Nella storia criminale italiana esistono figure che sfuggono alle categorizzazioni consuete. Giuseppe Ferone, noto con il soprannome di Camisedda, camicetta in dialetto catanese, è una di queste. un pentito mosso dal rimorso, non un collaboratore di giustizia genuinamente ravveduto, ma un killer spietato che trasformò lo strumento della collaborazione con lo Stato in un’arma di vendetta personale.
La sua vicenda si colloca nel decennio più sanguinario della mafia catanese, gli anni 90, quando le strade dell’Etna furono teatro di una mattanza che rese Catania simile alla Chicago del proibizionismo. Per comprendere la figura di Giuseppe Ferone occorre ricostruire il contesto della mafia catanese degli anni 80 e 90, un panorama criminale caratterizzato da una frammentazione che lo distingueva nettamente dalla Cosa Nostra.
palermitana. Mentre a Palermo dominava una struttura gerarchica relativamente compatta, seppur lacerata dalla guerra tra corleonesi e famiglie storiche, Catania presentava un mosaico di gruppi criminali spesso in guerra tra loro. Alcuni affiliati a Cosa Nostra, altri fieramente autonomi. Per un affiliato del gruppo di Giuseppe Shciutto, detto Pippo Tigna, indicato dalle inchieste come uno dei boss più influenti della Catania di quegli anni.
Shuto nasce all’interno della cosiddetta famiglia Ferlito Pillera, quel blocco mafioso che dagli anni 70 vede insieme figure come Alfio Ferlito, Salvatore Pillera e tra gli affiliati lo stesso Sciuto e il giovane Salvatore Cappello dopo la strage della circonvalazione del 16 giugno 82, quando un commando di Cosa Nostra uccide sulla tangenziale di Palermo il boss catanese Alfio Ferlito, insieme a tre carabinieri della scorta e all’autista civile.
Gli equilibri si spezzano e il vecchio assetto Ferlito Pillera entra in crisi. In questo quadro, secondo le ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche, il gruppo che fa capo asciuto si riorganizza e negli anni successivi resta uno degli attori di peso del panorama criminale etneo. Nei primi anni 90 Asciuto aveva stretto un accordo criminale con due altre potenti organizzazioni, i laudani, soprannominati Mussi Ficurinia, Musi di Fico d’India e il clan Savasta guidato da Antonino Puglii.
Questo cartello mafioso si pose in contrasto con altre formazioni criminali catanesi, in particolare con il clan Cappello Pillera, dando vita a una delle faide più sanguinose della storia recente, della criminalità catanese. Come ha documentato la direzione investigativa antimafia tra il 1990 e il 95 Catania registrò oltre 100 omicidi all’anno, molti dei quali legati a questi scontri intestini.

Giuseppe Ferone era considerato uno dei killer più temuti di questo scenario. Il suo soprannome Camisedda evocava un contrasto con la sua ferocia. Ferone si era infatti costruito una reputazione di spietatezza che lo rendeva rispettato e temuto nell’ambiente criminale catanese. La sua carriera aveva avuto inizio già negli anni 70, quando era stato introdotto nell’ambiente mafioso alla corte del boss Pippo Calderone, prima che questi venisse ucciso nel 1978 su impulso dei corleonesi e del gruppo di Nitto Santapaola, segnando l’inizio
dell’ascesa di quest’ultimo al vertice di Cosa Nostra Catanese, in un simile contesto a essere fatale fu un errore commesso da Domenico Longo, stretto collaboratore di Ferone e suo uomo di fiducia. Longo era legatissimo a Ferone e operava sotto la sua protezione nel complesso sistema delle estorsioni che caratterizzava l’economia criminale catanese.
A un certo punto, forse nel tentativo di espandere il proprio giro d’affari o semplicemente per una valutazione errata delle sfere di influenza, si presentò presso un imprenditore della zona industriale di Catania per esigere il pagamento del pizzo. Quello che Longo ignorava o aveva sottovalutato era che quell’area ricadeva sotto il controllo della famiglia Santa Paola Ercolano, in particolare di Aldo Ercolano, nipote del potentissimo nitto Santapaola.
Nel rigido sistema di spartizione territoriale della mafia, uno sconfinamento di questo tipo non era una semplice leggerezza, ma un grave sfregio. Significava mettere in discussione l’autorità di chi controllava quel territorio, appropriarsi indebitamente di proventi che spettavano ad altri e, in ultima analisi, sfidare l’ordine costituito.
In un contesto come quello catanese, dove i clan erano costantemente in bilico tra alleanze fragili e guerre aperte, un simile gesto poteva innescare reazioni a catena devastanti. La reazione allo sconfinamento non si fece attendere. L’imprenditore della zona industriale si rivolse ai Santa Paola Ercolano e la faccenda arrivò fino ad Aldo Ercolano che subito pretese il rispetto dei confini di competenza.
A sua volta la famiglia Santa Paola si appoggiava a Gaetano, Tano, Laudani, allora ai vertici dei Musi Figurinia. Secondo le ricostruzioni più accreditate, Domenico Longo, nonostante gli avvertimenti, era addirittura tornato a far visita all’imprenditore con l’intento di mettere a soquadro ogni cosa pur di incassare il pizzo.
Fu quindi questo comportamento a spingere Tano Laudani a ordinare il suo omicidio per non perdere credibilità agli occhi di Aldo Ercolano. E così Longo venne ucciso il 12 ottobre 1992 in un agguato che segnò il primo salto di qualità nella faida. Pochi giorni dopo, il 27 ottobre, secondo la versione di Ferone, furono alcuni uomini del clan Shutto a vendicare quel delitto assassinando proprio Thanudani e innescando una spirale di sangue che travolse l’asse tra i Mussi Ificurinia e il gruppo Shutottinia. In quello stesso
92, alla fine dell’anno, anche Giuseppe Pippociuto verrà ucciso in un agguato di mafia, un delitto che le cronache collocarono nel cuore della guerra tra il suo clan e il fronte Cappello Pillera. Per Ferone, in quei mesi detenuto, quella escalation segnò l’inizio di un incubo che lo inseguirà per anni.
Con Giuseppe Ferone in carcere e il capo del suo gruppo Pippo Shuto, ormai ucciso nella guerra tra clan. I laudani spostano il fuoco altrove. Invece di aspettare la scarcerazione di Camisedda per regolare i conti direttamente con lui, scelgono una strada ancora più brutale, infrangendo quel presunto codice d’onore mafioso che, come ricorderà lo stesso Ferone in aula, esiste più nella retorica dei boss che nella realtà dei fatti.
A marzo 95 vengono organizzati due agguati distinti. A metà mese viene ucciso il padre di Ferone. Un paio di settimane più tardi tocca al figlio. Commissione antimafia e stampa sottolineano l’effetto simbolico di quei delitti letti come un duplice messaggio. Umiliare la famiglia Ferone e far sapere all’intero sottobosco criminale che i laudani sono disposti a colpire anche gli estranei alla regola pur di affermare il proprio potere.
Per il killer Camisedda, la cui ferocia in tanti anni di carriera criminale aveva risparmiato ben poche vite, vedere il corpo del padre alla pescheria rappresentò uno shock profondo. Era la dimostrazione che nemmeno lui, temuto e rispettato, poteva proteggere chi amava. I laudani avevano violato platealmente una delle regole che la mafia pretende di attribuirsi, quella di non colpire le famiglie, non uccidere chi non era dentro agli affari.
In realtà, come la storia della mafia ha dimostrato infinite volte, queste regole erano sempre state più un mito che una realtà. Basterebbe ricordare l’episodio raccontato anni dopo da Antonino Calderone nei suoi colloqui con Giovanni Falcone. Dei ragazzini di San Cristoforo fatti uccidere perché uno di loro avrebbe scippato la borsa alla madre di Nitto Santapaola.
Un racconto che lo stesso Calderone restituisce come esempio dell’assenza di limiti nella vendetta mafiosa, ben oltre ogni preteso, codice d’onore. Ma per Ferone, che aveva vissuto tutta la vita, secondo la logica della violenza, l’uccisione del padre e del figlio rappresentò qualcosa di diverso, non più una questione di affari criminali, di controllo del territorio, di logiche di potere, bensì qualcosa di personale.
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e Giuseppe Ferone, uomo abituato a risolvere le questioni personali con la violenza, iniziò a pianificare la sua vendetta. Nel marzo del 1995, pochi giorni dopo l’uccisione di suo figlio, fece chiamare i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Catania. Dichiarò di voler collaborare con la giustizia.
formalmente divenne un pentito secondo la normativa italiana che prevedeva benefici penitenziari e protezione per chi sceglieva di rompere con la mafia e aiutare lo Stato. Ma la verità era ben diversa. Come emergerà drammaticamente nei mesi successivi, Ferone non aveva alcuna intenzione di pentirsi nel senso proprio del termine.
Non c’era ravvedimento, non c’era ripio sincero della vita criminale, né tantomeno desiderio di aiutare lo Stato a smantellare le organizzazioni mafiose. Nella lettura di alcuni magistrati che lo hanno interrogato, Ferone inizia a collaborare perché si sente tradito da un sistema mafioso che gli ha ucciso il padre e il figlio, colpevoli soltanto del legame di sangue.
egli comprende che lo status di collaboratore gli può garantire almeno due cose, una maggiore libertà di movimento, uscire dal carcere in regime di semilibertà, partecipare ad attività protette, è una copertura formale che rende, almeno inizialmente, meno immediato, sospettare di lui per eventuali nuovi delitti. Di fatto, proprio questa condizione diventerà la cornice dentro cui matureranno alcuni degli omicidi che gli verranno poi addebitati.
Ferone era convinto che i laudani avessero potuto operare a Catania solo con il consenso diretto di Nitto Santapaola. Sebbene il boss fosse in carcere dal 93, arrestato dopo 11 anni di latitanza, il suo potere restava rilevante. Come avevano dimostrato le indagini e le dichiarazioni di numerosi pentiti, i boss di Cosa Nostra continuavano a dirigere le loro organizzazioni anche dal carcere, utilizzando mogli, figli, cugini e luogotenenti fidati come tramiti.
Nella visione di Ferone, quindi, la responsabilità ultima dell’omicidio di suo padre e suo figlio ricadeva su Santa Paola e così aveva individuato i suoi due obiettivi, il capo di Cosa Nostra Catanese, che avrebbe colpito nella persona a lui più cara, e Antonino Puglisi, già alleato nel cartello criminale conosciuto e i laudani, ma che Ferone riteneva complice o quantomeno corresponsabile della svolta violenta che aveva portato all’omicidio dei suoi familiari.
Il primo settembre 95, 6 mesi dopo aver iniziato formalmente la collaborazione con la giustizia, Giuseppe Ferone mise in atto la prima parte del suo piano di vendetta. Quella sera Carmela Minniti, moglie di Nitto Santa Paola, si trovava nella sua casa in via De Chirico a San Gregorio di Catania, nella periferia della città.
Con lei c’erano la figlia adulta e una sorella. Miniti non era una donna qualunque. Sposata con quello che era considerato uno dei boss più potenti e sanguinari di Cosa Nostra, era stata lei ad aprire la porta ai Carabinieri nel 93, quando Nitto Santapaola era stato catturato a Mazzarrone.
Quella sera qualcuno suonò alla porta. Quando aprirono, non è chiaro se fu Carmela stessa o sua figlia, si trovarono davanti un uomo vestito da poliziotto. Era Giuseppe Ferone. Aveva approfittato del regime di semilibertà concessogli come collaboratore di giustizia per sfuggire al controllo del programma di protezione e recarsi a Catania, luogo a lui proibito. Estrasse la pistola e sparò.
Secondo la ricostruzione, svuotò l’intero caricatore contro Carmela Minniti, colpendola al volto con una scarica di proiettili. La donna morì sul colpo. Quando i poliziotti arrivarono sulla scena del crimine, trovarono la figlia sconvolta. In cucina c’era ancora l’odore della cena preparata.
In pochi minuti la moglie del capo di Cosa Nostra Catanese era stata assassinata nel modo più brutale. L’omicidio scosse profondamente non solo Nitto Santa Paola, ma l’intera struttura di Cosa Nostra Catanese. Uccidere la moglie del boss equivaleva a un messaggio devastante. O la famiglia mafiosa era finita oppure, ipotesi ancora più inquietante, non si trattava di un delitto di mafia, ma di qualcos’altro.
All’epoca nessuno sospettò di Ferone. Le indagini presero diverse direzioni e Cosa Nostra cercò il traditore all’interno della propria organizzazione. Nel frattempo gli investigatori non avevano piste concrete. C’erano stati alcuni sospetti su un possibile coinvolgimento di Ferone.
I suoi spostamenti erano stati controllati nei giorni successivi al delitto, ma le indagini non portarono a nulla di concreto. Nessuno in quel momento, immaginava la verità. Ma la moglie del boss non fu l’unica vittima di Ferone. In un agguato organizzato nel cimitero di Catania rimasero uccisi anche i cugini Salvatore Botta e Santa Puglisi, rispettivamente nipote e figlia del boss Antonino Puglisi.
Anche per gli standard brutali della mafia catanese, uccidere una donna in preghiera e un adolescente era considerato inaccettabile. La morte dei due giovani, come avrebbe scritto successivamente la stampa locale, segnò la dissoluzione della storia del clan Savasta che aveva macchiato di sangue le strade di Catania per decenni.
Antonino Pugliesi, devastato dall’omicidio della figlia, da lì a qualche anno, avrebbe scelto di collaborare con la giustizia, contribuendo a smantellare definitivamente ciò che restava dell’organizzazione criminale che aveva guidato. Ma i fatti del cimitero rappresentarono anche lo spartiacque che portò finalmente allo smascheramento di Giuseppe Ferone.
La notte stessa due persone si presentarono spontaneamente negli uffici della squadra mobile di Catania. erano un uomo e una donna, marito e moglie, che sostennero di non avere nulla di cui pentirsi, visto che non erano mafiosi, ma dissero di volersi togliere un peso dalla coscienza dopo l’efferato duplice omicidio nel cimitero.
Davanti ai poliziotti accusarono direttamente Ferone di essere il mandante dell’omicidio di Santa Puglisi e Salvatore Botta e rivelazione ancora più devastante l’esecutore materiale dell’omicidio di Carmela Minniti. Un anno prima i magistrati della Procura di Catania agirono rapidamente.
Alcuni arresti furono eseguiti nella casa segreta di Ferone ad Anzio, sul litorale laziale, dove il collaboratore di giustizia viveva sotto falsa identità. Durante la perquisizione fu rinvenuto un elemento probatorio cruciale, la parrucca che lo stesso Ferone aveva indossato quando si era travestito da poliziotto per uccidere Carmela Minniti.
La scoperta forn definitiva del suo coinvolgimento nell’omicidio che per quasi un anno aveva scosso e diviso Cosa Nostra Catanese, ma le scoperte più inquietanti arrivarono da Catania. Mentre gli arresti venivano eseguiti sul litorale laziale nel capoluogo etneo, la polizia conduceva perquisizioni alla ricerca di prove.
Quello che venne trovato superò le aspettative più fosche. Nascosto dietro una finta parete vicino alla stazione ferroviaria, gli agenti scoprirono un vero e proprio arsenale. 100 kg di plastico, 21 fucili, 23 revolver, due pistole e migliaia di munizioni. Inoltre diverse divise della polizia e patenti in bianco.
Tre persone ritenute vicine al gruppo Ferone furono arrestate immediatamente con l’accusa di detenzione illegale di armi. In serata gli investigatori scoprirono altri quattro arsenali nascosti in varie zone della città. La quantità di esplosivo e armi rinvenuta era tale da poter sostenere una vera e propria guerra.
Evidentemente Ferone, pur essendo formalmente un collaboratore di giustizia sotto protezione, aveva mantenuto solide radici operative a Catania e aveva continuato a organizzare la sua struttura criminale. Il 30 agosto 96 la Procura della Repubblica di Catania tenne una conferenza stampa presso il Palazzo di Giustizia, nella quale furono illustrati i dettagli dell’operazione.
Emerse un quadro sconcertante. un collaboratore di giustizia che invece di aiutare lo Stato a combattere la mafia aveva strumentalizzato il programma di protezione per continuare a uccidere, trasformando la collaborazione in uno scudo dietro cui perpetrare una vendetta personale. Un elemento aggiuntivo scaturì dalle indagini.
Giuseppe Ravalli, diciottenne nipote di Ferone, fu arrestato e accusato di essere l’esecutore materiale del duplice omicidio del cimitero. Il giovane fu trasferito nel carcere romano di Rebibbia, dove dopo un lungo interrogatorio decise anche egli di collaborare con la giustizia. Questa volta però si trattava di una collaborazione genuina.

Ravalli puntò il dito contro suo zio Giuseppe Ferone, definendolo un collaboratore di giustizia che non aveva mai smesso di essere un sicario della mafia. Raccontò la sua versione sul delitto del cimitero e disse di voler collaborare sinceramente con i giudici. In uno dei gesti più clamorosi e simbolici della storia recente della mafia catanese, Nitto Santapaola dichiarò di voler perdonare l’assassino di sua moglie.
Durante un’udienza, il bossese una lettera nella quale affermò di voler la pace e di non cercare vendetta, un messaggio che analisti e magistrati collegarono direttamente al caso Ferone. Nella lettura di molti osservatori quel perdono implicito a Camisedda valse anche come ammissione del ruolo di vertice esercitato su Cosa Nostra Catanese negli anni in cui vennero uccisi il padre e il figlio di Ferone e forse anche un tentativo di riportare la calma in una fase in cui la mafia catanese
era sotto pressione su tutti i fronti, ma quel perdono non poteva cancellare ciò che era accaduto. Nel caso Ferone sollevò interrogativi drammatici sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia. Come era stato possibile che un uomo con un simile curriculum criminale potesse sfruttare il programma di protezione per continuare a uccidere? Come aveva fatto a sfuggire ai controlli del servizio centrale di protezione per recarsi a Catania, città a lui vietata, e commettere omicidi? Come aveva potuto
mantenere una struttura criminale operativa con arsenali nascosti, mentre era formalmente sotto la tutela dello Stato. La vicenda di Giuseppe Ferone rappresenta uno dei capitoli più oscuri e controversi nella storia della lotta alla mafia in Italia, capace di mettere in luce le fragilità del sistema di protezione dei collaboratori di giustizia negli anni 90.
Il programma concepito per incoraggiare i pentiti a rompere con la mafia e fornire informazioni utili alle indagini, non era attrezzato per gestire casi come quello di Ferone, un killer professionista che vedeva nella collaborazione non una via d’uscita dal mondo criminale, ma uno strumento per continuare la guerra con altri mezzi.
Ferone aveva vissuto tutta la vita secondo il codice della vendetta. L’omicidio di suo padre e di suo figlio non lo portò a ripudiare quel codice, ma piuttosto a perseguirlo con ancora maggiore determinazione, utilizzando paradossalmente la protezione offerta dallo Stato.
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