Posted in

DOGALI 1887: 500 ITALIANI MASSACRATI DA 20.000 GUERRIERI ETIOPI

Terre italiane, sotto bandiera italiana, costruire un impero italiano, ricchezza italiana, non regalare manodopera agli altri, usarla per noi. Terza ragione, nazionalismo. Gli intellettuali, i poeti, i giornalisti gridano: Roma antica dominava il mondo. Tutto il Mediterraneo era romano, l’Europa era romana. E adesso? Adesso Roma è capitale di un paese che non conta niente, intollerabile.

"
"

Roma moderna deve tornare a dominare, deve riconquistare la gloria antica. Impero, impero, impero. Sembra logico, sembra giusto, ma c’è un problema, un problema enorme, fatale. L’Italia non ha soldi, l’erario è vuoto, il paese è indebitato, non ci sono fondi per costruire una marina forte, per addestrare un esercito coloniale esperto, per equipaggiare truppe, per costruire infrastrutture, per sostenere una guerra coloniale che potrebbe durare anni. Ma c’è ambizione, tanta ambizione.

E ambizione senza mezzi è la ricetta perfetta per il disastro. 1885. L’Italia compie il primo passo. Compra, sì, compra dalla Gran Bretagna il porto di Massau sul Mar Rosso, in Eritrea. Costa poco, gli inglesi non lo vogliono, troppo piccolo, troppo isolato, non strategico per loro, ma per l’Italia è perfetto.

È la porta d’accesso all’Africa, la base da cui partire, il primo pezzetto di impero italiano. La colonia è minuscola. Poche centinaia di soldati, un porto, qualche edificio, ma è nostra, è italiana. La bandiera tricolore sventola sul Mar Rosso. È un inizio. Il piano è chiaro. Da Massau espandersi nell’entroterra, verso le montagne, verso l’altopiano, conquistare l’Eitrea, poi più in là conquistare l’Etiopia, creare un impero italiano nel corno d’Africa, grande, ricco, potente, come l’Impero Romano, come i sogni di gloria. Ma chi è l’Etiopia? Cosa sanno

gli italiani di questo paese? Poco, molto poco, praticamente niente. L’Etiopia è un impero antico, millenario, cristiano ortodosso dal qu secolo dopo Cristo. Uno dei paesi cristiani più antichi del mondo. Ha resistito all’Islam, ha resistito agli invasori per secoli, mai colonizzato, mai conquistato, mai piegato.

È governato dall’imperatore Giovanni I. Negus Neghesti, re dei re. Guerriero esperto, comandante abile. Ha un esercito grande, numeroso, decine di migliaia di uomini, guerrieri. Non soldati di leva, guerrieri. Uomini cresciuti con la lancia in mano, con il fucile sulla spalla, uomini che hanno combattuto tutta la vita contro egiziani, contro turchi, contro sudanesi e hanno vinto sempre.

Gli etiopi sono orgogliosi, ferocemente orgogliosi, non si considerano inferiori a nessuno, anzi si considerano popolo eletto, discendenti della regina di Saba e del re Salomone, custodi dell’Arca dell’Alleanza, cristiani veri, guerrieri veri, conoscono il terreno. Ogni montagna, ogni valle, ogni gola, ogni sentiero è casa loro da sempre.

sanno dove nascondersi, dove tendere imboscate, dove colpire, dove scomparire e sono feroci. In battaglia non danno quartiere, non fanno prigionieri facilmente uccidono, mutilano secondo tradizioni guerriere antiche. Castrano i nemici vinti, è usanza, è onore. Dimostra che hai sconfitto un guerriero, che lo hai umiliato, che lo hai reso meno che uomo.

Gli italiani sanno tutto questo. No, assolutamente no. I colonialisti italiani, sicuri nei loro uffici a Roma, guardano l’Etiopia e vedono solo africani, neri, primitivi, selvaggi. Pensano: “Sarà facile, sono inferiori”. Noi siamo europei, bianchi, civilizzati, abbiamo fucili moderni, cannoni, organizzazione militare. Loro hanno lance, scudi di pelle, superstizione.

Vinceremo facilmente, come gli inglesi in India, come i francesi in Algeria. Qualche battaglia, qualche morto e poi vittoria. Impero. È il razzismo puro, cieco, stupido, ma è diffuso. Tutti lo credono. Politici, militari, giornalisti, intellettuali. La razza bianca è superiore, la razza nera è inferiore. È scienza, è fatto, è ovvio. Errore fatale.

Fatale per migliaia di soldati italiani che moriranno credendo questa bugia. 26 gennaio 1887, Eritrea, entroterra desertico, montagne brulle, caldo spietato, una colonna italiana marcia, 500 uomini, battaglione De Cristoforis. Comandante, tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, ufficiale, giovane, ambizioso, coraggioso, ma inesperto, non ha mai combattuto in Africa.

Non conosce il nemico, non conosce il terreno. I soldati marciano. Indivisa bianca, elmetto coloniale. Fucili, zaini pesanti, acqua poca. Fa caldo, molto caldo. Sudano, hanno sete, ma continuano. Vanno verso Dogali. Piccolo villaggio. Obiettivo: rifornimenti, ricognizione. Dimostrare presenza italiana. Non sanno cosa li aspetta.

Non sanno che 20.000 guerrieri Etiopi li stanno osservando dalle montagne, nascosti, silenziosi, armati, pronti, non sanno che stanno marciando verso il massacro, verso la morte, verso la lezione più brutale che l’Italia coloniale riceverà mai. Verso Dogali, verso l’inferno. Gennaio 1887, Massaua, Porto sul Mar Rosso, colonia italiana in Eritrea.

Il tenente colonnello Tommaso de Cristoforis è nel suo ufficio, 45 anni, volto severo, baffi folti, divisa impeccabile, ufficiale di carriera, ha combattuto nelle guerre del Risorgimento contro gli austriaci, contro il brigantaggio nel Sud, ha visto battaglie, ha visto morti, ma l’Africa, l’Africa è un’altra cosa e lui non lo sa ancora.

riceve l’ordine scritto firmato dal generale Genè, comandante delle forze italiane in Eritrea. Il tenente colonnello De Cristoforis è incaricato di condurre una colonna di rifornimento verso Asmara. Obiettivo: portare acqua, viveri e munizioni alla guarnione isolata. Partenza 25 gennaio. Percorso via Dogali.

De Cristoforis legge, annuisce, sembra semplice, 40 km attraverso il deserto eritreo, portare rifornimenti, tornare, missione di routine, niente di complicato. O almeno così pensa. Il terreno è duro, desertico, pietroso, arido. Niente alberi, niente ombra, solo rocce, sabbia, sole spietato. Le temperature sono estreme. Di giorno 40°, forse di più, di notte 15. Forse meno.

Il corpo soffre, si suda di giorno, si gela di notte, serve acqua, tanta acqua, ma portare acqua significa peso e peso significa marcia lenta. De Cristoforis prepara la colonna, seleziona gli uomini, 430 soldati italiani, fanteria di linea, reclute, giovani, 20 anni, 25, ragazzi. Molti dal Sud Italia, siciliani, calabresi, sardi, pugliesi, poveri, analfabeti, molti arruolati per l’eva obbligatoria, non volontari, chiamati, mandati in Africa senza capire perché, senza sapere dove vanno, senza sapere cosa li aspetta. 70 Ascari,

soldati eritrei, locali, arruolati dagli italiani, pagati poco, usati come guide, come interpreti, come carne da cannone, conoscono il terreno, parlano le lingue locali, sono preziosi, ma gli italiani li guardano dall’alto in basso, sono neri, sono inferiori, sono strumenti, non compagni.

Totale 500 uomini, equipaggiamento scarso, fucili vecchi, modello vetterli. Funzionano, ma non sono i migliori. Munizioni limitate. Ogni soldato porta 60 cartucce. Sembra tanto, non lo è. In battaglia 60 colpi finiscono in pochi minuti. Due mitragliatrici pesanti, difficili da trasportare. Niente artiglieria pesante, niente cannoni, troppo pesanti per il deserto, troppo lenti, acqua, il problema più grande.

Read More