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Ex uomo d’onore della ‘Ndrangheta SVELA: IL POTERE DIETRO LE QUINTE NON È Cosimo Commisso

Mi chiamo Beh, non posso dirvi il mio vero nome. Per voi sarò solo Marco. 23 anni sono passati da quando ho voltato le spalle all’andrangheta. 23 anni di notti insonni, di ombre che si muovono dietro ogni angolo, di telefonate mute che mi gelano il sangue. 23 anni in cui ho mantenuto l’omertà, il silenzio sacro che ci veniva inculcato fin da bambini nelle strade polverose di Platì.

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Ma oggi, oggi qualcosa dentro di me si è spezzato. Forse è l’età che avanza. Forse è il peso di tutti quei segreti che mi stanno schiacciando l’anima. O forse è semplicemente arrivato il momento di dire al mondo una verità che nemmeno i miei stessi fratelli d’onore conoscevano completamente. Vedete, tutti voi credete di sapere chi comandava davvero l’andrangheta negli anni 90 e 2000.

I giornali, i magistrati, perfino molti di noi all’interno dell’organizzazione, tutti guardavano a Cosimo Commisso come al grande burattinaio, l’uomo che muoveva i fili dall’ombra. Madonna santissima, quanto ci sbagliavamo tutti. Io ero un uomo d’onore di alto rango. Facevo parte del crimine di Siderno, una delle endrine più potenti della Locride.

Per 15 anni ho camminato in quel mondo fatto di codici non scritti, di rispetto conquistato col sangue, di decisioni che potevano significare la vita o la morte per centinaia di persone. Ho visto cose che vi farebbero svegliare urlando nel cuore della notte. Ho fatto cose, Dio mio, ho fatto cose che mi porterei dietro anche nell’inferno, ma la verità che sto per raccontarvi è diversa da tutto quello che avete sentito finora.

È una storia che inizia in una villa isolata sulle colline di Gerace, una sera di novembre del 1994, quando per la prima volta ho capito che quello che vedevo in superficie era solo la punta di un iceberg mostruoso. Era una di quelle serate in cui l’aria sapeva di pioggia e di segreti. Ero stato convocato insieme ad altri cinque uomini d’onore di massimo rango.

Pensavamo di andare a una delle solite riunioni operative, quelle dove si decidevano i territori, si distribuivano i carichi di cocaina, si pianificavano le vendette. Invece quella notte ho scoperto che esisteva un livello dell’andrangheta di cui nessuno parlava mai. La villa apparteneva nominalmente a un imprenditore edile di Reggio Calabria, uno di quelli puliti in apparenza, con moglie, figli e foto sui giornali locali quando inaugurava qualche opera pubblica.

Ma quella sera, mentre attraversavo il viale di Cipressi, che portava alla porta principale, ho visto macchine che non mi aspettavo. una Mercedes nera con targa straniera, una Jaguar argentata che brillava sotto i lampioni e soprattutto una Rolls-Royce che sembrava uscita da un film. Chi cazzo sono questi? Ho pensato mentre spegnevo la sigaretta prima di entrare.

Il portone si è aperto prima ancora che suonassi, come se qualcuno mi stesse osservando da dentro. Un uomo in smoking mi ha fatto strada attraverso corridoi ricoperti di quadri antichi fino a una sala che non avevo mai visto in vita mia. pareti rivestite di legno scuro, una tavola ovale che poteva ospitare 20 persone e un odore di sigari cubani che rendeva l’aria densa come nebbia.

Lì ho visto Commisso. Era seduto in una posizione che tutti noi riconoscevamo, quella del capo, del capo crimine, dell’uomo che decide. Ma c’era qualcosa di strano nel suo linguaggio del corpo. Le mani appoggiate sul tavolo erano tese. Gli occhi guardavano continuamente verso il fondo della sala dove c’era una poltrona di pelle rivolta verso la finestra.

Marco mi ha detto con quella sua voce roca che conoscevo bene. Siediti e ascolta. Stasera sentirai cose che non dovrai mai ripetere. Mai. Neanche sotto tortura, neanche davanti a tua madre morente, capito? Ho annuito nella un capo ti dice una cosa del genere è meglio che la tua bocca diventi una tomba. È stato allora che la poltrona si è girata lentamente.

Non dimenticherò mai quel momento. La poltrona ha girato con un movimento fluido, quasi teatrale, e ho visto per la prima volta l’uomo che senza saperlo aveva controllato la mia vita per anni. Non era quello che mi aspettavo. Niente cicatrici vistose, niente gold ai denti, niente di quella ruvida brutalità calabrese che conoscevo così bene.

Era un uomo sui 60, magro, con capelli grigi perfettamente pettinati e un completo blu scuro che doveva costare più di quanto la maggior parte delle persone guadagna in un anno. Parlava con un accento che non riuscivo a collocare. Non era calabrese, forse neanche italiano del tutto. Le sue mani erano curate, senza calli, senza segni di violenza, ma erano gli occhi, Madonna mia, erano gli occhi che ti facevano capire chi avevi davanti.

Freddi come ghiaccio, intelligenti come quelli di un professore universitario, ma con qualcosa di profondamente spietato che ti penetrava nell’anima. Quando mi ha guardato, ho sentito un brivido che non avevo mai provato neanche durante le sparatorie più feroci. “Buonasera Marco” ha detto con voce calma, quasi sussurrata.

“Ho sentito molto parlare di te”. dei tuoi successi nella gestione del porto di Gioia Tauro. Molto impressionante. Come faceva a sapere del porto? Quelle informazioni le conoscevano solo quattro persone al mondo, incluso me. Ho guardato Commisso in cerca di risposte, ma lui stava fissando il tavolo come un bambino sgridato. L’uomo ha continuato.

Permettetemi di presentarmi il mio nome. Beh, diciamo che potete chiamarmi professore. È così che mi conoscono i miei associati in Svizzera, a Monaco, a Londra. ha fatto una pausa accendendosi un sigaro con gesti lenti e precisi. Sono qui stasera perché è arrivato il momento di espandere le nostre operazioni, ma per farlo ho bisogno di uomini come voi.

Durante le due ore successive ho ascoltato un piano che mi ha fatto venire i capelli drizzati sulla testa. Questo professore non parlava di territorio, di rispetto, di vendette familiari, parlava di numeri che mi facevano girare la testa. Centinaia di milioni di euro che si muovevano attraverso banche in paradisi fiscali, investimenti in settori che neanche immaginavo potessero essere controllati dalla endrangheta.

Connessioni con politici di mezzo mondo. La cocaina, ha spiegato spegnendo la cenere del sigaro in un posacenere d’argento, è solo l’inizio. È il carburante che alimenta la macchina, ma la vera ricchezza sta nel rendere pulito quel denaro, nel farlo lavorare, crescere, moltiplicarsi. Voi calabresi siete bravissimi a spaventare, a imporre rispetto, a controllare i territori, ma io io so come trasformare quel potere in qualcosa di infinitamente più grande.

Ha estratto dalla giacca una cartellina di pelle. Dentro c’erano documenti che non riuscivo neanche a leggere, contratti in lingue straniere, schemi di società offshore, diagrammi che sembravano più adatti a una banca di investimenti che a una riunione di indranghetisti. “Guardate questi numeri”, ha detto spingendo i fogli, “Verso di noi.

Ogni mese attraverso i nostri canali passano circa 300 milioni di euro.” Di questi solo il 15% rimane in Calabria sotto forma di territorio e protezione. Il resto il resto viaggia. Va in Olanda attraverso le nostre società di import export, va in Germania tramite le concessionarie di auto di lusso.

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