Messico 2 ottobre 1968. Piazza delle Tre culture si trasforma in un mattatoio. I soldati sparano sugli studenti. Tra centinaia di corpi giace una donna con tre proiettili nel corpo. La trascinano per i capelli giù per le scale e la gettano in un camion insieme ai morti. Lei non urla, lei memorizza. Si chiamava Oriana Fallaci, nata il 29 giugno 1929 a Firenze.
Morta il 15 settembre 2006 nella stessa città, alta 1,60 m, peso 50 kg. Tanto bastò per far sì che i dittatori di tutto il mondo la temessero più degli eserciti. Chiinger definì la conversazione con lei una catastrofe. Come In scagliò addosso il Chador, Arafati impugnò la pistola. Geddafi fuggì. Ma ecco l’enigma.
Questa donna, sopravvissuta alla fucilazione che aveva interrogato Tiranni, si spezzò una sola volta a causa di un uomo che le diede un calcio nel ventre perché lo perdonò. Per comprendere questa donna bisogna tornare indietro, molto indietro, a una città sotto le bombe, a una bambina che imparò a non piangere. Firenze, 29 giugno 1929.
In una famiglia povera del quartiere operaio nasce una bambina, il padre Edoardo Fallaci fa il falegname, la madre Tosca Cantini e una casalinga semianalfabeta che firma con la croce perché non sa scrivere il proprio nome. Non hanno soldi, non hanno prospettive, ma hanno qualcosa che non si compra, il coraggio.
Eduardo Fallaci non è un falegname qualunque, è un antifascista convinto, membro del movimento clandestino Giustizia e Libertà. Mentre Mussolini marcia su Roma e l’Italia sprofonda nella dittatura, quest’uomo insegna alla figlia una lezione fondamentale. Il potere va sfidato, mai temo. La piccola Oriana cresce tra segatura e discorsi proibiti.
Mentre le altre bambine giocano con le bambole, lei ascolta le riunioni clandestine nella bottega del padre. Impara a riconoscere i passi dei fascisti nel vicolo. Impara a nascondere volantini sotto il materasso. Impara che le parole possono essere armi più potenti dei fucili. A 10 anni scopre Jack London. Lo legge di nascosto alla luce di una candela, mentre fuori le camicie nere pattugliano le strade.
Quelle pagine le cambiano la vita. Il richiamo della foresta Zanna Bianca. Martin Eden. Storie di lotta di sopravvivenza di individui contro il mondo. Decide diventerà scrittrice, non sa ancora che diventerà molto di più. Poi arriva la guerra e con la guerra, l’inferno. 1943 Firenze brucia. I tedeschi hanno occupato la città.
Il padre di Oriana guida una cellula della resistenza. ha bisogno di staffette, di corrieri che possano passare inosservati ai posti di blocco nazisti. Chi sospetterebbe di una ragazzina con la borsa della spesa? Oriana tra i 10 e i 14 anni, quando inizia a trasportare granate, le nasconde nei cespi di lattuga, in fondo alle borse della spesa, sotto strati di patate e cipolle.
attraversa i posti di blocco tedeschi con il cuore in gola, ma il viso impassibile. Un solo errore, un solo sospetto e sarebbe la fine. Non per lei sola, per tutta la famiglia. I nazisti la fermano, frugano nella borsa, vedono verdura, pane, qualche patata, non scavano fino in fondo dove l’acciaio freddo delle granate aspetta, la lasciano andare con un gesto annoiato.
Lei cammina via lentamente, come le ha insegnato suo padre. Mai correre dopo un posto di blocco. Correre significa colpa, correre significa morte. Non è l’unico rischio che corre quando gli aerei alleati vengono abbattuti sulla Toscana. I piloti americani e inglesi hanno bisogno di aiuto per fuggire. La rete partigiana li nasconde, ma qualcuno deve guidarli attraverso le linee nemiche.

Oriana diventa quella guida, li conduce attraverso sentieri nascosti tra le colline toscane, li nasconde nei fienili puzzolenti di fieno e paura. Procura loro abiti civili rubati dai panni stesi. È così che impara l’inglese non sui banchi di scuola, ma sussurrando istruzioni a uomini terrorizzati che le affidano la vita.
Y go left, ten striked, don’t speak, don’t smoke. If Germans come Y Runyi, a 14 anni, trasporta esplosivi, salva vite e non piange mai, ma c’è un momento che segnerà per sempre la sua esistenza. Un momento che la trasformerà da bambina in qualcos’altro. Estate 1943. Le bombe alleate martellano Firenze, il sibilo degli aerei, poi il fischio delle bombe che cadono, poi l’esplosione che fa tremare la terra.
Edoardo Fallaci e la sua famiglia si rifugiano in cantina, i muri tremano, la polvere piove dal soffitto come neve grigia. Nel buio illuminato solo dal bagliore delle esplosioni, la piccola Oriana scoppia in lacrime. Il padre si volta, la guarda e le dà uno schiaffo, non forte, non per fare male, ma abbastanza per fermare il pianto.
Una bambina non deve piangere. Cinque parole. Oriana le portò con sé per il resto della vita. 60 anni dopo le ripeteva ancora nelle interviste, le usò come scudo, come arma, come giustificazione. Da quel momento giurò a seé stessa che non avrebbe mai più versato lacrime, né sotto le bombe, né sui cadaveri in Vietnam, né sul corpo dell’uomo che amava.
Il pianto divenne un lusso che si proibì per sempre, o almeno così diceva. Ma chi può sapere cosa succedeva dietro le porte chiuse nelle notti solitarie quando nessuno guardava? La guerra non aveva ancora finito con la famiglia Fallaci. Una notte di quell’inverno terribile i fascisti bussarono alla porta. Eduardo venne arrestato e portato a Villa Triste, il quartier generale della Gestapo a Firenze.
Il nome era Beffardo, Villa triste, ma dentro quelle mura non c’era nulla di cui sorridere. Gli uomini venivano torturati fino a farli parlare o fino a ucciderli. Spesso entrambe le cose, Oriana non seppe esattamente cosa fecero a suo padre in quelle stanze. Lui non ne parlò mai, portava il silenzio come una cicatrice invisibile, ma quando tornò a casa settimane dopo era un uomo diverso.
Camminava curvo, come se portasse un peso invisibile sulle spalle. Aveva lo sguardo vuoto di chi ha visto troppo. Portava cicatrici che non mostrava a nessuno, nemmeno alla moglie. La ragazzina guardò quell’uomo spezzato e capì qualcosa di fondamentale. Il potere tortura, il potere uccide, il potere mente.
E qualcuno deve raccontarlo, qualcuno deve essere testimone. Quel qualcuno sarebbe stata lei. 1945. La guerra finisce. Firenze e libera. I tedeschi si ritirano, i partigiani scendono dalle montagne, la gente piange e ride nelle strade. Oriana Fallaci, 15 anni appena compiuti, riceve una medaglia per il suo contributo alla resistenza.
È una delle più giovani decorate d’Italia, una bambina che ha fatto il lavoro di un soldato, ma la pace porta nuove sofferenze, sofferenze diverse, più lente, più grigie. Il dopoguerra è miseria. La famiglia Fallaci vive in uno scantinato umido dove l’acqua gocciola dai muri e i topi corrono negli angoli. Eduardo non trova lavoro.
Gli antifascisti non sono benvenuti nell’Italia che vuole dimenticare, che vuole far finta che il fascismo non sia mai esistito, che preferisce il silenzio alla giustizia. Tosca fa miracoli con il poco che hanno. Cucina zuppe con gli avanzi. Rammenda vestiti fino a farli diventare più rammendo che stoffa.
Le sorelle di Oriana, Nera, Paola, Elisabetta condividono tutto, vestiti, scarpe, sacrifici. Oriana si iscrive all’Università di Firenze, studia medicina, poi chimica, ma non è quella la sua strada. I cadaveri nell’obitorio non la spaventano, ha visto di peggio. Le formule chimiche non la annoiano, a una mente acuta, ma qualcos’altro la chiama.
Lei vuole scrivere, vuole raccontare, vuole dare voce a chi non ne ha. A 16 anni trova il coraggio di bussare alla porta di un giornale. Il mattino dell’Italia centrale cerca qualcuno per la cronaca nera. Delitti, incidenti, suicidi, tragedie quotidiane della povera gente. Non è la grande letteratura che sognava leggendo Jack London, ma è un inizio, è un piede nella porta.
Lo zio Bruno Fallaci, giornalista affermato, le dà una mano, le insegna i rudimenti del mestiere, come verificare una fonte, come costruire un articolo, come fare domande scomode senza farsi sbattere la porta in faccia. Soprattutto le insegna a non farsi intimidire. “Sei una donna”, le dice, “ti tratteranno come se fossi invisibile o peggio come se fossi stupida.
Usalo a tuo vantaggio, lascia che ti sottovallutino, poi colpisci. Lei impara in fretta, troppo in fretta per i colleghi maschi che la guardano con sospetto. La sua prima inchiesta importante riguarda la prostituzione a Firenze, non le storie romantiche delle cortigiane da altri tempi. La realtà squallida dei bordelli del dopoguerra.
intervista le ragazze, ascolta le loro storie di povertà e disperazione, racconta lo sfruttamento che nessuno vuole vedere. L’articolo fa scandalo, le famiglie per bene si indignano, i protettori la minacciano. Un uomo la aspetta sotto casa una sera, le dice che se continua a scrivere le taglieranno la faccia. Lei pubblica anche quello.
La bambina che trasportava granate nei cespi di Lattuga è diventata una giornalista che trasporta verità scomode nelle pagine dei giornali. Il meccanismo è lo stesso: passare inosservata, raccogliere informazioni, colpire nel segno, non farsi prendere. Aveva imparato a non piangere. Adesso doveva imparare a far piangere gli altri con la verità, con le parole, con il coraggio di dire ciò che nessuno voleva sentire.
Ma Firenze era troppo piccola per lei. L’Italia era troppo piccola, il mondo la aspettava. 1950. Una giovane donna varca la soglia della redazione dell’Europeo, il più importante settimanale italiano. A 21 anni uno sguardo che non si abbassa mai è un curriculum che include la resistenza e la cronaca nera fiorentina. I redattori la guardano con scetticismo appena velato.
Una donna al giornale può occuparsi di moda, di pettegolezzi, di cucina, cose da donne, cose leggere, cose che non contano. Lei accetta, ma solo per mettere un piede dentro la porta, solo per aspettare il momento giusto. Per anni Oriana Fallaci scrive di sfilate e ricevimenti mondani, intervista attrici e nobildonne, racconta matrimoni reali e scandali da rotocalco.
Sorride quando i colleghi maschi le danno pacche sulle spalle e la chiamano signorina, ma dentro di sé ribolle. Lei vuole la politica, vuole la guerra, vuole i potenti e loro i potenti sono tutti uomini che non prendono sul serio le donne. Un giorno nella redazione dell’Europeo sbotta non può più trattenersi, basta con i vestiti e i pettegolezz.
Voglio le storie vere, voglio i reportage seri. Il direttore alza lo sguardo dal suo caffè, vede questa donna piccola, magra, con una voce che sembra troppo grande per il suo corpo minuto. Per un momento considera di licenziarla, invece le dà una possibilità. scriva qualcosa di serio, vedremo. Lei scrive di prostituzione, di povertà, di ingiustizia sociale.
Scrive con una furia che spiazza i colleghi maschi che non sanno come classificarla. Non è abbastanza femminile per essere ignorata, non è abbastanza docile per essere controllata, è semplicemente troppo brava per essere fermata. I suoi articoli vendono copie, molte copie. Il direttore non può più ignorarla. Nel 1955 l’Europeo la manda a Hollywood.
È una promozione mascherata da esilio. La corrispondenza dagli Stati Uniti è prestigiosa, ma lontana dal cuore del giornale, lontana dalle decisioni che contano. Sperano che si perda tra le luci del cinema e le feste delle star. Sperano che si ammorbidisca. Non conoscono Oriana Fallaci. Hollywood negli anni 50 e la fabbrica dei sogni.
Stelle lucenti, scandali nascosti, contratti milionari e vite distrutte. I giornalisti di mezzo mondo fanno la fila per intervistare i divi. Tutti vogliono piacere, tutti vogliono foto sorridenti, tutti vogliono pubblicità positiva. È un gioco di specchi e menzogne che tutti accettano.
La giovane italiana fa il contrario. Quando intervista Marilyn Monroe non le chiede del prossimo film o del vestito che indosserà la prima. Le chiede della solitudine, della paura di invecchiare, delle pillole che prende per dormire sempre di più, sempre più forti. Merry, insorpresa da questa donna che la guarda negli occhi invece che nel de Colleté, si apre come non aveva mai fatto con un giornalista.
Tutti vogliono Merriling, dice l’attrice, nessuno vuole Norma Jean. È lei chi preferisce essere un lungo silenzio, poi una risposta che non finirà mai nell’articolo. Con Marlon Brando la conversazione diventa uno scontro di ego titanici. Lui è arrogante, sicuro della sua bellezza e del suo talento.
Lei è più arrogante ancora, sicura delle sue domande. Lei si considera un genio chiede la Fallaci. E lei si considera una giornalista?” risponde Brando. “Io faccio domande, lei dovrebbe fare risposte o non è capace?” Brando la fissa. Poi scoppia a ridere. Una risata vera, non quella che usa per le fotografie. È l’unica giornalista che non mi annoia ammette alla fine.
Alfred Hkcock la riceve nel suo studio, circondato dai suoi feticci e dalle sue ossessioni. Lei nota i dettagli, le mani grassocce che giocano nervosamente con un sigaro. Lo sguardo che misura ogni reazione calcola ogni effetto. Lui nota lei, piccola, nervosa, pericolosa come i personaggi dei suoi film. Lei ha paura di qualcosa, signor Ichcock, di tutto.
Per questo faccio film dell’orrore per addomesticare la paura e funziona. Mai l’intervista diventa un duello di intelligenze. Alla fine nessuno dei due ha vinto, ma entrambi hanno rispetto per l’avversario. Nel 1958 pubblica il suo primo libro I sette peccati di Hollywood. Non è un omaggio alla fabbrica dei sogni. È una dissezione spietata con il bisturi delle parole.
Racconta l’ipocrisia dei moralisti che predicano valori familiari e tradiscono le mogli. La crudeltà dei produttori che masticano giovani attrici e le sputano fuori quando non servono più. Il vuoto esistenziale dietro i sorrisi perfetti, l’alcol, le droghe, i suicidi che nessuno racconta. Il libro diventa un caso editoriale. I critici lo amano, Hollywood lo odia.
Lei non potrebbe essere più soddisfatta, ma c’è un incontro che non va come previsto, un incontro che le insegnerà una lezione preziosa. Frank Sinatra accetta di incontrarla. La voce, il mito, l’uomo che fa impazzire le donne di mezzo mondo. Oriana prepara le domande per giorni. Non saranno domande facili. Non saranno le solite domande sulla musica e sui film.
L’intervista inizia in un ristorante di Los Angeles, Sinatra e di cattivo umore lo è spesso. Prima domanda gentile, introduttiva, seconda domanda un po’ più pungente, terza domanda sulla sua presunta connessione con la mafia. Sinatraposa il bicchiere, la guarda con quegli occhi azzurri che hanno fatto innamorare milioni di donne, ma non c’è calore in quello sguardo, si alza e se ne va.
Senza una parola, senza voltarsi, qualsiasi altro giornalista avrebbe gettato via i suoi appunti e pianto sulla serata sprecata. Lei invece prende il taccuino e comincia a scrivere. Scrive un articolo su come Frank Sinatra è fuggito da un’intervista. Descrive la sua paura delle domande vere, la sua arroganza, la sua incapacità di affrontare qualcuno che non lo adula.
Descrive il ristorante, il piatto che ha lasciato a metà il cameriere imbarazzato, il silenzio che è seguito alla sua uscita. L’articolo fa più rumore di qualsiasi intervista riuscita. Tutti lo leggono, tutti ne parlano. Sinatra diventa lo zimbello della stampa, l’uomo duro che fugge da una donna con un taccuino.
Il metodo fallaci comincia a prendere forma. Se non puoi avere le risposte, racconta le non risposte. Il silenzio parla più forte delle parole. La fuga è una confessione, ma Hollywood era solo un antipasto. Il piatto principale attendeva tra le stelle, non quelle del cinema, ma quelle del cielo. 1963, la corsa allo spazio è nel pieno del suo furore.
Americani e sovietici gareggiano per conquistare il cosmo e con esso il futuro dell’umanità. Il presidente Kennedy ha promesso un uomo sulla Luna entro la fine del decennio. La NASA è il tempio di questo sogno, il luogo dove l’impossibile diventa possibile. Oriana Fallaci ottiene quello che nessun giornalista europeo ha mai avuto.
Accesso completo ai programmi spaziali americani, non solo interviste controllate e comunicati stampa. Può entrare nei centri di addestramento, parlare con gli astronauti senza filtri, persino provare i simulatori di volo. Perché proprio lei, perché è una giornalista italiana, donna per giunta, perché è diversa.
Non vuole raccontare gli eroi, vuole raccontare gli uomini dietro gli eroi, le loro paure notturne, i loro dubbi segreti, le loro debolezze nascoste. Gli americani, abituati alla propaganda trionfale della guerra fredda, restano spiazzati, ma anche affascinati. Questa donna piccola fa domande che nessuno ha mai osato fare.
Diventa amica di John Glen, il primo americano in orbita terrestre. Passa ore compete Conrad, che un giorno camminerà sulla Luna. Studia i loro corpi sottoposti a stressi impossibili, le loro menti addestrate a non cedere al panico, le loro famiglie che aspettano a casa sapendo che ogni lancio potrebbe essere l’ultimo. Capisce che questi uomini non sono semidei, sono esseri umani terrorizzati che ogni giorno rischiano di morire in una palla di fuoco e che ogni giorno scelgono di farlo comunque.
Un episodio rivela il suo stile in modo perfetto. Durante un incontro con Alan Shepard, il primo americano nello spazio suborbitale. La conversazione scivola sull’ego. Shepard parla di sé, del suo primato, della sua importanza storica. Parla molto di sé. La Fallaci lo ascolta, poi con il tono più innocente del mondo gli dice: “Comandante, lei sembra avere il complesso del primo uomo? Shepard si blocca. Nessuno gli ha mai parlato così.
Nessuno ha mai osato. La fissa cercando di capire se sia un insulto o un’osservazione. Poi scoppia a ridere. Una risata vera, liberatoria. Ha ragione, ammette: “Nessun altro giornalista me l’ha mai detto in faccia”. Forse perché nessuno ci aveva pensato o forse perché tutti avevano paura. E lei ha paura di me chiede lei.
Comincio ad averla. Nel 1965 pubblica se il sole muore un libro dedicato a suo padre. Non è solo un reportage sullo spazio, è una riflessione sulla mortalità, sul coraggio, sul bisogno umano di superare i propri limiti e toccare l’infinito. Il titolo viene da una frase che suo padre le disse una volta parlando del futuro dell’umanità.
Se il sole muore, noi siamo morti, ma se andiamo nello spazio, se raggiungiamo altri soli, allora vivremo per sempre. Il libro vende centinaia di migliaia di copie. La critica la paragona ai grandi scrittori americani, ma lei non è soddisfatta. Intervistare astronauti è emozionante, ma loro sono eroi positivi. Il mondo li ama, li ammira, li celebra.
Non c’è conflitto, non c’è tensione vera, non c’è il brivido della battaglia. Oriana Fallaci vuole qualcosa di più difficile, vuole intervistare chi il mondo odia o dovrebbe odiare. Vuole guardare negli occhi i tiranni, i dittatori, i macellai della storia. Vuole farli parlare, vuole smascherarli e per raggiungerli deve andare dove il sangue scorre davvero, dove le bombe cadono, dove la morte non è un rischio statistico, ma una compagna quotidiana.
La bambina che non piangeva stava per entrare nell’inferno. È l’inferno che aveva visto passare tanti giornalisti coraggiosi non era pronto per lei. 1967, il Vietnam brucia. Oriana Fallaci atterra a Saigon con una valigia leggera e un taccuino pesante di domande. A 38 anni ha intervistato stelle del cinema e astronauti.
Ha scritto libri che hanno venduto centinaia di migliaia di copie. Ma questo è diverso. Questo è sangue vero. Questo è l’inferno. La guerra del Vietnam non è come le guerre dei libri di storia. Non ci sono fronti chiari né eserciti in divisa che si affrontano su campi di battaglia definiti. Qui la morte arriva ovunque e in ogni momento, nelle risa allagate, nei villaggi che bruciano nelle strade affollate di Saigon.
Il nemico è invisibile. Può essere il contadino che ti sorride, può essere il bambino che ti chiede una sigaretta. La paura è costante come l’umidità che penetra nelle ossa. La giornalista italiana rifiuta di restare negli alberghi climatizzati dove si rifugiano i corrispondenti stranieri. Rifiuta i briefing ufficiali, i comunicati stampa, le verità preconfezionate dell’esercito americano.
Vuole vedere, vuole sentire, vuole capire. Vive con i soldati americani, dorme nelle trincee scavate nel fango, mangia il loro cibo in scatola che sa di latta e disperazione. Condivide le loro notti insonni, quando ogni fruscio nella giungla può significare morte, quando ogni ombra può nascondere un cecchino.
I militari all’inizio la guardano con sospetto. una donna al fronte, una giornalista italiana per giunta di un paese che non c’entra niente con questa guerra, ma lei non si lamenta mai, non chiede privilegi, non piange quando vede i corpi, quando i proiettili fischiano, si butta a terra come tutti gli altri. Quando i feriti urlano, aiuta a trasportarli.
Un giorno, durante un’imboscata un’esplosione la investe. Schegge di granata le penetrano nella carne, il sangue le cola lungo il braccio, le macchia la camicia. I soldati vogliono evaccuarla immediatamente. Lei rifiuta. “Non sono venuta fin qui per scappare al primo graffio” dice stringendo i denti mentre un medico le estrae i frammenti senza anestesia.
Resta, scrive, testimonia. I soldati cominciano a rispettarla, cominciano a parlarle davvero, non con le frasi fatte che riservano ai giornalisti, le raccontano della paura che non li lascia mai, dei compagni morti tra le loro braccia, dei dubbi su questa guerra che non capiscono, del desiderio disperato di tornare a casa.
Ma il Vietnam non è solo morte americana, c’è un altro lato della guerra, quello che i giornali occidentali ignorano o demonizzano, il nemico ivietkong, il generale che sta umiliando la più grande potenza militare del mondo. Oriana Fallaci vuole intervistarlo. Vongi Jap. L’uomo che ha sconfitto i francesi a DNBN fu nel 1954 l’architetto della strategia vietnamita.
Per gli americani e il demonio incarnato, per i vietnamiti del nord un eroe nazionale, un genio militare. Otenere l’intervista sembra impossibile. JAP non parla con i giornalisti occidentali. Il Vietnam del Nord è un paese chiuso, impenetrabile nemico. Ma la Fallaci insiste con la testardaggine che la caratterizza.
Manda richieste attraverso canali diplomatici, usa ogni contatto che ha, aspetta settimane che diventano mesi. Alla fine Hanoy accetta. È la prima intervista che un giornalista occidentale ottiene con il nemico numero uno dell’America. Un colpo giornalistico senza precedenti. La conversazione dura ore in una stanza spoglia di Hanoi.
Già parla con calma, quasi con dolcezza, come un professore che spiega una lezione a uno studente non particolarmente brillante. Spiega la sua strategia con pazienza. Non vincere le battaglie, ma vincere la guerra. logorare il nemico, farlo sanguinare lentamente goccia dopo goccia, aspettare che perda la volontà di combattere.
Voi occidentali contate i morti, dice Jap. Noi contiamo il tempo. Il tempo è dalla nostra parte. Possiamo aspettare 10 anni, 20, 100. Voi non potete. La giornalista ascolta, non è d’accordo con tutto, ma capisce. Capisce che questa guerra all’America non può vincerla. Non con le bombe, non con i soldati, non con i miliardi di dollari, perché il Vietnam combatte per la sua terra, per la sua esistenza.
Gli americani combattono per un’idea astratta, per una teoria del domino che nessun soldato nelle trincee capisce davvero. Quando torna a Saigon scrive: “Le sue parole sono dure, spietate, senza la retorica patriottica che i lettori americani si aspettano. racconta la guerra com’è veramente fango, sangue, paura, assurdità, nessun eroismo liuodiano, solo giovani che muoiono per ragioni che non capiscono, in un paese di cui non sanno pronunciare il nome.
Nel 1969 pubblica niente e così sia. Il titolo è una citazione biblica, un’accettazione amara del destino e della morte. Il libro non è un reportage tradizionale, è un grido di dolore e di rabbia. È la testimonianza di una donna che ha visto l’inferno e ne è tornata cambiata per sempre. La critica si divide ferocemente.
Alcuni la accusano di antiamericanismo, di fare il gioco del nemico. Altri la celebrano come la più grande corrispondente di guerra del suo tempo. Lei ignora entrambi. Ha già un altro inferno da raccontare. 2 ottobre 1968, Città del Messico. L’Olimpiade sta per iniziare. Il mondo guarda il Messico aspettando gare e medaglie, record e trionfi sportivi.
Ma nel paese qualcos’altro sta accadendo, qualcosa che il governo vuole nascondere a ogni costo. Gli studenti protestano, chiedono democrazia, libertà, fine della repressione poliziesca. Il governo ha paura, l’Olimpiade deve essere perfetta. Il Messico deve apparire moderno, stabile e civile agli occhi del mondo. I manifestanti sono un problema.
I problemi vanno eliminati. Piazza delle tre culture, chiamata anche Tlatelolco dal nome Azteco del quartiere, un luogo carico di storia cui gli spagnoli massacrarono gli ultimi guerrieri a Stechi nel 1521. La storia sta per ripetersi. 10.000 persone si sono radunate per un comizio pacifico.
Studenti, operai, famiglie con bambini piccoli, portano cartelli, cantano canzoni, chiedono diritti fondamentali. Nessuno immagina cosa sta per succedere. Oriana Fallaci è lì, è l’unica giornalista straniera presente sulla piazza. ha fiutato la tensione nei giorni precedenti, ha parlato con gli studenti, ha visto la paura nei loro occhi, ha sentito le voci che circolano, qualcosa di terribile si prepara, vuole vedere, vuole testimoniare.
Le 6:00 di sera il sole tramonta dietro gli antichi edifici a stechi, tingendo il cielo di rosso. La piazza è piena di voci e di speranza. Gli oratori parlano dal balcone di un edificio, le loro parole amplificate dagli altoparlanti. La folla ascolta, applaude, crede ancora nel potere delle parole. Poi un elicottero appare nel cielo, lancia un razzo di segnalazione verde e il segnale.
Dai tetti, dai palazzi circostanti, dalle strade laterali, i soldati aprono il fuoco. Non sparano in aria per disperdere la folla, sparano sulla folla, mirano ai corpi, mirano per uccidere. Il panico esplode come una bomba. La gente corre in ogni direzione, urla, cade, si calpesta. I proiettili non si fermano, continuano a fischiare, a colpire, a uccidere.
È un massacro pianificato, eseguito con precisione militare. Oriana cerca riparo, corre verso un edificio, un proiettile la colpisce alla schiena. Il dolore è accecante, cade, si rialza con uno sforzo sovrumano, un altro proiettile al ginocchio, cade ancora il cemento che le graffia il viso, il terzo proiettile al petto, questa volta resta a terra, non può più muoversi.
Il sangue si allarga sotto di lei, caldo e poi freddo, intorno altri corpi. Alcuni si muovono ancora, gemono, chiedono aiuto che non arriverà. Altri sono immobili con gli occhi aperti che fissano il cielo rosso. Un soldato si avvicina a lei, la guarda dall’alto in basso. Lei non si muove, trattiene il respiro, fa la morta, come aveva imparato da bambina durante la guerra, quando i tedeschi passavano per le strade di Firenze.
Il soldato la afferra per i capelli e la trascina. Giù per le scale, ogni gradino è un colpo di dolore, ogni metro un’agonia. Ma lei non urla, non può permettersi di sembrare viva. La gettano in un camion insieme ai morti. Corpi sopra di lei, sotto di lei, intorno a lei. Il peso dei cadaveri le schiaccia il petto ferito.
L’odore del sangue ovunque metallico, nause! Il camion parte sobalzando sulle strade sconnesse. Questo è il momento in cui chiunque altro si arrenderebbe alla morte, accetterebbe l’inevitabile, chiuderebbe gli occhi e lascerebbe andare. Ma Oriana Fallaci non è chiunque altro. Continua a respirare piano, impercettibilmente.
Ogni respiro è un atto di volontà. Ogni battito del cuore è una ribellione contro la morte. Il camion si ferma. Scaricano i corpi come sacchi, senza rispetto, senza pietà. Un infermiere per caso o per miracolo nota un movimento quasi invisibile. Si avvicina, controlla il polso. Lei è ancora viva. La portano in ospedale.
Tre proiettili nel corpo, nessun documento. Nessuno sa chi sia questa donna straniera trovata tra i cadaveri degli studenti messicani. Per giorni resta in bilico tra la vita e la morte. I medici non danno speranze, ma lei sopravvive. Perché lei sopravvive sempre? Perché ha ancora troppe cose da raccontare.
Quando finalmente può parlare, racconta, racconta tutto. Il massacro, i soldati che sparavano su ragazzi disarmati, i morti trascinati via come spazzatura per nascondere l’evidenza. Il governo messicano nega, dice che ci sono stati solo 30 morti. Incidenti isolati, scontri con provocatori, legittima difesa contro sovversivi armati.
Menzogne su menzogne, maana Fallaci ha visto, ha contato i corpi nel camion, ha memorizzato i volti dei morti. Il suo reportage diventa la prova principale del massacro di Tlatelolco. Non 30 morti, 300 forse 400 studenti, ragazzi, madri, padri, innocenti. Il governo messicano continuerà a mentire per 30 anni.
Solo alla fine del secolo ammetterà la verità. Ma il mondo sapeva già, grazie a una donna che si è fatta sparare tre volte pur di testimoniare, tre proiettili non l’avevano uccisa, le guerre l’avevano temprata, ma un incidente d’auto in una notte greca avrebbe spezzato ciò che sembrava indistruttibile. Prima però c’erano altri inferni da attraversare, altri potenti da affrontare, altri duelli da combattere.
Gli anni 70 sono il decennio d’oro di Oriana Fallaci. è la giornalista più famosa del mondo. I potenti la temono, i lettori la adorano, i colleghi la invidiano e la odiano in parti uguali, ma lei non è soddisfatta, vuole di più, vuole i veri padroni del mondo, quelli che decidono guerre e pace, vita e morte di milioni di persone con una firma su un documento, vuole i dittatori, i tiranni, i macellai e li avrà, uno per uno.
Novembre 1972. Washington DC. H Enrique Singer, l’uomo più potente del pianeta dopo il presidente Nixon, consigliere per la sicurezza nazionale, architetto della politica estera americana, stratega freddo e calcolatore. Le bombe che cadono su Hanoi e sulla Cambogia portano la sua firma. I morti, centinaia di migliaia pesano sulla sua coscienza.
Se ne ha una, ottenere un’intervista con lui sembra impossibile. Chi singere notoriamente diffidente verso la stampa, specialmente quella straniera. Ma la Fallaci insiste con la sua solita tenacia, usa ogni contatto, ogni pressione diplomatica, ogni trucco del mestiere. Alla fine lui accetta, pensa di poter controllare la situazione, pensa di essere più intelligente di una giornalista italiana.
È un errore che rimpiangerà per il resto della sua lunga vita. Lei si prepara per quattro mesi, legge ogni suo discorso pubblico, ogni intervista precedente, ogni biografia autorizzata e non studia la sua psicologia, le sue debolezze nascoste, i suoi punti ciechi. Parla con i suoi nemici, con i suoi ex collaboratori, con chiunque possa darle un’arma.
Quando finalmente si siede di fronte a lui nel suo ufficio alla Casa Bianca, sa più cose su Enriiss di quante lui stesso ne ricordi. L’intervista inizia con cortesia, domande sulla politica estera, sulla strategia in Vietnam, sui negoziati di pace. Kissinger risponde con il suo solito tono professorale, sicuro, vagamente condiscendente. Pensa di avere il controllo della conversazione, pensa che questa donna sia come tutti gli altri giornalisti.
Poi lei cambia registro sottilmente, quasi impercettibilmente, gli chiede come si vede, qual è l’immagine che ha di sé stesso, che ruolo pensa di avere nella storia. Kissinger, lusingato dalla domanda personale, abbassa la guardia. Finalmente qualcuno interessato a lui, non solo alla politica.
Mi vedo come un cowboy, dice, quasi sorpreso dalle proprie parole. Un cowboy che entra in città da solo, a cavallo, che affronta i pericoli da solo. Questo mi attrae. Essere solo, sempre solo. La Fallaci registra tutto. Il registratore gira silenziosamente. Lei non commenta, non interrompe, non mostra sorpresa. Lascia che lui parli, che si esponga, che si riveli.
Chiissinger continua incoraggiato dal silenzio attento. parla del suo fascino sulle donne, del suo potere, della sua unicità nella storia americana si vanta, si esibisce, si espone come non ha mai fatto con nessuno. Quando l’intervista viene pubblicata, il mondo ride e si indigna insieme. Il grande stratega, l’uomo delle bombe e dei trattati segreti, il cervello dietro la politica estera più potente del mondo, si vede come un cowboy solitario, come un eroe da film western di serie B.
Chi singero e furioso tenta di smentire. dice che le sue parole sono state distorte, manipolate e strapolate dal contesto, ma la falla ai nastri a registrato tutto e i nastri non mentono. Anni dopo, in più occasioni, Kissinger definirà quella conversazione come la più grande catastrofe mediatica della sua carriera.
Una donna italiana alta 1,60 lo aveva smascherato davanti al mondo intero. Il metodo aveva funzionato alla perfezione, farlo sentire a suo agio, farlo credere al controllo, poi lasciare che si distrugga da solo con le proprie parole. Ma c’erano altri bersagli, altri potenti, altri duelli. Settembre 1979, Tiran Iran.
La rivoluzione islamica ha rovesciato lo Sci. Laatolla ruolla come è il nuovo padrone dell’Iran. L’occidente lo guarda con un misto di orrore e totale incomprensione. Chi è quest’uomo con il turbante nero e la barba bianca? Cosa vuole veramente? dove porterà il suo paese e il Medio Oriente. Oriana Fallaci vuole saperlo e per saperlo deve incontrarlo faccia a faccia.
Otenere l’intervista è un incubo burocratico e politico. L’Iran rivoluzionario non ama i giornalisti occidentali, specialmente le donne occidentali che non si coprono il capo. Ma lei insiste, prega minaccia, Lusinga, usa ogni contatto che ha costruito in decenni di carriera. Alla fine, come ini accetta, a una condizione deve indossare il Chador, il velo nero islamico che copre tutto il corpo e i capelli.
La fallaci accetta non per rispetto della tradizione, per strategia, prima ottenere l’intervista, poi dire la verità, ma prima ancora dell’intervista deve risolvere un problema pratico che rivela l’assurdità del nuovo regime. Nella Repubblica Islamica le donne non accompagnate da un uomo non possono usare i bagni pubblici, un regolamento delirante che trasforma ogni bisogno fisiologico in un’umiliazione calcolata.
La soluzione, un matrimonio fittizio, un traduttore locale, un mulla di basso rango, accetta di sposarla sulla carta. Una formalità burocratica, niente di più. Ma qualcuno sbaglia i documenti e la cerimonia risulta più ufficiale del previsto. Cosa significasse esattamente quel matrimonio la Fallaci non lo chiarì mai, probabilmente nulla, ma l’ironia della situazione non le sfuggiva.
La donna che non si era mai sposata, che aveva rifiutato ogni legame permanente, tecnicamente moglie di un mulla iraniano, non aveva tempo per ridere. aveva un tiranno da interrogare. L’incontro avviene nella residenza di Cominiacom, la città santa Scita. L’aiatollà siede su un tappeto circondato dai suoi seguaci silenziosi.
È vecchio, fragile nell’aspetto, con occhi che sembrano guardare attraverso le persone verso qualcosa che solo lui può vedere. L’intervista inizia. La Fallaci fa domande dirette sulla rivoluzione, sulla violenza nelle strade, sulle esecuzioni sommarie che stanno decimando l’opposizione. Come risponde con citazioni coraniche e condanne dell’occidente corrotto.
Parla come se lei non esistesse, come se parlasse a un pubblico invisibile, poi lei attacca. Parla delle donne iraniane obbligate a coprirsi dalla testa ai piedi. Parla del chador che lei stessa indossa, che le fa sudare sotto il sole di com. Lo chiama quello che pensa che sia. Questo ciadore è uno straccio medievale, un simbolo di oppressione, una prigione di stoffa che gli uomini impongono alle donne.
Il silenzio nella stanza diventa solido, i seguaci dell’Atollà trattengono il respiro. Qualcuno porta la mano alla cintura dove probabilmente c’è un’arma. Come In si irrigidisce, i suoi occhi diventano ghiaccio puro. Il Chador protegge la dignità della donna. risponde con voce che non ammette repliche. “La dignità non ha bisogno di stoffa” ribatte lei.
La dignità sta nella libertà di scegliere. L’atmosfera si gela ulteriormente. La temperatura nella stanza sembra scendere di 10°. Come In si alza. è furioso, anche se il suo viso rimane quasi immobile, dice qualcosa in persiano ai suoi seguaci, poi esce dalla stanza senza salutare. In quel momento Oriana Fallaci fa qualcosa che nessun’altra giornalista al mondo avrebbe osato fare.
Si strappa il ciador dalla testa, lo getta a terra, lo calpesta mentre esce. Il gesto è simbolico, potente, pericolosissimo. In un altro momento, in un altro luogo, le costerebbe la vita, ma lei è già fuori all’intervista registrata alla verità. Ha dimostrato al mondo chi è come ini un tiranno che non sopporta le domande, un dittatore che si nasconde dietro la religione.
L’intervista viene pubblicata in tutto il mondo, fa scandalo ovunque. Il nome di Oriana Fallaci entra nelle liste dei nemici della rivoluzione islamica. Vivrà il resto della sua vita con quella condanna invisibile sulla testa, ma ne è valsa la pena. Ne vale sempre la pena per la verità. Non tutti i potenti accettano di essere interrogati.
Alcuni fuggono prima ancora di sedersi. Sempre nel 1979, Libia, Muammar Geddafi, il colonnello che si è autoproclamato guida della rivoluzione, leader dei leader, re dei re d’Africa, ha accettato di incontrare la giornalista italiana. La Fallaci arriva a Tripoli, aspetta. Un giorno passa nella hall dell’albergo, due giorni, tre giorni, l’intervista viene rimandata, spostata, riprogrammata.
Scuse vaghe, impegni improvvisi, problemi di sicurezza. Alla fine un messaggio, il colonnello ha cambiato idea, non vuole più parlare con lei. Qualsiasi altro giornalista tornerebbe a casa a mani vuote, maledicendo il tempo perso. Ma Oriana Fallaci non è qualsiasi altro giornalista. Scrive un articolo su come Geddafi ha rifiutato l’intervista.
Descrive la sua paura evidente, la sua paranoia patologica, la sua incapacità di affrontare una donna con un taccuino. Descrive i giorni di attesa, le scuse ridicole, i funzionari imbarazzati che mentivano sapendo di mentire. L’articolo è più devastante di qualsiasi intervista riuscita. Il colonnello libico diventa lo zimbello della stampa internazionale.
Il grande rivoluzionario, l’uomo che sfidava l’America, aveva avuto paura di una giornalista, di una donna, di 1,60 di domande scomode. Il silenzio parla, la fuga confessa. Oriana Fallaci lo sapeva meglio di chiunque altro, ma non tutti gli incontri erano battaglie. Alcuni rivela il suo lato umano, quello che nascondeva dietro l’armatura professionale.
Con Goldameir, primo ministro di Israele, nacque un’inaspettata simpatia. due donne forti in mondi dominati dagli uomini, due sopravvissute, due combattenti che conoscevano il prezzo della determinazione. Parlarono per ore non solo di politica e di guerra, ma di solitudine, di sacrificio, di ciò che significa rinunciare a una vita normale per qualcosa di più grande.
Con Indira Gandi, primo ministro dell’India, il confronto fu più duro. ore di domande serrate sulla democrazia, sulla violenza, sulle contraddizioni del potere indiano. Alla fine la Gandy la guardò con un misto di esasperazione e rispetto riluttante. “Lei è una donna pericolosa”, disse il primo ministro. “Era il più bel complimento che Oriana avesse mai ricevuto.
Con Lechu Alesa, il leader di Solidarnosk in Polonia mostrò una rara tenerezza. vedeva in lui qualcosa del suo stesso spirito, la ribellione contro l’oppressione, il coraggio di dire no quando tutti dicono sì. C’erano anche momenti di comicità involontaria, attimi in cui la tensione si spezzava nel ridicolo, rivelando l’umanità imperfetta dei potenti.
L’intervista con Muammadali, il più grande pugile di tutti i tempi, procedeva bene. Il campione parlava della sua grandezza, del suo genio, della sua bellezza incomparabile. Modestia non era nel suo vocabolario. Poi, nel mezzo di una frase particolarmente altisonante sulla sua importanza storica, ruttò forte, senza scusarsi, senza nemmeno interrompersi.
Oriana Fallaci lo fissò, prese il microfono dalla mano del tecnico e glielo lanciò. Quando avrà imparato le buone maniere, mi faccia sapere. Riprenderemo l’intervista. Ali rimase a bocca aperta. Era la prima volta che qualcuno osava trattarlo così. Poi lentamente sorrise. “Mi piace” disse. Lei ha palle, io ho le domande.
Lei dovrebbe avere le risposte e l’educazione con Fidel Castro il leader massimo cubano. L’intervista andò meglio dal punto di vista professionale, ma per settimane dopo la Fallaci si lamentò con i colleghi di un dettaglio non pubblicabile. Puzzava di sudore, un odore terribile. Non so come la gente possa stargli vicino per ore.
L’incontro con l’imperatore Haile Selassi ed Etiopia fu interrotto da un episodio surreale. Quando la Fallaci entrò nella sala delle udienze, i due chihuahua dell’imperatore, Lulu e Papiglion si immobilizzarono completamente come statue, come contatori Jer che avevano rilevato qualcosa di pericoloso. L’imperatore notò il comportamento strano dei suoi cani.
Guardò la giornalista con sospetto. L’intervista procedette, ma l’atmosfera rimase tesa. Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’ambasciatore etiope a Roma venne richiamato in patria. Non si seppe più nulla di lui. Forse i chihuahua sapevano qualcosa che gli umani non vedevano, ma dietro l’ironia, dietro le battute, dietro le storie che raccontava ridendo ai colleghi, c’era sempre lo stesso metodo implacabile.
“L’intervista non è una conversazione tra amici”, spiegava a chi le chiedeva i suoi segreti. “È un duello, un combattimento, o ottieni la verità o vieni sconfitto.” Lei non veniva mai sconfitta. aveva affrontato dittatori, sopravvissuto a massacri, fatto tremare i potenti del mondo, ma alla fine qualcosa la sconfisse.
Non un tiranno, non un proiettile, non una minaccia di morte. Fu un uomo, un poeta greco con gli occhi di fuoco, l’unica debolezza che si permise in tutta la vita e quella debolezza le costò tutto. Agosto 1973, Atene Oriana Fallaci scende dall’aereo con il suo solito taccuino e la sua solita determinazione. 44 anni, ha intervistato dittatori, sopravvissuto a tre proiettili, attraversato guerre su tre continenti, pensa di conoscere il mondo, pensa di conoscere se stessa.
Si sbaglia, è venuta per intervistare un uomo appena uscito di prigione, un poeta, un rivoluzionario, un simbolo vivente della resistenza contro la dittatura greca. Il suo nome è Alexandro Spanagolis. Tutti lo chiamano Alecos. La Grecia in quel momento sta emergendo da 7 anni di incubo. Nel 1967 un gruppo di colonnelli aveva preso il potere con un colpo di stato brutale.
La democrazia era stata cancellata con un tratto di penna. Gli oppositori arrestati, torturati, uccisi o esiliati. La libertà era diventata una parola proibita, sussurrata solo tra le mura di casa. Aleco Spanagouis era stato uno dei pochissimi a ribellarsi apertamente. A pagarne il prezzo fino in fondo, nato il 2 luglio 1939 a Glifada, vicino ad Atene, era cresciuto con la poesia nel sangue e la ribellione nel cuore.
Scriveva versi prima ancora di saper leggere correttamente, dettandoli alla madre. Quando i colonnelli presero il potere, aveva 28 anni. avrebbe potuto fuggire all’estero come molti altri. Avrebbe potuto tacere e aspettare tempi migliori, avrebbe potuto sopravvivere. Invece decise di uccidere il dittatore, 13 agosto 1968.
Una data che Panagolis aveva scelto con cura. L’anniversario del colpo di stato comunista in Ceccoslovacchia, un simbolo contro un altro simbolo, piazzò una bomba sul percorso dell’auto di Georgios Papadopouos, capo della giunta militare. Il piano era semplice nella sua follia, far saltare in aria il tiranno e con lui la dittatura. La bomba non esplose.
Un difetto tecnico, un filo scollegato. La differenza tra vita e morte tra eroismo e fallimento. Panagoulis venne catturato immediatamente. Quello che seguì fu un calvario che sarebbe durato 5 anni. Le torture erano sistematiche, scientifiche, progettate da esperti per spezzare corpo e spirito senza uccidere troppo in fretta.
Lo picchiavano fino a rompergli le ossa, poi aspettavano che si saldassero per ricominciare. Lo privavano del sonno per settimane intere fino a farlo impazzire di stanchezza. Lo chiudevano in celle così piccole che non poteva né stare in piedi né sdraiarsi completamente. Gli facevano credere che i suoi compagni l’avevano tradito, che la sua famiglia l’aveva abbandonato, che il mondo si era dimenticato di lui.
Ma Aleco Spanagolis non si spezzò mai. Nella cella di isolamento senza carta né penna, trovò un modo per continuare a esistere. scriveva poesie, le scriveva col proprio sangue sulle pareti di pietra, versi di resistenza, di amore, di sfida. Le memorizzava parola dopo parola, verso dopo verso, prima che i carcerieri le cancellassero.
Quando i guardiani lavavano via il sangue con secchi d’acqua sporca, lui riscriveva. Quando lo picchiavano per farlo smettere, aspettava che se ne andassero e ricominciava. La poesia era la sua arma, l’unica che non potevano togliergli. Tentò la fuga più volte, scavò tunnel con le mani nude, si nascose in carrelli della spazzatura.
Una volta arrivò quasi al muro di cinta prima di essere ripreso. Lo punivano ogni volta con settimane di isolamento totale al buio senza cibo. Ma lui non smetteva di tentare, non smetteva mai. Il regime lo condannò a morte. La notizia fece il giro del mondo. Jean Paul Sartre, il filosofo francese, lanciò una campagna internazionale per salvargli la vita.
Artisti intellettuali politici di tutto il mondo firmarono appelli, le pressioni funzionarono. La condanna venne commutata in ergastolo, 5 anni di prigione, 5 anni di torture, 5 anni di poesie scritte col sangue. Poi nell’estate del 1973 un’amnistia politica. Il regime sotto pressione internazionale liberò alcuni prigionieri. Panagolis era tra loro.
Il mondo intero voleva conoscerlo. I giornalisti di ogni paese facevano la fila per intervistare il poeta che aveva sfidato i tiranni, ma lui scelse di parlare con una donna italiana che non aveva mai incontrato, Oriana Fallaci, perché proprio lei forse aveva letto i suoi libri, forse aveva sentito parlare del suo coraggio, o forse fu semplicemente destino.
Lei si aspettava di incontrare un uomo distrutto. 5 anni di torture avrebbero dovuto spezzare chiunque. Si preparò psicologicamente a intervistare un martire, un relitto umano, una vittima da trattare con delicatezza. Invece incontrò un poeta con gli occhi di fuoco. Panagolis la colse ridendo. Non il riso amaro di chi ha sofferto troppo e non sa più esprimere gioia vera.
Era il riso pieno, contagioso di chi ama ancora la vita nonostante tutto quello che la vita gli ha fatto. Le lesse le sue poesie, quelle scritte col sangue che aveva memorizzato verso perverso. le raccontò delle torture, come se parlasse del tempo, con un distacco che nascondeva abissi di dolore, ma soprattutto la guardò. La guardò come se fosse l’unica donna al mondo, come se tutto il resto, la Grecia, la politica, il passato fosse scomparso. L’intervista durò 12 ore.
Alla fine non erano più giornalista e soggetto, non erano più professionisti che facevano il loro lavoro, erano un uomo e una donna ed erano innamorati. Oriana Fallaci non era mai stata innamorata. non così, non davvero, aveva avuto relazioni. Certo, uomini che andavano e venivano nella sua vita, ma il suo cuore era sempre rimasto protetto, nascosto dietro l’armatura che si era costruita fin da bambina.
La bambina che non piangeva non poteva permettersi di amare davvero. Amare significa essere vulnerabili. Amare significa poter essere feriti. E lei non poteva permettersi vulnerabilità. Ma Aleco scambiò tutto. Sfondò l’armatura senza nemmeno provarci. Lei aveva 44 anni, lui 34. Lei era la giornalista più famosa del mondo.
Lui un poeta. sconosciuto fuori dalla Grecia. Lei aveva intervistato presidenti e dittatori. Lui aveva scritto versi col sangue in una cella. Erano diversi in tutto, nella formazione, nella visione del mondo, nel modo di affrontare la vita. Eppure, in qualcosa di fondamentale erano identici.
Entrambi avevano scelto di combattere qualunque fosse il prezzo. Entrambi preferivano morire in piedi che vivere in ginocchio. I tre anni successivi furono i più intensi della vita di Oriana. Vissero tra Atene, Roma e Firenze. Non c’era stabilità, non c’era routine, solo passione e conflitto, estasi e tormento. Litigavano furiosamente per ore su tutto, poi si riconciliavano appassionatamente dimenticando ogni parola detta in rabbia.
Lui era geloso della sua carriera, del tempo che passava a scrivere invece che con lui degli uomini potenti che intervistava. Lei era gelosa della sua ossessione politica, della Grecia che sembrava amasse più di lei, dei compagni di lotta che lo reclamavano continuamente, discutevano di politica fino all’alba.
Lei era un individualista radicale, diffidente verso ogni ideologia, ogni partito, ogni movimento di massa. Lui era un socialista convinto, innamorato del popolo e delle rivoluzioni collettive. Lei credeva che il cambiamento nascesse dagli individui eccezionali. Lui credeva nei movimenti, nelle masse, nella storia che avanza.
Tu ami l’umanità in astratto”, gli diceva lei. “Io amo le persone una per una, tu ami solo te stessa” rispondeva lui e forse un po’ me. Non esserne troppo sicuro, ma quando smettevano di discutere, quando le parole finivano e restava solo il silenzio, c’era qualcos’altro tra loro, qualcosa che nessuno dei due sapeva nominare, qualcosa che li teneva insieme nonostante tutto, nonostante le differenze, nonostante le ferite che si infliggevano. Poi venne la gravidanza.
Oriana rimase incinta. A 45 anni, dopo una vita dedicata alla carriera, dopo aver sempre detto che i figli non erano per lei, stava per diventare madre. Non sapeva se fosse felice o terrorizzata, forse entrambe le cose insieme. Un figlio avrebbe cambiato tutto. Un figlio avrebbe significato radici, responsabilità, vulnerabilità permanente, tutte cose che aveva sempre evitato.
Ma dentro di lei qualcosa cresceva, una possibilità, un futuro diverso. Non sapremo mai cosa sarebbe successo se quella gravidanza fosse arrivata a termine, se quel bambino fosse nato, se Oriana Fallaci fosse diventata madre, perché non arrivò a termine. Un giorno, durante una delle loro liti furiose, Aleco sperse il controllo, non con le parole, con il corpo, la colpì con un calcio al ventre.
Fu un momento di rabbia cieca, di follia momentanea, di violenza insensata. Durò un secondo, le conseguenze durarono per sempre. Oriana perse il bambino. Questo è forse il fatto più doloroso nella vita di una donna che aveva affrontato proiettili e dittatori senza tremare. L’uomo che amava le aveva tolto la possibilità di essere madre con un gesto, con un calcio, con un secondo di follia.
E lei lo perdonò perché questa domanda non ha mai avuto una risposta vera. Forse perché l’amore è irrazionale e lei lo sapeva meglio di chiunque altro, forse perché vedeva in Alecos qualcosa che valeva più del dolore, più della perdita, più del tradimento, forse perché in fondo temeva la solitudine più di quanto temesse lui.
Forse perché la bambina che aveva imparato a non piangere non sapeva come elaborare il lutto, non sapeva come lasciare andare, non sapeva come odiare qualcuno che amava. Nel 1975 pubblicò lettera a un bambino mai nato. Non era un reportage, non era un’intervista, non era giornalismo, era qualcos’altro, un grido, una confessione, un addio.
Il libro è un monologo lungo e straziante. Una donna incinta parla al figlio che porta in grembo. gli racconta del mondo in cui nascerà, un mondo crudele e bellissimo. Gli chiede se vuole nascere davvero, se vale la pena affrontare tutto quel dolore per qualche momento di gioia. Gli confessa le sue paure, i suoi dubbi, la sua solitudine.
Non sappiamo con certezza se il libro parla della gravidanza persa con Alecos. La Fallaci non lo confermò mai esplicitamente in pubblico, ma tutti capirono, tutti lessero tra le righe. Il libro vendette milioni di copie in tutto il mondo, fu tradotto in 30 lingue. Le donne di ogni paese si riconobbero in quelle pagine, nel dolore di quella scelta impossibile tra essere madre e essere se stesse.
La Chiesa cattolica lo condannò come un attacco alla sacralità della vita. Le femministe lo criticarono perché non era abbastanza schierato a favore dell’aborto, perché mostrava il dubbio invece della certezza. Lei rispose come rispondeva sempre a chi voleva metterla in una categoria. Non sono femminista, non sono cattolica, non sono niente che abbiate deciso voi, sono io, basta.
Ma il libro era più di una dichiarazione politica o personale, era un addio. L’addio a un figlio che non era mai nato. L’addio a una possibilità che non si sarebbe mai realizzata. L’addio ha una versione di se stessa che non sarebbe mai esistita. Intanto la Grecia cambiava. Nel luglio del 1974 la giunta dei colonnelli crollò. La democrazia tornò dopo 7 anni di buio.
Panagolis divenne un eroe nazionale celebrato nelle piazze, osannato dalla folla. Fu eletto al Parlamento greco con un numero enorme di voti. Il poeta che aveva sfidato la dittatura ora sedeva tra i legislatori. Avrebbe potuto godersi la gloria, avrebbe potuto riposare finalmente, guarire le ferite, vivere in pace.
Invece iniziò una nuova battaglia. Come deputato Panagoli cominciò a indagare sui legami tra i politici del nuovo governo democratico e la vecchia dittatura. Scoprì quello che molti sospettavano, ma nessuno osava dire. connessioni imbarazzanti, compromessi vergognosi, tradimenti nascosti. Uomini che oggi si proclamavano democratici avevano collaborato con i colonnelli, avevano firmato condanne, avevano profittato del regime, raccolse documenti, testimonianze, prove, materiale esplosivo che avrebbe fatto cadere teste importanti, che avrebbe
mostrato la verità su una transizione troppo morbida, troppo indolore, troppo comoda per i colpevoli. lo avvertì, lo supplicò di fermarsi, di essere prudente. “Stai attento”, gli disse una notte. “Hai troppi nemici adesso, nemici potenti uccideranno”. Lui sorrise con quel suo sorriso da poeta pazzo, da eroe romantico, da uomo che non ha mai avuto paura di niente.
“Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio” era una frase bella, eroica e terribilmente profetica. Primo maggio 1976. Panagouli sta guidando verso Atene e notte tarda. La strada è vuota, deserta, illuminata solo dai fari della sua auto. Viaggia da solo, come faceva spesso. Porta con sé documenti importanti, prove che avrebbe presentato al Parlamento nei giorni successivi.
La sua macchina sbanda improvvisamente, esce di strada, si schianta contro un muro. Versione ufficiale incidente stradale. Disattenzione del guidatore, fatalità tragica, caso chiuso, ma qualcosa non tornava. Molte cose non tornavano. La velocità era minima. Non c’erano segni di frenata sull’asfalto, la strada era dritta, senza curve pericolose, senza ostacoli.
Panagolis era un guidatore esperto, abituato a viaggiare di notte. Non beveva, non era stanco e i documenti che portava con sé scomparvero. Non furono mai trovati. Oriana ricevette la notizia alle 3:00 di notte, una telefonata da Atene, una voce fredda, burocratica. Aleccose morto, incidente d’auto. Lei riattaccò senza una parola.
Compose il suo numero, quello che conosceva a memoria, quello che aveva chiamato mille volte. Nessuna risposta, solo il vuoto. In quel momento sepppe, seppe che era vero, seppe che l’avevano ucciso. Seppe che aveva avuto ragione a temere, prese il primo aereo per Aene. Non pianse durante il volo. La bambina che non piangeva non piangeva nemmeno adesso.
Voleva vedere il corpo, voleva vedere le ferite, voleva capire esattamente come l’avevano ucciso. Quello che seguì fu un’indagine personale che durò anni. La Fallaci si trasformò da giornalista in detective. Raccolse testimonianze di chi aveva visto l’auto quella notte. Intervistò meccanici, poliziotti, testimoni. Esaminò i rapporti ufficiali riga per riga, cercando contraddizioni.

Ne trovò molte bugie evidenti, insabbiamenti maldestri, silenzi sospetti. era convinta che fosse stato un omicidio politico. I documenti che Panagolis aveva raccolto erano troppo pericolosi per troppa gente potente. Qualcuno aveva deciso che doveva morire prima di poterli rendere pubblici. Nel 1979 pubblicò un uomo.
800 pagine dense, appassionate, furiose. Era tutto insieme: biografia, romanzo, storia d’amore, atto d’accusa. raccontava la vita di Panagolis dalle torture in prigione alla morte sospetta, ma era anche un ritratto dell’amore tra loro due, senza censure, senza pudori. E soprattutto era un’accusa diretta con nomi e cognomi contro i politici greci che secondo lei avevano ordinato o permesso l’assassinio.
I nomi erano scritti nero su bianco. I politici accusati intentarono cause legali per diffamazione. persero tutte. La Fallaci aveva le prove, i documenti, le testimonianze. Un uomo vendette 5 milioni di copie solo in Europa. Fu tradotto in decine di lingue. Fece di Panagoli su un martire internazionale e della Fallaci una vedova inconsolabile che chiedeva giustizia.
Ma i critici non furono teneri. Non è obiettivo, dissero, “toppo personale, troppo innamorato, troppo fazioso.” Lei rispose con le parole che aveva usato tutta la vita. Non sono obiettiva, non lo sono mai stata. L’obiettività è una bugia che i codardi raccontano per non prendere posizione. Io sono un testimone, i testimoni non sono obiettivi.
I testimoni dicono la verità come l’hanno vista. Era la verità. Le indagini ufficiali non hanno mai confermato l’omicidio. Nel 2007, un anno dopo la morte della Fallaci, un tribunale greco stabilì che non c’erano prove sufficienti per riaprire il caso. Nel 2019 nuove indagini giornalistiche trovarono elementi sospetti, ma nessuna conclusione definitiva.
Il mistero rimane. La giustizia non è mai arrivata. Ma il dolore quello era certamente vero. Dopo la morte di Alecos, qualcosa in Oriana Fallaci si spense. La donna che non piangeva aveva trovato qualcosa di peggio delle lacrime, il vuoto. Non si innamorò mai più. Non per incapacità, per scelta.
L’amore era una debolezza che si era permessa una volta nella vita, una volta sola. E quella volta l’aveva quasi distrutta. aveva lasciato istruzioni precise per dopo la sua morte. voleva essere sepolta con una fotografia, non dei genitori, non delle sorelle, di Alecos, il poeta con gli occhi di fuoco che non aveva mai smesso di bruciare nel suo cuore.
Era arrivato il tempo del silenzio, 1980 Oriana Fallaci scompare dalla scena pubblica, non letteralmente, ovviamente. è ancora viva, ancora famosa, ancora temuta da chi l’ha incontrata, ma smette di fare ciò che l’aveva resa grande. Smette di intervistare i potenti, smette di viaggiare nelle zone di guerra, smette di combattere in prima linea, si ritira tra New York e Firenze.
La sua casa a Manattan, un appartamento nell’upereast Side, diventa una fortezza di solitudine. Niente ospiti, niente interviste, niente telefonate se non dalle sorelle. Le tende restano chiuse, la posta si accumula senza essere aperta. I giornalisti che bussano alla porta trovano solo silenzio.
I colleghi si chiedono cosa sia successo alla grande Fallaci. Circolano voci sempre più fantasiose e malata e impazzita sta scrivendo memorie esplosive che faranno tremare i governi. La verità è più semplice e più complicata di qualsiasi voce. Ha perso l’unico uomo che abbia mai amato. Ha perso il figlio che portava in grembo.
Ha perso la voglia di combattere battaglie che sembrano non finire mai, ma non ha perso la voglia di scrivere quella mai. Per 10 anni lavora un romanzo. Si chiude nella sua stanza per ore, giorni, settimane. Fuma tre pacchetti di sigarette al giorno, una dopo l’altra, riempiendo i portacenere di montagne grigie.
sa che il fumo la ucciderà. Il cancro aveva già portato via suo padre, sua madre, sua sorella Neera. La malattia correva nel sangue della famiglia Fallaci come una maledizione ereditaria. Non le importa. O forse le importa, ma non abbastanza da smettere. Il romanzo si intitola Insalla, che in arabo significa, se Dio vuole, parla della guerra civile in Libano, dei soldati italiani mandati a morire in una terra che non capiscono dell’assurdità di ogni conflitto armato.
900 pagine di rabbia e compassione. Quando esce nel 1990 la critica è divisa. Troppo lungo dicono alcuni, troppo personale dicono altri. Non è giornalismo, non è storia, non è nemmeno un romanzo tradizionale. E Oriana Fallaci. E Oriana Fallaci non entra in nessuna categoria. Il libro vende bene, ma non come i precedenti.
Lei non sembra importarsene. È già altrove nel suo mondo di solitudine, sigarette e memoria. Alla fine degli anni 90 arriva la diagnosi che aspettava, cancro ai polmoni. Non fu una sorpresa. Tre pacchetti al giorno per 40 anni. Suo padre morto di cancro, sua madre morta di cancro, sua sorella morta di cancro. La malattia l’aveva inseguita tutta la vita, ora l’aveva raggiunta.
All’inizio rifiutò la chemioterapia, poi accettò, ma controvoglia più per le sorelle che per sé stessa. Continuò a fumare anche durante il trattamento, continuò a scrivere. Continuò a nascondere la gravità della malattia a tutti tranne che a Paola, la sorella più vicina. Una volta un vecchio collega riuscì a parlarle al telefono.
Le chiese cosa facesse tutto il giorno chiusa in quell’appartamento. Aspetto rispose lei. Cosa aspetti? Un lungo silenzio. Non lo so ancora, ma lo saprò quando arriverà. Il mondo pensava che fosse semplicemente scomparsa. Una vecchia gloria ritirata in solitudine, una giornalista che aveva detto tutto quello che doveva dire.
Il mondo si sbagliava. Oriana Fallaci stava aspettando qualcosa che la facesse tornare, qualcosa che risvegliasse la rabbia che credeva morta, qualcosa che valesse la pena di combattere un’ultima volta. Quel qualcosa arrivò la mattina dell’11 settembre 2001. Stava nella sua casa di Manattan come ogni giorno.
Guardò dalla finestra e vide le torri bruciare. Videone che si lanciavano nel vuoto per sfuggire alle fiamme. Vide il fumo nero che copriva il cielo azzurro di settembre. Vide la fine di un mondo e l’inizio di un altro. In quel momento il silenzio finì. La rabbia si risvegliò. La guerriera tornò. 29 settembre 2001. 18 giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, il Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, pubblica quattro pagine firmate da Oriana Fallaci.
Il titolo è La rabbia e l’orgoglio. Non è un articolo giornalistico, è un’eruzione vulcanica dopo 20 anni di silenzio. La donna che aveva taciuto mentre il mondo cambiava torna a parlare. È quello che dice scuote l’Italia, l’Europa, il mondo intero. Le parole sono dure come pietre, taglienti come lame, senza compromessi, senza diplomazia, senza il minimo tentativo di piacere a qualcuno.
Attacca l’Islam radicale con una violenza verbale che lascia senza fiato. Parla di una guerra di civiltà che l’occidente si rifiuta di vedere. Usa il termine Eurabia per descrivere un futuro in cui l’Europa perderà la propria identità. Ma non risparmia nemmeno gli europei. Li accusa di codardia intellettuale, di cecità volontaria, di suicidio culturale.
Avete perso l’orgoglio scrive con la penna intinta nel veleno. Avete perso l’identità. Avete perso la voglia di difendere ciò che siete. L’articolo diventa immediatamente un libro. Il libro diventa un caso mondiale, un milione e mezzo di copie vendute in poche settimane. Solo in Italia più di un milione, tradotto in decine di lingue nel giro di mesi, discusso in ogni talk show, in ogni giornale, in ogni università del mondo occidentale.
Le reazioni sono esplosive, è totalmente polarizzate, non esiste via di mezzo. Per alcuni Oriana Fallaci ha finalmente detto la verità che nessuno osava pronunciare. Ha dato voce alla paura, alla rabbia, al senso di minaccia che milioni di persone provavano dopo aver visto quelle torri crlare. È una profetessa moderna, una cassandra che avverte di pericoli reali mentre tutti preferiscono dormire.
per altri ha perso completamente la ragione. È diventata una razzista, una xenofoba, una propagandista dell’odio travestita da intellettuale. Ha tradito i valori per cui aveva combattuto tutta la vita, la libertà, la giustizia, la comprensione tra i popoli. Umberto Ecco, il grande scrittore, semiologo italiano, suo collega di una vita, la critica pubblicamente sui giornali.
Ha perso il senno, di Chiara con tristezza. Lei risponde con il suo stile inconfondibile, senza esitazione. Ecco ha perso la spina dorsale, io almeno ho ancora la mia. Le cause legali si moltiplicano come funghi dopo la pioggia. In Francia, in Svizzera, in Italia. Organizzazioni musulmane e associazioni antirazziste la denunciano per incitamento all’odio raziale.
I processi si trascinano per anni consumando energie e risorse. In Italia Adel Smith, presidente dell’Unione dei Musulmani Italiani, la porta in tribunale. L’accusa diffamazione della religione islamica. Lei risponde con una controdenuncia che fa notizia. In un opuscolo distribuito in alcune moschee qualcuno aveva scritto che bisognava morire insieme alla Fallaci.
Una chiara istigazione all’omicidio sostiene lei, e alle prove i tribunali le danno ragione su tutta la linea, viene assolta da ogni accusa, ma le battaglie legali la consumano, rubano tempo prezioso a una donna che di tempo ne ha sempre meno. Non è solo la giustizia a perseguitarla, è il cancro che avanza inesorabile, mentre scrive, mentre combatte, mentre insulta e viene insultata.
Il suo corpo si sta spegnendo lentamente. Il tumore ai polmoni non perdona. Lei continua a fumare lo stesso, continua a scrivere fino a notte fonda, rifiuta di arrendersi, rifiuta di mostrarsi debole. Nel 2004 pubblica la forza della ragione, è ancora più dura del libro precedente, ancora più apocalittica nelle previsioni, ancora più disperata nel tono.
Parla di una guerra di civiltà che è già in corso, anche se l’occidente si rifiuta di vederla. Parla della fine dell’Europa come la conosciamo. Parla di un futuro che la terrorizza. Aveva ragione. La domanda tormenta ancora oggi chi la legge. Alcune delle sue previsioni si sono avverate in modo inquietante.
Il terrorismo islamico ha colpito l’Europa ripetutamente negli anni successivi. Parigi, Londra, Madrid, Bruxelles, Nizza, Berlino. I dibattiti sull’immigrazione e sull’integrazione dominano ancora oggi la politica europea esattamente come lei aveva previsto. Altre previsioni non si sono realizzate. L’Eurabia che temeva non esiste.
Le moschee non hanno sostituito le chiese. L’Europa è cambiata profondamente, ma non è stata conquistata. Dove sbagliò, forse nelle generalizzazioni troppo ampie, parlava dell’Islam come di un monolite compatto, ignorando le enormi differenze tra paesi, culture, interpretazioni teologiche. parlava dei musulmani come se fossero tutti uguali, tutti potenzialmente minacciosi, tutti nemici.
Non distingueva tra una religione e chi la usa come arma. Era il tono di una donna che stava morendo e lo sapeva. Una donna arrabbiata con il mondo, con la vita, forse con se stessa per non aver fatto abbastanza. una donna che aveva visto troppo dolore in 70 anni e non riusciva più a distinguere chiaramente tra nemici reali e fantasmi personali, ma c’era anche dell’altro nelle sue parole.
C’era la memoria della bambina che aveva combattuto il fascismo con le granate nascoste nella lattuga. C’era l’esperienza della giornalista che aveva visto cosa fanno i regimi totalitari, cosa succede quando la gente smette di resistere. C’era la paura genuina e profonda che l’occidente stesse perdendo ciò che lo rendeva unico, la libertà di pensare, di scrivere, di dissentire.
Io sono Cassandra”, diceva nelle rare interviste che concedeva. Cassandra che avverte i troiani e nessuno l’ascolta. E poi brucia, brucia sempre. Nel 2005 accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere. Papa Benedetto XV, Joseph Frassinger, la ricevette in udienza privata. Un incontro segreto rivelato solo molto tempo dopo.
Due ore di conversazione a porte chiuse. Oriana Fallaci, la tea dichiarata che non aveva mai creduto in Dio. La critica feroce della Chiesa cattolica e delle sue ipocrisie, ricevuta dal capo della cristianità come un ospite d’onore. Due persone più diverse non si potrebbero immaginare. Il teologo tedesco custode millenario della tradizione e la giornalista fiorentina ribelle per vocazione, il credente e la Tea, l’uomo di fede e la donna di dubbi.
Eppure trovarono un terreno comune. Entrambi credevano che l’occidente fosse in pericolo. Entrambi temevano la perdita dell’identità culturale europea. Entrambi pensavano che il relativismo, l’idea che tutte le culture siano uguali, fosse una malattia mortale. “Difendiamo la stessa cosa” disse lei dopo l’incontro.
“Lui con la fede, io con la rabbia. strumenti diversi. Stesso nemico. Fu uno dei suoi ultimi grandi gesti pubblici. Nello stesso anno, per la prima volta dopo 20 anni di silenzio mediatico, apparve in televisione un’intervista con una rete italiana, l’ultima intervista della grande intervistatrice. Era irriconoscibile per chi l’aveva vista negli anni del Vietnam.
Il cancro l’aveva divorata dall’interno. Era magra come un uccello, pallida come un fantasma, con gli occhi infossati in orbite troppo grandi, ma quegli occhi brillavano ancora. La voce era ancora forte, ancora tagliente. Parlò della morte con la stessa franchezza brutale con cui aveva parlato di tutto il resto nella vita.
“Non ho paura”, disse guardando dritto nella telecamera. “Sono già morta tante volte”. In Messico quando mi hanno sparato, in Vietnam quando le bombe cadevano. Ogni volta che perdevo qualcuno che amavo, questa è solo l’ultima volta. Parlò di Alecos. Dopo quasi 30 anni il suo nome ancora le faceva tremare la voce.
L’unica crepa nell’armatura. Se c’è qualcosa dopo la morte disse, “Lo rivedrò”. E avremo molto da dirci. Era una dichiarazione sorprendente per una tea dichiarata. Forse alla fine anche Oriana Fallaci sperava in qualcosa che andasse oltre la ragione, qualcosa che la razionalità non poteva spiegare né negare.
Luglio 2006 Oriana Fallaci lascia New York per l’ultima volta, la città che l’aveva accolta per 20 anni, la città da cui aveva visto cadere le torri, la città che aveva amato e odiato insieme, torna a Firenze. La città dove era nata 77 anni prima, la città dove aveva imparato a non piangere sotto le bombe.
La città dove aveva deciso di diventare scrittrice leggendo Jack London, la città dove voleva morire. Si installa nella vecchia casa di famiglia, quella dove era cresciuta nella povertà del dopoguerra. Le sorelle si prendono cura di lei giorno e notte. Il cancro è in fase terminale ormai. I medici non possono fare più nulla se non alleviare il dolore. Lei lo sa, lo accetta.
Come aveva accettato le pallottole Atlatelol con le minacce dei dittatori, la morte di Alecos. La morte è solo un’altra battaglia, l’ultima. E lei non si è mai tirata indietro davanti a nessuna battaglia. Gli ultimi mesi sono un lento spegnersi. Non può più scrivere, le mani tremano troppo.
Non può più parlare a lungo, il respiro manca, ma la mente resta lucida fino quasi alla fine, i ricordi restano vivi. Rivede la bambina che trasportava granate nei cespi di lattuga attraverso i posti di blocco nazisti. Rivede la giovane ambiziosa che intervistava le stelle di Hollywood senza farsi intimidire. Rivede la donna che sfidò come strappandosi il ciador in faccia.
Rivede la giornalista che si fece sparare pur di raccontare la verità al mondo. Rivede ACOS i suoi occhi di fuoco, il suo sorriso da poeta pazzo, le poesie scritte col sangue che lei aveva memorizzato parola per parola. Rivede tutto. Una vita intera compressa negli ultimi respiri. 15 settembre 2006. Firenze. Un giorno di fine estate, il cielo è azzurro sopra la cupola del Brunelleschi.
Oriana Fallaci muore nella città dove era nata 77 anni dopo, nel paese che aveva amato e criticato senza sosta, tra le sorelle che l’avevano accompagnata per tutta la vita. fu sepolta, come aveva chiesto, con una fotografia di Alecos vicino al cuore, il poeta con gli occhi di fuoco che non aveva mai smesso di amare. La notizia della sua morte fece il giro del mondo in poche ore.
I giornali dedicarono pagine intere, i politici espressero cordoglio, i nemici tacquero almeno per qualche giorno, ma la morte non portò pace nemmeno dopo. La famiglia si divise sull’eredità, seguirono cause legali che durarono anni. Le memorie non pubblicate rimasero in un cassetto. I segreti che portava con sé rimasero sepolti.
Nel 2015 Firenze le dedicò una piazza. Piazza Oriana Fallaci, il riconoscimento che la città natale dà ai suoi figli più illustri. Ma anche questo gesto divise associazioni musulmane protestarono, gruppi di sinistra contestarono. Per loro quella piazza celebrava una razzista, una seminatrice d’odio. Il governo difese la decisione.
Oriana Fallaci, qualunque cosa si pensi delle sue ultime opere, fu una delle più grandi giornaliste del XXo secolo. merita di essere ricordata. Ricordata come cosa? Però questa è la domanda che ancora non ha una risposta univoca, come l’eroina della resistenza che a 14 anni trasportava esplosivi per combattere i nazisti, come la giornalista che sfidò Kissinger come Infat Geddafi e li fece tremare tutti come la donna che sopravvisse a tre proiettili in Messico e continuò a scrivere dal letto d’ospedale come l’amante che perdon donò
l’imperdonabile, l’uomo che le aveva fatto perdere un figlio, come la profetessa che avvertì l’occidente di pericoli che forse vedeva troppo chiaramente o forse non vedeva affatto nella loro complessità. La risposta dipende da chi risponde. Per alcuni fu un’eroina senza macchia, per altri una fanatica pericolosa, per altri ancora semplicemente una donna complicata in tempi complicati, ma c’è qualcosa su cui tutti concordano.
Non fu mai indifferente, non lasciò mai nessuno indifferente. Amata o odiata, celebrata o condannata, Oriana Fallaci costrinse il mondo a pensare, a reagire, a prendere posizione. Forse questo è il massimo che un giornalista possa sperare di ottenere. Oriana Fallaci interrogò i padroni del suo secolo, fece perdere la calma a Kissinger, il controllo a come la faccia a Geddafi non ebbe paura di nessuno, né delle pallottole, né delle prigioni, né delle minacce di morte, né delle malattie, ma ci fu un interrogatorio che
non condusse mai, una domanda che non fece mai, non chiese mai a sé stessa perché era rimasta con l’uomo che l’aveva colpita al ventre. Non chiese mai perché aveva scelto la guerra invece della pace, la rabbia invece della serenità. non chiese mai perché la bambina che aveva imparato a non piangere non si era mai permessa di guarire veramente, forse conosceva le risposte, forse ne aveva paura più di qualsiasi dittatore.
Oriana Fallaci fu un testimone del suo tempo, testimone di un secolo che era iniziato nelle trincee la prima guerra mondiale e si era concluso nelle ceneri delle torri gemelle, vide tutto quello che c’era da vedere. registrò tutto quello che c’era da registrare. Non risparmiò nessuno, inclusa se stessa. fu una donna fatta di contraddizioni viventi, femminista che detestava il femminismo organizzato, antifascista che fu chiamata fascista, ate difendeva la cultura cristiana, giornalista che scriveva romanzi, donna che amò un solo uomo in tutta la vita e rinunciò per
sempre alla maternità. Ma nelle contraddizioni c’è verità. Nessuna vita coerente è una vita vera. Le persone interessanti sono quelle che non entrano nelle categorie. E Oriana Fallaci non entrò mai in nessuna categoria che altri avessero creato per lei. Fu quello che volle essere sempre fino alla fine. Una bambina che non piangeva diventata una donna che faceva piangere gli altri con la verità, con la rabbia.
con le parole che erano la sua unica arma. Le parole furono il suo scudo e la sua spada. Le parole furono il suo modo di esistere in un mondo che spesso non capiva e che spesso non la capiva. Alla fine le parole sono tutto ciò che resta di noi. I suoi libri sono ancora in stampa, vendono ancora copie. Le sue interviste sono ancora studiate nelle scuole di giornalismo di tutto il mondo.
Le sue profezie sono ancora dibattute, accettate da alcuni, rifiutate da altri, ignorate da nessuno. E ogni volta che qualcuno legge le sue parole, Oriana Fallaci rivo, non come santa, non come demone, ma come quello che fu realmente un essere umano imperfetto, coraggioso, furioso, appassionato, che cercò la verità con ogni fibra del suo essere. la trovò.
Forse sì, forse no. Forse la verità non si trova mai del tutto. Forse cercarla è tutto ciò che possiamo fare. Forse il viaggio conta più della destinazione. Oriana Fallaci cercò per tutta la vita e in quella ricerca incessante divenne immortale. Se un giorno passerete da Firenze, fermatevi in piazza Oriana Fallaci.
Guardate il cielo sopra la città che lei amava e chiedetevi io per cosa combatto. Io cosa sono disposto a rischiare per la verità? Lei sapeva le risposte sempre fino all’ultimo respiro.
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