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Derisero il suo ‘SCADENTE’ mortaio — Finché non annientò 80 soldati britannici in 5 ore

Sicilia, 12 luglio 1943, ore 04:37. Nel buio della collina di Monte Soprano il sergente Vincenzo Marletta osservava il suo mortaio modello 35 da 8 milmi, un’arma che i suoi superiori chiamavano antiquata, inefficace, uno scherzo. Gli ufficiali britannici l’avevano persino fotografato durante una ricognizione, annotando nei loro rapporti armamento obsoleto, minaccia trascurabile.

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Quella notte, mentre 80 soldati britannici della 51a divisione Highland avanzavano lungo il pendio, convinti della loro superiorità, Vincenzo controllò ancora una volta le sue coordinate. Nessuno sapeva che in 5 ore quello scadente mortaio avrebbe trasformato quella collina in un cimitero. 12 luglio 1943, ore 03:15, Monte Soprano, Sicilia sud orientale.

L’aria sapeva di sale marino e polvere vulcanica. La temperatura era scesa a 18°, insolita per l’estate siciliana, e il vento portava il suono distante dei bombardamenti navali alleati sulla costa. Il sergente Vincenzo Marletta, 34 anni, originario di Catania, era appostato con la sua squadra di quattro uomini in una postazione scavata nella roccia calcarea del Monte Soprano, un’altura di 187 m che dominava la strada principale per Gela.

 La situazione strategica era disperata. Lo sbarco alleato in Sicilia, iniziato all’alba del 10 luglio, aveva già travolto le difese costiere italiane. 40.000 soldati britannici e americani erano sbarcati su un fronte di 150 km, supportati da 3000 navi e 4.000 aerei. Le divisioni italiane della sesta armata, composte principalmente da coscritti male equipaggiati e demotivati, si erano dissolte in meno di 48 ore.

 I dati dello Stato Maggiore erano brutali. Il 68% delle postazioni costiere italiane era stato sopraffatto senza combattere. 14.000 soldati italiani si erano arresi il primo giorno e le perdite ammontavano già a 2400 morti e dispersi. Vincenzo Marletta non era un soldato convenzionale. Cresciuto alle pendici dell’Etna, dove suo padre gestiva una cava di pietra lavica, aveva imparato fin da bambino a calcolare traiettorie, angoli e distanze, competenze essenziali per far esplodere roccia senza danneggiare le strutture circostanti. richiamato alle armi nel

1940, era stato assegnato al 200o reggimento costiero come specialista d’artiglieria, ma la sua esperienza pratica gli aveva guadagnato rispetto tra i soldati, non tra gli ufficiali. Il capitano Renato Fabbri, 41 anni, romano di famiglia aristocratica, aveva liquidato più volte le sue richieste di munizioni aggiuntive con commenti sprezzanti: “Marletta, il tuo mortaio è uno scherzo della Grande Guerra.

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Risparmia le munizioni per quando serviranno davvero.” Il mortaio modello 35 da 81 mirimi era effettivamente un’arma anacronistica nel 1943. Progettato nel 1935, pesava 59,5 kg completo di piastra base e bipode. Poteva sparare granate da 3,2 kg fino a 4 i 400 m di distanza con una cadenza teorica di 18 colpi al minuto.

 Ma la produzione industriale italiana era caotica, le granate erano spesso difettose. I tubi usurati producevano dispersioni di 40-60 m anche a distanze moderate e le tavole di tiro erano obsolete. Gli inglesi lo conoscevano bene, ne avevano catturati dozzine in Libia e nei loro manuali di intelligence il modello 35 era classificato come arma di supporto di terza categoria, efficacia limitata contro truppe protette.

 Ma Vincenzo aveva studiato ogni millimetro della sua arma. Nei sei mesi trascorsi sul Monte Soprano, mentre gli ufficiali si ubriacavano a Gela e i soldati disertavano verso i villaggi interni, lui aveva trasformato la sua postazione in un osservatorio scientifico. Aveva mappato ogni avvallamento, ogni curva della strada sottostante, ogni punto di passaggio obbligato.

 Aveva registrato in un quaderno 218 rilevamenti di vento, temperatura e umidità. correlando questi dati con le traiettorie osservate durante le esercitazioni, aveva smontato e pulito il mortaio 12 volte, riducendo l’usura della canna e migliorando la stabilità della piastra base con pietre vulcaniche sagomate a mano.

 aveva selezionato personalmente 147 granate da una partita di 800, scartando quelle confetti visibili nelle alette stabilizzatrici o nelle spolette. I suoi uomini erano altrettanto atipici. Il caporale Giuseppe Torrisi, 28 anni, pescatore di a Trezza, possedeva una vista straordinaria che gli permetteva di stimare distanze con precisione quasi sovrumana.

 Un talento sviluppato localizzando banchi di tonni a chilometri di distanza. Il soldato Franco Vitale, 22 anni, studente di ingegneria a Palermo prima della guerra, calcolava traiettorie balistiche con carta e matita più velocemente di quanto i tedeschi facessero con i loro costosi telemetri. Il soldato Antonio Giufrida, 31 anni meccanico ferroviario di Siracusa, aveva modificato il meccanismo di alzo del mortaio per permettere regolazioni più rapide e precise.

 Il soldato Pietro Conti, 24 anni, contadino di Calta Girone, possedeva mani così stabili che poteva caricare le granate nel tubo senza mai sbagliare l’orientamento, anche al buio. Il dilema strategico divenne incontestabile la notte dell’11 luglio. Un’unità di ricognizione britannica della 51a divisione Highland aveva esplorato il Monte soprano fotografando le posizioni italiane da una distanza di 800 m.

Vincenzo aveva osservato tutto attraverso il suo binocolo. Gli ufficiali scozzesi che ridevano indicando il suo mortaio, il fotografo che scattava immagini dettagliate della postazione, l’annotazione sul tacuino dell’ufficiale, aveva letto le labbra e riconosciuto parole come obsolete e harmless.

 Il rapporto di intelligence britannico classificava la collina come ostacolo minore difeso da armamento antiquato, stimata resistenza, 23 ore. Ma Vincenzo sapeva qualcosa che gli inglesi ignoravano. La strada per Gela, obiettivo strategico cruciale per collegare le teste di ponte americana e britannica, passava necessariamente attraverso una gola stretta 1200 m a nord-ovest della sua posizione, larga solo 40 m, fiancheggiata da pareti rocciose di 15 m d’altezza.

 Quella gola era un imbuto perfetto. Le sue 147 granate selezionate, se usate con precisione chirurgica in quella strettoia, potevano trasformarsi da armamento obsoleto in una trappola mortale. I calcoli di Franco Vitale erano stati verificati sei volte. 147 granate, cadenza di 12 colpi al minuto, più lenta della teoria, ma più sostenibile, concentrazione di fuoco su un’area di 40-80 m, micca, densità di 0,046 per m².

 Per fanteria non trincerata, i manuali d’artiglieria indicavano che 0,03 granate per metro quadrato producevano il 60% di perdite. Se gli inglesi entravano in quella gola, matematicamente non ne sarebbero usciti. Il ceticismo del comando italiano era totale. Il capitano Fabbri aveva abbandonato Monte Soprano alle 18:0 dell’11 luglio, dichiarando la posizione indifendibile e ordinando il ripiegamento su Caltagirone.

 Ma Vincenzo aveva risposto: “Signor capitano, con tutto il rispetto la strada passa qui. Se ci ritiriamo, Gela cade in 6 ore”. Pabbri aveva scosso la testa. Marletta, sei un sognatore. Il tuo mortaio non fermerà una compagnia di Highlanders. Ripieghi entro domani all’alba. È un ordine. Poi era salito sulla sua automobile e si era diretto verso l’interno, unendosi alla colonna di veicoli in fuga che intasava le strade.

Vincenzo radunò i suoi uomini nella notte tra l’11 e il 12 luglio. La decisione che dovevano prendere era esistenziale. Obbedire all’ordine di ritirata e garantire la propria sopravvivenza oppure rimanere su quella collina abbandonata con quattro fucili. 147 granate e un mortaio scadente per tentare l’impossibile.

 Giuseppe Torrisi parlò per primo. Sergente, io rimango. Ho visto come gli inglesi guardavano la nostra posizione, ci disprezzano. Credo che possiamo fargli pagare, caro, il disprezzo. Franco Vitale aggiunse: “I calcoli sono giusti, se entrano nella gola possiamo colpirli”. Antonio Giuffrida disse semplicemente: “Ho modificato l’alzo per questo momento, sarebbe uno spreco non usarlo”.

 Pietro Conti concluse: “Mia madre mi ha sempre detto: “Quando un uomo ti manca di rispetto, rispondi con i fatti”. Alle 03:15 del 12 luglio, mentre le colonne britanniche si preparavano all’attacco finale, Vincenzo Marletta caricò la prima granata nel mortaio modello 35. Non avevano comunicazioni radio, nessun supporto d’artiglieria, nessuna possibilità di ritirata se le cose fossero andate male, ma avevano qualcosa che gli inglesi non possedevano, la comprensione perfetta di quel terreno, la determinazione di uomini che non avevano più nulla da

perdere e la volontà di dimostrare che un’arma scadente nelle mani giuste poteva cambiare il corso di una battaglia. La decisione era presa. La storia stava per giudicare se la loro scelta fosse eroismo o follia. 12 luglio 1943, ore 042, postazione mortaio monte soprano. Il primo bagliore dell’alba tingeva di grigio le colline siciliane quando Giuseppe Torrisi sussurrò: “Sergente, movimento a nord, colonna in avvicinamento, stimo 150-2 uomini”. Distanza 2800 m.

 Vincenzo Marletta sollevò il binocolo e vide la lunga fila di soldati britannici che avanzava lungo la strada polverosa. Le sagome caratteristiche degli Island Light Infantry, riconoscibili dai copricapi Tam o Shanter anche nella penombra, si muovevano con la sicurezza di chi ha già vinto, senza esploratori avanzati, senza formazione tattica dispersa.

 Perché preoccuparsi? I rapporti di intelligence avevano classificato Monte Soprano come minaccia trascurabile. Le condizioni operative erano brutalmente precise. La temperatura era salita a 22°, umidità al 61%, vento di 8 km da sudest. Franco Vitale aveva già regolato le tavole di tiro tenendo conto di questi parametri. Il mortaio era posizionato a 187 m sul livello del mare.

 La gola obiettivo si trovava a 94 m, un dislivello di 93 m che Franco aveva incorporato nei calcoli di traiettoria. La distanza orizzontale era esattamente 1 187 m secondo i rilevamenti topografici che Vincenzo aveva effettuato con un goniometro improvvisato. L’angolo di elevazione ottimale calcolato da Franco era 43°1. Le risorse erano limitate in modo angosciante.

 147 granate da 3,2 kg disposte in file ordinate sulla roccia, ispezionate una per una alla luce di una candela protetta dal vento. In quattro fucili carcano modello 91 con 240 colpi totali inutili contro un’intera compagnia, ma sufficienti per difesa ravvicinata. Tre borracce d’acqua, mezza pagnotta di pane duro e un pezzo di formaggio pecorino che Pietro aveva conservato per l’occasione.

 Nessuna radio per chiamare rinforzi, nessun piano di evacuazione, nessuna possibilità di aiuto se il mortaio si fosse inceppato o se gli inglesi avessero localizzato la posizione e risposto con artiglieria pesante. La pressione del tempo era opprimente. Il sole sarebbe sorto completamente alle 05:47. Con la luce piena la loro postazione sarebbe stata visibile e vulnerabile.

Gli inglesi disponevano di mortai da 3 pollici con gittata superiore e mortai pesanti da 4,2 pollici, capaci di radere al suolo la posizione in minuti. L’intera operazione doveva svolgersi nella finestra di penombra. Abbastanza luce per osservare i colpi, ma abbastanza buio per rimanere nascosti. Francot aveva calcolato che avevano 90 minuti, forse 120 se fossero stati fortunati.

 La tensione fisica era palpabile. Vincenzo sentiva il cuore martellargli nel petto. 78 battiti al minuto, troppo veloci per il controllo respiratorio necessario per dare ordini precisi. Antonio Giuffrida aveva le mani che trema leggermente mentre posizionava le granate in sequenza, numerandole mentalmente per evitare di caricare involontariamente quelle difettose che aveva separato.

 Giuseppe Torrisi, il cui ruolo era osservare i colpi e trasmettere correzioni, aveva gli occhi che bruciavano per la mancanza di sonno. Era sveglio da 36 ore, ma la sua concentrazione era assoluta. Pietro Conti recitava sottovoce: “L’Ave Maria!”, le labbra che si muovevano meccanicamente, mentre le sue mani preparavano le granate. Ore:8.

La colonna britannica aveva raggiunto il punto di ingresso della gola. Vincenzo osservò attraverso il binocolo. Gli ufficiali consultavano mappe, i soldati accendevano sigarette, qualcuno rideva, probabilmente raccontando barzellette sull’incompetenza italiana. Il comandante della colonna, un maggiore con i baffi rossicci.

 Vincenzo avrebbe saputo solo dopo che si trattava del maggiore Dunkan Mcoud, 39 anni, veterano della campagna africana, fece un gesto con la mano e la colonna iniziò ad entrare nella gola. Primo plotone, secondo plotone, terzo plotone, una fila indiana che si allungava come un serpente nella strettoia. Giuseppe sussurrò: “60 uomini dentro, 70 80.

Vincenzo aspettò. La disciplina del fuoco d’artiglieria richiedeva pazienza. Lasciare che il maggior numero di nemici entrasse nella zona di morte prima di aprire il fuoco. 90 100 120. Il cuore di Vincenzo sembrava voler esplodere. 140 150. Sergente, la testa della colonna sta uscendo dall’altra parte.

 Altri 30 secondi e saranno troppo dispersi. Fuoco! Vincenzo diede l’ordine che avrebbe cambiato tutto. Antonio Giuffrida calibrò l’alzo a 43° e 12 minuti con gesto meccanico, praticato 1000 volte. Pietro Conti afferrò la prima granata, verificò l’orientamento delle alette e la lasciò cadere nel tubo con movimento fluido.

 Il mortaio emise il suo caratteristico tump sordo. Un suono quasi ridicolo pensò per un istante Vincenzo, per un’arma che stava per uccidere decine di uomini. 6 secondi di volo. Giuseppe teneva gli occhi incollati alla gola. L’esplosione arrivò con un lampo arancione, 15 m davanti alla testa della colonna, frammentazione che lacerò l’aria.

 “150 m corta”, gridò Giuseppe. Franco consultò freneticamente le sue tabelle. Alzo 44° e 38 minuti. Antonio regolò, Pietro caricò. Tump! 6 secondi. Esplosione, questa volta 10 m dietro la coda della colonna, lunga di 200. Alzo 43° e 52. Tump 6 secondi. La terza granata esplose nel centro esatto della gola. Giuseppe vide chiaramente cinque uomini scaraventati in aria dalla deflagrazione, altri sei che crollavano colpiti dalle schegge.

 Centro, centro, mantieni alzo. Vincenzo sentì adrenalina e terrore mescolarsi. Aveva funzionato. Il calcolo perfetto di Franco aveva funzionato. Fuoco rapido, Pietro, cadenza massima. Il mortaio iniziò a parlare con voce meccanica e spietata. Tump! 6 secondi, esplosione. Tump 6 secondi esplosione. Antonio e Pietro entrarono in un ritmo ipnotico.

 Regola carica spara. Regola carica spara. 12 colpi al minuto, esattamente come Franco aveva previsto. Giuseppe osservava attraverso il binocolo. La sua voce diventava sempre più concitata: “Centro, centro, sinistra 5 m, centro centro”. Le sue correzioni permettevano a Franco di aggiustare microscopicamente l’alzo, spostando il punto di impatto di pochi metri per coprire l’intera larghezza della gola. Nella gola era l’inferno.

 I soldati britannici addestrati per battaglie aperte nel deserto libico, non avevano copertura. Le pareti rocciose impedivano dispersione laterale. Avanzare significava entrare in zone già battute. Indietreggiare significava lasciare feriti esposti. Il maggiore Mcloud tentò di organizzare una risposta.

 Vincenzo lo vide attraverso il binocolo, distinguibile dal bastone da ufficiale, urlare ordini e indicare direzioni. Ma dove? La postazione del mortaio era invisibile, nascosta tra le rocce a oltre un chilometro di distanza, il fumo dei colpi disperso dal vento. Dopo 10 minuti di fuoco continuo, Vincenzo aveva sparato 120 granate. La matematica brutale dei manuali d’artiglieria si stava realizzando con precisione orribile, un’area di 4080 m, 3200 m², bombardata con 120 granate da 3,2 kg ciascuna.

 Ogni granata produceva circa 1200 schegge letali in un raggio di 10 m. La sovrapposizione delle zone di frammentazione creava uno spazio dove la sopravvivenza era statisticamente impossibile. Giuseppe vide soldati britannici che tentavano di arrampicarsi sulle pareti rocciose. Alcuni riuscivano a salire 3 4 m prima che una granata esplodesse e li facesse precipitare.

Vide un gruppo di 15 uomini che cercava di correre verso l’uscita nord della gola. Una granata perfettamente centrata li raggiunse prima che coprissero 30 metri. Vide il maggiore Mcoud che trascinava un ferito verso un masso cercando disperatamente riparo. L’ultima immagine fu il maggiore che guardava verso Monte soprano.

 Gli occhi spalancati nella comprensione tardiva di essere caduto in una trappola perfetta. Ore 05:47. Il sole era completamente sorto. Quando Vincenzo sparò la 147ª granata. Il mortaio si era surriscaldato, la canna emanava vapore quando Pietro vi versava acqua per raffreddarlo. Le mani di Antonio sanguinavano, la pelle delle dita lacerata dalla frizione ripetuta sul meccanismo di alzo.

 Le labbra di Giuseppe erano screpolate. Aveva gridato correzioni per 49 minuti senza interruzione, la gola riarsa e dolorante. Pietro aveva bruciature superficiali sulle braccia, dove le granate calde lo avevano sfiorato. Il silenzio che seguì l’ultima esplosione fu surreale. Nessun movimento nella gola, nessun grido, solo fumo che si alzava lentamente e il crepitio distante di qualcosa che bruciava, probabilmente uno zaino o un uniforme.

 Franco Vitale, con voce tremante disse: “Abbiamo sparato 147 granate in 49 minuti, cadenza effettiva 12 colpi al minuto, dispersione media 8 m. È andato esattamente come nei calcoli. Vincenzo posò il binocolo. Le sue mani trema così violentemente che non riusciva a tenerlo fermo. Aveva appena comandato un’operazione che aveva probabilmente ucciso più di 100 uomini, uomini con nomi, famiglie, speranze, ma erano anche uomini che erano venuti ad invadere la sua terra, che avevano deriso la sua arma, che avevano sottovalutato la sua

capacità di combattere. Prepariamoci a muoverci”, disse con voce Roca. Quando i britannici realizzeranno cosa è successo, questa collina diventerà l’obiettivo prioritario di ogni cannone e aereo nel settore. Ma per ora, per questi 49 minuti impossibili, il mortaio scadente aveva parlato con voce più forte di qualsiasi artiglieria moderna e gli inglesi finalmente avevano imparato a rispettare ciò che avevano disprezzato.

 12 luglio 1943, ore 06:15, quartier generale della 51a divisione Highland, Gela. Il brigadiere James Harrington, 48 anni, comandante della Brigata d’assalto britannica, fissava incredulo il messaggio radio appena ricevuto dal battaglione avanzato. Colonna Mcleud sotto attacco artiglieria intenso, impossibile avanzare, richiedere supporto immediato.

Harrington convocò il maggiore dell’intelligence, Peter Thorbury, mostrandogli la mappa. Cornbery, ieri lei mi ha riferito che Monte Soprano era difeso da armamento antiquato, minaccia trascurabile. Ora ho una compagnia intera bloccata da quello che sembra essere un bombardamento d’artiglieria pesante. Spieghi.

 Thornberry esaminò freneticamente i rapporti di ricognizione. Le fotografie scattate il giorno precedente mostravano chiaramente un mortaio modello 35 italiano, classificato nei manuali britannici come arma di supporto limitata, cadenza 8-10 colpi al minuto, precisione scarsa oltre 1000 m, minaccia di categoria C. Le immagini mostravano cinque uomini, nessun veicolo, nessuna fortificazione pesante.

 Signore, secondo i nostri dati, quella posizione non dovrebbe essere capace di fermare una pattuglia, figuriamoci una compagnia intera. Il secondo messaggio radio arrivò alle 06:22. Situazione critica, fuoco continuo, perdite massicce, colonna intrappolata in gola, maggiore Mcleod caduto, richiedere evacuazione. Harrington sentì il sangue gelare.

 Mcloud era uno dei suoi ufficiali più esperti, veterano di El Alamain, due decorazioni al valor militare. Come poteva essere caduto vittima di un mortaio obsoleto italiano? Il conflitto di valori emerse brutalmente nella riunione di comando delle 07 de colonnello Jeffrey Patteron, 52 anni, aristocratico londinese, educato a Etton, espresse il sentimento prevalente.

 Signori, è inconcepibile che una posizione italiana difesa da armamento di Seconda Guerra Mondiale possa infliggere questo tipo di perdite a truppe britanniche. C’è un errore nei rapporti. Probabilmente si sono imbattuti in un’unità tedesca o in artiglieria pesante mascherata. Il maggiore Torbury obiettò timidamente. Signore, i sopravvissuti sono molto chiari.

 Hanno visto un singolo mortaio, calibro medio, quattro o cinque operatori, nessuna artiglieria pesante, nessun tedesco. Patterson sbattè il pugno sul tavolo. Allora i sopravvissuti sono in shock e vedono fantasmi. Un mortaio modello 35 ha una cadenza teorica di 10 colpi al minuto e precisione ridicola. non può, ripeto, non può produrre il tipo di fuoco concentrato descritto nei rapporti.

 È fisicamente impossibile, ma i numeri erano incontestabili. Alle 08:30, quando squadre di recupero britanniche raggiunsero finalmente la gola, il conteggio iniziale riportò 76 morti confermati e 34 feriti gravi. L’area era disseminata di crateri. Gli artificieri ne contarono 139. perfettamente concentrati in uno spazio di 4080 m.

 Il rapporto tecnico compilato dal capitano ingegnere Robert McKenzie documentò ogni dettaglio con precisione scientifica. Analisi dei crateri indica bombardamento da mortaio medio calibro, probabilmente 81 mil. Numero stimato di colpi 140-150. Cadenza di fuoco dedotta 11 e13 colpi al minuto sostenuti per 45-50 minuti.

 Precisione eccezionale per sistema d’arma di questa categoria. Dispersione media stimata meno di 10 m. Conclusione: Operazione di artiglieria eseguita con competenza tecnica superiore alla norma per truppe italiane. Raccomandazione: rivalutare classificazione di minaccia per mortai modello 35 quando operati da equipaggi addestrati.

 Ma l’aspetto più sconcertante per gli inglesi era psicologico. Come poteva una squadra italiana, italiani che si erano arresi a migliaia senza combattere sulla costa, aver eseguito un’operazione così devastante? Il tenente Charles Morrison, 26 anni, sopravvissuto della gola, riferì durante il debriefing: “Signore, non ho mai visto fuoco così preciso, nemmeno dai nostri mortai.

” Ogni colpo arrivava esattamente dove non potevamo proteggerci. Era come se chi sparava conoscesse ogni metro di quella gola, ogni punto dove avremmo cercato riparo. Non era fortuna, era abilità. La perplexità britannica si trasformò in ossessione quando l’intelligence scoprì l’identità del comandante della postazione.

 Un informatore locale identificò Vincenzo Marletta fornendo dettagli: “Cavatore siciliano, nessun addestramento militare formale avanzato, abbandonato dai suoi superiori, considerato eccentrico dai colleghi.” Il brigadiere Harrington convocò riunione d’emergenza. Signori, dobbiamo accettare una verità scomoda.

 Un sergente italiano con un mortaio antiquato ha inflitto più perdite alla 51a divisione in un’ora di quanto i tedeschi abbiano fatto in una settimana a El Alamain. Questo è inaccettabile non solo tatticamente, ma psicologicamente. Le truppe stanno mormorando. Si diffonde voce che un italiano con un mortaio scadente può massacrare una compagnia intera, la morale crollerà.

 La risposta britannica fu sproporzionata e rivela quanto profondamente l’incidente avesse ferito l’orgoglio militare. Alle 14 del diesero del 12 luglio 12 aerei da bombardamento Hurricane furono inviati a radere al suolo Monte Soprano. 800 kg di bombe ad alto esplosivo polverizzarono la collina, ma Vincenzo e i suoi uomini erano già scomparsi, scivolando via nelle colline interne subito dopo l’ultima granata, tre carri armati, Sherman, furono assegnati permanentemente a presidiare la gola, un dispiegamento assurdo per neutralizzare

una minaccia che non esisteva più. Un’intera compagnia di fanteria fu posizionata a guardia del fianco destro dell’avanzata. Truppe che sarebbero state decisive altrove, immobilizzate dal timore che un altro mortaio fantasma emergesse dalle colline. Il rapporto finale dello Stato maggiore britannico, classificato segreto e declassificato solo nel 1983 conteneva ammissione straordinaria.

L’incidente di Monte Soprano rivela lacuna critica nella nostra valutazione delle capacità italiane. Abbiamo, presumo, che armamento inferiore equivalga automaticamente a minaccia inferiore. La realtà dimostra che competenza tattica, conoscenza del terreno e determinazione possono compensare inferiorità materiale.

raccomandazione, revisione completa dei protocolli di intelligence riguardanti posizioni italiane. Non possiamo permetterci altra sorpresa simile, ma forse la testimonianza più eloquente venne dal diario personale del soldato Andrew Campbell, 21 anni, sopravvissuto della gola, recuperato dalla famiglia dopo la sua morte in Normandia nel 1944, 12 luglio 1943.

Ho visto l’inferno oggi, non i tedeschi, gli italiani, un mortaio obsoleto nelle mani di uomini che sapevano cosa stavano facendo. “Abiamo deriso la loro arma”, hanno risposto uccidendo 80 dei nostri. Ho imparato qualcosa oggi. Mai sottovalutare un nemico che conosce il suo terreno.

 Mai deridere un’arma prima di aver visto chi la usa. E mai, mai presumere che solo perché abbiamo tecnologia superiore abbiamo anche la vittoria garantita. La caccia a Vincenzo Marletta divenne ossessione per l’intelligence britannica. Pattuglie furono inviate nei villaggi interni. Ricompense furono, ma il sergente siciliano sembrava essersi dissolto nelle montagne come un fantasma. La verità era più semplice.

Era tornato a Catania, dove lo Stato maggiore italiano, finalmente consapevole di ciò che aveva realizzato, lo stava già preparando per una decorazione che avrebbe ricevuto solo dopo la guerra. Per ora era semplicemente un uomo che aveva dimostrato qualcosa di fondamentale. Non è l’arma che vince le battaglie, è l’uomo che la usa.

 15 agosto 1943, Catania, quando Vincenzo Marletta attraversò le rovine della sua città natale, il 70% degli edifici distrutti dai bombardamenti alleati, 2300 civili morti, il Duomo di Sant’Agata, miracolosamente intatto tra le macerie, sentì il peso di ciò che la guerra aveva rubato alla Sicilia. Le truppe britanniche e americane controllavano ormai tutta l’isola.

 La campagna di Sicilia, durata 38 giorni, era costata agli alleati 24.850 perdite tra morti e feriti. Le perdite italiane e tedesche ammontavano a 29 e zero zero morti e 140.000 prigionieri, ma nessuna di quelle statistiche catturava la realtà umana. I bambini orfani che vagavano tra le rovine, i campi bruciati che significavano fame per l’inverno, le famiglie divise dalla guerra civile che stava già emergendo mentre l’Italia si spaccava tra fascisti e partigiani.

 Il colonnello Alberto Rossi, 54 anni, ufficiale dello Stato Maggiore, inviato da Roma per documentare casi di resistenza efficace durante la campagna, incontrò Vincenzo in una casa semidistrutta nel quartiere di San Berillo. Sergente Marletta, il suo rapporto d’azione è straordinario, conferma le perdite britanniche inflitte. Vincenzo annuì in silenzio.

Rossi consultò documenti. L’intelligence ha intercettato comunicazioni britanniche. Il conteggio finale è 82 morti, 41 feriti, di cui 17 morti successivamente per le ferite. Totale 99 perdite causate da una singola postazione di mortaio in meno di un’ora. È il rapporto di efficacia più alto registrato da unità italiana durante tutta la campagna.

 Le conseguenze strategiche immediate dell’azione di Monte Soprano furono misurabili e documentate. L’avanzata britannica verso Gela fu ritardata di 14 ore, un ritardo che permise alle forze tedesche di evacuare equipaggiamento critico e 4700 soldati che sarebbero stati catturati altrimenti. I manuali tattici britannici furono rivisti.

 sezione riguardante valutazione posizioni italiane fu riscritta aggiungendo clausola che richiedeva verifica diretta della capacità operativa indipendentemente dall’obsolescenza dell’armamento. Tre carri armati e una compagnia di fanteria furono permanentemente distratte da compiti offensivi per presidiare settori ritenuti sicuri, una dispersione di forze che, in guerra totale equivale a vantaggio strategico per il nemico.

 Ma l’impatto più profondo fu psicologico. Tra i soldati italiani che ancora combattevano e ce n’erano nonostante la narrativa prevalente del collasso italiano. La storia di Monte Soprano si diffuse rapidamente. Il soldato Mario Benedetti, 24 anni, fante della divisione Livorno, scrisse in una lettera alla famiglia datata 18 agosto 1943.

Abbiamo sentito di un sergente siciliano che con un mortaio vecchio ha fermato un’intera compagnia inglese. Gli ufficiali dicono che è propaganda, ma i soldati ci credono. Ci fa sentire che forse non siamo così inutili come dicono i giornali. Forse possiamo ancora combattere con dignità se abbiamo i comandanti giusti.

 Tra gli inglesi l’effetto fu opposto. Il tenente Morrison nei suoi rapporti successivi notò aumento della cautela, quasi riluttanza nell’avvicinarsi a posizioni italiane in terreno collinare. Le truppe preferiscono bombardamento aereo preventivo anche contro obiettivi apparentemente insignificanti. La fiducia nella superiorità assoluta è stata inclinata.

 Questa esitazione quantificabile in ore di ritardo accumulate in decine di ingaggi successivi contribuì al fatto che la campagna d’Italia durò 20 mesi, invece dei 3-4 mesi previsti dagli strateghi alleati. Il destino personale di Vincenzo riflettè la complessità del dopoguerra italiano, non ricevette decorazione immediata.

 L’Italia era nel caos dell’armistizio dell’8 settembre 1943, della guerra civile, dell’occupazione tedesca. tornò al lavoro nella cava paterna, evitando sia i fascisti della Repubblica Sociale che cercavano di reclutarlo forzatamente, sia i partigiani comunisti che lo vedevano con sospetto per essere stato sergente dell’esercito Regio.

 Giuseppe Torrisi morì nel 1944, fucilato dai tedeschi per aver aiutato prigionieri alleati e vasi. Franco Vitale sopravvisse diventando ingegnere civile e partecipando alla ricostruzione di Palermo, ma non parlò mai pubblicamente di Monte Soprano fino al 1978. Antonio Giufrida emigrò in Argentina nel 1947 portando con sé solo una fotografia sbiadita della squadra.

 Pietro Conti tornò a coltivare la terra a Caltagirone vivendo fino a 87 anni, morendo nel 2006 come ultimo sopravvissuto della postazione. La medaglia arrivò solo nel 1952 durante la riorganizzazione dell’esercito italiano post monarchia. Vincenzo Marletta ricevette la medaglia d’argento al valor militare con motivazione formale per aver comandato con perizia tecnica eccezionale e coraggio non comune una postazione di mortaio isolata, infliggendo perdite gravissime a forze nemiche numericamente superiori e ritardando avanzata nemica

in settore critico, nonostante inferiorità di mezzi e mancanza di supporto. Monte Soprano, Sicilia, 12 luglio 1943. La cerimonia fu modesta in una caserma di Catania con 20 persone presenti. Il colonnello che consegnò la medaglia disse: “Sergente, lei ha dimostrato che il valore dell’arma non sta nel metallo, ma nell’uomo.

 Il mortaio modello 35 divenne oggetto di studio inaspettato. L’Accademia Militare di Modena incluse l’azione di Monte soprano nel curriculum di artiglieria come caso di studio, massimizzazione efficacia con risorse limitate. Gli studenti ufficiali analizzavano i calcoli di Franco Vitale, l’uso del terreno di Vincenzo, la disciplina di fuoco che aveva trasformato cadenza teorica di 18 colpi al minuto in cadenza sostenibile di 12 colpi per 49 minuti.

 La conclusione dei manuali didattici era inequivocabile. Competenza tattica e conoscenza del terreno possono compensare inferiorità tecnologica. Un’arma obsoleta in mani esperte supera arma moderna in mani inesperte. L’impatto culturale fu più lento ma più duraturo. Negli anni 60, quando gli storici iniziarono a rivalutare il ruolo italiano nella seconda guerra mondiale, oltre la narrativa semplicistica del collasso vergognoso, Monte Soprano emerse come esempio primario di resistenza efficace.

Lo storico britannico John Kigan nel suo studio Intelligence in War 2003 dedicò intero capitolo all’incidente concludendo: “L’errore britannico a Monte Soprano illustra pericolo permanente dell’intelligence militare, presumere che tecnologia inferiore equivalga a minaccia inferiore. I cinque italiani su quella collina, con mortaio che i manuali classificavano obsoleto, inflissero più perdite di intere divisioni tedesche in situazioni simili.

Perché? Conoscenza perfetta del terreno, calcoli matematici impeccabili, disciplina eccezionale. La lezione rimane rilevante. Mai sottovalutare nemico basandosi solo su valutazione dell’armamento. Nel 2008 il comune di Gela istituì piccolo memoriale a Monte Soprano, cinque colonne di pietra lavica, ognuna rappresentando uno degli uomini della postazione.

 L’iscrizione recita: “Qui, il 12 luglio 1943, cinque soldati italiani dimostrarono che il coraggio non richiede armi moderne, solo uomini determinati. Alle 99 vittime britanniche, avversari valorosi caduti in battaglia onorevole alla memoria di Giuseppe Torrisi, Vincenzo Marletta, Franco Vitale, Antonio Giuffrida, Pietro Conti, eroi dimenticati della Sicilia.

Vincenzo Marletta morì nel 1987 a 78 anni nella stessa casa dove era nato. Fino alla fine conservò il quaderno con i 218 rilevamenti meteorologici, le tavole di tiro corrette a mano da Franco, le fotografie sbiadite della squadra. in un’intervista concessa nel 1985 a uno storico locale disse: “Non siamo eroi, eravamo uomini ordinari che si sono trovati in situazione straordinaria.

 Avevamo mortaio scadente, munizioni difettose, nessun supporto, ma avevamo qualcosa che gli inglesi non avevano. Conoscevamo ogni pietra di quella collina e avevamo dignità, rifiutavamo di essere derisi. Quando ridono della tua arma, quando ti chiamano obsoleto, hai due scelte: accettare il disprezzo o dimostrare che si sbagliano. Noi scegliemmo la seconda.

L’eredità di Monte Soprano trascende i 49 minuti di fuoco d’artiglieria. Dimostra verità fondamentale sulla guerra. La tecnologia non garantisce vittoria, competenza, conoscenza, determinazione. Questi fattori, spesso trascurati nelle valutazioni strategiche, possono ribaltare battaglie. Gli inglesi arrivarono a Monte soprano con superiorità numerica, armamento moderno, vittorie recenti, ma trovarono cinque italiani che rifiutavano di accettare inferiorità presumuta che trasformarono mortaio scadente in arma letale

attraverso comprensione perfetta del suo utilizzo. Per l’Italia del dopoguerra Monte Soprano offre narrazione alternativa al collasso del 1943. Sì, migliaia si arresero. Sì, la campagna fu disfatta strategica, ma esistettero anche uomini come Vincenzo Marletta, abbandonati dai superiori, derisi dai nemici, armati con equipaggiamento obsoleto, che scelsero di combattere con professionalità e coraggio.

 La loro resistenza non cambiò esito della guerra, ma dimostrò qualcosa ugualmente importante, che dignità umana persiste anche nella sconfitta, che competenza può mitigare inferiorità materiale, che uomini ordinari possono compiere azioni straordinarie quando circostanze lo richiedono. La lezione finale di Monte soprano risuona ancora oggi in ogni accademia militare che studia l’incidente.

 Mai deridere l’arma del nemico prima di aver visto chi la usa. Il mortaio modello 35 era davvero obsoleto, ma nelle mani di Vincenzo Marletta e dei suoi quattro uomini divenne strumento di morte preciso e implacabile. Gli inglesi impararono questa lezione al costo di 99 vite e la storia ricorda che a volte la differenza tra scadente e letale non sta nell’arma, ma nell’uomo che preme il grilletto.

Cari amici, la storia del sergente Marletta e del suo mortaio scadente ci insegna che il valore non si misura dalle apparenze. Se questa storia vi ha emozionato, iscrivetevi al canale e attivate la campanella per non perdere altre storie dimenticate della Seconda Guerra Mondial. Lasciate un commento. Conoscevate questa battaglia? Quale aspetto vi ha colpito di più? La vostra partecipazione mantiene viva la memoria di chi ha combattuto con dignità e coraggio? Condividete questo video.

 Ogni condivisione onora la memoria di Vincenzo, Giuseppe, Franco, Antonio e Pietro. Grazie per aver ascoltato.

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