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Ex Capo della Cosa Nostra SVELA: IL VERO TRADITORE NON ERA Totò Riina – Palermo

Mi chiamo Salvatore Benedetto e per 40 anni ho portato sulle spalle il peso di una verità che potrebbe cambiare tutto quello che credete di sapere sulla cosa Nostra. Oggi ho 72 anni e dopo decenni di silenzio sento che è arrivato il momento di parlare, non per pentimento, non per clemenza, ma perché la storia che hanno raccontato su Totori Ina è una menzogna costruita a tavolino.

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 Erano gli anni 80 quando Palermo bruciava sotto il fuoco incrociato delle famiglie. Le strade di Brancaccio, Calsa e Tommaso Natale erano diventate un campo di battaglia e io io ero lì al fianco di quello che tutti chiamavano Ukurtu, il piccolo. Ma Totorina piccolo non era per niente, almeno non nel modo in cui la gente pensa.

 Ricordo la prima volta che lo vidi davvero da vicino. Era il 1983 in una villa nascosta tra gli agrumeti di Corleone. L’aria sapeva di zagara e sangue, un odore che ancora oggi mi perseguita nei sogni. Totò stava seduto dietro una scrivania di mogano, scuro, con le mani piccole e nervose che sfogliavano dei documenti. Non sembrava il mostro che i giornali descrivevano.

 Salvo mi disse senza alzare lo sguardo. Tu sai leggere bene, vero? Sì, don Totò. Bene, perché quello che sto per farti vedere cambierà la tua visione di questa cosa nostra per sempre. Mi avvicinai alla scrivania. I documenti erano scritti in inglese e francese con intestazioni di banche svizzere e società offshore. C’erano nomi che non avevo mai sentito, cifre che facevano girare la testa e soprattutto firme.

 Firme di politici che vedevo in televisione, di imprenditori rispettati, di uomini che di giorno condannavano la mafia e di notte ne finanziavano le operazioni. Don Totò sussurrai. Ma questi sono Sì, salvo. Questi sono i veri padroni. Noi siamo solo i loro cani da guardia e adesso capirai perché ti ho scelto come mio braccio destro.

 In quel momento capi che quello che stavo per vivere non era solo criminalità organizzata, era qualcosa di molto più grande, più sporco, più pericoloso. Totoriina non era il capo supremo della Cosa Nostra, era il capro espiatorio perfetto. Le settimane che seguirono furono un turbine di riunioni segrete, telefonate criptate e viaggi misteriosi.

 Totò mi portava sempre con sé e lentamente iniziai a vedere il vero volto di quella che chiamavano la piovra. Non era un’organizzazione siciliana che aveva conquistato l’Italia, era un’organizzazione internazionale che aveva scelto la Sicilia come base operativa. Vedi, Salvo, mi spiegava mentre guidavamo lungo la costa verso Mondello.

 Loro hanno bisogno di noi per sporcarsi le mani. Ma quando arriverà il momento di fare pulizia, indovina chi butteranno ai leoni? Noi, Don Totò. Esatto. E per questo dobbiamo essere più furbi di loro. Ma la furbizia in quel mondo aveva un prezzo altissimo. Ogni mossa era calcolata, ogni parola pesata, ogni alleanza temporanea. E io che pensavo di essere diventato potente stavo in realtà diventando complice di un piano che mi avrebbe rovinato la vita.

 Una sera, mentre tornavamo da una riunione in una masseria vicino Prizi, Totò si fermò improvvisamente lungo la strada. Il silenzio della campagna siciliana ci avvolgeva come una coperta pesante. Salvo, domani incontreremo delle persone importanti, molto importanti, e quello che sentirai ti farà capire che tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi è stato solo l’antipasto.

 Chi sono Don Totò? Gente che decide le sorti di nazioni intere. Gente che quando muove un dito da New York a Palermo tremare le vene e i polsi. Quella notte non riusci a dormire. Sentivo che stavo per varcare una soglia dalla quale non sarei più potuto tornare indietro e non sapevo quanto avessi ragione. Il giorno dell’incontro arrivò come un temporale estivo, all’improvviso e con una violenza che ti toglie il respiro.

 Totò mi disse di vestirmi bene, come se dovessi andare a un funerale importante e di portare con me solo una pistola nascosta sotto la giacca. Nient’altro. Ci dirigemmo verso Villa Igea, uno degli hotel più lussuosi di Palermo, ma non entrammo dall’ingresso principale. Totò conosceva un passaggio che dalla cucina portava direttamente a una suite riservata al piano nobile.

 Era evidente che non era la prima volta. “Ricordati, Salvo”, mi sussurrò mentre salivamo una scala di servizio. “Quello che sentirai oggi non deve uscire mai da questa stanza. Mai, neanche sotto tortura, neanche in punto di morte”. Quando entrammo nella suite, tre uomini erano già seduti intorno a un tavolo ovale. Nessuno di loro sembrava siciliano.

 Il primo, un tipo elegante, sui 50, parlava con accento americano. Il secondo, più giovane, aveva l’aria dell’Europeo del Nord. Il terzo, il terzo lo riconobbi immediatamente. Era un deputato della Democrazia Cristiana che avevo visto 1le volte in televisione. “Gentlemen” disse l’americano senza alzarsi.

 “Il nostro amico siciliano è arrivato”. Totò si sedette come se fosse a casa sua. Io rimasi in piedi dietro la sua sedia come mi aveva insegnato. Totò continuò l’americano. Abbiamo un problema. Le operazioni in Sud America stanno diventando troppo visibili. Abbiamo bisogno di diversificare i canali. E io che c’entro? Rispose Totò con quella sua voce roca.

 Tu c’entri perché la Sicilia è perfetta. geografia strategica, corruzione sistemica e soprattutto tradizione di silenzio. Il deputato prese la parola. Totò, noi ti garantiamo protezione politica totale, ma in cambio tu devi garantire a noi controllo totale delle operazioni. Quale tipo di controllo? Chiese Totò. L’europeo, che fino a quel momento era rimasto zitto, aprì una valigetta e tirò fuori una mappa della Sicilia.

 C’erano segni rossi su Palermo, Catania, Trapani e Messina. controllo di questi porti, controllo delle cave di pietra per nascondere i carichi e soprattutto fece una pausa teatrale. Controllo dei tribunali e delle forze dell’ordine. Sentì il sangue gelarsi nelle menoossinosse. Bene, non stavamo parlando di traffico di droga, stavamo parlando di colonizzazione.

 E se io non accetti? Domandò Totò. L’americano sorrise, ma era un sorriso che faceva venire i brividi. Totò, tu sei un uomo intelligente, sai bene che in questa stanza non si fanno domande del genere. Il deputato aggiunse: “Abbiamo già preparato tutto. Se dovesse succedere qualcosa di spiacevole, ai nostri piani la colpa ricadrebbe automaticamente su di te.

 Abbiamo documenti, testimoni, prove. tu diventeresti il mostro perfetto per l’opinione pubblica. In quel momento capi tutto. Totò Rina non era il capo della cosa nostra, era il loro capro espiatorio designato fin dall’inizio e io senza saperlo, ero diventato complice di questa messa in scena. “Quanto tempo ho per decidere?” chiese Totò.

 “Hai già deciso”, rispose l’Europeo. “Altrimenti non saresti qui”. L’incontro durò altre due ore. parlarono di rotte, percentuali, coperture mediatiche e soprattutto di come costruire la leggenda del boss dei boss che avrebbe spaventato l’Italia intera. Ogni omicidio eccellente sarebbe stato attribuito a lui.

 Ogni guerra tra famiglie sarebbe stata spacciata come sua strategia. Ogni atto di violenza sarebbe diventato parte del mito di Totò Riina. Quando uscimmo dall’hotel, Totò era cambiato. Camminava diversamente, parlava diversamente. Era come se avesse indossato una maschera che non sarebbe più riuscito a togliersi.

 Salvo mi disse mentre guidavamo verso Corleone. Da oggi in poi tutto quello che faremo avrà un doppio scopo. Da una parte serviremo questi signori, dall’altra raccoglieremo prove per il giorno in cui decideranno di tradirci. E se quel giorno non arriva mai, arriverà salvo. Prima o poi arriva sempre.

 E quando arriverà noi dobbiamo essere pronti. Nei mesi che seguirono, la Sicilia divenne il teatro di una guerra che non era nostra. Ogni settimana arrivavano ordini precisi. Eliminare questo magistrato, intimidire quel giornalista, far saltare quella macchina. E ogni volta i media parlavano della strategia del terrore di Totorri Ina. Ma io vedevo altro.

 Vedevo come ogni omicidio servisse a eliminare persone che stavano indagando troppo a fondo. Vedevo come ogni attentato servisse a spaventare testimoni scomodi e vedevo soprattutto come Totò lentamente stesse perdendo il controllo della situazione. “Non possiamo più fermarci”, mi confessò una sera mentre stavamo nascosti in un bunker nelle campagne di Bagheria.

 Loro hanno creato un mostro e adesso pretendono che questo mostro continui a divorare tutto quello che incontrano. E noi cosa facciamo? Noi facciamo quello che ci hanno insegnato fin da bambini. Sopravviviamo. Ma la sopravvivenza in quel mondo significava sprofondare sempre di più nell’orrore. E io che avevo pensato di essere diventato potente mi resi conto di essere solo un burattino nelle mani di burattinai che non avrei mai potuto vedere in faccia.

Il vero incubo però doveva ancora iniziare. L’estate del 1992 fu l’estate in cui tutto precipitò. Falcone e Borsellino erano morti, l’Italia intera gridava vendetta e noi eravamo diventati i nemici pubblici numero uno. Ma quello che la gente non sapeva è che quegli omicidi non li avevamo ordinati noi. Erano stati ordinati da molto più in alto.

 Ricordo perfettamente la sera del 19 luglio. Ero con Totò in una casa sicura di Altofonte quando arrivò la notizia dell’attentato a Borsellino. Totò non disse niente per 10 minuti, restò lì seduto davanti alla televisione a guardare le immagini di via D’Amelio che bruciava. Salvo disse alla fine, hanno appena firmato la nostra condanna a morte.

 Come Don Totò Borsellino stava per parlare, aveva capito tutto e loro lo hanno fatto fuori usando il nostro nome. Quella notte Totò mi fece vedere dei documenti che teneva nascosti in una cassaforte blindata. Erano registrazioni audio, fotografie, appunti scritti a mano, prove che dimostravano come gli ordini per eliminare Falcone e Borsellino fossero arrivati da Roma passando per canali che con la cosa nostra tradizionale non avevano niente a che fare.

 “Guarda qua”, mi disse mostrandomi una foto sfocata. “Questo è l’americano che abbiamo incontrato a Villa Igea, solo che qui è seduto al tavolo con il capo del controspionaggio italiano.” “Madonna santissima!”. E questo continuò. è il deputato di Sì. Ma guarda con chi sta parlando. Nella seconda foto il deputato stava stringendo la mano a un uomo che riconobbi immediatamente.

 Era uno dei capi della P2. Don Totò, ma questo significa che significa che noi siamo solo la faccia sporca di un sistema che arriva fino ai servizi segreti, al Vaticano, alla NATO. E adesso che hanno fatto quello che dovevano fare ci butteranno ai cani. Non si sbagliava. Nelle settimane che seguirono iniziò una caccia all’uomo che non aveva precedenti nella storia italiana, ma era una caccia truccata.

 Ogni volta che stavamo per essere catturati misteriosamente riuscivamo a scappare. Ogni volta che le forze dell’ordine si avvicinavano, qualcuno ci avvertiva in tempo. “Ci stanno tenendo in vita” mi spiegò Totò durante una delle nostre fughe notturne. “Perché finché noi esistiamo la gente ha un nemico da odiare e finché la gente odia noi non si chiede chi c’è veramente dietro.

 Ma il gioco durò solo fino al gennaio del 1993. Una mattina, mentre ci stavamo spostando da un nascondiglio all’altro, Totò ricevette una telefonata che lo fece impallidire. Salvo! Mi disse chiudendo il telefono. È finita, mi consegno. Come sarebbe a dire? Hanno la mia famiglia, mia moglie, i miei figli. Se non mi consegno entro stasera li ammazzeranno tutti. Capi che non era un bluff.

 In tutti quegli anni avevo visto Totò affrontare qualsiasi pericolo senza battere ciglio, ma quando si trattava della sua famiglia diventava un uomo normale, con paure normali. E io cosa faccio? Tu scappi, vai lontano e quando sarà il momento giusto racconti la verità. Quale verità, don Totò? Che Totò Rina non è mai stato il capo dei capi.

 È stato solo il capro espiatorio perfetto per nascondere i veri responsabili della strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia per 20 anni. Quella sera Totò si consegnò ai carabinieri, ma prima mi diede una valigetta piena di documenti, registrazioni e fotografie. “Tieni tutto al sicuro”, mi disse.

 “Un giorno servirà a ristabilire la verità”. Io scappai, andai in Sud America, poi in Africa, poi in Australia. Per 20 anni ho vissuto con documenti falsi, sempre guardandomi alle spalle, sempre aspettando che qualcuno venisse a cercarmi. E nel frattempo i media costruivano la leggenda del mostro Riina. Ogni processo, ogni testimonianza, ogni libro contribuiva a rafforzare l’immagine dell’uomo che aveva terrorizzato l’Italia.

 Ma nessuno si chiedeva come fosse possibile che un contadino di Corleone fosse riuscito a orchestrare operazioni così complesse con ramificazioni internazionali e coperture politiche ai più alti livelli. La risposta era semplice, non era stato lui. Lui era stato solo la faccia che dovevano mostrare al pubblico. E io, dopo 40 anni di silenzio, sono qui a raccontarvelo.

 Sono tornato in Sicilia 6 mesi fa, non per nostalgia, non per pentimento, ma perché ho saputo che anche gli ultimi testimoni della vera storia stanno morendo e quando saranno tutti morti la versione ufficiale diventerà l’unica verità rimasta. Totori è morto nel 2017 dopo aver passato 24 anni in carcere. 24 anni durante i quali ha mantenuto il silenzio, proteggendo fino alla fine i veri mandanti delle stragi che hanno insanguinato l’Italia.

Perché? perché sapeva che se avesse parlato la sua famiglia avrebbe pagato il prezzo più alto, ma ora la sua famiglia non c’è più e io che sono l’ultimo testimone vivente di quella storia, posso finalmente raccontare quello che ho visto. I documenti che Totò mi diede quella sera del 1993 li ho tenuti nascosti per 30 anni.

 Li ho seppelliti in posti che solo io conosco, li ho fotografati e nascosti in cassette di sicurezza sparse in tre continenti e oggi, per la prima volta sono pronto a mostrarli al mondo. Il primo documento è una registrazione audio del 15 maggio 1992, 4 giorni prima della strage di Capaci. In questa registrazione si sente chiaramente la voce dell’americano che abbiamo incontrato a Villa Igea, mentre dà istruzioni precise su come organizzare l’attentato.

 E si sente anche lui dire: “Quando sarà tutto finito Riina si prenderà la colpa di tutto”. Il secondo documento è una fotografia scattata il 10 luglio 1992, 9 giorni prima dell’attentato a Borsellino. Nella foto si vedono il deputato DC, un generale dei carabinieri e un uomo che all’epoca era considerato uno dei massimi esperti di esplosivi del controspionaggio italiano.

 Stanno esaminando una mappa di Palermo e sulla mappa c’è un cerchio rosso su via D’Amelio. Il terzo documento è un assegno di 5 SC miliardi di lire emesso da una banca svizzera e intestato a un conto corrente che risulta collegato a una società di facciata gestita dalla Loggia P2. L’assegno è datato 25 luglio 1992, 6 giorni dopo l’omicidio di Borsellino.

 Ma il documento più importante è una lettera scritta a mano da Totò Riina nel 1995, 2 anni dopo il suo arresto. In questa lettera che non è mai stata consegnata a nessuno perché intercettata dai suoi carcerieri, Totò scriveva: “Io ho accettato di fare la parte del mostro per proteggere la mia famiglia, ma un giorno la verità uscirà fuori e quel giorno l’Italia capirà che i veri mostri non stavano a Corleone, stavano a Roma, a Milano, a Washington.

Perché sto raccontando tutto questo adesso? Perché in questi 40 anni ho visto morire tutti i veri responsabili di quelle stragi, uno dopo l’altro. L’americano è morto di infarto nel 2003. Il deputato Diz è morto in un incidente stradale nel 2008. L’europeo è sparito nel nulla nel 2011. Tutti morti, tutti con i loro segreti, ma i loro successori sono ancora lì.

 Cambiano nome, cambiano faccia, cambiano strategia, ma il sistema rimane lo stesso. E finché la gente continuerà a credere che la mafia sia solo un fenomeno siciliano, finché continuerà a pensare che Totoriina fosse davvero il capo dei capi, i veri burattinai potranno continuare a tirare i fili nell’ombra. Io non sono un pentito, non chiedo sconti di pena, non cerco protezione, non voglio clemenza.

Ho 72 anni, ho vissuto abbastanza e non ho paura di morire, ma ho paura che la verità muoia con me. Per questo ho deciso di depositare tutti i documenti presso tre giornalisti investigativi di tre paesi diversi. Se mi succede qualcosa, loro hanno l’ordine di pubblicare tutto e se non mi succede niente, pubblicherò tutto io stesso entro 6 mesi.

 La Sicilia che ho conosciuto io non era solo l’isola della mafia, era il laboratorio dove potenti internazionali sperimentavano strategie di controllo sociale che poi esportavano in tutto il mondo. Le bombe di Palermo non erano solo vendette tra cosche, erano messaggi mandati a chiunque osasse indagare troppo a fondo sui legami tra criminalità organizzata, servizi segreti e poteri economici.

 Totò Rina non è stato il boss dei boss, è stato il più grande capro espiatorio della storia italiana, un uomo che ha accettato di passare alla storia come un mostro pur di proteggere la sua famiglia e nascondere verità che avrebbero fatto crollare governi interi. E io che sono stato il suo braccio destro per 15 anni, sono qui a dirvi che tutto quello che credete di sapere sulla Cosa Nostra è una bugia costruita a tavolino.

 La verità, quella vera, fa molto più paura di qualsiasi leggenda. Ma la storia non finisce con la morte di Totò, anzi è proprio dopo la sua morte che ho capito quanto in profondità affondassero le radici di questo sistema. Nell’autunno del 2017, pochi mesi dopo che Totò aveva chiuso gli occhi per sempre nel carcere di Parma, ricevetti una telefonata che non mi aspettavo.

 Ero in una piccola pensione di Buenos Aires, dove vivevo da 5 anni con il nome di Carlos Mendoza. Facevo il tassista, una vita normale, anonima, ma quella mattina di novembre il telefono della reception suonò per me. Salvatore Benedetto disse una voce che non riconoscevo, ma che parlava con un accento siciliano pulito, educato.

Qui non c’è nessun salvatore, si è sbagliato. No, non mi sono sbagliato. Sono il figlio di un uomo che lei conosceva molto bene. Devo parlarle. È questione di vita o di morte? Mi gelò il sangue. Dopo 24 anni di silenzio. Qualcuno mi aveva trovato e non poteva essere una coincidenza che fosse successo proprio dopo la morte di Totò.

Chi è suo padre? Giuseppe Marchese. Lei lo chiamava Pino Udutturi. Pino il dottore. Cristo santo. Certo che lo ricordavo. Era stato il medico di famiglia di Totò, quello che curava le ferite da arma da fuoco senza fare domande, quello che falsificava certificati medici quando serviva, ma soprattutto era uno dei pochi che conosceva tutti i nascondigli, tutti i segreti, tutte le verità scomode.

 Suo padre è morto da 10 anni dissi. Sì, ma prima di morire mi ha lasciato qualcosa, qualcosa che riguarda lei e quello che successe veramente negli anni 90. Due settimane dopo, il figlio di Pino, si chiamava Francesco ed era diventato avvocato a Palermo, venne a trovarmi in Argentina.

 Portava con sé una valigia di pelle consumata e l’aria di chi ha vissuto 30 anni con un segreto troppo grande per le proprie spalle. Mio padre mi disse che se fosse morto prima di Riina dovevo aspettare, ma se fosse morto Riina per primo dovevo cercarla e darle questo. Aprì la valigia. Dentro c’erano documenti medici, radiografie, cartelle cliniche, ma non erano normali documenti medici.

 Erano le prove che Totò Rina negli ultimi 10 anni della sua vita era praticamente cieco e affetto da una forma grave di demenza senile. “Capisce cosa significa?” mi chiese Francesco. Capivo fin troppo bene. Significava che tutte le confessioni, tutti gli interrogatori, tutte le rivelazioni che Totò avrebbe dovuto fare negli ultimi anni erano impossibili.

L’uomo che doveva essere il depositario di tutti i segreti della Cosa Nostra era diventato un vegetale. Ma c’è di più, continuò Francesco. Mio padre era presente quando portarono Totò in carcere nel 1993 e mi disse una cosa che non ho mai dimenticato. Quel povero uomo non sa neanche perché l’hanno arrestato.

 Come sarebbe a dire? Francesco tirò fuori un’altra cartella. Dentro c’erano le analisi del sangue di Totò del gennaio 1993, il mese del suo arresto. Le analisi mostravano livelli altissimi di benzzo di azepine e altri psicofarmaci. Per anni lo hanno tenuto drogato mi spiegò. Non era lucido, non era in grado di intendere e volere.

 E quando finalmente smisero di drogarlo, era troppo tardi. Il cervello era già compromesso. In quel momento capi l’ultimo terribile tassello del puzzle. Totò Rina non era solo stato il capro espiatorio della strategia della tensione, era stato anche il perfetto prigioniero, abbastanza famoso per giustificare la cattura, abbastanza malato per non poter mai raccontare la verità.

Saviano racconta Totò Riina, il capo dei capi che scelse il terrore e finì per affossare Cosa nostra - la Repubblica

 Francesco! Gli dissi, “tuo padre ha tenuto queste prove per 20 anni, perché non le ha mai date a nessuno? Perché aveva paura, ma soprattutto perché sperava che lei un giorno sarebbe tornato a raccontare la verità. Quella notte non riusci a dormire. Camminai per ore lungo il Rio della Plata, ripensando a tutti gli anni che avevo passato in fuga, credendo di essere un latitante.

In realtà ero solo un testimone scomodo che avevano lasciato vivo perché tanto nessuno mi avrebbe mai creduto. Ma adesso avevo le prove e avevo anche capito che il sistema che aveva creato il mito di Totori era ancora attivo, ancora operativo, ancora pericoloso. Due giorni dopo Francesco ripartì per l’Italia, ma prima di andarsene mi disse una cosa che mi fece venire i brividi.

Salvatore, lei sa che anche in Argentina la stanno cercando? Chi mi sta cercando? Non lo so, ma so che tre mesi fa un uomo con accento romano ha fatto domande su di lei in tutti gli hotel di Buenos Aires. Ha mostrato una foto recente, molto recente. Capi che il tempo stava scadendo.

 Se davvero qualcuno mi stava cercando, significava che avevano deciso che era arrivato il momento di chiudere anche l’ultimo capitolo di quella storia. Quella stessa sera prenotai un volo per l’Europa, non per l’Italia, troppo pericoloso, per la Svizzera, perché avevo deciso che era arrivato il momento di recuperare tutti i documenti che avevo nascosto in questi anni e soprattutto era arrivato il momento di raccontare anche l’ultima verità, quella che riguardava il presente, perché quello che avevo scoperto grazie ai documenti del dottor Marchese era che il

sistema non era morto con Totò, si era solo evoluto e le nuove vittime designate erano già state scelte. Zurigo, marzo 2018. La cassetta di sicurezza numero 247 della banca cantonale conteneva tutto quello che avevo accumulato in 40 anni di silenzio. documenti, fotografie, registrazioni, audio, persino alcuni filmati che avevo girato di nascosto durante le riunioni più importanti, ma soprattutto conteneva l’ultimo regalo che Totomi aveva fatto prima della sua cattura, un elenco di nomi, non nomi di mafiosi, nomi di

persone che sarebbero dovute morire nei 20 anni successivi. E controllando quell’elenco con le cronache degli ultimi decenni, scoprì con orrore che si erano avverate tutte, ma proprio tutte le previsioni. Magistrati morti in incidenti stradali, giornalisti suicidati, politici stroncati da infarti improvvisi, imprenditori scomparsi nel nulla, tutto pianificato, tutto previsto, tutto eseguito con la precisione di un orologio svizzero.

 Ma la cosa più agghiacciante era l’ultima pagina dell’elenco. C’erano tre nomi con accanto una data 2024-2025 e uno di quei nomi era il mio. Capi che dovevo fare in fretta. Tornai in Italia non per nostalgia, ma per una missione precisa. scoprire chi erano i miei compagni di viaggio verso la morte e soprattutto perché avevano deciso che era arrivato il nostro momento.

 Il primo nome era quello di un ex colonnello dei carabinieri in pensione, Antonino Scalisi. Lo trovai in una casa di riposo di Messina, ridotto pelle e ossa da un cancro che se lo stava portando via lentamente, ma la mente era ancora lucida e quando gli mostrai l’elenco, i suoi occhi si illuminarono di un terrore che non riuscì a nascondere.

 Madonna benedetta, sussurrò. Dopo tutti questi anni se lo sono ricordati. Ricordato di cosa, colonnello? Del rapporto. Il rapporto che scrissi nel 1994 sui veri mandanti delle stragi. Il rapporto che doveva rimanere segreto per 50 anni. E invece e invece qualcuno l’ha fatto sparire dagli archivi, ma io ne avevo tenuta una copia.

 E quella copia, quella copia di tutto quello che tu hai sempre sostenuto. Scalisi mi portò nella sua stanza e da un doppio fondo di un cassetto tirò fuori un fascicolo ingiallito. Era il rapporto più dettagliato che avessi mai visto sui collegamenti tra la Cosa Nostra e i servizi segreti internazionali. Nomi, date, luoghi, conti correnti, tutto.

Perché non l’ha mai pubblicato? Gli chiesi. Perché appena finì di scriverlo mi convocarono a Roma. Mi dissero che se quel rapporto fosse mai venuto alla luce, la mia famiglia avrebbe pagato le conseguenze e io ci credetti. E adesso? Adesso la mia famiglia non c’è più e io sto morendo, quindi che mi facciano quello che vogliono.

 Il secondo nome era quello di una donna, Maria Antonietta Corsaro, ex segretaria di un magistrato ucciso nel 1985. La trovai in un convento di suore di clausura vicino a Agrigento. Si era fatta monaca dopo aver visto ammazzare il suo datore di lavoro, ma prima di prendere i voti aveva nascosto tutti i documenti su cui stava lavorando il magistrate.

 Sorella le dissi durante un colloquio che riuscì a ottenere fingendomi un parente. Io so chi ha ucciso il dottor Livatino e so che anche lei lo sa. La monaca mi guardò con occhi che avevano visto troppo orrore per una vita sola. Chi è lei? Sono Salvatore Benedetto e ho passato 40 anni della mia vita a tenere nascosta la stessa verità che nasconde lei.

 Suor Maria Antonietta pianse per 10 minuti senza dire una parola, poi mi portò nella biblioteca del convento e da un buco nel posino Zodiosa. Muro tirò fuori un’altra valigia piena di documenti. Il dottore aveva scoperto tutto mi disse. I collegamenti con l’estero, i finanziamenti, i coperture politiche. Aveva anche capito che stavano preparando qualcosa di grosso, molto grosso. Cosa? Le stragi del 92.

 Lui le aveva previste con 2 anni di anticipo e aveva anche capito chi le avrebbe ordinate e chi se ne sarebbe preso la colpa. I documenti di Suor Maria Antonietta erano il tassello mancante del puzzle. Dimostravano che la strategia della tensione non era stata un’improvvisazione, ma un piano decennale studiato nei minimi dettagli da una cabina di regia internazionale.

Ma il bello doveva ancora arrivare, perché quando tornai a Palermo per mettere insieme tutti i pezzi della storia scoprì che qualcuno mi stava aspettando. Era un uomo di circa 50 anni, elegante, ben vestito, con l’aria dell’americano educato ma pericoloso. Lo stesso tipo di uomo che avevo incontrato 30 anni prima a Villa Igea.

 Signor Benedetto”, mi disse avvicinandosi alla mia macchina mentre uscivo da un ristorante di Mondello. “Finalmente ci siamo trovati”. Chi è lei? Sono il figlio dell’uomo che lei chiamava l’americano e come mio padre rappresento certi interessi che preferiscono rimanere nell’ombra. Cosa vuole da me? Voglio proporle un accordo.

 Lei smette di raccontare storie del passato e noi le garantiamo una vecchiaia serena. E se rifiuto? L’uomo sorrise con lo stesso sorriso agghiacciante che ricordavo dal padre. Se rifiuta, lei finirà come tutti i nomi che erano su quella lista e la sua verità morirà con lei. Ma io non avevo più paura.

 Avevo 72 anni, avevo vissuto 40 anni nella paura e non avevo più niente da perdere. Sa una cosa? gli dissi, “Io questa verità l’ho già raccontata, l’ho scritta, l’ho registrata, l’ho affidata a persone che non conosce e se mi succede qualcosa tutto viene fuori automaticamente.” L’uomo non si scompose. Ne siamo consapevoli per questo le stiamo facendo questa proposta.

 Quale proposta? Lei diventa il nuovo Totò Riina, il nuovo mostro perfetto. Confessa tutti i delitti irrisolti degli ultimi 40 anni, si prende la colpa di tutto e in cambio la sua famiglia, sì, sappiamo che ha un nipote in Australia, rimane al sicuro. In quel momento capì che il cerchio si stava chiudendo.

 Il sistema aveva sempre bisogno di un capro espiatorio, di un mostro da mostrare al pubblico. Totò era morto e adesso toccava a me prendere il suo posto. E se accetto? Se accetta diventa l’ultimo grande pentito della storia della mafia. Racconta una versione edulcorata della verità, si prende la colpa delle cose sbagliate e muore da eroe.

 La sua storia diventa un film di Hollywood e se non accetto? Se non accetta muore da traditore e la sua verità viene seppellita insieme a lei. Quella sera nella mia stanza d’albergo, presi la decisione più importante della mia vita. Non sarei diventato il nuovo Totò Rina. Non avrei fatto la fine del capro espiatorio perfetto.

 Avrei raccontato tutto, proprio tutto, anche se questo significava morire. E così il giorno dopo andai dal notaio e rilasciai questa confessione completa. Tutti i nomi, tutte le date, tutte le prove. La verità nuda e cruda, senza sconti per nessuno. Perché dopo 40 anni di silenzio era arrivato il momento che la Sicilia, l’Italia e il mondo intero sapessero chi erano i veri mostri.

 E quei mostri non stavano a Corleone, stavano molto molto più in alto.

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