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Il suo Macchi C.202 fu abbattuto, allora rubò un caccia britannico e volò verso casa

Il cielo sopra il deserto libru come una fornace d’inferno. È il luglio del 1942 e a 3000 m d’altitudine un giovane pilota italiano guarda il suo cruscotto illuminarsi di luci rosse, mentre il motore del suo Macchi CB 202 tossisce fumo nero. 32 anni, capelli scuri bagnati di sudore sotto il casco di pelle, occhi verdi che scrutano l’orizzonte con l’intensità di un predatore ferito.

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Si chiama capitano Giorgio Ferretti e in questo momento preciso, mentre il suo caccia perde quota sopra territorio nemico, sta per compiere qualcosa che cambierà per sempre le regole del combattimento aereo. Qualcosa di così audace, così assolutamente folle, che nessun manuale militare avrebbe mai potuto prevederlo. Il proiettile di un hurricane britannico ha appena squarciato il suo serbatoio e la benzina si riversa nell’abitacolo come lacrime di morte.

ha due scelte, lanciarsi col paracadute e diventare prigioniero oppure no, aspettate, fermatevi, perché quello che sta per fare non è una di queste due opzioni, è qualcosa di completamente diverso, qualcosa che sfida ogni logica della guerra. E se vi dicessi che questa storia non finisce con la sua cattura, se vi dicessi che quello che accade nelle prossime ore diventerà leggenda tra i piloti di ogni nazione, restate con me perché state per ascoltare una delle storie più incredibili della Seconda Guerra Mondiale. Prima di continuare, se amate

le storie vere che nessuno vi ha mai raccontato, quelle che fanno battere il cuore e vi fanno capire che la realtà supera sempre la fantasia, allora dovete assolutamente iscrivervi a questo canale e attivare la campanella perché ogni giorno qui trovate storie come questa, storie che meritano di essere conosciute, storie che vi faranno vedere la storia con occhi completamente nuovi.

Non perdete nemmeno un episodio. Scrivetevi adesso. Giorgio Ferretti non è un pilota qualunque, nato a Torino nel 1910. È cresciuto guardando i cieli con la stessa fame con cui altri guardano il cibo. Suo padre, operaio alla Fiat, lo portava da bambino a vedere i primi aerei che atterravano nei campi fuori città.

E Giorgio sapeva già allora che il suo destino era lassù, tra le nuvole. A 19 anni si arruola nella regia aeronautica e la sua ascesa è meteorica, non per raccomandazioni o privilegi, ma per puro incontestabile talento. Nel 1936 è già in Spagna, dove vola con i primi modelli di Fiat CR32 e colleziona le sue prime vittorie contro i repubblicani, ma è in Nord Africa che Giorgio diventa leggenda.

17 vittorie confermate, tre Harurricane britannici abbattuti solo nel mese di giugno e una reputazione che lo precede come un’ombra minacciosa ogni volta che il suo Macchi decolla dalla base di Martuba. Ma oggi, questo maledetto giovedì di luglio, tutto sta andando storto. La missione era semplice.

Cortare tre bombardieri Savoia Marchetti che dovevano colpire un deposito di carburante britannico vicino a Tobruk, semplice sulla carta, letale nella realtà, perché i britannici hanno imparato a leggere i movimenti italiani e oggi il cielo è pieno di hurricane che sembrano materiarsi dal nulla. Giorgio vede i suoi compagni disperdersi.

Uno dei bombardieri esplode in una palla di fuoco arancione e poi arriva lui, un Harurry Kane con la fusoliera dipinta di sabbia, pilotato da qualcuno che sa quello che fa. Le prime raffiche mancano Giorgio di pochi metri, ma la terza sequenza c’entra il serbatoio destro del Macchi. Il carburante inizia a fuoriuscire e Giorgio sa di avere forse 3 minuti prima che il motore si spenga completamente.

L’istinto gli dice di lanciarsi, il protocollo militare gli dice di lanciarsi, ma Giorgio Ferretti non è mai stato bravo a seguire gli ordini quando questi contrastano con il suo istinto di sopravvivenza. Guarda in basso e vede solo deserto, chilometri e chilometri di sabbia che si estende fino all’orizzonte.

Lanciarsi significa diventare prigioniero o peggio morire di sete prima che qualcuno lo trovi. No, deve esserci un’altra via. Il motore del Macchi tossisce ancora, la temperatura sale pericolosamente e Giorgio inizia una picchiata controllata, cercando disperatamente con gli occhi qualcosa, qualsiasi cosa che possa rappresentare una possibilità di salvezza.

E poi la vede a circa 20 km verso est, una macchia scura contro la sabbia chiara, una pista di atterraggio piccola, probabilmente avanzata, ma è lì. Il problema è che sventolano bandiere britanniche. È una base nemica. Giorgio fa un calcolo rapido. Con il carburante che perde non arriverà mai alla sua base. Non ha alternative. Deve tentare l’impossibile, deve atterrare in territorio nemico e poi e poi vedrà.

Il Maki scende sempre più in basso, il deserto sotto di lui diventa sempre più dettagliato e Giorgio può vedere i veicoli militari, le tende, gli uomini che corrono vedendolo arrivare. Stanno probabilmente pensando che sia un attacco suicida. Non hanno idea di cosa sta per accadere. L’atterraggio è brutale.

Le ruote del Macchi toccano la sabbia compatta della pista con una violenza che quasi gli spezza i denti. Il carrello destro cede parzialmente e l’aereo sbanda pericolosamente prima di fermarsi in una nuvola di polvere gialla. Giorgio toglie rapidamente il casco e guarda fuori dalla carlinga. Soldati britannici corrono verso di lui da ogni direzione, fucili puntati urlando ordini in inglese a forse 30 secondi prima che lo raggiungano e 30 secondi per valutare la situazione, per capire se c’è anche solo una remota possibilità di fare quello che sta

pensando. E quello che sta pensando è completamente folle perché a circa 50 m dal suo Macchi danneggiato, perfettamente allineato sulla pista e apparentemente pronto al decollo, c’è un Harurry britannico, motore acceso, elica che gira, vuoto. Il pilota probabilmente è corso via per aiutare a catturare l’italiano pazzo che è appena atterrato nella loro base. Giorgio sorride.

È un sorriso pericoloso il sorriso di un uomo che ha appena visto aprirsi una possibilità dove non dovrebbe esserne nessuna. Scavalca il bordo della carlinga con un salto a terra sulla sabbia calda e inizia a correre non verso i britannici che gli urlano di fermarsi, non verso la resa, ma verso quell’arri che è in solitario che ronfa sulla pista come un regalo degli dei della guerra.

I britannici impiegano tre secondi preziosi a capire cosa sta facendo. Quando lo capiscono è troppo tardi. Giorgio ha già raggiunto l’Hurry Kane, si è arrampicato sulla carlinga con l’agilità di un gatto ed è scivolato nel sedile del pilota ancora caldo. Le sue mani, addestrate su centinaia di ore di volo valutano istintivamente i comandi.

Sono diversi dal Machi, ma non troppo. Manetta, pedaliera. Cloos. I fondamentali sono gli stessi. Uno dei soldati britannici è ora a 10 m dall’aereo. Urla qualcosa che Giorgio non comprende e non vuole comprendere. Le sue dita trovano la leva del gas e la spingono in avanti. Il Rolls-Royce Merlin ruggisce come una bestia risvegliata e il hurricane inizia a muoversi.

I proiettili fischiano nell’aria. Qualcuno ha avuto la lucidità di iniziare a sparare, ma è difficile colpire un bersaglio in movimento, soprattutto quando questo bersaglio sta accelerando rapidamente su una pista di sabbia. Giorgio tiene la cloche leggermente indietro, sente le ruote che rimbalzano sulla superficie irregolare e poi quel momento magico che ogni pilota conosce, il momento in cui la terra ti lascia andare e torni a essere libero.

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