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Coppia sparita sul Monte Faito nel 1995 — 12 anni dopo il rullino svela qualcosa dietro di loro

Coppia sparita sul Monte Faito nel 1995, 12 anni dopo il rullino, svela qualcosa dietro di loro. Nel luglio del 1995 una coppia di giovani escursionisti partì per un fine settimana sul Monte Faito e non fece mai ritorno. Nessuna chiamata, nessun segnale, nessuna traccia tangibile, solo un’auto parcheggiata a bordo strada, due zaini leggeri sul sedile posteriore e un silenzio assordante che si sarebbe protratto per 12 lunghi anni.

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Ma ciò che riaprì il caso non furono nuove testimonianze o una confessione, bensì un vecchio rullino fotografico dimenticato in un deposito della polizia. Dentro quelle immagini sbiadite, scattate in un giorno d’estate apparentemente innocuo, si nascondeva qualcosa che avrebbe sconvolto gli inquirenti.

Dietro al sorriso dei due giovani, tra le fronde degli alberi, si intravedeva una figura. Non era un gioco di ombre, non era un difetto del rullino, era qualcuno. Io sono Tony e ti do il benvenuto sul canale I scomparsi d’Italia. Se ami le storie che fanno luce sui misteri sepolti nel tempo, iscriviti ora al canale e attiva la campanella per non perderti le prossime indagini.

Quella che stai per ascoltare è una ricostruzione che mette i brividi e che ci ricorda quanto sia sottile la linea tra una passeggiata spensierata e l’inizio di un incubo. Giulia Romano e Matteo Bellini avevano rispettivamente 27 e 29 anni. Vivevano Napoli da poco più di un anno. Lei insegnante di sostegno in una scuola media di Fuorigrotta, lui impiegato in una piccola agenzia di escursioni marittime.

Si erano conosciuti a una festa universitaria nel 1992 e da allora non si erano più lasciati. erano amati da tutti. Lei solare, ironica, con una chioma rossa che sembrava riflettere il sole. Lui discreto, curioso, sempre pronto a documentare tutto con la sua vecchia macchina fotografica Canon E1, regalo del padre.

Erano una coppia affiatata e sognavano di trasferirsi in montagna. Il 22 luglio 1995, un sabato, decisero di passare il fine settimana sul Monte Faito. Matteo aveva organizzato un piccolo percorso da fare a piedi con tenda e fornellino da campeggio. Non erano escursionisti esperti, ma neanche sprovveduti. Avevano lasciato detto ai genitori che sarebbero tornati la domenica sera.

La madre di Giulia, la signora Elena, le telefonò quella mattina e lei rispose dicendo che erano appena arrivati e che il tempo era splendido. Fu l’ultima volta che qualcuno sentì la voce di Giulia. Il lunedì seguente, non vedendoli tornare, i genitori si allarmarono. Chiamarono la polizia e andarono insieme al parcheggio dove sapevano che Matteo avrebbe lasciato l’auto.

La trovarono lì intatta. Dentro c’erano due zaini con vestiti, una bottiglia d’acqua, alcune barrette energetiche e un taccuino con appunti sul percorso, ma nessuna traccia della tenda, né della macchina fotografica, né dei telefoni. Le autorità iniziarono subito le ricerche, mobilitando vigili del fuoco, volontari e anche alcuni escursionisti locali.

I cani da ricerca seguirono una pista per circa 1 km, poi nulla, come se i due si fossero dissolti nel nulla. Le ricerche durarono quasi due settimane. Ogni anfratto del sentiero, ogni radura e burrone vennero esplorati. Non c’erano segni di lotta né indizi di una fuga volontaria, nessun corpo, nessun oggetto personale.

Gli inquirenti, sotto pressione mediatica, ipotizzarono un incidente, forse una caduta in un dirupo irraggiungibile. Ma i familiari non vollero mai credere a quella versione. Negli anni successivi il caso finì per diventare uno dei tanti fascicoli polverosi archiviati negli scantinati della questura di Castellammare di Stabia.

La signora Elena però non smise mai di cercare la verità. Comparve in vari programmi televisivi, parlò con giornalisti, pagò di tasca proprio a un investigatore privato. Ogni volta che qualcuno segnalava l’avvistamento di una donna dai capelli rossi simile a Giulia, lei ci credeva, ma ogni volta l’illusione si spezzava. Nel frattempo nessuno si accorse che in un armadio metallico del deposito prove giaceva una scatola con l’etichetta Oggetti non identificati. Luglio 1995.

Dentro c’era una macchina fotografica rovinata dall’umidità, un paio di scarpe da treking femminili e una bustina in plastica con un rullino fotografico ancora sigillato. Il materiale era stato ritrovato nel 2007 da un gruppo di escursionisti incastrato tra le radici di un grosso faggio a circa 2 km dalla cima.

Venne consegnato ai carabinieri locali, ma non fu mai associato a nessun caso specifico. Finì dimenticato tra centinaia di altri oggetti. Fu solo nel marzo del 2025 che qualcosa cambiò. Un giovane archivista in tirocinio, Davide Rosati, stava digitalizzando vecchi fascicoli quando notò la scatola. Il nome Montefaito sul sacchetto attirò la sua attenzione.

Ricordava vagamente la storia di una coppia scomparsa perché suo padre aveva partecipato alle ricerche all’epoca. Decise di portare il rullino a un laboratorio fotografico specializzato in pellicole deteriorate. Nessuno si aspettava granché. Il rullino era vecchio di 30 anni, esposto all’umidità e al tempo. Eppure, quando le immagini cominciarono ad apparire, qualcosa di inquietante prese forma.

Le prime foto mostravano Giulia e Matteo sorridenti, seduti su una roccia con il cielo azzurro sopra di loro. In un’altra lei lo baciava sulla guancia mentre lui scattava con l’autoscatto. Poi una foto leggermente sfocata, come se fosse stata scattata di fretta. Ed è lì che tutto cambiò.

Alle spalle del giovane, seminascosta dietro un tronco, si intravedeva una figura, non un escursionista, non un animale, una figura umana con il volto nascosto da un cappuccio che sembrava osservare la scena in silenzio. La posa era rigida, innaturale. I tecnici del laboratorio, turbati, mostrarono subito l’immagine alla polizia.

Il caso di Giulia e Matteo fu riaperto il giorno stesso, ma quella era solo la prima scoperta. Ce ne sarebbero state altre, molto più oscure. La riapertura ufficiale del fascicolo avvenne nel giro di 24 ore. Il commissario Laura Neroni, da pochi mesi trasferita a Castellammare di Stabia, dopo anni passati alla sezione omicidi di Napoli, ricevette la chiamata direttamente dal laboratorio fotografico.

La descrizione dell’immagine era inquietante, ma non bastava. pretese di vederla con i propri occhi. Quando le mostrarono la stampa, rimase in silenzio per diversi minuti. Non era un difetto ottico né un gioco di luci e ombre. Si trattava inequivocabilmente di una figura umana, immobile, a pochi metri dal soggetto principale della foto.

Una presenza fuori posto, disturbante. Si vedeva solo metà del corpo, eppure bastava per generare una sensazione di pericolo tangibile. Decise all’istante che avrebbe seguito il caso personalmente. Il giorno seguente la dottoressa Neroni convocò la madre di Giulia e il fratello minore di Matteo per informarli dell’accaduto.

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