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TRE PROIETTILI E UN AMORE IMPOSSIBILE: LA VERA STORIA DI ORIANA FALLACI

Messico 2 ottobre 1968. Piazza delle Tre culture si trasforma in un mattatoio. I soldati sparano sugli studenti. Tra centinaia di corpi giace una donna con tre proiettili nel corpo. La trascinano per i capelli giù per le scale e la gettano in un camion insieme ai morti. Lei non urla, lei memorizza. Si chiamava Oriana Fallaci, nata il 29 giugno 1929 a Firenze.

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Morta il 15 settembre 2006 nella stessa città, alta 1,60 m, peso 50 kg. Tanto bastò per far sì che i dittatori di tutto il mondo la temessero più degli eserciti. Chiinger definì la conversazione con lei una catastrofe. Come In scagliò addosso il Chador, Arafati impugnò la pistola. Geddafi fuggì. Ma ecco l’enigma.

Questa donna, sopravvissuta alla fucilazione che aveva interrogato Tiranni, si spezzò una sola volta a causa di un uomo che le diede un calcio nel ventre perché lo perdonò. Per comprendere questa donna bisogna tornare indietro, molto indietro, a una città sotto le bombe, a una bambina che imparò a non piangere. Firenze, 29 giugno 1929.

In una famiglia povera del quartiere operaio nasce una bambina, il padre Edoardo Fallaci fa il falegname, la madre Tosca Cantini e una casalinga semianalfabeta che firma con la croce perché non sa scrivere il proprio nome. Non hanno soldi, non hanno prospettive, ma hanno qualcosa che non si compra, il coraggio.

Eduardo Fallaci non è un falegname qualunque, è un antifascista convinto, membro del movimento clandestino Giustizia e Libertà. Mentre Mussolini marcia su Roma e l’Italia sprofonda nella dittatura, quest’uomo insegna alla figlia una lezione fondamentale. Il potere va sfidato, mai temo. La piccola Oriana cresce tra segatura e discorsi proibiti.

Mentre le altre bambine giocano con le bambole, lei ascolta le riunioni clandestine nella bottega del padre. Impara a riconoscere i passi dei fascisti nel vicolo. Impara a nascondere volantini sotto il materasso. Impara che le parole possono essere armi più potenti dei fucili. A 10 anni scopre Jack London. Lo legge di nascosto alla luce di una candela, mentre fuori le camicie nere pattugliano le strade.

Quelle pagine le cambiano la vita. Il richiamo della foresta Zanna Bianca. Martin Eden. Storie di lotta di sopravvivenza di individui contro il mondo. Decide diventerà scrittrice, non sa ancora che diventerà molto di più. Poi arriva la guerra e con la guerra, l’inferno. 1943 Firenze brucia. I tedeschi hanno occupato la città.

Il padre di Oriana guida una cellula della resistenza. ha bisogno di staffette, di corrieri che possano passare inosservati ai posti di blocco nazisti. Chi sospetterebbe di una ragazzina con la borsa della spesa? Oriana tra i 10 e i 14 anni, quando inizia a trasportare granate, le nasconde nei cespi di lattuga, in fondo alle borse della spesa, sotto strati di patate e cipolle.

attraversa i posti di blocco tedeschi con il cuore in gola, ma il viso impassibile. Un solo errore, un solo sospetto e sarebbe la fine. Non per lei sola, per tutta la famiglia. I nazisti la fermano, frugano nella borsa, vedono verdura, pane, qualche patata, non scavano fino in fondo dove l’acciaio freddo delle granate aspetta, la lasciano andare con un gesto annoiato.

Lei cammina via lentamente, come le ha insegnato suo padre. Mai correre dopo un posto di blocco. Correre significa colpa, correre significa morte. Non è l’unico rischio che corre quando gli aerei alleati vengono abbattuti sulla Toscana. I piloti americani e inglesi hanno bisogno di aiuto per fuggire. La rete partigiana li nasconde, ma qualcuno deve guidarli attraverso le linee nemiche.

Oriana diventa quella guida, li conduce attraverso sentieri nascosti tra le colline toscane, li nasconde nei fienili puzzolenti di fieno e paura. Procura loro abiti civili rubati dai panni stesi. È così che impara l’inglese non sui banchi di scuola, ma sussurrando istruzioni a uomini terrorizzati che le affidano la vita.

Y go left, ten striked, don’t speak, don’t smoke. If Germans come Y Runyi, a 14 anni, trasporta esplosivi, salva vite e non piange mai, ma c’è un momento che segnerà per sempre la sua esistenza. Un momento che la trasformerà da bambina in qualcos’altro. Estate 1943. Le bombe alleate martellano Firenze, il sibilo degli aerei, poi il fischio delle bombe che cadono, poi l’esplosione che fa tremare la terra.

Edoardo Fallaci e la sua famiglia si rifugiano in cantina, i muri tremano, la polvere piove dal soffitto come neve grigia. Nel buio illuminato solo dal bagliore delle esplosioni, la piccola Oriana scoppia in lacrime. Il padre si volta, la guarda e le dà uno schiaffo, non forte, non per fare male, ma abbastanza per fermare il pianto.

Una bambina non deve piangere. Cinque parole. Oriana le portò con sé per il resto della vita. 60 anni dopo le ripeteva ancora nelle interviste, le usò come scudo, come arma, come giustificazione. Da quel momento giurò a seé stessa che non avrebbe mai più versato lacrime, né sotto le bombe, né sui cadaveri in Vietnam, né sul corpo dell’uomo che amava.

Il pianto divenne un lusso che si proibì per sempre, o almeno così diceva. Ma chi può sapere cosa succedeva dietro le porte chiuse nelle notti solitarie quando nessuno guardava? La guerra non aveva ancora finito con la famiglia Fallaci. Una notte di quell’inverno terribile i fascisti bussarono alla porta. Eduardo venne arrestato e portato a Villa Triste, il quartier generale della Gestapo a Firenze.

Il nome era Beffardo, Villa triste, ma dentro quelle mura non c’era nulla di cui sorridere. Gli uomini venivano torturati fino a farli parlare o fino a ucciderli. Spesso entrambe le cose, Oriana non seppe esattamente cosa fecero a suo padre in quelle stanze. Lui non ne parlò mai, portava il silenzio come una cicatrice invisibile, ma quando tornò a casa settimane dopo era un uomo diverso.

Camminava curvo, come se portasse un peso invisibile sulle spalle. Aveva lo sguardo vuoto di chi ha visto troppo. Portava cicatrici che non mostrava a nessuno, nemmeno alla moglie. La ragazzina guardò quell’uomo spezzato e capì qualcosa di fondamentale. Il potere tortura, il potere uccide, il potere mente.

E qualcuno deve raccontarlo, qualcuno deve essere testimone. Quel qualcuno sarebbe stata lei. 1945. La guerra finisce. Firenze e libera. I tedeschi si ritirano, i partigiani scendono dalle montagne, la gente piange e ride nelle strade. Oriana Fallaci, 15 anni appena compiuti, riceve una medaglia per il suo contributo alla resistenza.

È una delle più giovani decorate d’Italia, una bambina che ha fatto il lavoro di un soldato, ma la pace porta nuove sofferenze, sofferenze diverse, più lente, più grigie. Il dopoguerra è miseria. La famiglia Fallaci vive in uno scantinato umido dove l’acqua gocciola dai muri e i topi corrono negli angoli. Eduardo non trova lavoro.

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