante   di vedove. Per il mondo era la barra volante,  ma non per i piloti dell’Aeronautica militare   italiana. Qui da noi lo chiamavano spillone o con  affetto 104.

Mentre il mondo vedeva una macchina   assassina, i piloti italiani ci vedevano un puro  sangue indomabile che solo i migliori potevano   domare. E non solo lo domarono, bensì lo amarono  tenendolo in servizio per 42 anni. In questo video   vi sveleremo il segreto che l’Italia ha custodito  per decenni. Scoprirete la rivoluzionaria   filosofia di addestramento, le scelte strategiche  e le geniali innovazioni tecnologiche che solo   noi abbiamo saputo applicare, trasformando il  caccia più pericoloso del mondo nel guardiano   dei nostri cieli. Capirete anche perché, mentre  le altre nazioni contavano i loro morti, i nostri

piloti trasformavano la barra volante in una vera  e propria leggenda. Ma per capire l’F104 dobbiamo   tornare negli anni 50. La guerra fredda è al suo  apice e la minaccia sono i bombardieri nucleari   sovietici. La guerra di Corea ha appena dimostrato  che la supremazia aerea è tutto.

Serve un balzo   tecnologico radicale. Ed è qui che Clarence o  Kelly Johnson, capo progettista della Lokid,   ascolta i piloti di ritorno dal fronte. Non  chiedono aerei più complessi, ma velocità   pura e una salita fulminea per intercettare il  nemico. La risposta di Johnson è estrema. L’XF104,   quando vola per la prima volta nel 1954, sembra un  oggetto venuto dal futuro.

Una fusoliera sottile   dominata dal potentissimo motore J79 e ali così  corte affilate da essere un pericolo persino a   terra. Tutto è sacrificato per le performance, non  è affatto per il combattimento manovrato, ovvero   il dog fight, ma per una cosa sola: scattare,  salire come un razzo, raggiungere il bersaglio   e distruggerlo.

Questo, infatti fu il primo aereo  della storia a mantenere la velocità di Mac 2 e   per i piloti è come essere legati a un missile.  Entrato in servizio ufficialmente nel 1958,   lo Star Fighter è una rivelazione, ma il suo lato  oscuro emerge presto. I primi incidenti e la sua   natura iperspecializzata spingono l’aviazione  americana a preferire caccia più versatili.   L’F104 quindi sembra destinato a fallire, ma la  guerra fredda si sposta anche in Europa e la NATO   ha un disperato bisogno di intercettore standard.

Con un colossale accordo industriale l’F104 viene   scelto da numerose nazioni, inclusa l’Italia.  Sulla carta una mossa logica. In pratica,   per molti si rivelerà una catastrofe imminente.  La storia dell F104 è densa di dettagli tecnici e   di sfide ingegneristiche uniche. E se la genialità  dietro al progetto del missile con un uomo dentro   vi affascina, sul nostro blog troverete un  approfondimento che svela altri retroscene   inediti sulla sua progettazione.

Tornando a noi,  l’adozione da parte della Luthwff tedesca fu   massiccia, ovvero oltre 900 aerei, ma quello  che doveva essere il simbolo della rinascita   militare tedesca si trasformò presto in un incubo.  Gli incidenti si iniziarono a susseguire con una   frequenza spaventosa e la stampa coniò i  soprannomi che lo avrebbero perseguitato   per sempre, ovvero bara volante e fabbrica di  vedove.

La Germania ha perse quasi il 30% della   flotta con la morte di 116 piloti. Anche il Canada  perse quasi metà dei suoi aerei. Ma com’è stato   possibile tutto ciò? La risposta sta in un fatale  errore di filosofia. La Germania non voleva solo   un intercettore, ma un caccia bombardiere tutto  fare per colpire bersagli a terra a bassa quota   in ogni condizione meteo.

Presero un puro sangue  da corsa e lo trasformarono in un cavallo da tiro,   costringendolo a operare in un ambiente per  cui non era nato. E qui le sue caratteristiche   estreme si rivelarono letali. Le sue ali  minuscole perfette in alta quota generavano   pochissima portanza alle basse velocità. L’aereo  era instabile e richiedeva velocità di atterraggio   folli. Si parlava di quasi 300 km/h. Il pericolo  peggiore era lo stallo in manovra.

A differenza   di altri aerei, sullo Star Fighter era un evento  improvviso e violento ed era quasi irrecuperabile.   Volare basso tra le valli tedesche col maltempo  significava praticamente danzare costantemente   sulla morte. A questo si aggiungevano problemi  come l’accoppiamento inerziale che poteva portare   alla perdita totale del controllo e un sistema  di eiezione iniziale quasi inutile a bassa quota.

Infine, l’addestramento, spesso condotto nei cieli  sereni degli Stati Uniti, non preparava i piloti   al meteo e al terreno europeo. Il risultato fu una  tempesta perfetta, un aereo specializzato, usato   per un ruolo sbagliato, da piloti non abbastanza  preparati. Quando l’F104 arrivò in Italia,   la sua fama lo precedeva e bisognava fare una  scelta, scartarlo o trovare un modo per domarlo.

Il disastro tedesco ha rischiato di compromettere  per sempre la carriera dello Star Fighter. E per   rimanere aggiornato su come le forze aeree moderne  affrontano e risolvono le crisi tecnologiche più   complesse, visitate il nostro sito. Pubblichhiamo  costantemente analisi e aggiornamenti sugli   sviluppi più recenti.

quando il primo F104 gito  col suolo italiano nel 1962 portava con sé una   reputazione terribile, ma l’aeronautica militare,  invece che un aereo fallato, vide una sfida. La   leadership capì una cosa fondamentale. Non si  poteva piegare l’F104 alla propria volontà,   bensì, bisognava capirlo, rispettarne la natura  e adattarsi. L’Italia non cercò di trasformare   il puro sangue in un cavallo da tiro, decise  di formare i migliori fantini del mondo.

La   chiave fu una rivoluzione nell’addestramento a  Grosseto. Ogni pilota affrontava una formazione   spietata perché si capì che l’F104 non perdonava  l’improvvisazione. Era un aereo da pilotare by   the book. Ogni procedura, ogni emergenza doveva  essere un riflesso condizionato. Gli istruttori   spingevano i giovani piloti al limite per  abituarli a reazioni automatiche di fronte alla   sua accelerazione brutale. Ma la vera differenza  la fece la filosofia di impiego.

L’Aeronautica usò   l’F104 per il ruolo per cui era nato, ovvero  l’intercettore puro. Il suo compito era la   difesa dello spazio aereo con reparti pronti  al decollo su allarme, lo scrum, 24 ore su 24.   decollare, accendere il post bruciatore, salire a  40.000 piedi in un lampo e raggiungere l’intruso.   In questo era il re incontrastato. Questo però,  attenzione, non fece sparire i rischi.

L’Italia   perse 137 aerei, ma su quasi 1 milione di ore di  volo il tasso di incidenti fu infinitamente più   basso di quello tedesco, perché ogni incidente  veniva studiato per trasformare la tragedia in   dottrina. Ma ancora la domanda resta perché i  piloti lo amavano? Per l’emozione pura pilotare   un F104 era un’esperienza viscerale, senza  computer a mediare tra uomo e macchina.

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