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Gli inglesi non capivano come un Fiat BR.20 potesse volare con la fusoliera aperta

Il cielo sopra Malta brucia. È il 1941 e attraverso le nubi squarciate dalle esplosioni antiaeree, un Fiat BR20 cicogna danza tra i proiettili traccianti come un fantasma metallico che sfida ogni legge della fisica. Ma c’è qualcosa di terribilmente sbagliato con quell’aereo. La sua fusoliera è spalancata, lacerata da un’esplosione che avrebbe dovuto condannarlo a precipitare come pietra nell’azzurro del Mediterraneo. Eppure continua a volare.

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I piloti della Raf che lo inseguono non credono ai loro occhi. Vedono attraverso il ventre squarciato del bombardiere italiano. Intravedono il cielo dall’altra parte. osservano increduli, mentre quel relitto impossibile non solo rimane in quota, ma accelera, manovra, vive. Alla radio le comunicazioni britanniche esplodono in un caos di domande senza risposta.

“Come diavolo fa ancora a volare?” grida un pilota di Hurricane, mentre il suo dito rimane congelato sul grilletto? Non è magia, non è fortuna, è ingegneria italiana spinta oltre ogni limite concepibile. È coraggio trasformato in acciaio e rivetti. È la storia di come tre uomini a bordo di una macchina morente abbiano trasformato l’impossibile in leggenda.

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7 ore prima, sull’aeroporto militare di Pantelleria, l’alba dipinge di rosa i caccia e i bombardieri allineati sulla pista. Il sergente maggiore Tommaso Rinaldi controlla per l’ottava volta i sistemi del suo BR20, passando la mano lungo la fusoliera con la tenerezza di un padre che accarezza il volto del figlio.

32 anni, occhi color nocciola, consumati da troppe missioni. Rinaldi conosce ogni bullone di quella cicogna meglio di quanto conosca le strade della sua Torino Natale. Al suo fianco il motorista Carlo Ferretti, 25 anni, capelli neri, sempre in disordine, mani macchiate di olio motore, stringe nervosamente una fotografia sbiadita. È sua moglie Giulia, incinta di 7 mesi, che sorride da un mondo che sembra appartenere a un’altra vita.

Oggi è il giorno, Carlo! sussurra Rinaldi senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte dove Malta attende come una fortezza maledetta. Quindicima missione quella che ci porta a casa. Carlo annuisce infilando la fotografia nella tasca della giacca di volo, proprio sopra il cuore. Entrambi sanno che è una bugia gentile.

Nella regia aeronautica del 1941 nessuno conta più le missioni, sperando di tornare a casa. Si vola perché è quello che si deve fare, perché qualcuno deve portare la guerra a chi l’ha voluta, perché rinunciare significherebbe tradire ogni compagno caduto nel Mediterraneo. Il capitano pilota Alessandro Conti emerge dalla sala briefing con il passo sicuro di chi ha già guardato la morte negli occhi e le ha sorriso.

38 anni, medaglia d’argento al valor militare appesa al petto, cicatrice che attraversa la guancia sinistra come un fiume di pelle bruciata, ricordo di un atterraggio di emergenza in fiamme 6 mesi prima. Conti non parla molto, non ne ha bisogno. Quando i suoi occhi grigi si posano sui membri del suo equipaggio, trasmettono tutto ciò che serve sapere.

Fiducia, determinazione è quella strana forma di amore che lega gli uomini che affrontano insieme l’inferno. Malta, dice Conti, e quella singola parola contiene universi di significato. Depositi di carburante nel porto di Valletta, volo in formazione stretta, quota 4.000 m, 12 broventi più scorta di caccia.

Gli inglesi sapranno che arriviamo, quindi aspettatevi l’inferno già dal mare. Rinaldi e Ferretti scambiano uno sguardo. Hanno volato su Malta sette volte. Sanno esattamente cosa significa aspettatevi l’inferno. Significa speedfire che emergono dal sole come falchi assassini. significa batterie contraeree che trasformano il cielo in un tappeto di morte esplosiva.

Significa che non tutti i 12 bombardieri torneranno a Pantelleria quella sera. Il decollo è perfetto. I motori Fiat A80 RC41 ruggiscono in sincronia armoniosa, mentre il BR20 si solleva dalla pista, seguito dagli altri 11 della formazione. Sotto di loro il Mediterraneo si stende come un immenso tappeto di zaffiro liquido, ingannevolmente pacifico sotto il sole di mezzogiorno.

Ferretti, alla sua postazione di mitragliere ventrale osserva le onde e pensa a Giulia. Si chiede se il bambino sarà maschio o femmina, se avrà i suoi occhi scuri o quelli chiari di lei, se riuscirà a insegnargli a giocare a calcio prima che la guerra finalmente finisca. Sono pensieri pericolosi durante una missione, lo sa, ma sono anche l’unica cosa che mantiene vivo qualcosa dentro di lui che assomiglia ancora all’umanità.

La radio Gracchia, formazione cicogna qui, Aquila 1. È la voce del comandante della scorta di caccia MC2. Abbiamo compagnia Speedfire, ore 2, quota 5000, almeno otto contatti. Il cuore di Rinaldi accelera, ma le sue mani rimangono ferme sui comandi. Questo è il momento in cui l’addestramento prende il sopravvento, quando il corpo si muove prima che il cervello possa elaborare la paura.

Manteniamo la formazione ordina Conti alla radio. La voce calma, come se stesse ordinando un caffè al bar. I caccia se ne occuperanno. Noi pensiamo solo all’obiettivo. Ma i caccia non possono occuparsi di tutto. Il cielo esplode in un balletto mortale di traccianti e fumo, mentre i macchine MC2 si lanciano contro gli Speedfire britannici.

Le mitragliere dei BR20 iniziano a tuonare scaricando proiettili contro i caccia nemici che scivolano tra la formazione come squali argentati. Ferretti vede uno Speedfire riempire il suo mirino, preme il grilletto, sente le vibrazioni della Breda Safat mentre sputa morte a 1200 colpi al minuto. Traccianti rossi convergono sul caccia britannico, strappano pezzi dall’ala destra e improvvisamente l’aereo nemico si ribalta su se stesso, avvolto in una spirale di fumo nero.

Preso! urla Ferretti. L’adrenalina che cancella ogni pensiero razionale, ma la celebrazione dura meno di un respiro. Un boato assordante squarcia l’aria. L’intero BR20 si solleva violentemente come colpito da un pugno di Dio. Rinaldi viene scaraventato contro i comandi. Il sapore metallico del sangue gli riempie la bocca.

Dietro di lui qualcosa esplode con un fragore apocalittico. Fumo acre invade la cabina di pilotaggio. L’odore di cavi elettrici bruciati si mescola al tanfo di combustibile vaporizzato. “Siamo colpiti!” grida nella radio, ma non sa nemmeno se qualcuno può sentirlo. Il mondo è diventato un caos di allarmi stridenti, metallo che si piega, aria che sibila attraverso squarci invisibili.

Conti combatte con i comandi, i muscoli del collo tesi come corde di violino mentre cerca disperatamente di mantenere l’aereo in quota. Il BR 23, ma sbanda, perde quota come un uccello con l’ala spezzata. Attraverso il fumo Rinaldi vede l’altimetro girare all’indietro. 3800 m, 3600 3400. Ferretti urla Conti. Ferretti, rispondi. Silenzio.

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