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Andreotti e Riina: il bacio segreto — la verità di Balduccio Di Maggio

Perché viene ucciso Salvo Lima il 12 marzo del 92? Ma perché prendeva prevalentemente e perché non aveva rispettato gli impegni di interessarsi in particol modo per il marchio processo e glielo dico con certezza perché io erano dei contatti con Salvo con Salvatore Rina direttamente so io quante volte si sono andato e le risposte ogni volta erano eh evasive.

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addirittura ci fu un nell’86-87, orora non mi ricordo compisione, eh perché l’omicidio di di di Giovanni Falcone si è stato voluto da eseguito e voluto da Cosa Nostra, ma inizialmente è stato stabilito con i cugini Salvo che tutti sappiamo era la corrente Lima Lima Andreotti. Fino a quel momento diciamo che pur non avendo partecipato c’era la copertura politica e a un dato punto Ignacio Salvo mi dice a me di fare sapere a Totorrino di non uccidere più Giovanni Falcone e perché se non valeva la pena dice tanto ci a lui e mettiamo un altro. Quando gli

porto questa questo questa ambasciata, chiamiamolo così, Salvatore Rina subito mi dice si sono fatti i patti fra di loro e a noi ci hanno scaricato e dice io lo devo ammazzare ugualmente. Dice se non si mettono la testa a posto ucciderò anche loro quindi io già l’eliminazione di Lima ed Ignazio Salvo quando per me quando Rina diceva una cosa difficilmente tornava indietro doveva essere un miracolo.

Eh, quella reazione poi si è si è concretizzata nel 1992. Ho capito. Quindi dice nell’86-87, anche se c’era il proposito di uccidere Falcone, a un certo punto diciamo gli esponenti democristiani bloccarono >> esattamente >> in quel momento storico, diciamo, la fase esecutiva. >> Esattamente. Esattamente. E diciamo ambasciata che Totorrino non non gradì si è sentito in qualche modo scaricato.

Senta, ma lei ci dice per quello che ovviamente lei sa e ha appreso che l’IMA muore proprio perché non mantiene i patti sul maxi processo e quindi le chiedo quali erano quali erano le richieste sul maxi processo e quali erano i patti che erano stati fatti con l’IMA >> affinché chiamasse intervenisse attraverso l’onorevole Andreotti che o sia come presidente del consiglio comunque per il suo peso politico che era nelle condizioni di poter interagire affinché prima di intervenire sul presidente del addirittura parliamo in appello poter intervenire addirittura politicamente

anche nella corte assise d’Appello di Palermo, successivamente anche per successivamente anche per la Corte di Cassazione e e fare andare tutto prima ancora che venisse effettuata la rotazione con ci andasse tutto a carnevale affinché questo processo andasse assegnato a Carnevale. Tutte richieste non è andate a buon fine, cioè non c’era solo di non interessarsi, proprio si sono disinteressati non facendo nulla delle richieste che venivano fatte proposte da Rina.

Il 10 febbraio 1986 si aprì a Palermo, nel bunker costruito appositamente accanto al carcere del Lucciardone. Il processo destinato a entrare nella storia come il maxi processo di Palermo. era il frutto di anni di lavoro investigativo compiuto dal pool antimafia guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed era fondato in larga misura sulle dichiarazioni del primo grande pentito di Cosa Nostra, Tommaso Buscetta, che aveva rotto per la prima volta il muro dell’omertà dall’interno della struttura verticistica dell’organizzazione.

>> Signor Presidente, volevo comunicarle che l’imputato Tommaso Buscetta, che ho riniziato a comparire è a disposizione della Corte. Il maxi processo fu un evento epocale. Per la prima volta lo Stato italiano attaccava Cosa Nostra frontalmente con oltre 460 imputati, prove documentali, dichiarazioni di testimoni oculare.

Era la dimostrazione che la mafia non era invincibile, che si poteva smontare pezzo per pezzo, che i boss potevano finire in gabbia davanti ai giudici che non si lasciavano intimidire. Nel dicembre 1987 la sentenza di primo grado inflisse l’ergastolo a 19 boss di primissimo piano, tra cui in contumacia lo stesso Salvatore Rina, e condanne pesantissime agli altri imputati.

Nel 30 gennaio 92 la Corte di Cassazione avrebbe confermato quelle condanne trasformando il verdetto in una pietra tombale sull’era della vecchia Cosa Nostra. Ma per Salvatore Rina il max di processo non era soltanto una sconfitta processuale, era un tradimento, una promessa non mantenuta. Rina si attendeva che i suoi referenti politici facessero qualcosa per ammorbidire le conseguenze di quel processo, interferire con i giudici, rallentare le procedure, garantire condanne ridotte o prescrizioni.

Erano i servizi che il sistema dei favori reciproci avrebbe dovuto fornire. I corlonesi avevano incaricato, salvo Lima, di attivarsi presso la Cassazione per aggiustare il processo. Lima aveva assunto quell’impegno secondo le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi, ma non era riuscito o non aveva voluto mantenerlo.

La frustrazione di Rina si trasformò in rabbia e la rabbia in strage. Se la DC non aveva protetto Cosa Nostra dal maxi processo, forse era arrivato il momento di cambiare interlocutore politico o quantomeno di dimostrare alla DC che il consenso mafioso non era un dato acquisito, ma una risorsa che poteva essere spostata altrove.

Per capire la mossa successiva di Rina bisogna tenere presente la situazione politica italiana di quegli anni. Il PSI di Bettino Craxi stava vivendo il suo momento di massima espansione. Craxi era stato presidente del Consiglio dall’83 all’87. aveva costruito un partito moderno e aggressivo e la sua retorica antimagistratura trovava eco in settori della classe dirigente che malopportavano il protagonismo dei giudici.

Claudio Martelli, il numero due del PSI, era esplicito nei suoi attacchi ai magistrati e in particolare aveva avuto aspri scontri con Giovanni Falcone sulla questione delle erogatorie e dei fondi per la lotta alla mafia. Per cosa nostra queste posizioni erano un segnale, non necessariamente una promessa, ma un’apertura che Reina era pronto a sfruttare.

>> Nel 986 venne da me Giovanni Brusca e mi disse: “Angelo, dobbiamo dare un segnale. Stiamo parlando nelle 86 si sono svolte le elezioni regionali. le elezioni regionali. Mi disse Angelo, dobbiamo dare un segnale che significa domanda andare io. Significa che praticamente dobbiamo votare per un personaggio socialista.

Socialista dice sì, socialista. Chi è questo personaggio? è un personaggio sconosciuto, Foni Barba. Continui. >> Eh, da questo ho m è stata una delle cose, mi ha fatto capire che è stato un discorso a tappeto, era un segnale. >> E che risultato ebbe nell’86 Foni Barn? >> Ma diciamo un buon risultato, ma non eccezionale.

>> Perché non eccezionale? Ma praticamente non è che poi hanno avuto questo grande apporto di voti perché ancora veniva difficile indirizzare un elettorato che era stato sempre un elettorato democratico cristiano e verso altri tipi di elettorati. >> Ho capito. Nell’87 invece che risultato si ebbe? >> Un eclatante, notevole.

Praticamente il Partito Socialista aumentò di quasi cinque o sei punti e praticamente ha avuto una serie di un grosso successo. >> Ho preso un impegno di noi. Posso annunciarlo questo impegno. Voi crescerete come siete abituati a fare. Ci rivedremo subito dopo il 14 giugno per una grande festa insieme. Qualcuno mi ha chiesto nelle televisioni private in cui parlo questa campagna elettorale, come mai sono candidato a Palermo e nella Sicilia occidentale? Beh, se qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che Crax, i Martelli e questo Partito Socialista

si sentono in prima linea in trincea con i compagni della Sicilia e del Sud nel promuovere il loro rinnovamento, io sono qua a togliere ogni dubbio perché ancora troppa Sicilia continua a dare i voti alla destra e alla democrazia cristiana che francamente di voti non ne ha proprio bisogno, tanto perché ne ha già troppi.

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