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Deridevano la sua ‘OBSOLETA’ Beretta MAB 38 — Finché non sterminò pattuglia britannica in minuti

Settembre 1943. Nei vicoli di Salerno, mentre gli alleati avanzavano e l’Italia si lacerava tra fascisti e partigiani, un soldato italiano dal nome dimenticato stringeva un’arma che i suoi stessi commilitoni deridevano come ferraglia da museo. La Beretta MAB 38, prodotta nelle fabbriche di Brescia prima della guerra, era considerata obsoleta dai nuovi standard, ma quella sera, in meno di 3 minuti di fuoco infernale, quella obsoleta mitragliatrice avrebbe scritto una pagina che nessuno avrebbe mai dimenticato. Quello che accadde in quei

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vicoli bui avrebbe cambiato per sempre il modo in cui gli eserciti guardavano alle armi italiane. Era il 14 settembre 1943, ore 22:47, Salerno bruciava sotto i bombardamenti alleati. L’odore acre della cordite si mescolava al fumo degli edifici crollati. La temperatura era scesa a 18°, insolita per il sud a settembre e una pioggia sottile rendeva le strade scivolose di fango e detriti.

Nelle strade del centro storico, tra palazzi sventrati e macerie fumanti, un gruppo di soldati italiani sbandati tentava di organizzare una resistenza disperata. Tra loro il caporale Giovanni Maretti, 32 anni, originario di un piccolo paese della Campania chiamato Atripalda, stringeva tra le mani un’arma che tutti consideravano un relitto, la Beretta MAB 38, prodotta nelle leggendarie fabbriche d’armi di Gardone Valtrompia, in provincia di Brescia, tra il 1938 e il 1943.

Questa mitragliatrice leggera era stata distribuita all’esercito italiano all’inizio della guerra, ma ora, nel settembre del 1943, con l’Italia spaccata in due e l’armistizio appena firmato, molti la consideravano superata. Maretti ancora con quella rottame”, gli aveva detto il tenente Renzo Caldara quella mattina indicando la MAB 38 con disprezzo.

“Gli inglesi hanno i loro sten, gli americani i Thomson e tu ti tieni stretta quella ferraglia da preistoria”. Giovanni non aveva risposto, aveva solo controllato il caricatore da 40 colpi, verificato il meccanismo di sparo, pulito la canna con la precisione di un orologiaio. Suo padre, armaiolo a Napoli prima della guerra, gli aveva insegnato una cosa fondamentale.

Un’arma non è mai obsoleta se sai come usarla. È l’uomo che fa la differenza, non il ferro. La situazione strategica era disperata. Salerno, scelta dagli alleati per lo sbarco dell’operazione Avalank, era diventata un inferno. Le truppe britanniche della quinta armata stavano avanzando da sud, mentre i tedeschi, traditi dall’armistizio italiano, combattevano ferocemente per rallentare l’avanzata.

Nel mezzo soldati italiani come Maretti si trovavano in un limbo mortale, considerati traditori dai tedeschi, nemici dagli alleati e vigliacchi da chi ancora credeva nel fascismo. I numeri raccontavano una storia brutale. Secondo i rapporti dell’ottesima armata britannica, nei primi tre giorni di sbarco a Salerno erano morti 531 soldati alleati.

1427 erano rimasti feriti e 85 risultavano dispersi, ma nessuna statistica contava le vittime italiane. Soldati sbandati, civili intrappolati nei combattimenti, famiglie distrutte. La città era un cimitero di speranze. Giovanni e il suo gruppo, sette uomini in tutto, si erano rifugiati in quella che rimaneva di una vecchia scuola elementare vicino al porto.

Le aule erano devastate, i banchi rovesciati, le lavagne scheggiare. Sulle pareti ancora visibili disegni infantili sole e famiglie felici, ora macchiati di polvere e sangue. Era lì che avevano deciso di passare la notte nascosti, sperando di trovare un modo per attraversare le linee e raggiungere le montagne, dove si diceva che i partigiani stessero organizzando la resistenza.

Il ceticismo nei confronti della MAB 38 non era infondato. Rispetto alle armi moderne pesava 4,2 kg scarica, quasi 1 kg in più dello stand britannico. La sua cadenza di tiro era di 600 colpi al minuto, inferiore ai 700 del Thomson americano, e il sistema di raffreddamento basato su un semplice incamiciamento della canna sembrava primitivo rispetto alle soluzioni più moderne.

“È troppo pesante”, aveva detto il soldato amato, un ragazzo di 20 anni di Battipaglia. E poi con quei caricatori che si inceppano ogni due minuti. Non si inceppano se li tieni puliti aveva risposto Giovanni con calma. Era un uomo di poche parole, con mani grandi e callose, occhi scuri che avevano visto troppo. Sua moglie Rosa, era rimasta ad Atripalda con i loro due figli, Michele di 7 anni e Anna di quattro.

Non sapeva se fossero ancora vivi, non aveva notizie da tre settimane. Ma quella sera del 14 settembre, mentre la pioggia batteva sui tetti sfondati e il rombo dell’artiglieria risuonava in lontananza, Giovanni ebbe un presentimento. Controllò di nuovo l’arma, ne verificò il peso, la bilanciatura. La MAB 38 aveva qualcosa che le armi moderne non avevano.

Era stata progettata da Tullio Marengoni, un genio dell’ingegneria italiana con una filosofia semplice ma rivoluzionaria. Non doveva essere la più veloce o la più leggera, doveva essere affidabile, indistruttibile, precisa. Prepariamoci disse il tenente Caldara scrutando attraverso una finestra sfondata. Ho visto movimenti verso il porto.

Potrebbero essere tedeschi o inglesi o chiunque altro voglia ammazzarci. Giovanni annuì, posizionò l’Amab 38 su un davanzale, controllò il campo di tiro. La strada sottostante era stretta, fiancheggiata da edifici crollati, un vicolo perfetto per un’imboscata o per una trappola mortale. Fuori, nel buio della notte di Salerno, si udirono i primi passi.

Stivali che marciavano sul selciato bagnato, voci in inglese che ordinavano silenzio. Una pattuglia britannica stava avanzando, ignara di quello che li aspettava nel buio e Giovanni Maretti, con la sua obsoleta Beretta MAB 38 stava per dimostrare che nella guerra, come nella vita, non è l’arma più moderna a vincere, è quella nelle mani giuste.

La decisione era stata presa. Non c’era più tempo per dubbi. La storia stava per cambiare direzione in quei vicoli di Salerno e nessuno avrebbe più parlato della MAB 38 come di un’arma obsoleta. Ore 23:12. La pattuglia britannica era composta da 12 uomini della 46a divisione di fanteria. Tutti i veterani delle campagne nordafricane avanzavano con la sicurezza di chi aveva già vinto 100 battaglie, armati di fucili Lee Enfield e mitragliatrici Bren.

Il loro compito era semplice per lustrare i vicoli del centro storico, identificare sacche di resistenza tedesca, segnalare posizioni di tiro. Nessuno aveva previsto di incontrare soldati italiani sbandati in quella scuola di roccata. Il sergente Arthur Blackwood, 38 anni originario di Manchester, guidava la pattuglia.

Aveva combattuto a El Main, aveva visto morire metà della sua compagnia nel deserto. Era convinto che i soldati italiani fossero codardi dilettanti che si arrendevano al primo colpo di fucile. Quella convinzione stava per costargli cara. Giovanni dalla finestra del secondo piano li osservava avanzare. 12 uomini ben addestrati contro sette italiani sbandati, affamati, con munizioni limitate.

Le probabilità erano schiaccianti. Il tenente Caldara tremava leggermente, la mano sulla pistola. Amato, il giovane di Battipaglia, pregava sottovoce un Ave Maria. Gli altri erano immobili, paralizzati dalla paura. Non sparate finché non do l’ordine”, sussurrò Giovanni. La sua voce era calma, quasi irreale in quel contesto di terrore.

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