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[Una storia toccante] L’oscuro segreto del convento: Dopo 66 anni parlo!

Pensavo che il convento mi avrebbe offerto pace e protezione, invece è stato il luogo dove ho perso la mia innocenza nelle mani di colui che doveva guidarmi verso Dio. Mi chiamo Matilde, ho 84 anni e per 66 anni ho portato dentro di me un segreto che mi ha divorato l’anima. Oggi, seduta nella mia piccola cucina, con le mani tremule, ma il cuore finalmente forte, ho deciso di raccontarvi la verità su quello che mi accadde quando ero una giovane donna di 18 anni.

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Una verità che ho nascosto persino a mio marito, che Dio lo benedica e ai miei figli. Ma ora che i miei giorni si accorciano, sento il bisogno di liberare questo peso, perché forse la mia storia potrà aiutare altre donne che hanno vissuto il mio stesso Calvario. Vi invito ad iscrivervi a questo canale, ad attivare la campanella e a lasciare un mi piace a questo video.

E ditemi nei commenti da dove mi state ascoltando oggi. Era l’estate del 1959, quando io, dopo la morte di mia madre Giuseppina, presi la decisione che avrebbe cambiato per sempre il corso della mia vita. Mia madre Giuseppina era morta di tubercolosi quell’inverno, lasciando me e mio padre Aldo in una povertà che sembrava senza speranza.

Io ero una giovane donna di 18 anni, magra per la fame, ma con gli occhi pieni di determinazione. Papà! gli dissi una sera, mentre eravamo seduti intorno al tavolo di legno graffiato, illuminati solo dalla fioca luce di una candela, ho deciso, andrò al convento di Santa Margherita, diventerò una suora e così almeno una bocca in meno dovrai sfamare.

Papà mi guardò con gli occhi pieni di lacrime. sapeva che avevo ragione, che era l’unica soluzione per la nostra famiglia, ma io, nella mia ingenuità di giovane donna cresciuta in campagna, sentì il cuore battermi di gioia. Un convento. Pensavo alle storie che mia madre mi raccontava, delle sante che parlavano con gli angeli, delle suore che dedicavano la vita a fare del bene.

Mi immaginavo già con il velo bianco a pregare in una cappella piena di luce dorata, circondata da donne sagge e gentili. che mi avrebbero insegnato i segreti del cielo. Non sapevo, povera ingenua, che stavo per entrare in un inferno mascherato da paradiso. Il viaggio verso il convento durò un giorno intero.

Papà mi portò su un carro tirato da un cavallo stanco, attraversando colline e vallate che non avevo mai visto prima. Io tenevo stretto un piccolo fagotto con i miei pochi vestiti e l’unico ricordo di mamma, un rosario di legno che aveva appartenuto alla sua nonna. Durante tutto il tragitto papà non disse una parola.

Ogni tanto lo vedevo asciugarsi gli occhi con il dorso della mano, ma quando me ne accorgevo lui si voltava dall’altra parte. Il convento di Santa Margherita si ergeva su una collina circondato da alte mura di pietra grigia. Aveva l’aspetto di una fortezza più che di una casa di preghiera. Quando attraversammo il pesante portone di legno, sentì un brivido correre lungo la schiena.

L’aria all’interno era fredda e umida, profumata di incenso e di qualcosa che non riuscivo a identificare, qualcosa che sapeva di chiuso, di segreti nascosti. Madre superiora mi accolse con un sorriso che non raggiungeva i suoi occhi grigio ghiaccio. era una donna alta e magra con il volto scavato e le mani lunghe e ossute.

Benvenuta, giovane donna. Qui imparerai la disciplina e l’obbedienza che ogni figlia di Dio deve possedere. Papà mi baciò la fronte, mi strinse forte per un momento che sembrava eterno, poi se ne andò senza voltarsi. Io rimasi lì, nel corridoio buio del convento, con la mia valigia in mano e il cuore che batteva così forte che temevo si sentisse in tutta la struttura.

Suor Costanza ti mostrerà la tua cella e ti spiegherà le regole”, disse madre superiora con voce tagliente. Una suora più giovane si avvicinò camminando con passi silenziosi sui pavimenti di pietra. Aveva un viso dolce, quasi fanciullesco, ma c’era qualcosa nei suoi occhi che mi mise a disagio. Un bagliore strano, come di chi conosce segreti che non dovrebbe conoscere.

La mia cella era una stanzetta minuscola con un letto di ferro, un crocifisso appeso alla parete e una piccola finestra con le sbarre che dava sul cortile interno. “Qui dormirai”, mi disse suor Costanza con voce melliflua. Ma ricordati, giovane donna, nel convento ci sono regole precise. Chi non le rispetta viene punita severamente e ci sono persone qui dentro che è meglio non contrariare mai.

Non capì il significato di quelle parole, ma qualcosa nel modo in cui le pronunciò mi fece raggelare il sangue. I primi giorni passarono in una routine di preghiere, lezioni di catechismo e lavori domestici. Mi alzavo all’alba per il mattutino, seguivano le lezioni con suor Benedetta che mi insegnava a leggere e a scrivere, poi i pasti frugali nel refettorio silenzioso, altre preghiere, altri lavori.

La sera, dopo il vespro, finalmente potevo ritirarmi nella mia cella e piangere in silenzio nel buio, stringendo il rosario della nonna e pensando a casa. Fu durante la seconda settimana che lo incontrai per la prima volta. Don Ludovico era il cappellano del convento, un uomo di circa 40 anni con i capelli scuri pettinati all’indietro e gli occhi penetranti di un blu intenso che sembravano leggerti dentro l’anima.

era alto, imponente, con una voce profonda che riempiva la cappella durante le messe. Tutte le suore lo rispettavano, alcune lo temevano. Quando camminava per i corridoi il silenzio si faceva ancora più denso. La prima volta che mi rivolse la parola stavo pulendo i candelabri nella sagrestia. Era rimasta solo io.

Le altre ragazze erano andate a riposare. Sentì i suoi passi alle mie spalle e mi voltai di scatto. Tu sei la nuova arrivata disse con quella voce che faceva tremare i vetri delle finestre. Matilde, vero? una giovane donna che vuole servire Dio. “Sì, don Ludovico”, risposi facendo una piccola riverenza, come mi avevano insegnato.

Si avvicinò lentamente e io sentì il profumo del suo abito talare misto a qualcosa di più forte, un odore che imparai a riconoscere e a temere, l’odore dell’alcol nel suo alito. “Sei una giovane donna molto inesperta”, disse posando una mano sulla mia spalla. Quella mano era pesante, troppo pesante, e le sue dita si muovevano in un modo che mi faceva venire la pelle d’oca.

Hai molto da imparare sui misteri della fede. Forse potrei darti qualche lezione privata per aiutarti a crescere più in fretta nella grazia del Signore. C’era qualcosa nel suo tono, nel modo in cui pronunciava certe parole che mi faceva sentire a disagio. Ma era un prete, un uomo di Dio. Chi ero io? Una giovane donna ignorante del mondo per mettere in dubbio le sue intenzioni? Sarebbe un onore, don Ludovico, mormorai, anche se dentro di me l’istinto di donna sussurrava che qualcosa non andava. Bene, ci vedremo

domani sera dopo il vespro nella mia stanza di studio. E ricordati, figlia mia, la sua mano si strinse sulla mia spalla fino a farmi male. Quello che un prete insegna a una fedele è sacro, un segreto tra te, me e Dio. Mai, mai dovresti parlarne con nessun altro. Sarebbe un peccato mortale, capisci? Annuì, anche se non capivo affatto.

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