Per anni il suo volto è rimasto sconosciuto, mentre il suo potere cresceva nell’ombra. Antonio Jovine non era il boss che cercava visibilità, ma uno stratega silenzioso, capace di comandare senza esporsi e di restare latitante per oltre un decennio, continuando a guidare uno dei clan più violenti d’Europa.
Antonio Iovine nasce il 5 agosto 1964 a San Cipriano d’Aversa in provincia di Caserta. Cresce in un territorio dominato dalla camorra, dove il controllo criminale è parte integrante della vita quotidiana. San Cipriano, Casal di Principe e i comuni limitrofi sono il cuore del clan dei Casalesi, una delle organizzazioni mafiose più potenti e violente d’Italia.
In questo contesto Jovine entra giovanissimo nel mondo criminale. Negli anni 80 si avvicina al clan dei Casalesi, inizialmente come uomo di fiducia di Francesco Schiavone, detto Sandokan. Il clan è già una struttura solida, capace di imporre il proprio dominio attraverso omicidi, estorsioni e un controllo capillare del territorio.
Antonio Jovin dimostra rapidamente affidabilità, freddezza e capacità organizzative. Queste caratteristiche gli permettono di scalare le gerarchie interne. Negli anni 90 diventa uno dei principali dirigenti del clan. Dopo l’arresto di Francesco Schiavone nel 1998, Jovi assume un ruolo ancora più centrale.
Secondo le ricostruzioni giudiziarie, entra a far parte del vertice strategico dell’organizzazione insieme ad altri capi storici. È in questo periodo che viene soprannominato Onninno, un nomignolo che contrasta con la brutalità del suo ruolo. Antonio Jovi diventa uno dei reggenti del clan dei Casalesi. non è un capo carismatico esposto pubblicamente, ma un dirigente che opera nell’ombra.
La sua forza è la capacità di coordinare uomini, affari e violenza senza attirare attenzioni inutili. Sotto la sua guida, il clan rafforza il controllo su estorsioni, traffico di droga, smaltimento illecito di rifiuti, appalti pubblici e infiltrazione nell’economia legale. L’estorsione è uno dei pilastri del potere del clan.

Le indagini ricostruiscono un sistema sistematico di imposizione del pizzo a imprenditori, commercianti e aziende edili. I pagamenti sono obbligatori e servono a finanziare il clan e a garantire il controllo del territorio. Chi non paga viene minacciato, aggredito o subisce attentati incendiari.
In alcuni casi il rifiuto porta all’eliminazione fisica. Un altro settore centrale è quello degli appalti pubblici. Il clan dei casalesi sotto la regenza di Iovine interviene nella gestione di lavori pubblici e privati imponendo ditte, fornitori e manodopera. Le imprese che accettano il controllo ottengono protezione e continuità lavorativa.
Quelle che si oppongono vengono escluse o colpite. Questo sistema consente al clan di guadagnare miliardi di lire e di infiltrarsi profondamente nell’economia legale. Particolarmente rilevante è il ruolo del clan nel traffico illecito di rifiuti. Le indagini e le sentenze accertano che i casalesi gestiscono lo smaltimento illegale di rifiuti industriali spesso tossici provenienti da aziende del Nord Italia.
I rifiuti vengono interrati illegalmente in cave, terreni agricoli e aree abbandonate della Campania, causando danni ambientali enormi e duraturi. Antonio Iovine è ritenuto uno dei responsabili della gestione e dell’organizzazione di questo traffico. La violenza resta uno strumento centrale. Sebbene Antonio eviti azioni eclatanti, è coinvolto nella gestione di numerosi omicidi.
Secondo le sentenze partecipa alle decisioni su esecuzioni ordinate per mantenere il controllo del territorio, punire tradimenti o eliminare rivali. Non sempre è l’esecutore materiale, ma è uno dei mandanti e organizzatori. La sua responsabilità penale viene riconosciuta per diversi delitti di sangue aggravati dal metodo mafioso.
Nel 1996 Antonio entra in latitanza. Da quel momento diventa uno dei ricercati più pericolosi d’Italia. Rimane nascosto per oltre 14 anni, un periodo eccezionalmente lungo. Durante la latitanza continua a dirigere il clan. Comunica attraverso pizzini, intermediari fidati e un sistema rigidissimo di regole.
Cambia spesso nascondiglio muovendosi tra abitazioni protette da una rete di fiancheggiatori. Le indagini dimostrano che, nonostante la latitanza Antonio Iovine mantiene il pieno controllo delle attività criminali, decide strategie, autorizza estorsioni, gestisce rapporti con altri clan e controlla la distribuzione dei profitti.
La sua capacità di restare invisibile lo rende una figura chiave del potere camorristico. Il 17 novembre 2010 la latitanza termina. Antonio Iovine viene arrestato a Casal di Principe in una villa completamente abusiva. Il rifugio è dotato di sistemi di sicurezza rudimentali ma efficaci. L’arresto rappresenta un colpo durissimo per il clan dei Casalesi.
Dopo anni di ricerche, uno dei suoi vertici più importanti viene finalmente catturato. >> E buonasera a tutti voi dal TG1. Sono stati gli uomini della squadra mobile di Napoli a catturare a Casal di Principe Antonio Jovine, il boss dei Casalesi, la titante da 14 anni. Firmerò subito il 41 bis ha detto il ministro Alfano per Maroni.
Una bellissima giornata e tra il ministro dell’interno e lo scrittore Saviano ancora polemiche. Enzo Perone ed Alessandra di Tommaso >> ce l’aspettava che l’ha fatto dopo 14 anni. Alla fine lo Stato ha ragione. Il viso contratto da una smorfia di sorpresa, il sorriso beffardo di chi proprio non se l’aspettava di essere catturato dalla squadra mobile di Napoli nella sua casale di principe a casa di un conoscente insospettabile nell’anonima via Cavour.
Primula rossa della camorra insieme all’altro super latitante Michele Zagaria, definito imprendibile nel Gomorra di Saviano, Antonio Jovine. Il Ninno il Bello, 46 anni lo scorso 20 settembre, è stato arrestato grazie ad un’attività di intelligence degli investigatori che hanno messo sotto sorveglianza e intercettazione con tutti i mezzi non solo i familiari, già in carcere la moglie, la cognata, i nepoti, ma anche amici e conoscenti, spesso dovendo fare i conti con delle raffinate tecniche di vero e proprio controspionaggio tecnologico che vanvano
il certosino lavoro. Maglioncino vinaccia, barba di qualche giorno, fisico tonico da quarantenne che almeno apparentemente non si è doluto di una così lunga latitanza. condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, ritenuto dagli inquirenti la raffinata mente imprenditoriale che dopo il carismatico Sando Francesco Schiavone e dopo Peppe Setola, il capo dell’ala stragista, entrambi arrestati, ha portato il clan dei Casalesi ad essere secondo in Italia per volume d’affari criminali solo all’andrangheta calabrese. Ha cercato di scappare dal
tetto, ma l’ultima mossa da funambolo della camorra non gli è riuscita. Dopo l’arresto, Antonio viene sottoposto a numerosi processi. Le accuse sono gravissime. Associazione di tipo mafioso, omicidi, estorsione, traffico di droga, traffico illecito di rifiuti e altri reati aggravati dal metodo mafioso.
