29 settembre 1978, 5:30 del mattino. Una suora bussa alla porta del Papa. Nessuna risposta. Bussa ancora. Silenzio. Apre la porta e lo trova nel letto immobile con la luce dell’abgiur ancora accesa. 33 giorni di pontificato, il più breve dell’era moderna. Tra poche ore il Vaticano mentirà al mondo su chi ha trovato il corpo, su cosa aveva in mano, su come è morto.
Ma per capire perché dobbiamo tornare indietro, molto indietro, a un paese di montagna dove 66 anni prima nasce un bambino che cambierà la storia per 33 giorni, Canale d’Agordo, provincia di Belluno, nordest d’Italia. Un pugno di case aggrappate alle Dolomiti a 1100 metri sul livello del mare. D’inverno la neve copre tutto e il silenzio è così denso che si sente il sangue nelle orecchie.
D’estate i prati esplodono di verde e i bambini corrono scalzi tra le mucche. È un mondo piccolo, chiuso, dove tutti conoscono tutti e i segreti durano meno di un giorno. Qui, il 17 ottobre 1912 nasce Albino Lucciani, primo figlio maschio di Giovanni Lucciani, muratore e socialista, e di Bortolatan, donna devota e silenziosa. Il padre è un uomo duro, spesso assente per lavoro, emigra stagionalmente in Svizzera e Germania per trovare cantieri.
La madre tiene insieme la famiglia con la fede e la testardaggine. Albino viene battezzato lo stesso giorno nella chiesa parrocchiale del paese. La povertà non è un concetto astratto in casa lucciani è il pane che manca, il freddo che entra dalle finestre, i vestiti passati da un figlio all’altro. Albino cresce Gracile, spesso malato.
Ha un fratello Federico e due sorelle. La famiglia vive in una casa di pietra con il tetto di Ardesia, come tutte le case del paese. Non c’è niente di speciale nei Luciani. Sono poveri come tutti, forse un po’ di più, ma c’è qualcosa di diverso nel bambino. Legge, legge tutto quello che trova, i libri del parroco, i giornali che il padre porta a casa, i manifesti attaccati ai muri.
A 8 anni ha già letto più di molti adulti del paese e sorride. Sorride sempre, anche quando non c’è motivo. È un sorriso strano per un bambino povero di montagna, non il ghigno furbo dei ragazzini di strada, ma qualcosa di più morbido, più aperto, come se vedesse nel mondo qualcosa che gli altri non vedono. Il padre non capisce questo figlio.
Giovanni Luciani è un uomo pratico, un socialista che diffida dei preti e della Chiesa. Quando Albino ha 11 anni dice che vuole entrare in seminario, il padre non si oppone apertamente. Non è nel suo carattere fare scene, ma il suo silenzio è eloquente. È la madre che decide. Bortola parla con il parroco, organizza tutto, accompagna il figlio a Feltre con una valigia di cartone e un rosario in tasca.
E il 1923, Albino a 11 anni. Il seminario minore di Feltre è un edificio austero, freddo d’inverno con corridoi lunghi che amplificano ogni passo. Per un ragazzino di montagna abituato agli spazi aperti è come entrare in una prigione. Ma Albino non si lamenta. Non si lamenterà mai in tutta la sua vita.
È una caratteristica che i suoi superiori noteranno presto. Questo ragazzo accetta tutto con un sorriso, non per debolezza, per qualcosa d’altro, qualcosa che assomiglia alla pace interiore, ma che forse è solo la capacità di trovare luce anche nel buio. Gli anni di seminario sono anni di studio intenso, latino, greco, filosofia, teologia.
Albino eccelle in tutto, ma soprattutto nelle materie umanistiche. scrive bene con una chiarezza e una semplicità che i suoi professori trovano insolita. La maggior parte dei seminaristi impara a scrivere in modo ampolloso, ecclesiastico, pieno di subordinate e citazioni latine. Albino scrive come parla, frasi corte, immagini concrete, esempi dalla vita quotidiana.

Un professore annota nel suo fascicolo, ha il dono della chiarezza. È un complimento raro in un ambiente che premia l’oscurità. Nel 1934, a 22 anni passa al seminario maggiore di Belluno. Qui la formazione diventa più seria, più impegnativa. La teologia dogmatica, il diritto canonico, la storia della Chiesa.
Albino studia con disciplina quasi ossessiva, ma trova anche il tempo per leggere autori che non sono nel programma. Rosmini, Neuman, Guardini, pensatori che mettono in discussione le certezze che cercano un dialogo tra fede e modernità. Sono letture pericolose per un seminarista degli anni 30, quando la Chiesa è chiusa in se stessa come una fortezza assediata, ma nessuno lo ferma.
Forse perché nessuno se ne accorge, forse perché quel sorriso disarma ogni sospetto. Il 7 luglio 1935 Albino Luciani viene ordinato sacerdote nella chiesa di San Pietro Abelluno a 23 anni. È magro, pallido, con gli occhiali tondi che gli danno un’aria da studente eterno. Sua madre piange di gioia. Suo padre è presente in fondo alla chiesa con le braccia incrociate e un’espressione che nessuno sa decifrare.
Orgoglio, rassegnazione, forse entrambi. I primi anni di sacerdozio li trascorre come vicario cooperatore a Canale d’agordo. Torna al suo paese, ma in una veste nuova. Non è più il figlio del muratore e dona albino. La gente lo guarda con rispetto misto a familiarità. Lo conoscono da sempre, ma adesso c’è qualcosa di diverso.
La tonaca, certo, ma anche qualcos’altro. una sicurezza tranquilla che prima non aveva, come se avesse trovato il suo posto nel mondo. Segna catechismo ai bambini, visita i malati, celebra messe in chiese gelide dove il fiato si condensa in nuvole bianche e scrive scrive lettere o maili e articoli per il bollettino parrocchiale, sempre con quella chiarezza che è il suo marchio, sempre con quel sorriso tra le righe che fa sentire il lettore accolto, non giudicato. Poi arriva la guerra.
L’Italia entra nel conflitto nel 1940. Le Dolomiti diventano zona di confine, terra di passaggio per partigiani e disertori. Canale d’agordo è troppo piccolo per essere un obiettivo militare, ma abbastanza grande per sentire il peso dell’occupazione. Prima gli italiani, poi i tedeschi dopo l’8 settembre 1943.
Don Albino non è un eroe della resistenza, non imbraccia fucili, non organizza sabotaggi, ma fa quello che molti preti di montagna fanno in quegli anni. Nasconde, protegge, mente ai tedeschi quando bussano alla porta della canonica chiedendo se ci sono uomini nascosti. C’è un episodio che la gente del paese racconta ancora. Inverno 1943 o 44.
La data esatta si è persa nella memoria collettiva. Un gruppo di soldati tedeschi cerca un partigiano ferito che si è rifugiato in paese. Bussano alla canonica. Don Albino apre con il suo sorriso. Nessuno qui dice in un tedesco approssimativo, solo malati e vecchi e i soldati entrano, controllano nel semiinterrato, dietro una parete di legna da ardere, c’è un uomo con una pallottola nella spalla.
I tedeschi non lo trovano, se ne vanno. Don Albino torna nel semiinterrato con bende e acqua calda. Le sue mani tremano, ma il sorriso è ancora lì. La guerra finisce, l’Italia rinasce, o almeno ci prova. Don Albino riprende la sua vita di prete di montagna, ma qualcosa è cambiato. Ha visto la morte da vicino, ha visto cosa succede quando il potere diventa assoluto, quando le istituzioni tradiscono i deboli.
Questa esperienza lo segnerà per sempre. non diventerà un rivoluzionario, non è nella sua natura, ma svilupperà un’allergia profonda per l’arroganza del potere in qualunque forma si presenti, anche soprattutto quando si presenta in abito talare. Nel 1947 viene nominato procancelliere della diocesi di Belluno. È un incarico amministrativo burocratico, carte, timbri, archivi.
il suo mondo naturale, ma lo accetta senza protestare. Impara, impara come funziona la macchina ecclesiastica dall’interno. Impara i meccanismi del potere curiale, le gerarchie invisibili, i favori e i debiti che tengono insieme il sistema. È una formazione preziosa, anche se lui non lo sa ancora. Nel 1958 Papa Giovanni X3 lo nomina vescovo di Vittorio Veneto a 46 anni.
È giovane per un vescovo, soprattutto in Italia dove le carriere ecclesiastiche sono lente e codificate. La nomina sorprende molti. Luciani non ha protettori potenti in Vaticano, non ha fatto carriera diplomatica, non ha studiato alla gregoriana, è un prete di montagna con un dottorato in teologia e un sorriso che disarma.
Eppure qualcuno a Roma lo ha notato. La diocesi di Vittorio Veneto è piccola, rurale, tranquilla. 150 parrocchie sparse tra le colline del Trevigiano. Non è Milano, non è Napoli, non è Roma. È il tipo di diocesi dove un vescovo può lavorare in pace, senza riflettori, senza pressioni politiche. Lucciani ci resta 12 anni, 12 anni in cui costruisce mattone dopo mattone la sua reputazione di pastore vicino alla gente.
Visita ogni parrocchia, anche le più remote. Conosce i suoi preti per nome, sa le loro storie, i loro problemi. Quando un parroco ha difficoltà economiche, Luciani trova il modo di aiutarlo senza umiliarlo. Quando un prete sbaglia, e in quegli anni di cambiamento postconciliare molti sbagliano, in un senso o nell’altro Luciani corregge con fermezza, ma senza durezza.
Non sono un giudice, dice spesso, sono un fratello maggiore e i fratelli maggiori a volte devono dire cose scomode. Il Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni X3 nel 1962, attraversa il suo episcopato come un terremoto. Luciani partecipa a tutte le sessioni, non interviene mai in aula e troppo timido, troppo consapevole del proprio rango modesto tra cardinali e arcivescovi, ma ascolta, ascolta tutto e prende appunti.
appunti che diventeranno la base della sua visione di chiesa aperta, dialogante, povera, vicina ai poveri. Una chiesa che parla il linguaggio della gente, non quello dei teologi. Tornato a Vittorio Veneto dopo il Concilio, Luciani applica le riforme con entusiasmo, ma senza estremismi. liturgia in italiano, la partecipazione dei laici, il dialogo e ma anche la disciplina, il rispetto della tradizione dove la tradizione ha senso.
È un equilibrista Luciani cammina su un filo sottile tra progressisti e conservatori e riesce a non cadere da nessuna parte. Il suo segreto è semplice, non si schiera, ascolta tutti, rispetta tutti, decide con la propria testa e sorride sempre. C’è un episodio di quegli anni che rivela il suo carattere meglio di qualsiasi analisi. Un prete della diocesi viene accusato di aver gestito male i fondi parrocchiali.
Non è un furto e incompetenza, disordine, forse un po’ di vanità. Il prete costruito un campanile nuovo quando la canonica cadeva a pezzi. Luciani lo convoca. Il prete arriva terrorizzato, aspettandosi una punizione esemplare. Luciani lo fa sedere, gli offre un caffè e gli dice: “Mi racconti del campanile?” Il prete parla per un’ora.
Alla fine Luciani sorride e dice: “Il campanile è bello, ma la prossima volta ripariamo prima il tetto”. D’accordo. Il pretece sollevato quasi incredulo. Non è stato punito, è stato ascoltato. È una differenza che Luciani conosce bene la differenza tra un capo e un pastore. Nel 1969 un evento cambia la traiettoria della sua vita.
Il patriarca di Venezia, il cardinale Giovanni Urbani, muore improvvisamente. La sede più prestigiosa del nordest è vacante. Paolo vi deve scegliere un successore. La scelta cade su Luciani. La notizia lo coglie di sorpresa. Venezia non è Vittorio Veneto. Venezia è storia, arte, politica, turismo, diplomazia internazionale.
Venezia, il patriarcato che fu di Pio X di Giovanni X3 di Roncalli. È un trampolino verso il papato, anche se nessuno nel 1969 pensa seriamente che il piccolo vescovo di montagna possa un giorno sedere sul trono di Pietro. Luciani accetta, non con entusiasmo, con obbedienza. Se il Papa lo vuole, il Papa sa quello che fa, dice alla sorella celestina, ma nei suoi occhi c’è qualcosa che assomiglia alla paura, non paura del lavoro, paura dell’altezza, paura di salire troppo in alto e di non riuscire più a vedere la Terra. Arriva a Venezia nel
febbraio 1970. La città lo accoglie con curiosità. Chi è questo prete magro con gli occhiali e il sorriso timido? Dove sono i paramenti d’oro? Il portamento regale, la voce tonante che ci si aspetta da un patriarca. Luciani delude chi cerca la pompa, ma conquista chi cerca l’umanità. Il primo gesto è simbolico ma potente.
Il patriarcato di Venezia possiede una croce pettorale d’oro massiccio, tempestata di pietre preziose che i patriarchi indossano nelle occasioni solenni. Luciani la guarda, la soppesa e dice al suo segretario quanto vale? Il segretario non sa rispondere con precisione. Abbastanza per mandare 20 bambini a scuola per un anno, stima Lucciani.
La settimana dopo la croce viene venduta. Il ricavato va a un istituto per bambini disabili di Marghera. Luciani si fa fare una croce di metallo argentato. Costa poche migliaia di lire. la porterà fino all’ultimo giorno. Il gesto non passa inosservato, i giornali ne parlano, alcuni con ammirazione, altri con ironia.
Il patriarca povero lo chiamano. Luciani non commenta, non cerca pubblicità, ma il messaggio è chiaro. La chiesa non ha bisogno d’oro per essere chiesa, anzi loro la appesantisce, la allontana da chi non ha niente. Venezia, negli anni 70 è una città in trasformazione. Il turismo di massa sta cambiando il volto della laguna.
Le fabbriche di Marghera inquinano l’aria e l’acqua. I giovani se ne vanno, i vecchi restano aggrappati a una città che sembra affondare non solo metaforicamente. L’acqua alta del 1966 è ancora nella memoria di tutti. Venezia è fragile, bellissima, malata. Luciani la ama. La ama come si ama una persona anziana e nobile che ha bisogno di cure.
Cammina per le calli, prende il vaporetto, si perde nei vicoli. Una volta la storia è vera, confermata da più testimoni, cade in un canale, non uno dei canali grandi e romantici delle cartoline. Un canale piccolo, sporco, puzzolente in un quartiere popolare. Il patriarca di Venezia con la tonaca fradicia e le scarpe piene di fango che ride di sé stesso mentre due gondolieri lo tirano fuori.
La scena fa il giro della città in meno di un’ora. La gente ride con lui, non di lui. È la differenza. Ma sotto il sorriso e le cadute nei canali, Luciani lavora. lavora molto e in silenzio, riorganizza la curia patriarcale. Visita le parrocchie, tutte, anche quelle delle isole minori, raggiungibili solo in barca.
Scrive lettere pastorali che la gente legge davvero perché sono scritte in un italiano comprensibile, pieno di storie e di vita quotidiana. Cita Mark Twine Pinocchio accanto a Sant’Agostino. I teologi storcono il naso, i fedeli sorridono e osserva osserva il mondo della finanza cattolica che gravita intorno a Venezia e al nordest. Le banche cattoliche, le fondazioni, i fondi diocesani, vede cose che non gli piacciono, movimenti di denaro opachi, investimenti in settori discutibili, legami tra uomini di chiesa e uomini d’affari che non hanno nulla di
evangelico, non è ancora il momento di agire, non ha il potere per farlo, ma prende nota mentalmente e forse anche fisicamente, secondo alcune testimonianze raccolte dopo la sua morte. Già a Venezia Luciani aveva cominciato a segnare su un quaderno nomi e fatti che lo turbavano profondamente. Nomi di prelati coinvolti in operazioni finanziarie sospette, cifre che non tornavano, connessioni che puzzavano di marcio.
Quel quaderno, se davvero è esistito, diventerà uno degli elementi più misteriosi della sua storia. Nel 1975 Paolo vi lo crea cardinale. La berretta rossa arriva come un riconoscimento tardivo ma meritato. Luciani va a Roma per il concistoro, riceve la berretta dalle mani del Papa e torna a Venezia il giorno dopo. Non gli piace Roma, non gli piace il Vaticano, non gli piace l’aria che si respira nei palazzi apostolici, quell’aria densa di ambizione e di calcolo che è l’esatto opposto dell’aria delle sue montagne, ma Roma lo nota. Paolo V, vecchio e malato,
parla di Luciani con i suoi collaboratori più stretti. Guardate, il patriarca di Venezia dice: “È l’unico che non vuole niente, per questo è pericoloso.” Pericoloso, una parola strana per descrivere un uomo che sorride sempre. Ma Paolo vi conosce la Chiesa meglio di chiunque altro. Sa che gli uomini senza ambizione sono i più difficili da controllare perché non hanno niente da perdere.
Gli anni veneziani scorrono, Luciani invecchia, i capelli si ingrigiscono, le gambe si gonfiano, il cuore dà segni di affaticamento, ma il sorriso resta e resta la capacità di parlare alla gente come nessun altro prelato italiano sa fare. Le sue omelie vengono raccolte in un libro, illustrissimi, una serie di lettere immaginarie a personaggi storici e letterari.
Scrive a Pinocchio a Maria Teresa d’Austria, a Charles Dickens, a Gesù: “Il libro vende bene, i critici lo trovano ingenuo, i lettori lo trovano meraviglioso e la storia della sua vita, troppo semplice per gli intellettuali, perfetto per tutti gli altri. Nel frattempo il mondo intorno a lui si oscura.
L’Italia degli anni 70 è un paese malato, terrorismo, corruzione, crisi economica. La strategia della tensione, le Brigate Rosse. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978. La Chiesa italiana è coinvolta in tutto questo, non come mandante, ma come complice silenziosa di un sistema di potere che ha perso ogni bussola morale. E al centro di questo sistema c’è lo Io l’Istituto per le opere di Religione, la Banca del Vaticano, guidata dall’arcivescovo americano Paul Marcus, un uomo alto, massiccio, con la faccia da pugile e la mentalità da
broker di Wall Street. Marcincus ha trasformato l’IOR in una macchina per fare soldi, tanti soldi, soldi che arrivano da fonti opache e finiscono in destinazioni ancora più opache. Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, la banca privata italiana di Michele Sindona, la loggia massonica P2 di Licio Gelli. Nomi che nel 1978 sono ancora nell’ombra, ma che presto esploderanno alla luce del sole, trascinando con sé cadaveri e scandali.
Luciani sa, non sa tutto, nessuno sa tutto in quel groviglio di bugie e complicità, ma sa abbastanza. Sa che Marcincus è pericoloso, sa che i soldi della Chiesa finiscono in mani sporche. Sa che qualcuno prima o poi dovrà fare pulizia. Non immagina che quel qualcuno sarà lui. Non ancora. Il 6 agosto 1978 Paolo vi muore a Castel Gandolfo.
A 80 anni il suo pontificato lungo e tormentato, si chiude nel silenzio di una sera d’estate. La chiesa è orfana. Il mondo guarda a Roma. Chi sarà il prossimo Papa? I nomi che circolano sono quelli di sempre: Siri, Benelli, Felici, Poletti, cardinali italiani, potenti, navigati, uomini di apparato.
Luciani non è nella lista di nessuno o quasi. Il conclave si apre il 25 agosto 1978. 111 cardinali entrano nella cappella Sistina. L’aria è pesante non solo per il caldo romano di fine estate, ma per la tensione che si taglia con un coltello. Due fazioni si fronteggiano, i conservatori guidati dal cardinale Giuseppe Siri di Genova e i progressisti che puntano sul cardinale Giovanni Benelli di Firenze.
Nessuno dei due ha i numeri per vincere al primo scrutinio. Nessuno dei due è disposto a cedere. È la situazione classica che produce un papa di compromesso, un nome che non spaventi nessuno, un nome che entrambe le parti possano accettare senza sentirsi sconfitte. Un nome che possibilmente non cambi nulla.
Albino Luciani è quel nome, o almeno così credono molti dei cardinali che scrivono il suo nome sulla scheda. Il primo scrutinio il pomeriggio del 25 esplorativo. I voti si disperdono tra una decina di candidati. Luciani riceve già un numero significativo di preferenze, abbastanza per sorprendere gli osservatori, non abbastanza per allarmare nessuno.
Il secondo scrutinio la mattina del 26 chiarisce il quadro. Né Siri né Benelli sfondano, i voti convergono su Luciani. Al terzo scrutinio il trend è irreversibile. Al quarto, nel primo pomeriggio del 26 agosto, Albino Luciani supera la soglia dei due terzi, accepta. gli chiede il cardinale Jean Marie Villot Camerlengo.
Accetti, c’è un silenzio. Breve, ma percepibile, 110 paia di occhi fissano l’uomo magro con gli occhiali che siede al suo posto immobile con le mani intrecciate in grembo. Poi Luciani alza lo sguardo e sorride quel sorriso. sceglie il nome Giovanni Paolo Io nella storia, un doppio omaggio a Giovanni 23 che lo fece vescovo e a Paolo V che lo fece cardinale e patriarca, ma anche un programma La semplicità di Giovanni, il coraggio di Paolo, due papi in uno, due eredità da portare avanti.
Alle 18:24 del 26 agosto 1978 la fumata bianca sale dal Comignolo della Sistina. La folla in piazza San Pietro esplode. Il cardinale Felici si affaccia dalla loggia. Annuntio vobis gaudium magumemus papam. Eminentissimum acre verendissimum dominum dominum albinum scte romane eclesiae cardinalem luciani quiibi nomen imposuit joannem paulum primum la folla applaude ma molti si guardano in faccia Luciani chi è Luciani il patriarca di Venezia quello magro con il sorriso non è possibile è possibile è reale e per 33 giorni cambierà tutto. Il
primo segnale arriva subito. La sera stessa dell’elezione Luciani rifiuta la sedia gestatoria, quella specie di trono portatile su cui i papi venivano trasportati a spalla come faraoni. Cammino con le mie gambe, dice, finché reggono. Il giorno dopo rifiuta la tiara, la tripla corona papale che simboleggia il potere temporale, spirituale e regale del pontefice.
Paolo vi l’aveva già messa da parte, ma senza formalizzare la rinuncia. Luciani la formalizza. Non sono un re, dice, sono un pastore. I pastori non portano corone. Sono gesti, solo gesti, diranno i cinici, ma i gesti in Vaticano sono tutto. Ogni gesto è un messaggio. Ogni messaggio è una dichiarazione di guerra o di pace.
E i gesti di Luciani in quei primi giorni dichiarano guerra a un intero sistema di privilegi e di potere. La prima udienza generale è il mercoledì 30 agosto, piazza San Pietro e Gremita. La gente è venuta a vedere il Papa che sorride e Luciani non delude, parla senza testo scritto, o meglio, ha un testo davanti, ma lo abbandona dopo poche righe. racconta una storia.
Parla di un bambino che va a scuola e non sa la lezione, parla di Pinocchio, la folla ride. I cardinali presenti si irrigidiscono. Un Papa che cita Pinocchio in un’udienza ufficiale è inaudito, ma la gente ama. La gente ama questo Papa strano che parla come un nonno, che racconta storie, che ride delle proprie battute.
Le lettere arrivano a migliaia da tutto il mondo. Finalmente un papa umano scrivono. Finalmente un Papa che capiamo. E i giornali lo battezzano. Il Papa del sorriso è un soprannome che lo seguirà per sempre, anche dopo la morte, soprattutto dopo la morte. Ma dietro il sorriso Luciani lavora. lavora con un’intensità che sorprende il suo staff.
Si alza alle 4:30 del mattino, celebra messa alle 5:30. Alle 7:00 è già alla scrivania. Legge dossier, riceve collaboratori, studia documenti. Il suo segretario, don Diego Lorenzi, lo trova spesso ancora al lavoro alle 11 di sera. “Santità deve riposare”, gli dice. Luciani sorride. “Riposerò quando avrò finito, non finirà mai”.
I primi giorni sono dedicati all’orientamento. Luciani deve capire la macchina che ha ereditato. La curia romana è un organismo complesso, stratificato, pieno di correnti e controcorrenti. Ogni di Castero è un feudo, ogni prefetto è un piccolo re. Il segretario di Stato Villot, confermato provvisoriamente, e il primo ministro di fatto, Luciani lo sa, sa che non può cambiare tutto in un giorno, ma sa anche che ogni giorno che passa senza cambiamenti è un giorno regalato al sistema.
La prima settimana la dedica allo IOR, chiede i bilanci, chiede i nomi dei principali correntisti, chiede di vedere i flussi di denaro degli ultimi 5 anni. Le risposte arrivano lente, incomplete, evasive. Marcinus non è abituato a rendere conto a nessuno, tantomeno a un papa. Paolo vi lo lasciava fare, Giovanni Paolo in 12 settembre Luciani riceve il cardinale Villot nel suo studio.
È un incontro lungo teso. Non sappiamo esattamente cosa si dicano. Nessun verbale, nessun testimone diretto ha mai parlato pubblicamente, ma sappiamo cosa succede dopo. Villot esce dallo studio con il volto grigio. Quella sera, secondo la ricostruzione di David Yallop nel suo libro in God’s name, Villop telefona a diverse persone.
Chi siano queste persone? Yallop lo ipotizza, ma non lo dimostra. Quello che è certo è che dopo quel 12 settembre qualcosa cambia nell’atmosfera del Vaticano. L’aria si fa più pesante, i sorrisi più rari, le porte si chiudono più spesso. Luciani non si ferma. Il 14 settembre riceve una delegazione della Conferenza Episcopale americana.
Il tema ufficiale è la pastorale, ma Luciani devia la conversazione sullo IOR. Vuole sapere cosa sanno i vescovi americani di Marcinus, cosa pensano se hanno sentito voci. I vescovi americani sono imbarazzati. Marcincus è uno di loro nato a Cicero in Linois, figlio di immigrati lituani, un americano in Vaticano.
Lo proteggono per istinto, per solidarietà nazionale, ma qualcuno parla, qualcuno dice abbastanza per confermare i sospetti di Luciani. Il 15 settembre Luciani fa una cosa insolita. Chiede al suo segretario di procurargli tutti gli articoli pubblicati negli ultimi due anni sul Banco Ambrosiano e sulla banca privata italiana. Vuole i pezzi del Corriere della Sera della Stampa dell’Espresso.
Vuole capire cosa sa la stampa. Vuole capire quanto è profondo il buco. Il buco è un abisso. Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, è l’uomo di Marcinus nel mondo della finanza laica. Il Banco Ambrosiano è formalmente una banca privata, ma i suoi legami con l’IOR sono così stretti da renderlo, di fatto il braccio secolare della finanza vaticana.
Calvi usa lo IOR come una lavanderia. Denaro sporco entra dal portone principale e esce pulito dal retro. Società fantasma in Lussemburgo, Panama Bahama, conti cifrati, prestiti fittizi, un castello di carte che regge solo finché nessuno soffia. Michele Sindona è l’altro pilastro del sistema siciliano legato alla mafia, consigliere finanziario del Vaticano fin dagli anni 60.
Nel 1978 è già in disgrazia il crollo della sua Franklin National Bank. Nel 1974 lo ha esposto alla giustizia americana, ma i suoi legami con l’IOR sono ancora attivi, i suoi uomini sono ancora nei posti chiave, la sua rete è ancora operativa e soprattutto come un ragno al centro della tela Celicio Gelli, gran maestro della loggia massonica P2 propaganda 2.
una loggia segreta illegale che conta tra i suoi membri ministri, generali, magistrati, giornalisti, banchieri e prelati. Gelly non è un massone qualsiasi, è un burattinaio. Muove fili che collegano il Vaticano ai servizi segreti, la mafia alla politica, la finanza al terrorismo e l’uomo che nessuno vede ma che tutti temono. Luciani nelle sue ultime settimane comincia a vedere il quadro completo.
Tutto il quadro completo non lo vedrà nessuno fino agli anni 80, quando il sistema imploderà su se stesso, ma abbastanza. Abbastanza per capire che lo IOR non è solo una banca mal gestita, è il nodo di una rete criminale che coinvolge la mafia, la massoneria, i servizi segreti e pezzi dello Stato italiano.
Abbastanza per capire che Marcinus non è solo un banchiere incompetente, è un complice consapevole, è abbastanza per decidere di agire. Nelle sue ultime conversazioni con collaboratori fidati, Luciani confidò che intendeva rimuovere Marcinus dalla guida dell’Or. Intendeva nominare il cardinale Benelli segretario di Stato al posto di Villot.
Intendeva avviare una revisione completa delle finanze vaticane. Molti ritengono che l’annuncio sarebbe potuto arrivare già alla fine di settembre o nei primi giorni di ottobre. Non era un piano vago, era una decisione presa. Il 19 settembre Luciani riceve in udienza privata il metropolita Nicodim di Leningrado, rappresentante del patriarcato di Mosca.
È un incontro storico, il primo contatto diretto tra un Papa e un alto prelato ortodosso russo dopo decenni di gelo, ma l’incontro finisce in tragedia. Nicodim, 59 anni, ha un infarto durante il colloquio e muore tra le braccia di Luciani. Il Papa è sconvolto, per ore non riesce a parlare. Quando finalmente si riprende, dice al suo segretario, “La morte è sempre in agguato anche qui, soprattutto qui.
” È una frase che col senno di poi suona profetica, ma probabilmente Luciani non pensa a se stesso, pensa alla fragilità della vita, alla velocità con cui tutto può finire e forse solo forse pensa che deve agire in fretta, che il tempo non è dalla sua parte. Il 20 settembre, il 21, il 22, i giorni passano.
Lucciani continua il suo lavoro quotidiano, udienze, documenti, preghiera. Ma chi lo conosce bene nota un cambiamento. È più silenzioso del solito, più concentrato. Il sorriso c’è ancora, ma è meno frequente, come se portasse un peso che non può condividere con nessuno. Il 23 settembre, un sabato, Luciani trascorre il pomeriggio nel suo studio.
Secondo don Lorenzi, quel giorno il Papa fece diverse telefonate. parlò con alcuni cardinali di cui si fidava, tra cui il cardinale Colombo di Milano. Il contenuto di quelle conversazioni non è mai stato reso pubblico, ma il tono, secondo chi lo vide dopo, era quello di un uomo che ha preso una decisione e cerca conferme.
Non permesso, conferme. Il 24 settembre, domenica, Luciani celebra la messa e recita l’Angelus dalla finestra del palazzo apostolico. La folla in piazza è numerosa, il Papa sorride, benedice, saluta. Niente lascia presagire quello che sta per accadere. O forse sì, forse per chi sa guardare c’è qualcosa di diverso in quel sorriso, una malinconia, una consapevolezza, come se sapesse che il tempo stringe.
Il 25 settembre, il 26, il 27. Tre giorni normali, apparentemente, udienze, documenti, preghiera, la routine di un papa, ma sotto la superficie le acque si muovono. Negli ultimi giorni Luciani preparava appunti e considerava nomi. sapeva che stava per prendere decisioni che avrebbero cambiato il volto della curia, decisioni che avrebbero fatto tremare molti, decisioni che, questo è il punto, avrebbero colpito uomini potenti, ricchi, senza scrupoli, uomini abituati a eliminare gli ostacoli.
Il 28 settembre 1978, giovedì l’ultimo giorno, la mattina è normale. Luciani si alza alle 4:30 come sempre, messa alle 5:30, colazione frugale alle 8:00 e alla scrivania. La giornata è fitta di impegni, udienze, un incontro con il segretario di Stato Villo, la revisione di alcuni documenti. Chi lo vede quel giorno non nota nulla di anomalo.
Il Papa è sereno, sorride, scherza con le suore che servono il pranzo. Nel pomeriggio riceve padre Giovanni Magè, il suo secondo segretario. Parlano di questioni ordinarie. Alle 7:00 di sera Luciani cena con i suoi segretari don Lorenzi e Magè. La cena è leggera, brodo, carne insalata. Luciani mangia poco come sempre, parla del più e del meno.
Racconta un aneddoto della sua infanzia a canale d’agordo. Ride, i segretari ridono con lui. Alle 8:30 Luciani si ritira nel suo studio per le ultime telefonate della giornata. Secondo le ricostruzioni, quella sera parlò al telefono con il cardinale Colombo. Il contenuto della conversazione resta sconosciuto. Alle 9:30 Luciani augura la buonanotte ai suoi collaboratori.
Buonanotte a domani. Sono le ultime parole che qualcuno sentirà dalla sua bocca. si ritira nella sua camera da letto, porta con sé alcuni fogli, appunti, forse bozze di discorsi, forse note per le decisioni imminenti. Si mette a letto, accende la luce dell’abadour, legge a un certo punto il cuore si ferma o qualcuno lo ferma.
Questo non lo sapremo mai con certezza. Quello che sappiamo è che alle 5:30 del mattino seguente, il 29 settembre qualcuno bussa alla sua porta e non riceve risposta. Secondo la versione ufficiale del Vaticano, fu il segretario John Mage a trovare il corpo. Secondo altre testimonianze, tra cui quella della stessa suor Vincenza Taffarel, la religiosa che ogni mattina portava il caffè al Papa, fu lei ad entrare per prima nella stanza.
Entrambe le versioni concordano su un punto. Alle 5:30 del 29 settembre Albino Luciani era già morto da diverse ore. La luce dell’abature era ancora accesa, il volto era sereno, non c’era segno di sofferenza, come se si fosse semplicemente addormentato e non si fosse più svegliato, come se qualcuno avesse premuto un interruttore e spento tutto.
33 giorni, il pontificato più breve dell’era moderna e l’inizio di un mistero che a quasi 50 anni di distanza non ha ancora trovato una risposta definitiva. La notizia si diffonde alle 6:30 del mattino. Radio Vaticana interrompe le trasmissioni. Il Santo Padre Giovanni Paolo è morto nella notte.
Nessun dettaglio, nessuna spiegazione, solo la notizia nuda, brutale, incomprensibile. Il mondo si ferma, come è possibile? 33 giorni. Un papa di 65 anni, non vecchio, non malato, almeno non ufficialmente. Un papa che ieri sorrideva dalla finestra del palazzo apostolico. Un papa che sembrava stare bene. Come è possibile? La risposta del Vaticano arriva a pezzi contraddittoria maldestra e ogni pezzo genera più domande di quante ne risolva.
La prima bugia, il comunicato ufficiale diffuso nella mattinata del 29 settembre afferma che il corpo è stato trovato dal segretario padre John Magg intorno alle 5:30, ma nelle ore successive diversi giornalisti raccolgono una versione diversa. Suor Vincenza Taffare, la religiosa che da anni si occupava di Luciani, prima a Venezia poi in Vaticano, racconta di essere stata lei a trovare il corpo.
Come ogni mattina alle 4:45 aveva preparato il caffè, alle 5:15 aveva bussato alla porta, nessuna risposta. aveva bussato ancora silenzio, aveva aperto e lo aveva trovato. Perché il Vaticano mente su un dettaglio apparentemente insignificante? Perché sostituire una suora con un segretario? La risposta, secondo molti osservatori, è semplice e rivelatrice.
Una donna non poteva essere nella camera da letto del Papa alle 5 del mattino, nemmeno una suora di 60 anni con un vassoio di caffè. L’immagine era inaccettabile per la mentalità vaticana. Meglio mentire, meglio inventare una versione più decorosa. Ma ogni bugia genera una domanda. Se mentono su chi ha trovato il corpo, su cos’altro mentono. La seconda bugia.
Il comunicato afferma che il Papa è stato trovato con in mano l’imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, un dettaglio edificante, quasi poetico. Il Papa muore leggendo un classico della spiritualità, perfetto per l’immagine, perfetto per la narrazione ufficiale, ma falso. Suor Vincenza, nelle sue testimonianze successive afferma che il Papa aveva in mano dei fogli, non un libro, fogli, appunti, documenti.
Cosa contenessero quei fogli, Suor Vincenza, non lo sa o non lo dice, ma la discrepanza è evidente e inquietante. Se il Papa aveva in mano documenti, quali documenti? le nomine che stava preparando, appunti sul IOR, note per un discorso e soprattutto dove sono finiti quei fogli, chi li ha presi quando la terza bugia, nessuna autopsia.
Il Vaticano annuncia quasi immediatamente che non verrà eseguita alcuna autopsia sul corpo del pontefice. La motivazione ufficiale, la legge canonica non la prevede. La motivazione reale, un’autopsia potrebbe rivelare cose scomode, tracce di sostanze, segni che contraddicono la versione dell’infarto naturale, prove. La decisione di non eseguire l’autopsia è presa dal cardinale Villot, lo stesso Villot che Luciani stava per sostituire, lo stesso Villot che, secondo le ricostruzioni fu tra i primi ad entrare nella camera del Papa morto quella mattina.
Lo stesso Villot, che, sempre secondo le ricostruzioni, ordinò l’imbalsamazione del corpo con una rapidità insolita entro le 12 ore dalla morte, quando normalmente si aspettano almeno 24 ore, perché tanta fretta, l’imbalsamazione distrugge le tracce di molti veleni, rende impossibile o quasi un’analisi tossicologica successiva.
Chi ordina un’imbalsamazione rapida su un corpo la cui causa di morte non è stata accertata, sta consapevolmente o meno distruggendo prove. Tre bugie. Tre bugie in meno di 24 ore. È dietro ogni bugia un’ombra che si allunga, ma facciamo un passo indietro. Guardiamo i fatti con occhi freddi, senza complottismi, senza dietrologie.
Cosa sappiamo con certezza? Sappiamo che Albino Luciani aveva 65 anni e una salute non perfetta. soffriva di pressione bassa, aveva le gambe gonfie, segno di problemi circolatori. Alcuni medici che lo avevano visitato negli anni precedenti parlavano di un cuore affaticato. Non era un uomo robusto, non lo era mai stato.
Sappiamo che il pontificato lo aveva sottoposto a uno stress enorme. 33 giorni di lavoro incessante, di decisioni pesanti, di pressioni da ogni parte. un uomo abituato alla tranquillità di Venezia, catapultato nel centro del potere mondiale. Lo stress può uccidere. Questo è un fatto medico. Sappiamo che nella sua famiglia c’era una storia di problemi cardiovascolari.
Non è un dettaglio irrilevante. Quindi è possibile che Albino Luciani sia morto di infarto, naturalmente nel sonno, senza che nessuno lo abbia aiutato? Sì, è possibile. E la spiegazione più semplice e la spiegazione più semplice è spesso quella giusta. Ma Ma le bugie del Vaticano rendono impossibile accettare questa spiegazione senza riserve.
Se la morte era naturale, perché mentire? Perché nascondere chi ha trovato il corpo? Perché falsificare cosa aveva in mano? Perché rifiutare un’autopsia che avrebbe messo a tacere ogni dubbio, perché imbalsamare con tanta fretta? Le bugie non provano un omicidio, ma provano che qualcuno in Vaticano aveva qualcosa da nascondere.
È quando qualcuno ha qualcosa da nascondere intorno a un cadavere. Le domande sono legittime. David Yallop, giornalista investigativo britannico, pubblica nel 1904 il libro in Godzname, In nome di Dio. È un’inchiesta monumentale sulla morte di Giovanni Pauloi. Yallop sostiene la tesi dell’omicidio. Secondo la sua ricostruzione, Luciani fu avvelenato con digitale, un farmaco cardiaco che in dosi eccessive provoca un arresto cardiaco indistinguibile da un infarto naturale.
Il movente, le nomine che Luciani stava per annunciare che avrebbero distrutto il sistema di potere costruito intorno allo IOR. I sospettati, secondo gli Allop, sono molteplici. Villot, che stava per perdere il posto, Marcinus che stava per perdere lo Io Calvi che stava per perdere la copertura vaticana, Sindona che stava per perdere l’ultimo alleato, Gelly che stava per perdere il controllo.
Tutti avevano un movente, tutti avevano i mezzi, tutti avevano l’opportunità. La tesi di Iallope è affascinante, documentata, convincente, ma non è provata, non può esserlo senza autopsia, senza analisi tossicologica, senza indagine giudiziaria. La prova definitiva non esisterà mai. E il delitto perfetto, se delitto fu, un omicidio che non può essere dimostrato perché le prove sono state distrutte prima ancora che qualcuno pensasse a cercarle.
John Cornwell, un altro giornalista britannico, pubblica nel 1989 a Tiefinte Nigt, un ladro nella notte. Cornwell parte con l’intenzione di smontare le teorie complottiste. Il Vaticano gli apre le porte, gli concede interviste esclusive, gli dà accesso a documenti riservati, ma alla fine della sua indagine Cornwell arriva a una conclusione inquietante.
Non può provare l’omicidio, ma non può nemmeno escluderlo. Le bugie del Vaticano, ammette, sono reali e inspiegabili. La mancanza di autopsia è imperdonabile. Il comportamento di Villot nelle ore successive alla morte è nella migliore delle ipotesi sospetto. Cornwell propone una terza via, negligenza criminale. Luciani, secondo questa tesi, era malato, più malato di quanto si sapesse.
Aveva bisogno di cure che non ricevette. Il Vaticano, per proteggere l’immagine del Papa. nascose le sue condizioni di salute e non gli fornistica adeguata. Non lo uccisero, lo lasciarono morire. È una tesi meno drammatica dell’omicidio, ma forse più terribile, perché implica non un atto di violenza, ma un’indifferenza calcolata, non un pugnale nella notte, ma un’alzata di spalle. Se muore, muore, ci farà comodo.
Quale delle tre versioni è vera? La morte naturale, l’omicidio, la negligenza. La risposta onesta è: “Non lo sappiamo, non lo sapremo mai”. Con certezza. L’assenza di autopsia ha reso impossibile qualsiasi conclusione definitiva e questa forse è la cosa più grave di tutte. Non la morte in sé tutti muoiono, ma il fatto che la verità sia stata resa irraggiungibile deliberatamente.
Da chi avrebbe dovuto custodirla? Quello che possiamo fare è guardare cosa succede dopo, guardare le conseguenze, guardare chi beneficia della morte di Lucciani. E qui il quadro diventa molto molto scuro. Il cardinale Villot resta al suo posto di segretario di Stato. Non viene sostituito, non viene indagato.
Muore 5 mesi dopo, nel marzo 1979, portando con sé qualunque segreto avesse. causa ufficiale polmonite aveva 74 anni. L’arcivescovo Marcinus resta alla guida dello io non solo non viene rimosso, viene protetto. Il nuovo Papa Giovanni Paolo II lo conferma nel ruolo. Marcinus continuerà a gestire la banca vaticana fino al 1990, 12 anni ancora.
12 anni in cui lo scandalo esploderà, i cadaveri si accumuleranno e Marcinus resterà intoccabile dietro le mura del Vaticano, protetto dall’extraterritorialità, Roberto Calvi, il banchiere di Dio, l’uomo del banco ambrosiano. Nel giugno 1982 il suo corpo viene trovato appeso sotto il Black Frears Bridge a Londra, i piedi nell’acqua del Tamigi, le tasche piene di mattoni.
La polizia britannica inizialmente classifica il caso come suicidio, poi cambia idea, poi la cambia ancora. Tre processi in Italia non arriveranno mai a una condanna definitiva. Calvi sapeva troppo. Calvi stava per parlare. Calvi è morto Michele Sindona, il banchiere della mafia. Nel 1986 nel carcere di Voghera, dove sconta una condanna per omicidio, beve un caffè al ciuro, ufficialmente suicidio.
Ma il cianuro nel caffè di un detenuto in isolamento solleva qualche domanda. Sindona come Calvi sapeva troppo. Sindona come Calvi stava per parlare. Sindona come Calvi è morto prima di farlo. Liccio Gelly, il burattinaio, il gran maestro della P2. Gelly è l’unico che sopravvive. Fugge in Sudamerica, viene catturato, fugge di nuovo, viene ricatturato, processato più volte, condannato, ma mai per i crimini più gravi.
Muore suo letto nel 2015 a 96 anni, ricco, impunito con i suoi segreti intatti. Alla domanda di un giornalista, lei sa cosa è successo a Papa Lucciani? Gelly sorride, solo sorride, non risponde. Quattro uomini, quattro destini, tutti collegati allor, tutti collegati a Luciani, tre morti in circostanze violente o sospette, uno morto nel suo letto impunito e al centro di tutto un papa morto dopo 33 giorni, senza autopsia, senza indagine, senza verità.
Coincidenze, forse il mondo è pieno di coincidenze, ma quando le coincidenze si accumulano, quando formano un disegno, quando ogni pezzo del pazzul incastra con una precisione inquietante, allora la parola coincidenza comincia a suonare come un insulto all’intelligenza. C’è un altro elemento che merita attenzione, il quaderno di Luciani.
Quel quaderno, se davvero è esistito, in cui il patriarca di Venezia e poi il Papa annotava nomi, cifre, connessioni, quel quaderno non è mai stato ritrovato. Non compare nell’inventario degli effetti personali del Papa. Non è tra i documenti consegnati alla famiglia, non è negli archiviaticani o almeno non in quelli accessibili.
Dove è finito? Chi lo ha preso? Quando? La mattina del 29 settembre, quando Villot entrò nella camera del Papa morto, cosa trovò sulla scrivania, sul comodino, tra le mani del defunto e cosa portò via? Sono domande senza risposta. Domande che resteranno senza risposta, probabilmente per sempre, ma sono domande che meritano di essere poste perché un uomo è morto, un uomo buono, onesto, coraggioso, un uomo che voleva cambiare le cose e le cose non sono cambiate, anzi sono peggiorate.
Per anni dopo la morte di Luciani, lo IOR ha continuato a operare nell’ombra. I soldi hanno continuato a fluire, i criminali hanno continuato a prosperare e la Chiesa ha continuato a tacere. Questo è il vero scandalo, non la morte che sia stata naturale o provocata, ma il silenzio. Il silenzio che ha seguito la morte, il silenzio che ha protetto i colpevoli, il silenzio che ha tradito la memoria di un uomo che per 33 giorni aveva provato a rompere quel silenzio.
Pensateci, un papa che vuole fare pulizia, che vuole cacciare i mercanti dal tempio, che vuole restituire la Chiesa ai poveri, ai semplici, a quelli che credono davvero. E questo Papa muore nel sonno senza testimoni, senza autopsia. È il giorno dopo tutto torna come prima, come se non fosse mai esistito, come se quei 33 giorni fossero stati solo un sogno.
Non è una teoria del complotto, è una serie di fatti fatti documentati, verificabili, innegabili. Le bugie del Vaticano sono fatti. L’assenza di autopsia è un fatto. Le morti successive di Calvi e Sindona sono fatti. La sopravvivenza di Marcin Cusegelli è un fatto. Il quaderno scomparso, se esistito, è un fatto.
La conclusione che si trae da questi fatti è una questione personale. Ognuno decida per sé, ma i fatti restano e i fatti, a differenza delle persone, non muoiono nel sonno. Ma torniamo indietro, torniamo all’uomo. Perché in mezzo a tutto questo, le bugie, i sospetti, i cadaveri, i miliardi, c’è un uomo. Un uomo che per 65 anni ha vissuto, amato, sofferto, sorriso, un uomo che non era nato per il potere e che il potere ha divorato in 33 giorni.
Torniamo a lui. Torniamo a chi era davvero Albino Luciani prima che diventasse un mistero. Chi lo conosceva, i preti della sua diocesi, le suore che lavoravano con lui, i familiari, gli amici d’infanzia, racconta tutti la stessa cosa. Luciani era esattamente quello che sembrava.
Non c’era distanza tra l’uomo pubblico e l’uomo privato. Il sorriso non era una maschera, la semplicità non era una strategia. L’umiltà non era una posa, era così. Don Diego Lorenzi, il suo segretario personale, lo ha descritto così in unintervista anni dopo. Era l’uomo più buono che abbia mai conosciuto e il più solo. Perché la bontà in certi ambienti è una forma di solitudine.
La solitudine di Luciani è un tema che attraversa tutta la sua vita. Da bambino era il ragazzino che leggeva mentre gli altri giocavano. Da seminarista era quello che sorrideva mentre gli altri competevano. Da vescovo era quello che ascoltava mentre gli altri parlavano. Da Papa era quello che voleva cambiare mentre gli altri volevano conservare.
Sempre un passo di lato rispetto al mondo, sempre leggermente fuori sincrono, non per scelta, per natura. Eppure questa solitudine non lo rendeva triste, o almeno non visibilmente, il sorriso era genuino, la gioia era reale, ma era una gioia diversa da quella che la maggior parte delle persone conosce. Era la gioia di chi ha fatto pace con la propria marginalità, di chi ha accettato di non appartenere completamente a nessun gruppo, a nessuna fazione, a nessun clan.
Era la gioia della libertà, quella libertà interiore che viene dal non volere niente per sé. Questa libertà spaventava, spaventava i curiali abituati a uomini che vogliono qualcosa, una promozione, un titolo, un’influenza e che quindi sono controllabili. Spaventava i politici abituati a prelati che giocano il gioco del potere e che quindi sono prevedibili.
spaventava perfino i suoi collaboratori più stretti, che a volte non capivano dove volesse andare, perché Luciani non seguiva nessuna mappa conosciuta. “Non sono né di destra né di sinistra”, disse una volta un giornalista che gli chiedeva della sua posizione politica. “Sono di sopra!” Non era arroganza, era la constatazione di chi guarda il mondo da una prospettiva diversa, non migliore, non superiore, ma diversa.
La prospettiva di chi non ha interessi da difendere se non quelli del Vangelo. Il Vangelo, per lucciani il Vangelo non era un testo sacro da interpretare con strumenti accademici. Era una storia. La storia di un uomo che camminava tra i poveri, guariva i malati, sfidava i potenti e moriva per questo. Una storia semplice, diretta, potente, una storia che non aveva bisogno di commenti teologici per essere capita.
Bastava leggerla, bastava viverla e Luciani la viveva. La viveva nella scelta della povertà, non la povertà ostentata di chi si fa fotografare con i sandali, ma la povertà quotidiana di chi non ha bisogno di cose. La viveva nella scelta della semplicità, nel linguaggio, nei gesti, nelle relazioni.
La viveva nella scelta del coraggio, quel coraggio silenzioso di chi fa la cosa giusta sapendo che costerà caro. C’è una frase che Luciani ripeteva spesso in diverse varianti, una frase che riassume tutta la sua teologia, tutta la sua visione di Dio e del mondo. La disse durante un’udienza generale, pochi giorni prima di morire.
Parlava di Dio, parlava dell’amore di Dio e disse: “Dio è padre, ma più ancora è madre”. La frase fece scalpore: “Un papa che chiama Dio madre”. Nel 1978 era rivoluzionario, era scandaloso, era per i tradizionalisti quasi eretico, ma per Luciani era semplicemente vero. Dio non è un giudice severo seduto su un trono.
Dio è una madre che tiene in braccio il suo bambino, che lo ama non perché se lo merita, ma perché è suo, che lo perdona non perché ha fatto penitenza, ma perché non può fare altrimenti. Questa immagine di Dio tenera, materna, incondizionata, era il cuore della predicazione di Luciani ed era il motivo per cui la gente lo amava. Perché in un mondo pieno di giudici, di censori, di moralisti, Luciani offriva qualcosa di diverso, offriva accoglienza, offriva misericordia, offriva quel sorriso che diceva: “Va tutto bene, sei amato, non devi avere
paura”. 40 anni dopo un altro Papa Francesco dirà cose simili, userà parole simili, farà gesti simili e molti vedranno in Francesco l’erede spirituale di Luciani, il Papa che Luciani sarebbe potuto diventare se avesse avuto tempo, se gli avessero dato tempo, ma il tempo non gli fu dato, 33 giorni, nemmeno il tempo di disfare le valigie, come disse lui stesso scherzando nei primi giorni, nemmeno il tempo di imparare i nomi di tutti i suoi collaboratori, nemmeno il tempo di finire quello che aveva cominciato.
Pure in quei 33 giorni Luciani lasciò un segno, un segno che il tempo non ha cancellato, un segno che anzi il tempo ha reso più profondo, perché la memoria di Luciani non è la memoria di un Papa potente, di un Papa che ha cambiato leggi e istituzioni, la memoria di un uomo buono. E la memoria degli uomini buoni dura più a lungo di quella degli uomini potenti.
Pensate a quanti papi ci sono stati nella storia. 266 secondo il conteggio ufficiale. Quanti ne ricordate? 5 10. E di quei 10? Quanti ricordate? Con affetto? Giovanni XX3, forse, Giovanni Paolo II, certamente. E Luciani. Luciani che è stato Papa per 33 giorni e che la gente ricorda come se fosse stato Papa per 30 anni.
Perché? Perché era buono, perché era vero, perché in un mondo di maschere il suo volto era nudo. La causa di beatificazione di Albino Lucciani è stata aperta nel 1903. Un processo lungo, complesso, pieno di ostacoli. Il Vaticano non ha fretta di fare santo un uomo la cui morte solleva domande imbarazzanti, ma il processo va avanti.
Nel 2022 Papa Francesco riconosce un miracolo attribuito all’intercessione di Luciani, la guarigione inspiegabile di una bambina argentina. Il 4 settembre 2022 in piazza San Pietro Albino Luciani viene proclamato beato, beato, un gradino sottosanto. Ma per la gente di Canale d’agordo, per i veneziani che lo ricordano, per tutti quelli che hanno conosciuto il suo sorriso, era già santo da sempre.
Non aveva bisogno del timbro del Vaticano, non aveva bisogno di miracoli certificati. Il miracolo era lui, la sua esistenza, la sua bontà in un mondo che premia la furbizia, il suo coraggio in un sistema che premia l’obbedienza cieca. Torniamo ora ai fatti, ai fatti duri, freddi, verificabili, perché questa storia non è solo la storia di un uomo buono, è anche la storia di un sistema marcio.
E il sistema, dopo la morte di Luciani non si è fermato, ha continuato a funzionare, ha continuato a produrre vittime. 81. La lista degli iscritti alla Loggia P2 viene scoperta nella villa di Licio Gelli a Castigli Fibocchi in Toscana. 962 nomi, ministri, generali, magistrati, giornalisti, imprenditori e prelati.
La scoperta provoca un terremoto politico. Il governo Forlani cade. L’Italia scopre di essere stata governata per anni da una struttura segreta e illegale, ma nessuno paga davvero. Gelly fugge, i suoi uomini si riciclano, il sistema si adatta e sopravvive. 1982, il Banco Ambrosiano crolla. Un buco di 1 miliardo e 300 milioni di dollari.
Il più grande crack bancario della storia italiana. Roberto Calvi fugge dall’Italia con un passaporto falso. Il 18 giugno il suo corpo viene trovato appeso sotto il Black Frears Bridge a Londra nelle tasche mattoni e banconote per $15.000. La scena è teatrale simbolica il ponte dei frati neri, i mattoni, l’acqua.
Un messaggio. Ma da chi? E per chi? L’Uio è coinvolto fino al collo nel crack dell’Ambrosiano. Le società fantasma che hanno inghiottito i miliardi sono intestate alla banca vaticana. Marcinus nega tutto. Non si governa la Chiesa con le Ave Maria, dice in un’intervista che diventerà tristemente famosa. Il Vaticano, dopo anni di resistenza, accetta di pagare 240 milioni di dollari ai creditori dell’Ambrosiano, non come risarcimento, come contributo volontario.
La distinzione giuridica, non morale, 240 milioni di dollari di contributo volontario per un coinvolgimento che ufficialmente non esiste. 1986 Michele Sindona muore nel carcere di Voghera. Caffè al cianuro. Due giorni prima aveva detto al suo avvocato: “Hanno paura che parli”. Non parlò, non ne ebbe il tempo. 1990.
Marcinus lascia finalmente lo Io non per scelta, per pressione insostenibile, torna negli Stati Uniti, si ritira in una parrocchia dell’Arizzona, gioca a golf, non rilascia interviste, non scrive memorie, muore nel 2006 a 84 anni, portando con sé i suoi segreti. Nessun processo, nessuna condanna, nessuna giustizia.
Questo è il sistema che Luciani voleva smantellare. Questo è il sistema che forse lo ha ucciso o che nella migliore delle ipotesi lo ha lasciato morire. Un sistema fatto di uomini senza scrupoli, di denaro senza origine, di potere senza controllo. Un sistema che ha prosperato per decenni all’ombra della croce.
Un sistema che ha usato il nome di Dio per coprire crimini che Dio, qualunque Dio, condannerebbe senza appello. È al centro di questo sistema come un buco nero che attira e distrugge tutto ciò che gli si avvicina. C’era lo IOR, la banca di Dio, la banca che non rendeva conto a nessuno, la banca che operava fuori da ogni giurisdizione protetta dalla sovranità dello Stato Vaticano.
La banca che lavava i soldi della mafia, finanziava operazioni segrete, alimentava la corruzione. La banca che Luciani voleva riformare, la banca che 33 giorni dopo la sua elezione era ancora lì, intatta, intoccabile. C’è una domanda che molti si pongono, una domanda scomoda, dolorosa, ma necessaria. Se Luciani fosse vissuto, se avesse avuto tempo, sarebbe riuscito a cambiare le cose.
Avrebbe davvero potuto smantellare il sistema o il sistema lo avrebbe fermato comunque, non con il veleno, ma con l’ostruzionismo, il sabotaggio, l’isolamento. La risposta onesta è probabilmente no. Un uomo solo, per quanto coraggioso, non può smantellare un sistema costruito in decenni da centinaia di persone.
Luciani avrebbe potuto rimuovere Marcinus, ma Marcinus sarebbe stato sostituito da un altro Marcinus. avrebbe potuto nominare Benelli, ma Benelli avrebbe dovuto combattere contro un’intera curia ostile. Avrebbe potuto denunciare, ma la denuncia, senza prove concrete, sarebbe stata insabbiata. Forse o forse no, forse Lucciani avrebbe trovato il modo, forse la sua semplicità, la sua trasparenza, il suo sorriso avrebbero fatto quello che nessuna strategia politica poteva fare, esporre il sistema alla luce del sole.
Rendere impossibile nascondersi, costringere i colpevoli a scegliere tra la resa e la fuga. Non lo sapremo mai perché Luciani è morto dopo 33 giorni e con lui è morta la possibilità di sapere cosa sarebbe successo. È morta una storia alternativa la storia di una chiesa diversa, più pulita, più vera. Una storia che non è mai stata scritta.
Quello che resta è il ricordo. Il ricordo di un uomo che per 33 giorni ha incarnato la possibilità del cambiamento che ha dimostrato che si può essere potenti senza essere corrotti, che si può essere leader senza essere tiranni, che si può essere papa senza smettere di essere umani. E resta il sorriso, quel sorriso che nessuno, né il veleno, né il tempo, né l’oblio, è riuscito a cancellare. Canale d’agordo.

Oggi il paese è cambiato poco, le montagne sono le stesse, le case di pietra sono le stesse. La chiesa dove Albino Luciani fu battezzato è la stessa, ma c’è qualcosa di nuovo, un museo. Il Museo Albino Luciani, inaugurato nel 2010, occupa l’edificio dove un tempo c’era la scuola elementare.
Dentro fotografie, documenti, oggetti personali, la tonaca che indossava a Venezia. Gli occhiali tondi, la croce di metallo argentato, quella che aveva comprato per poche lire dopo aver venduto la croce d’oro del patriarcato. E il sorriso, il sorriso è ovunque in ogni fotografia, in ogni immagine, come se fosse impossibile catturare quell’uomo senza catturare anche il suo sorriso.
I turisti vengono, non molti Canale d’agordo non è sulla strada per nessun luogo. Bisogna volerci arrivare. Bisogna salire per tornanti stretti, attraversare gallerie scavate nella roccia, lasciare la pianura e il mondo moderno alle spalle. Ma quelli che vengono restano colpiti, non dal museo in sé piccolo, modesto, come l’uomo a cui è dedicato, ma dall’atmosfera, dall’aria, dal silenzio delle montagne che circondano il paese come braccia protettive.
Si capisce venendo qui da dove veniva quel sorriso. Si capisce che non era un trucco, non era una tecnica comunicativa, non era una strategia pastorale, era il prodotto di questo luogo, di questa aria, di questa semplicità. La sorella di Luciani Celestina è morta nel 2011, aveva 95 anni.
Fino all’ultimo ha raccontato storie del fratello a chiunque volesse ascoltarle. Storie di infanzia, storie di seminario, storie di Venezia. È una storia che ripeteva sempre con gli occhi lucidi l’ultima telefonata. L’ultima volta che sentì la voce di Albino era il 27 settembre 1978, il giorno prima della morte. Albino la chiamò da Roma.
parlarono di cose normali, la salute, il tempo, i nipoti alla fine Albino disse: “Prega per me, Celestina, ho bisogno di preghiere”. Celestina rise. Tu sei il Papa. Sei tu che devi pregare per noi. Albino non rise. “Prega per me”, ripetè e riattaccò cosa sapeva, cosa sentiva. Aveva paura o era solo la stanchezza di un uomo che portava un peso troppo grande per le sue spalle? Non lo sapremo mai, ma quella frase prega per me risuona come un presagio, come il grido silenzioso di un uomo che sa di essere in pericolo o che sa semplicemente di essere solo. La
solitudine del potere è un tema universale, non solo ecclesiastico. Ogni leader la conosce, ma la solitudine di Luciani era diversa. Non era la solitudine di chi è in cima e non ha pari. Era la solitudine di chi è in cima e non ha alleati, di chi vuole fare la cosa giusta in un ambiente dove la cosa giusta è pericolosa, di chi sorride mentre il mondo intorno si oscura.
Pensiamo a quei 33 giorni dal punto di vista di Luciani, dal punto di vista umano non storico. Un uomo di 65 anni abituato alla tranquillità di una città di provincia, perché Venezia, nonostante la sua fama e una città di provincia, viene catapultato al centro del mondo. Ogni sua parola viene analizzata, interpretata, distorta.
Ogni suo gesto viene filmato, fotografato, commentato. Non ha un momento di pace, non ha un momento di normalità, non può camminare per strada, non può prendere un caffè al bar, non può cadere in un canale e ridere di se stesso. È prigioniero, prigioniero del ruolo, del protocollo delle aspettative. E in questa prigione dorata scopre che il palazzo è marcio, che le fondamenta sono corrose, che gli uomini che dovrebbero essere i suoi collaboratori sono in realtà i suoi nemici, che il sistema che dovrebbe servire Dio serve
in realtà mammona. che la Chiesa che ama la Chiesa dei poveri, dei semplici, dei bambini è stata sequestrata da banchieri massoni mafiosi. Cosa fa un uomo buono in questa situazione? Cosa fa un uomo che crede in Dio, che crede nel bene, che crede che la verità alla fine prevalga? Fa quello che Luciani ha fatto, decide di agire, decide di combattere, decide di usare il poco potere che ha, perché il potere di un papa, contrariamente a quello che si crede, è limitato per fare pulizia, per cacciare i mercanti dal tempio, per
restituire la Chiesa a chi le appartiene e muore. Muore prima di riuscirci. Muore nel sonno con la luce accesa e dei fogli in mano. Muore solo in una stanza del palazzo apostolico, mentre il mondo dorme. Muore a 65 anni dopo 33 giorni di pontificato e il mondo si sveglia orfano di un sorriso.
C’è chi dice che la storia di Luciani è una tragedia e lo è in un certo senso. La tragedia dell’uomo buono sconfitto dal sistema. La tragedia del giusto che paga con la vita o con la morte prematura il prezzo della propria giustizia. È una storia vecchia come il mondo, vecchia come Socrate, vecchia come Gesù, vecchia come tutti gli uomini e le donne che hanno osato sfidare il potere e ne sono stati schiacciati.
Ma c’è un altro modo di guardare questa storia, non come una tragedia, ma come una testimonianza. La testimonianza che il bene esiste, che la bontà esiste, che in un mondo di lupi qualcuno nasce agnello e resta agnello fino alla fine, non per debolezza, per scelta, per fede, per quella convinzione profonda, incrollabile che il bene alla fine vince, anche quando sembra perdere, anche quando l’agnello viene divorato, perché il ricordo dell’agnello dura più a lungo della fame del lupo.
Lucciani lo sapeva. Lo sapeva con quella certezza tranquilla che era il suo tratto distintivo non aveva paura della morte, non più di quanto ne abbia chiunque, ma non aveva paura nemmeno della sconfitta, perché per lui la sconfitta non esisteva. Esisteva solo la fedeltà. Fedeltà a Dio, fedeltà al Vangelo, fedeltà alla propria coscienza.
Il resto, il successo, il potere, la durata, non contava. Sono solo un povero uomo abituato alle piccole cose e al silenzio” disse nel suo primo discorso da Papa la sera dell’elezione. Non era falsa modestia, era la verità. era un povero uomo abituato alle piccole cose, abituato al silenzio. E il mondo lo ha amato per questo.
Lo ha amato perché era vero. Perché in un’epoca di maschere il suo volto era nudo. Perché in un’epoca di calcolo il suo cuore era aperto, perché in un’epoca di cinismo il suo sorriso era sincero. 33 giorni. Il numero non è casuale, o forse lo è, ma la coincidenza è troppo potente per essere ignorata.
33 gli anni di Cristo, 33 i giorni di Luciani. Come se il destino o Dio o il caso avesse voluto sottolineare un parallelo. Non un parallelo di grandezza Luciani non si sarebbe mai paragonato a Cristo e noi non dobbiamo farlo, ma un parallelo di significato. La brevità che diventa eternità, la sconfitta che diventa vittoria, la morte che diventa testimonianza.
Oggi, quasi 50 anni dopo, la storia di Albino Luciani continua a parlare, continua a porre domande, continua a disturbare, perché le domande che pone non riguardano solo il passato, riguardano il presente, riguardano il potere, ogni potere, non solo quello ecclesiastico, riguardano la corruzione. ogni corruzione, non solo quella finanziaria, riguardano il coraggio e il coraggio di chi osa sfidare il sistema sapendo che il sistema può distruggerlo e riguardano il silenzio, il silenzio di chi sa e non parla, il silenzio di chi vede e non
agisce, il silenzio di chi potrebbe fare la differenza e sceglie di non farla, il silenzio che uccide non con il veleno, ma con l’indifferenza, non con un Ma con un’omissione Luciani ruppe quel silenzio. Per 33 giorni ruppe quel silenzio. Con il suo sorriso, con le sue parole semplici, con i suoi gesti concreti, disse al mondo: “Guardate, guardate cosa succede dietro queste mura.
Guardate chi gestisce i vostri soldi, la vostra fede e la vostra fiducia. Guardate e giudicate.” Il mondo guardò per 33 giorni. Il mondo guardò, poi la luce si spense. La Badour nella Camera del Papa si spense, o forse no, forse restò accesa tutta la notte, illuminando un volto che non sorrideva più e il mondo smise di guardare, tornò alle sue occupazioni.
Dimenticò, come sempre, ma non tutti dimenticarono, non tutti. Qualcuno ricordò, qualcuno continuò a fare domande. Qualcuno continuò a cercare la verità. giornalisti storici, familiari, fedeli, persone che non accettarono il silenzio, che non accettarono le bugie, che non accettarono che un uomo buono potesse morire senza che nessuno chiedesse perché.
E oggi, quasi 50 anni dopo, quelle domande sono ancora aperte. La verità sulla morte di Giovanni Paolo non è stata stabilita. Forse non lo sarà mai, ma le domande restano e finché le domande restano la memoria resta. E finché la memoria resta, Luciani resta vivo, presente con il suo sorriso. Un sorriso che dice: “Non abbiate paura. Non abbiate paura della verità.
Non abbiate paura del potere, non abbiate paura della morte, perché la verità è più forte del potere e l’amore è più forte della morte. Questo è il lascito di Albino Lucciani. Non una riforma compiuta, non un sistema smantellato, non una vittoria politica, ma qualcosa di più profondo, di più duraturo. Un esempio, la prova vivente e morente che si può essere potenti senza essere corrotti, che si può essere leader senza essere tiranni, che si può essere papa senza smettere di essere umani, che si può sorridere anche
quando il mondo è buio, soprattutto quando il mondo è buio. Canale d’agordo, le montagne, il silenzio, la neve d’inverno, i prati d’estate, la chiesa dove un bambino fu battezzato 110 anni fa, un bambino gracile con gli occhiali tondi e un sorriso che nessuno riusciva a spiegare. un bambino che sarebbe diventato prete, vescovo, patriarca, papa, un bambino che sarebbe morto dopo 33 giorni sul trono di Pietro, un bambino che il mondo non ha dimenticato, non lo dimenticherà, perché ci sono uomini che la storia ricorda per quello che hanno fatto e ci
sono uomini che la storia ricorda per quello che erano. Albino Luciani appartiene alla seconda categoria. Non ha avuto tempo di fare, ma ha avuto tempo di essere. è quello che era un uomo buono, semplice, coraggioso, vero e più di quello che la maggior parte degli uomini riesce a fare in una vita intera. Il Papa che sorrideva 33 giorni, un mistero senza soluzione, una vita senza ombre, un sorriso senza fine. Ne.
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