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La Cuneense Bruciò Le Bandiere Per Non Darle Ai Russi — Poi Morì Combattendo

L’inverno del 1943 lungo il Don non era una stagione, era una sentenza di morte scritta nella neve. La divisione alpina cuneense, composta da circa 17.000 uomini provenienti dalle valli piemontesi, si trovava intrappolata in quella che sarebbe diventata una delle più grandi tragedie militari italiane della seconda guerra mondiale.

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Ma ciò che i libri di storia ufficiali non vi raccontano è che questa catastrofe era prevedibile, forse persino pianificata. Il 16 dicembre 1942 i sovietici avevano lanciato l’operazione Piccolo Saturno, un’offensiva che travolse le linee dell’armata italiana in Russia come un’onda assassina. 130.000 soldati italiani furono circondati quasi immediatamente.

Il generale Gariboldi, comandante dell’Armir, aveva ricevuto rapporti dettagliati sull’imminente attacco sovietico. Eppure gli alpini rimasero in posizione, esposti, vulnerabili, sacrificabili, perché i comandi tedeschi insistettero affinché le truppe italiane rimanessero sulla linea del Don, quando era evidente che il fronte stava crollando.

Il 13 gennaio del 1943, mentre gli ungheresi a nord venivano annientati e i rumeni a sud si dissolvevano nel caos, il corpo d’armata alpino rimase stranamente isolato. Le tre divisioni alpine, Giulia, Tridentina e Cuneense, si ritrovarono circondate da quattro armate sovietiche del fronte di Voronecch del generale Golikov.

In soli tre giorni i carri armati russi avanzarono di 200 km sia a sinistra che a destra delle posizioni alpine, creando una sacca mortale. Il generale Nasci, comandante del corpo alpino, chiese ripetutamente il permesso di ritirarsi già dal 10 gennaio, una settimana prima che l’ordine ufficiale arrivasse. I tedeschi negarono categoricamente, minacciando Nasci, di renderlo personalmente responsabile se avesse abbandonato il Don.

Le truppe alpine italiane divennero così capri espiatori, carne da cannone destinata a rallentare l’avanzata sovietica, mentre i tedeschi si riorganizzavano nelle retrovie. Questa non era strategia militare, era sacrificio programmato. Le temperature scesero a 35° sotto 0, poi a 40. Gli alpini della cuneense, equipaggiati per combattere sulle montagne alpine, si trovarono invece bloccati nelle steppe ghiacciate con uniformi inadeguate.

I loro stivali di cuoio italiano si congelavano trasformandosi in trappole mortali per i piedi. Le armi si inceppavano dopo pochi colpi perché l’olio lubrificante fornito dall’esercito italiano si solidificava al gelo estremo, diventando una sorta di colla inutile. Ogni notte centinaia di uomini morivano semplicemente perché si sedevano a riposare e non si rialzavano più.

Il bianco della neve copriva i cadaveri in poche ore, creando cumuli informi lungo le trincee. Gli ufficiali tedeschi, in collegamento con le divisioni italiane riferivano via radio le notizie dell’accerchiamento di Stalingrado, del crollo dell’ottava armata italiana sul fianco destro della disfatta ungherese a nord. Ma queste informazioni non arrivavano mai ai soldati comuni che combattevano senza sapere che stavano già morendo in una battaglia persa in partenza.

Il 17 gennaio, quando finalmente arrivò l’ordine di ritirata, la Cuneense e la Julia erano già devastate. Solo la tridentina manteneva una parvenza di capacità operativa. 40.000 Uomini, italiani, tedeschi, ungheresi, formarono due colonne disperate che seguivano la tridentina verso ovest, sperando di raggiungere le nuove linee dell’asse.

Ma i sovietici avevano già occupato tutti i villaggi lungo il percorso. Ogni borgo, ogni fattoria, ogni incrocio era diventato un campo di battaglia. I rifornimenti erano finiti da giorni. Le munizioni scarseggiavano al punto che alcuni battaglioni avevano meno di 20 proiettili per fucile. I muli che trasportavano l’artiglieria leggera erano morti o erano stati mangiati dai soldati affamati.

La Cuneense aveva iniziato la ritirata con circa 20 muli per compagnia, una frazione di ciò che serviva per una marcia invernale in territorio nemico. Non era una ritirata militare, era una marcia funebre e qualcuno in alto comando lo sapeva benissimo. Quello che i sopravvissuti raccontarono dopo la guerra solleva domande inquietanti.

Perché i comandi tedeschi avevano il controllo totale sulle decisioni di ritirata delle divisioni italiane? Perché il generale Battisti aveva tentato disperatamente di convincere Nasci a ritirare il corpo alpino già alla fine di dicembre, sostenendo che così si sarebbe salvato almeno il 90% degli alpini.

Battisti aveva capito qualcosa che altri non volevano ammettere. Gli italiani erano considerati sacrificabili dai vertici tedeschi dell’operazione. Le truppe alpine dovevano mantenere la posizione a tutti i costi, un eufemismo militare che significa fino alla morte. E mentre i soldati tedeschi nelle retrovie ricevevano equipaggiamento invernale adeguato, coperte, razioni supplementari, gli alpini italiani venivano lasciati a morire con uniformi estive e scarpe di cartone.

Questa disparità di trattamento non era un errore logistico, era politica deliberata. Nei primi giorni di accerchiamento, quando ancora c’era speranza, gli ufficiali della cuneense nascondevano la vera gravità della situazione ai loro soldati. Dicevano che era una ritirata tattica temporanea, che i rinforzi stavano arrivando, che i tedeschi avrebbero contrattaccato, ma le radio rimanevano silenziose.

Le richieste di supporto aereo venivano ignorate. I pochi aerei italiani rimasti, i Machi MC200, i Fiat BR20, i caproni CA311 erano stati ridotti al minimo dopo mesi di combattimenti e temperature che congelavano i carrelli d’atterraggio. Contro 2000 aerei sovietici schierati sul fronte del D, l’asse poteva opporre appena 300 velivoli operativi e la maggior parte erano tedeschi che davano priorità alle proprie truppe.

Gli alpini della cuneense guardavano il cielo vuoto e capivano, erano stati abbandonati. La verità lentamente si faceva strada nelle menti intorpidite dal freddo. Forse erano già morti, solo che i loro corpi non lo sapevano ancora. C’è un momento nella vita di un’unità militare in cui la morte diventa certezza matematica.

Per la Cuneense quel momento arrivò il 28 gennaio 1943, quando gli ultimi sopravvissuti del primo reggimento alpini presero una decisione che avrebbe definito per sempre il loro posto nella storia, bruciare la bandiera di combattimento del reggimento piuttosto che permettere ai sovietici di catturarla. Ma questa scelta nasconde domande più profonde che la storiografia ufficiale preferisce ignorare.

Chi diede davvero l’ordine? Perché bruciare l’unico simbolo rimasto di identità e speranza? E soprattutto cosa stavano cercando di nascondere con quelle fiamme? Le bandiere regimentali degli alpini non erano semplici pezzi di stoffa cucita, erano reliquie sacre, tessute in seta italiana pregiata, ricamate con fili d’oro ed d’argento, custodite in astucci di legno pregiato.

Ogni bandiera misurava 99 cm per lato con una frangia dorata che correva lungo i bordi. Al centro, sulla striscia bianca del tricolore italiano, spiccava lo stemma reggimentale, un’aquila ricamata. che stringeva tra gli artigli corone dall’oro e simboli delle battaglie passate. Attorno allo stemma pergamene ricamate elencavano le decorazioni militari guadagnate in decenni di combattimenti.

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