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ALBINO LUCIANI HA SCOPERTO IL SEGRETO SBAGLIATO. 33 GIORNI DOPO ERA MORTO

29 settembre 1978, 5:30 del mattino. Una suora bussa alla porta del Papa. Nessuna risposta. Bussa ancora. Silenzio. Apre la porta e lo trova nel letto immobile con la luce dell’abgiur ancora accesa. 33 giorni di pontificato, il più breve dell’era moderna. Tra poche ore il Vaticano mentirà al mondo su chi ha trovato il corpo, su cosa aveva in mano, su come è morto.

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Ma per capire perché dobbiamo tornare indietro, molto indietro, a un paese di montagna dove 66 anni prima nasce un bambino che cambierà la storia per 33 giorni, Canale d’Agordo, provincia di Belluno, nordest d’Italia. Un pugno di case aggrappate alle Dolomiti a 1100 metri sul livello del mare. D’inverno la neve copre tutto e il silenzio è così denso che si sente il sangue nelle orecchie.

D’estate i prati esplodono di verde e i bambini corrono scalzi tra le mucche. È un mondo piccolo, chiuso, dove tutti conoscono tutti e i segreti durano meno di un giorno. Qui, il 17 ottobre 1912 nasce Albino Lucciani, primo figlio maschio di Giovanni Lucciani, muratore e socialista, e di Bortolatan, donna devota e silenziosa. Il padre è un uomo duro, spesso assente per lavoro, emigra stagionalmente in Svizzera e Germania per trovare cantieri.

La madre tiene insieme la famiglia con la fede e la testardaggine. Albino viene battezzato lo stesso giorno nella chiesa parrocchiale del paese. La povertà non è un concetto astratto in casa lucciani è il pane che manca, il freddo che entra dalle finestre, i vestiti passati da un figlio all’altro. Albino cresce Gracile, spesso malato.

Ha un fratello Federico e due sorelle. La famiglia vive in una casa di pietra con il tetto di Ardesia, come tutte le case del paese. Non c’è niente di speciale nei Luciani. Sono poveri come tutti, forse un po’ di più, ma c’è qualcosa di diverso nel bambino. Legge, legge tutto quello che trova, i libri del parroco, i giornali che il padre porta a casa, i manifesti attaccati ai muri.

A 8 anni ha già letto più di molti adulti del paese e sorride. Sorride sempre, anche quando non c’è motivo. È un sorriso strano per un bambino povero di montagna, non il ghigno furbo dei ragazzini di strada, ma qualcosa di più morbido, più aperto, come se vedesse nel mondo qualcosa che gli altri non vedono. Il padre non capisce questo figlio.

Giovanni Luciani è un uomo pratico, un socialista che diffida dei preti e della Chiesa. Quando Albino ha 11 anni dice che vuole entrare in seminario, il padre non si oppone apertamente. Non è nel suo carattere fare scene, ma il suo silenzio è eloquente. È la madre che decide. Bortola parla con il parroco, organizza tutto, accompagna il figlio a Feltre con una valigia di cartone e un rosario in tasca.

E il 1923, Albino a 11 anni. Il seminario minore di Feltre è un edificio austero, freddo d’inverno con corridoi lunghi che amplificano ogni passo. Per un ragazzino di montagna abituato agli spazi aperti è come entrare in una prigione. Ma Albino non si lamenta. Non si lamenterà mai in tutta la sua vita.

È una caratteristica che i suoi superiori noteranno presto. Questo ragazzo accetta tutto con un sorriso, non per debolezza, per qualcosa d’altro, qualcosa che assomiglia alla pace interiore, ma che forse è solo la capacità di trovare luce anche nel buio. Gli anni di seminario sono anni di studio intenso, latino, greco, filosofia, teologia.

Albino eccelle in tutto, ma soprattutto nelle materie umanistiche. scrive bene con una chiarezza e una semplicità che i suoi professori trovano insolita. La maggior parte dei seminaristi impara a scrivere in modo ampolloso, ecclesiastico, pieno di subordinate e citazioni latine. Albino scrive come parla, frasi corte, immagini concrete, esempi dalla vita quotidiana.

Un professore annota nel suo fascicolo, ha il dono della chiarezza. È un complimento raro in un ambiente che premia l’oscurità. Nel 1934, a 22 anni passa al seminario maggiore di Belluno. Qui la formazione diventa più seria, più impegnativa. La teologia dogmatica, il diritto canonico, la storia della Chiesa.

Albino studia con disciplina quasi ossessiva, ma trova anche il tempo per leggere autori che non sono nel programma. Rosmini, Neuman, Guardini, pensatori che mettono in discussione le certezze che cercano un dialogo tra fede e modernità. Sono letture pericolose per un seminarista degli anni 30, quando la Chiesa è chiusa in se stessa come una fortezza assediata, ma nessuno lo ferma.

Forse perché nessuno se ne accorge, forse perché quel sorriso disarma ogni sospetto. Il 7 luglio 1935 Albino Luciani viene ordinato sacerdote nella chiesa di San Pietro Abelluno a 23 anni. È magro, pallido, con gli occhiali tondi che gli danno un’aria da studente eterno. Sua madre piange di gioia. Suo padre è presente in fondo alla chiesa con le braccia incrociate e un’espressione che nessuno sa decifrare.

Orgoglio, rassegnazione, forse entrambi. I primi anni di sacerdozio li trascorre come vicario cooperatore a Canale d’agordo. Torna al suo paese, ma in una veste nuova. Non è più il figlio del muratore e dona albino. La gente lo guarda con rispetto misto a familiarità. Lo conoscono da sempre, ma adesso c’è qualcosa di diverso.

La tonaca, certo, ma anche qualcos’altro. una sicurezza tranquilla che prima non aveva, come se avesse trovato il suo posto nel mondo. Segna catechismo ai bambini, visita i malati, celebra messe in chiese gelide dove il fiato si condensa in nuvole bianche e scrive scrive lettere o maili e articoli per il bollettino parrocchiale, sempre con quella chiarezza che è il suo marchio, sempre con quel sorriso tra le righe che fa sentire il lettore accolto, non giudicato. Poi arriva la guerra.

L’Italia entra nel conflitto nel 1940. Le Dolomiti diventano zona di confine, terra di passaggio per partigiani e disertori. Canale d’agordo è troppo piccolo per essere un obiettivo militare, ma abbastanza grande per sentire il peso dell’occupazione. Prima gli italiani, poi i tedeschi dopo l’8 settembre 1943.

Don Albino non è un eroe della resistenza, non imbraccia fucili, non organizza sabotaggi, ma fa quello che molti preti di montagna fanno in quegli anni. Nasconde, protegge, mente ai tedeschi quando bussano alla porta della canonica chiedendo se ci sono uomini nascosti. C’è un episodio che la gente del paese racconta ancora. Inverno 1943 o 44.

La data esatta si è persa nella memoria collettiva. Un gruppo di soldati tedeschi cerca un partigiano ferito che si è rifugiato in paese. Bussano alla canonica. Don Albino apre con il suo sorriso. Nessuno qui dice in un tedesco approssimativo, solo malati e vecchi e i soldati entrano, controllano nel semiinterrato, dietro una parete di legna da ardere, c’è un uomo con una pallottola nella spalla.

I tedeschi non lo trovano, se ne vanno. Don Albino torna nel semiinterrato con bende e acqua calda. Le sue mani tremano, ma il sorriso è ancora lì. La guerra finisce, l’Italia rinasce, o almeno ci prova. Don Albino riprende la sua vita di prete di montagna, ma qualcosa è cambiato. Ha visto la morte da vicino, ha visto cosa succede quando il potere diventa assoluto, quando le istituzioni tradiscono i deboli.

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