Posted in

Gli Alpini Italiani Camminarono 200km Nella Neve Russa —E Salvarono 3 Divisioni Tedesche Accerchiate

17 dicembre 1942. Quella mattina, quando il sole cercò inutilmente di bucare la coltre grigia sopra il Don, 35.000 soldati italiani del lotto armata avevano già capito che stavano per morire. Ma c’era qualcosa che i sovietici non avevano previsto, qualcosa che i generali tedeschi non avevano capito, qualcosa che persino Mussolini ignorava quando aveva mandato i suoi uomini in quella steppa maledetta.

"
"

Sul Don c’erano gli alpini e gli alpini non si arrendevano mai. La temperatura era scesa a -35°. In alcuni punti il termometro toccava -40. L’operazione Piccolo Saturno era cominciata il giorno prima, 16 dicembre, con una violenza che nessuno aveva immaginato. Le divisioni delle guardie sovietiche, la prima e la terza, si erano abbattute sulle posizioni italot-tedesche come un’onda d’acciaio.

contro un 120 carri armati, T34 contro poche centinaia di fucili antiquati e cannoni da montagna progettati per le Alpi, non per fermare i mostri corazzati di Stalin. In tre giorni l’armata rossa aveva aperto una voragine nel fronte dell’asse, 45 km di profondità, 150 di larghezza.

Due corpi d’armata italiani, il secondo e il 3quo, erano stati spazzati via come polvere nella tempesta. Ma aspettate, perché qui la storia diventa davvero strana. Mentre ungheresi e rumeni si sbandavano in poche ore, mentre intere divisioni scomparivano letteralmente dalla mappa, gli alpini tennero. Tennero quando non aveva più senso tenere, tennero quando i tedeschi stavano già scappando verso ovest.

tennero mentre attorno a loro il mondo bruciava. Le divisioni Tridentina, Julia e Cuneense rimasero incollate alle loro posizioni sul Don, come se quelle steppe ghiacciate fossero le loro montagne. Qualcuno si è mai chiesto perché, qualcuno si è mai domandato cosa passasse per la testa di quegli uomini, mandati a morire per una guerra che non era la loro, in un paese che non avevano mai odiato, contro un nemico che rispettavano più dei propri alleati.

Vi prego, iscrivetevi al canale e lasciate un commento qui sotto con le vostre opinioni, perché questa storia che sto per raccontarvi cambierà tutto quello che pensavate di sapere sulla Seconda Guerra Mondiale. Cambierà tutto quello che vi hanno insegnato sui vincitori e sui vinti, sui coraggiosi e sui vigliacchi, sui tradimenti e sugli eroi dimenticati.

Torniamo a quel 17 dicembre. I tedeschi sapevano già tutto. Sapevano che l’offensiva sovietica stava arrivando. Avevano visto le ricognizioni aeree, avevano intercettato le comunicazioni. Avevano contato i carri armati che si ammassavano oltre il Don. E cosa fecero? Niente. O meglio, si assicurarono che le loro unità migliori fossero posizionate più indietro, pronte a ritirarsi.

Gli italiani, gli ungheresi, i rumeni, loro erano la carne da macello, il cuscinetto sacrificabile. E quando tutto crollò, i tedeschi si ritirarono ordinatamente verso ovest, abbandonando gli alleati al loro destino. 130.000 soldati italiani intrappolati, circondati, condannati. La neve cadeva incessante, non la neve romantica delle cartoline, no, questa era neve assassina, neve che ti entrava nelle ossa, che trasformava gli uomini in statue di ghiaccio ancora prima che morissero.

I soldati italiani non avevano equipaggiamento invernale adeguato. Indossavano ancora le uniformi estive con qualche giacca di lana in più se erano fortunati. I loro stivali si sfasciavano dopo pochi giorni di marcia. Le loro armi si inceppavano per il freddo e intorno a loro le colonne corazzate sovietiche avanzavano inesorabili con i loro T34 che sembravano bestie preistoriche emergere dalla tormenta.

Ma ecco dove la narrazione ufficiale inizia a traballare. Perché se gli alpini erano così male equipaggiati, così inferiori numericamente, così abbandonati dai tedeschi, come mai tennero il fronte per quasi un mese intero? Come mai? Quando finalmente ricevettero l’ordine di ritirarsi il 17 gennaio, quasi un mese dopo l’inizio dell’offensiva sovietica, erano ancora lì, ancora combattenti, ancora pericolosi.

I libri di storia vi diranno che fu coraggio, onore militare, senso del dovere, ma forse, solo forse c’era qualcos’altro. Forse quegli uomini delle montagne sapevano qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Forse avevano capito che in quella steppa infernale, circondata da carri armati e da un nemico infinitamente superiore, l’unica possibilità di sopravvivere era non arrendersi mai.

Pensateci, le divisioni tedesche con tutto il loro armamento superiore, con i loro panzer e la loro organizzazione prussiana, si ritirarono quasi subito, ma gli alpini no. Le tre divisioni alpine, Tridentina, Iulia, Cuneense, più la divisione di fanteria Vicenza, formavano il corpo d’armata alpino. 57.000 uomini quando tutto iniziò.

Uomini addestrati per combattere in montagna, non nelle pianure gelate. Uomini con muli, al posto dei camion, con cannoni da 75 mm al posto dell’artiglieria pesante, con picconi e corde da alpinismo al posto di armi anticarro. Eppure tennero. Il 13 gennaio 1943, quando i sovietici lanciarono la seconda fase dell’operazione Saturno, quattro armate del fronte di Vorone si abbatterono sull’armata ungherese alla loro sinistra.

In tre giorni l’intera seconda armata ungherese cessò di esistere. 100.000 uomini spazzati via e improvvisamente gli alpini si ritrovarono completamente circondati. 200 km li separavano dalle nuove linee dell’asse. 200 km di steppa ghiacciata, pattugliata da divisioni meccanizzate sovietiche, disseminata di partigiani, attraversata da tempeste di neve che riducevano la visibilità a pochi metri.

una trappola perfetta, una condanna a morte certa, o almeno così pensavano i sovietici. Ma qui, proprio qui, inizia la parte della storia che nessuno vuole davvero raccontare, la parte che solleva domande scomode. Ma chi erano davvero questi alpini? Chi erano questi uomini che sembravano sfidare le leggi della natura e della guerra stessa? Per capirlo dobbiamo tornare indietro, molto indietro.

    L’Italia è una nazione giovane, appena unificata, che guarda con preoccupazione alle sue frontiere settentrionali. Le Alpi, quella catena montuosa maestosa e terrificante che la separa dal resto d’Europa, sono al tempo stesso una benedizione e una maledizione, una barriera naturale, certo, ma anche una debolezza se qualcuno decidesse di attaccare attraverso i passi montani.

Ed è qui che il capitano Giuseppe Perrucchetti ebbe un’intuizione geniale, quasi rivoluzionaria per l’epoca. Perché mandare soldati di città a morire sulle montagne quando esistevano uomini che su quelle montagne erano nati e cresciuti? Il 15 ottobre 1872 con Regio decreto numero 1056 nascono gli alpini, non semplici soldati, montanari, contadini, pastori, cacciatori delle valli alpine che conoscevano ogni sentiero, ogni crepaccio, ogni sfumatura del tempo in montagna.

Uomini che sapevano camminare sulla neve fresca senza sprofondare, che leggevano il cielo come un libro aperto, che riconoscevano i segni di una valanga imminente. Il loro reclutamento era locale. Ciascun battaglione veniva formato da uomini della stessa valle, dello stesso villaggio. Non era solo una questione tattica, era qualcosa di molto più profondo.

Questi uomini combattevano letteralmente per casa loro, per le loro montagne, per i loro paesi. Si conoscevano dall’infanzia, erano fratelli, cugini, vicini di casa e questo legame, questo senso di appartenenza li rendeva terribilmente efficaci e assolutamente inarrestabili. Guardate il loro simbolo distintivo. Il cappello alpino con la penna nera di corvo per i soldati semplici, marrone d’aquila per i sottfficiali e gli ufficiali giovani, bianca d’oca per gli ufficiali superiori.

Non era solo una decorazione, era un’identità, era un messaggio chiaro a chiunque li vedesse. Questi sono gli uomini delle montagne e nelle montagne sono invincibili. Durante la Prima Guerra Mondiale gli alpini scrissero pagine di gloria che ancora oggi fanno tremare la voce ai veterani quando le raccontano.

Read More