Terre italiane, sotto bandiera italiana, costruire un impero italiano, ricchezza italiana, non regalare manodopera agli altri, usarla per noi. Terza ragione, nazionalismo. Gli intellettuali, i poeti, i giornalisti gridano: Roma antica dominava il mondo. Tutto il Mediterraneo era romano, l’Europa era romana. E adesso? Adesso Roma è capitale di un paese che non conta niente, intollerabile.
Roma moderna deve tornare a dominare, deve riconquistare la gloria antica. Impero, impero, impero. Sembra logico, sembra giusto, ma c’è un problema, un problema enorme, fatale. L’Italia non ha soldi, l’erario è vuoto, il paese è indebitato, non ci sono fondi per costruire una marina forte, per addestrare un esercito coloniale esperto, per equipaggiare truppe, per costruire infrastrutture, per sostenere una guerra coloniale che potrebbe durare anni. Ma c’è ambizione, tanta ambizione.
E ambizione senza mezzi è la ricetta perfetta per il disastro. 1885. L’Italia compie il primo passo. Compra, sì, compra dalla Gran Bretagna il porto di Massau sul Mar Rosso, in Eritrea. Costa poco, gli inglesi non lo vogliono, troppo piccolo, troppo isolato, non strategico per loro, ma per l’Italia è perfetto.
È la porta d’accesso all’Africa, la base da cui partire, il primo pezzetto di impero italiano. La colonia è minuscola. Poche centinaia di soldati, un porto, qualche edificio, ma è nostra, è italiana. La bandiera tricolore sventola sul Mar Rosso. È un inizio. Il piano è chiaro. Da Massau espandersi nell’entroterra, verso le montagne, verso l’altopiano, conquistare l’Eitrea, poi più in là conquistare l’Etiopia, creare un impero italiano nel corno d’Africa, grande, ricco, potente, come l’Impero Romano, come i sogni di gloria. Ma chi è l’Etiopia? Cosa sanno
gli italiani di questo paese? Poco, molto poco, praticamente niente. L’Etiopia è un impero antico, millenario, cristiano ortodosso dal qu secolo dopo Cristo. Uno dei paesi cristiani più antichi del mondo. Ha resistito all’Islam, ha resistito agli invasori per secoli, mai colonizzato, mai conquistato, mai piegato.

È governato dall’imperatore Giovanni I. Negus Neghesti, re dei re. Guerriero esperto, comandante abile. Ha un esercito grande, numeroso, decine di migliaia di uomini, guerrieri. Non soldati di leva, guerrieri. Uomini cresciuti con la lancia in mano, con il fucile sulla spalla, uomini che hanno combattuto tutta la vita contro egiziani, contro turchi, contro sudanesi e hanno vinto sempre.
Gli etiopi sono orgogliosi, ferocemente orgogliosi, non si considerano inferiori a nessuno, anzi si considerano popolo eletto, discendenti della regina di Saba e del re Salomone, custodi dell’Arca dell’Alleanza, cristiani veri, guerrieri veri, conoscono il terreno. Ogni montagna, ogni valle, ogni gola, ogni sentiero è casa loro da sempre.
sanno dove nascondersi, dove tendere imboscate, dove colpire, dove scomparire e sono feroci. In battaglia non danno quartiere, non fanno prigionieri facilmente uccidono, mutilano secondo tradizioni guerriere antiche. Castrano i nemici vinti, è usanza, è onore. Dimostra che hai sconfitto un guerriero, che lo hai umiliato, che lo hai reso meno che uomo.
Gli italiani sanno tutto questo. No, assolutamente no. I colonialisti italiani, sicuri nei loro uffici a Roma, guardano l’Etiopia e vedono solo africani, neri, primitivi, selvaggi. Pensano: “Sarà facile, sono inferiori”. Noi siamo europei, bianchi, civilizzati, abbiamo fucili moderni, cannoni, organizzazione militare. Loro hanno lance, scudi di pelle, superstizione.
Vinceremo facilmente, come gli inglesi in India, come i francesi in Algeria. Qualche battaglia, qualche morto e poi vittoria. Impero. È il razzismo puro, cieco, stupido, ma è diffuso. Tutti lo credono. Politici, militari, giornalisti, intellettuali. La razza bianca è superiore, la razza nera è inferiore. È scienza, è fatto, è ovvio. Errore fatale.
Fatale per migliaia di soldati italiani che moriranno credendo questa bugia. 26 gennaio 1887, Eritrea, entroterra desertico, montagne brulle, caldo spietato, una colonna italiana marcia, 500 uomini, battaglione De Cristoforis. Comandante, tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, ufficiale, giovane, ambizioso, coraggioso, ma inesperto, non ha mai combattuto in Africa.
Non conosce il nemico, non conosce il terreno. I soldati marciano. Indivisa bianca, elmetto coloniale. Fucili, zaini pesanti, acqua poca. Fa caldo, molto caldo. Sudano, hanno sete, ma continuano. Vanno verso Dogali. Piccolo villaggio. Obiettivo: rifornimenti, ricognizione. Dimostrare presenza italiana. Non sanno cosa li aspetta.
Non sanno che 20.000 guerrieri Etiopi li stanno osservando dalle montagne, nascosti, silenziosi, armati, pronti, non sanno che stanno marciando verso il massacro, verso la morte, verso la lezione più brutale che l’Italia coloniale riceverà mai. Verso Dogali, verso l’inferno. Gennaio 1887, Massaua, Porto sul Mar Rosso, colonia italiana in Eritrea.
Il tenente colonnello Tommaso de Cristoforis è nel suo ufficio, 45 anni, volto severo, baffi folti, divisa impeccabile, ufficiale di carriera, ha combattuto nelle guerre del Risorgimento contro gli austriaci, contro il brigantaggio nel Sud, ha visto battaglie, ha visto morti, ma l’Africa, l’Africa è un’altra cosa e lui non lo sa ancora.
riceve l’ordine scritto firmato dal generale Genè, comandante delle forze italiane in Eritrea. Il tenente colonnello De Cristoforis è incaricato di condurre una colonna di rifornimento verso Asmara. Obiettivo: portare acqua, viveri e munizioni alla guarnione isolata. Partenza 25 gennaio. Percorso via Dogali.
De Cristoforis legge, annuisce, sembra semplice, 40 km attraverso il deserto eritreo, portare rifornimenti, tornare, missione di routine, niente di complicato. O almeno così pensa. Il terreno è duro, desertico, pietroso, arido. Niente alberi, niente ombra, solo rocce, sabbia, sole spietato. Le temperature sono estreme. Di giorno 40°, forse di più, di notte 15. Forse meno.
Il corpo soffre, si suda di giorno, si gela di notte, serve acqua, tanta acqua, ma portare acqua significa peso e peso significa marcia lenta. De Cristoforis prepara la colonna, seleziona gli uomini, 430 soldati italiani, fanteria di linea, reclute, giovani, 20 anni, 25, ragazzi. Molti dal Sud Italia, siciliani, calabresi, sardi, pugliesi, poveri, analfabeti, molti arruolati per l’eva obbligatoria, non volontari, chiamati, mandati in Africa senza capire perché, senza sapere dove vanno, senza sapere cosa li aspetta. 70 Ascari,
soldati eritrei, locali, arruolati dagli italiani, pagati poco, usati come guide, come interpreti, come carne da cannone, conoscono il terreno, parlano le lingue locali, sono preziosi, ma gli italiani li guardano dall’alto in basso, sono neri, sono inferiori, sono strumenti, non compagni.
Totale 500 uomini, equipaggiamento scarso, fucili vecchi, modello vetterli. Funzionano, ma non sono i migliori. Munizioni limitate. Ogni soldato porta 60 cartucce. Sembra tanto, non lo è. In battaglia 60 colpi finiscono in pochi minuti. Due mitragliatrici pesanti, difficili da trasportare. Niente artiglieria pesante, niente cannoni, troppo pesanti per il deserto, troppo lenti, acqua, il problema più grande.
Servono litri, decine di litri per uomo, ma portare troppa acqua significa caricare muli, rallentare. De Cristoforis decide portare poca acqua. Troveremo pozzi lungo il percorso. A Dogali c’è un pozzo. Riempiremo le borracce lì. Sembra logico, ma è errore. Errore che costerà vite. Chi sono questi soldati? Cosa sanno dell’Africa? Cosa sanno della missione? Niente, praticamente niente.
Sono coscritti, chiamati alle armi per legge. Hai 20 anni, devi servire. Non hanno scelto, sono stati scelti. Molti non sanno leggere, non sanno scrivere, non sanno dov’è l’eritrea. Qualcuno pensa sia vicino Napoli, Africa. È laggiù in fondo, no? Vicino Sicilia. Scrivono lettere a casa dettate a compagni più istruiti.
Mamma, sono in Africa, fa molto caldo, il cibo è strano, l’acqua è poca, ma sto bene, non preoccuparti, torno presto, ti voglio bene. Lettere semplici, innocenti, ultime lettere. Molti di loro non torneranno mai. Le madri riceveranno mesi dopo un’altra lettera ufficiale, fredda. Abbiamo il dolore di informarla che suo figlio è caduto eroicamente in Africa. Gloria all’Italia.
25 gennaio 1887. Alba. Il sole sorge sul Mar Rosso. Rosso, arancione, bello, mortale. La colonna si forma. 500 uomini in fila, bandiere spiegate, tricolore italiano, sventola al vento. I soldati sono in divisa bianca, tropicale, pantaloni bianchi, camicia bianca, elmetto coloniale di sughero per proteggere dal sole non protegge dai proiettili.
Zaini sulla schiena, fucili sulla spalla, borracce mezze vuote. Già De Cristoforis a cavallo, davanti guida. Gli ufficiali dietro, anche loro a cavallo. I soldati a piedi, sempre a piedi. Marciano, passo cadenzato, disciplina militare. Sembrano sicuri, sembrano invincibili, non lo sono. Il terreno cambia subito.
Da porto a deserto, pietroso, arido, niente verde, solo marrone, grigio, giallo, rocce ovunque. Il sole sale, brucia. Dopo un’ora di marcia, già 40°. I soldati sudano, le uniformi bianche si bagnano di sudore, puzzano, bevono dalle borracce. L’acqua è calda, sa di metallo, disgustosa, ma è acqua e l’acqua è vita.
Dopo due ore molti hanno finito, le borracce vuote. Colonnello, abbiamo sete. De Cristoforis risponde: “Avanti, resistete, troveremo acqua a Dogali”. Madogali è ancora lontana, 20 km, forse di più, 6 ore di marcia, forse otto con questo caldo. I soldati soffrono, alcuni cominciano a barcollare, il sole picchia, la testa gira, la vista si annebbia, colpo di calore.
I compagni li aiutano, li sostengono, ma rallentano la marcia. De Cristoforis è impaziente. Più veloci, dobbiamo arrivare prima del tramonto. Notte del 25 gennaio. La colonna si ferma. Non sono arrivati a Dogali. Troppo lontano, troppo lenti, si accampano in mezzo al deserto, niente tende. Dormono per terra, sulla sabbia, sulle pietre. Fa freddo improvvisamente.
Il deserto di notte è ghiaccio. I soldati tremano, avvolti nelle coperte. Se le hanno, molti no, tremano, aspettano l’alba, le sentinelle sono poste intorno all’accampamento, guardano, ascoltano, il deserto è silenzioso, troppo silenzioso. E poi vedono luci, in lontananza, sulle colline, fuochi, molti fuochi, decine, forse centinaia, piccoli, tremolanti, ma ci sono.
Una sentinella corre da De Cristoforis, lo sveglia. Colonnello, ci sono fuochi sulle colline, molti forse nemici. De Cristoforis si alza, guarda, vede i fuochi, piccoli punti arancioni nella notte nera, riflette, poi dice: “Sono pastori locali, non preoccupatevi, tornate al posto.” La sentinella esita, ma Colonnello, sono tanti, troppi per essere pastori.
De Cristoforis si irrita. Ho detto, “Sono pastor, non discutere, torna al tuo posto.” La sentinella obbedisce. torna, ma non è convinta e ha ragione, non sono pastori, sono guerrieri, etiopi, migliaia, 20.000, forse di più. Comandati da Rassa Lula, generale etiope, veterano, spietato. Ha combattuto decine di battaglie, ha vinto decine di battaglie, sa come uccidere europei.
Lo ha fatto prima con gli egiziani, con i turchi e lo farà di nuovo con gli italiani. I fuochi sono segnali. I guerrieri si preparano, affilano lance, controllano fucili. Molti hanno fucili, vecchi rubati, comprati, ma funzionano. Altri hanno lance, scudi, spade curve, armi tradizionali, ma nelle loro mani letali. Sanno che gli italiani stanno arrivando, li hanno seguiti tutto il giorno, invisibili, nascosti dietro rocce, dietro colline, aspettando il momento giusto e il momento sta arrivando.
Rassa Lula dà ordini, silenziosi in lingua tigrina. Domani all’alba li circondiamo, li attacchiamo da tutte le parti. Non lasciate scappare nessuno, uccidete tutti. Prendete le armi, prendete le munizioni. Gloria all’Etiopia, gloria all’imperatore. I guerrieri annuiscono, sorridono, denti bianchi nella notte nera, sono pronti, impazienti, non vedono l’ora.
Domani sarà giorno di sangue, giorno di vittoria, giorno di gloria. Gli italiani dormono, ignari. Alcuni sognano casa, mamma, fidanzate, cibo italiano, pasta, vino, Sicilia, Napoli, sogni dolci, ultimi sogni. Molti non si sveglieranno dal prossimo sonno. All’alba del 26 gennaio la colonna riprende la marcia, il sole sorge, di nuovo rosso, di nuovo caldo.
I soldati si alzano, stanchi, assetati, affamati, ma obbediscono. Formazione, marcia, avanti verso Dogali, dove 20.000 guerrieri etiopi stanno aspettando, nascosti, silenziosi, mortali, pronti a trasformare il deserto in cimitero, pronti a insegnare all’Italia che l’Africa non si conquista facilmente, che gli africani non sono inferiori, che sottovalutarli è fatale.
Verso Dogali, verso il massacro, verso la storia. 26 gennaio 1887, ore 7 del mattino, Dogali. Il luogo è una valle stretta, chiusa tra colline, su entrambi i lati, alture, rocciose, brulle, poche piante, pochi cespugli, ma sufficienti per nascondersi. Il fondle è piatto, aperto, largo forse 200 m, lungo 1 km. Sembra tranquillo, sicuro.
È una trappola. La colonna italiana entra nella valle da nord. Marcia in formazione da spostamento, non da battaglia. I soldati sono in fila, due file, una dietro l’altra. Non sono schierati per combattere, sono schierati per camminare, veloci, efficienti, ma vulnerabili, molto vulnerabili. De Cristoforis è davanti a cavallo, guarda avanti.
La valle sembra vuota, deserta, solo rocce, solo sole. Pensa, ancora poche ore e arriviamo ad Asmara. Consegniamo i rifornimenti. Missione compiuta. Torniamo a Massawa. Semplice, facile, non vede niente, non sospetta niente, ma sulle colline migliaia di occhi lo guardano. Occhi scuri, occhi feroci, occhi di guerrieri. 20.000 guerrieri etiopi, forse più, nascosti dietro ogni roccia, dietro ogni cespuglio, dietro ogni altura.
Silenziosi, immobili, come statue, come fantasmi, aspettano, pazienti, hanno aspettato tutta la notte, possono aspettare ancora qualche minuto. Il comandante è Rassa Lula Engida, generale etiope, leggendario, 50 anni, volto segnato da cicatrici, corpo muscoloso, occhi intelligenti, spietati, ha combattuto decine di battaglie contro egiziani, contro sudanesi madisti, contro Dervishi.
Ha vinto quasi sempre, è veterano, è stratega, è killer. La sua tattica è semplice, perfetta. Lasciare entrare gli italiani nella valle, tutti fino all’ultimo uomo. Poi chiudere le uscite nord e sud, intrappolarli, circondarli e massacrarli. Non lasciare scappare nessuno. Prendere armi, munizioni, tutto. Mandare messaggio chiaro. L’Etiopia non si conquista.
L’Etiopia uccide chi prova. La colonna italiana entra completamente nella valle. 500 uomini, tutti dentro, vulnerabili, esposti, ignari. Rassalula alza la mano. Segnale. I guerrieri si tendono. Pronti. Alula aspetta. Aspetta il momento perfetto e poi abbassa la mano. Veloce come lama che cade. Ore 8. Esplosione di violenza.
All’improvviso dalle colline migliaia di guerrieri etiopi si alzano come marea umana. urlano un grido di guerra assordante, terrificante. uluulul. Un suono acuto, penetrante che gela il sangue che paralizza. È il grido tradizionale etiope, il grido che precede la morte e poi sparano migliaia di fucili simultaneamente.
Il rumore è apocalittico come tuono continuo. I proiettili piovono sulla colonna italiana come grandine di piombo. Colpiscono ovunque. Soldati cadono subito, decine, colpiti alla testa, al petto, alle gambe, crollano, urlano, muoiono. Non solo fucili, anche lance, frecce, pietre. Gli etiopi lanciano tutto, le frecce volano, centinaia, migliaia, alcune con punte di ferro, altre con punte avvelenate.
Colpiscono, trafiggono, uccidono. Le pietre cadono pesanti, spaccano ossa, fratturano crani. La colonna italiana è sotto shock totale. Nessuno si aspettava questo. Nessuno immaginava 20.000 nemici nascosti, pronti. I soldati guardano intorno, terrorizzati, confusi. Da dove sparano? Quanti sono? Cosa facciamo? De Cristophoris reagisce rapidamente.
È ufficiale esperto, ha addestramento, ha disciplina. Urla, formazione quadrata, difesa. Gli ufficiali ripetono: “Quadrato, formare il quadrato.” I soldati obbediscono anche nel panico, anche nel terrore. L’addestramento prende il sopravvento, si raggruppano velocemente, formano un quadrato. Mura umane su tutti i lati, quattro linee, una per lato.
I soldati all’esterno inginocchiati, fucili puntati. Quelli dietro in piedi, pronti a sparare sopra le teste dei compagni. Al centro feriti, ufficiali, riserve. È tattica classica, europea, usata per secoli contro tribù native in Africa, in Asia, in America. Funziona di solito contro nemici disorganizzati, contro cariche scomposte, ma qui contro 20.
000 guerrieri disciplinati, addestrati, feroci. È inutile. È disperazione travestita da tattica. Gli etiopi caricano da tutte le direzioni, nord, sud, est, ovest, migliaia, come ondata umana. Corrono, urlano, non hanno paura, non si fermano. La cultura etiope è guerriera. Morire in battaglia è onore massimo.
Il guerriero che muore combattendo va in paradiso, diventa eroe, viene ricordato, cantato, onorato. Quindi non c’è paura della morte, c’è desiderio di gloria e gloria si ottiene uccidendo nemici. Più ne uccidi più sei grande. Corrono verso il quadrato italiano, urlando, agitando spade, lance, fucili. Alcuni vengono falciati. I soldati italiani sparano. Raffiche.
I fucili vetterli funzionano, sparano, colpiscono. Guerrieri etiopi cadono 10, 20, 50, ma dietro arrivano altri. 100, 200, 1000. Non si fermano, passano sopra i corpi dei compagni caduti, continuano a caricare. Il problema italiano emerge rapidamente. Munizioni. Ogni soldato ha 60 cartucce. Sembra tanto, ma non lo è.
In battaglia intensa spari velocemente, 10 colpi al minuto, forse di più sei addestrato. 6 minuti e hai finito. Hai sparato tutto e poi niente, sei disarmato, hai solo la baionetta e contro migliaia di nemici la baionetta è niente. Dopo 30 minuti di fuoco continuo, alcuni soldati finiscono le munizioni, guardano nella giberna vuota.
Guardano gli ufficiali, gridano: “Munizioni! Servono munizioni, ma non ce ne sono. Gli zaini con le munizioni di riserva sono stati lasciati indietro per marciare più veloce, per non appesantire. Errore fatale. Adesso i soldati hanno solo quello che hanno sparato e quando finisce finisce tutto. Ore 9. Il quadrato inizia a cedere.
Gli etiopi non si fermano, ondata dopo ondata. Alcuni arrivano fino al quadrato, saltano sopra i soldati inginocchiati, entrano dentro e lì è massacro, combattimento corpo a corpo, ravvicinato, brutale, viscerale. I soldati italiani usano le baionette, pugnalano, colpiscono, urlano. Alcuni combattono con coraggio disperato, uccidono guerrieri etiopi, 1 2 3, ma poi vengono sopraffatti.
I numeri sono contro di loro. 10 etiopi contro un italiano, 20 contro uno. Impossibile vincere. Gli etiopi usano spade, curve, affilate, tagliano, decapitano, mutilano, usano lance, trafiggono, usano coltelli, accoltellano. Alcuni combattono a mani nude, strangolano, picchiano. È violenza primordiale, senza regole, senza pietà.
Il sangue scorre ovunque, rosso, caldo, si mescola con la sabbia, diventa fango rosso, viscoso. I corpi cadono, italiani, etiopi, ammassati. Alcuni ancora vivi, urlano, chiedono aiuto, nessuno può aiutare. Tutti combattono per sopravvivere, nessuno ha tempo per gli altri. De Cristoforis è ancora vivo, a cavallo, spada in mano, combatte, colpisce guerrieri etiopi che si avvicinano, urla ordini, resistete, non cedete per l’Italia, ma la voce si perde nel caos, nel rumore assordante.
Nessuno ascolta, nessuno può ascoltare. Alcuni soldati provano a scappare, vedono che è finita, che non c’è speranza. Rompono la formazione, corrono verso le colline, cercano salvezza, ma gli Etiopi li inseguono più veloci, più agili, conoscono il terreno, li raggiungono, li abbattono, li uccidono, nessuno scappa, nessuno sopravvive alla fuga, ma alcuni italiani combattono con un coraggio che stupirebbe il mondo.
Se il mondo li avesse visti, se qualcuno fosse sopravvissuto per raccontare, combattono fino all’ultimo respiro, fino all’ultima pallottola, fino all’ultima goccia di sangue, non per l’impero, non per la gloria, non per il re, ma per dignità, per onore, per non morire come pecore, ma come uomini, come soldati, come guerrieri.
E gli etiopi, anche nel massacro, anche nella furia, riconoscono questo coraggio. Alcuni guerrieri dopo diranno: “Gli italiani hanno combattuto bene, hanno combattuto da uomini, rispetto, ma rispetto non significa pietà.” E la battaglia continua, spietata, mortale, fino alla fine. Ore 9:30. Il quadrato si spezza, la pressione è troppo forte, troppi nemici, troppo pochi italiani, troppo poche munizioni.
Il quadrato, quella formazione perfetta che doveva proteggerli, si frantuma come vetro sotto un martello. Si divide in gruppi, piccoli, isolati, circondati. Ognuno combatte per sé. Non c’è più coordinamento, non c’è più tattica, solo sopravvivenza. Disperata, impossibile. Ogni gruppo è un’isola. un’isola di uomini in un mare di nemici.
Gli etiopi li circondano, li stringono, li soffocano e uno per uno li annientano. Ma alcuni di questi uomini in questi ultimi minuti di vita, fanno qualcosa di straordinario, qualcosa che li trasforma da soldati in leggende. Se solo qualcuno fosse sopravvissuto per raccontare De Cristoforis, il comandante, è ancora a cavallo, miracolosamente.
Il cavallo è ferito, sanguina, ma regge. De Cristoforis ha la spada in una mano, la pistola nell’altra, spara, colpisce, taglia, urla ordini che nessuno può seguire, ma non importa, non sta guidando più, sta combattendo e combatte come leone. Alcuni ufficiali superstiti gli urlano: “Colonnello, dobbiamo provare a scappare, forse possiamo raggiungere le colline?” De Cristoforis li guarda volto coperto di sangue, non suo, di nemici che ha ucciso.
Risponde voce ferma nonostante il caos. Un ufficiale italiano non scappa. Combattiamo fino alla fine. Qui adesso gli ufficiali annuiscono, restano, combattono e muoiono uno dopo l’altro. De Cristoforis viene accerchiato. 10 guerrieri etiopi lo circondano, hanno rispetto, vedono che è comandante, vedono il coraggio, ma devono ucciderlo. È guerra.
Attaccano simultaneamente. De Cristoforis si gira. Spada che rotea, colpisce uno, due cadono, ma gli altri arrivano. Lance, una lo colpisce al braccio, la spada cade. Lui prende la pistola, spara. Ancora un etiope cade, ma la pistola è vuota, non ci sono più pallottole. Disarmato, circondato, ferito, ma non si arrende.
Combatte a mani nude, pugni, calci, morsi, come animale, come guerriero primitivo. Non c’è più disciplina militare, solo istinto, solo voglia di vivere o almeno di morire bene. Una lancia lo colpisce alla gola profonda, taglia la giugulare. Il sangue sprizza rosso, caldo, molto. De Cristophoris porta le mani al collo, cerca di fermare il sangue. Impossibile.
Troppo cade dal cavallo, ma non crolla, cade in piedi e muore in piedi. Occhi ancora aperti, ancora guardano i nemici, ancora sfidano. Anche nella morte gli Etiopi lo guardano. Uno dice in tigrinia, era un guerriero vero. Un altro annuisce. Rispetto, poi si voltano. Ci sono ancora italiani da uccidere.
Sergente maggiore Giuseppe Grazioli, ha 32 anni, veterano, ha combattuto nelle guerre del Risorgimento, ha un compito sacro. Porta la bandiera del reggimento, la bandiera italiana, tricolore, verde, bianco, rosso, simbolo onore, identità. C’è una regola militare antica, universale. Mai lasciare che il nemico prenda la bandiera è disonore supremo, peggio della morte, peggio della sconfitta.
Se il nemico prende la bandiera, significa che hai ceduto tutto, che ti sei arreso nell’anima, che hai tradito. Grazioli lo sa. E quando vede il quadrato spezzarsi, quando vede i compagni cadere, quando capisce che è finita, prende una decisione. Avvolge la bandiera intorno al corpo, stretta, la nasconde sotto la divisa.
Nessuno la vedrà, nessuno la prenderà. Anche se lo uccidono, la bandiera resterà con lui. Nascosta, protetta, combatte con fucile, con baionetta, viene ferito. Primo colpo spalla, secondo fianco, terzo gamba. Cade, ma non lascia la bandiera, si rialza, continua. Gli etiopi lo vedono, capiscono che è importante, forse è ufficiale, forse ha qualcosa di prezioso.
Lo circondano, cercano, toccano i vestiti, cercano la bandiera, non la trovano, è nascosta troppo bene. Grazioli combatte anche disarmato a mani nude, finché può, finché a forza. Viene colpito di nuovo, lancia nel petto, profonda, mortale, cade. Questa volta non si rialza, muore in piedi, no, ma con la bandiera stretta al petto. Sì.
Giorni dopo, quando gli italiani torneranno a recuperare i corpi, troveranno grazioli, cadavere, mutilato, come molti altri, ma sul petto, sotto la divisa strappata, la bandiera integra, macchiata di sangue, ma integra, non presa, non tradita. Gli italiani piangeranno e Grazioli diventerà eroe nazionale, medaglia d’oro alla memoria, il sergente che ha protetto la bandiera fino alla morte.
Caporale Luigi Borgatti. 28 anni, bolognese, mitragliere, ha una Nordenfelt, mitragliatrice primitiva, pesante, difficile da usare, ma letale. È una delle due mitragliatrici della colonna, l’altra è già distrutta. Borgatti spara, raffiche continue. La canna ruota, i proiettili escono, decine al minuto. Falciano gli etiopi, ondate intere, cadono 10, 20, 50, 100.
Gli Eiopi vedono, capiscono, quella macchina è pericolosa, deve essere distrutta. Concentrano il fuoco su Borgatti, centinaia di proiettili verso di lui. Ma Borgatti continua anche quando i compagni intorno cadono, anche quando lui stesso viene ferito. Proiettile nel braccio, continua, proiettile nella coscia continua.
La mitragliatrice si surriscalda. Normale. Spara troppo, troppo veloce. La canna diventa rossa, bollente, poi si inceppa, si blocca. Proiettile incastrato. Borgatti deve ripararla subito. O è finita, prende la canna a mani nude, è bollente, la pelle si brucia, si scioglie, l’odore di carne bruciata, orribile. Borgatti urla di dolore, ma non lascia.
estrae il proiettile incastrato. Mani che fumano, ustioni di terzo grado, ma la mitragliatrice funziona. Spara di nuovo. Ancora decine di etiopi cadono, ma le munizioni finiscono. Il nastro è vuoto. Borgatti guarda, non ci sono altre munizioni. È finita, ma lui non si arrende. Prende la mitragliatrice, 35 kg, pesante, bollente, e la usa come clava.
Colpisce gli etiopi che si avvicinano con il metallo rovente, li brucia, li ferisce, li uccide, ma sono troppi. Lo circondano, lo colpiscono, lance, spade, cade. Ancora aggrappato alla mitragliatrice. Muore difendendola come se fosse viva, come se fosse compagna. Forse in quel momento per lui lo è. Soldato semplice Antonio Spina, 19 anni, siciliano, Palermo, analfabeta, non sa leggere, non sa scrivere, sa solo lavorare la terra e obbedire.
È stato arruolato, mandato in Africa, non sa perché, non capisce, ma obbedisce. Viene ferito presto, proiettile alle gambe, entrambe, cade. Non può camminare, non può correre. I compagni intorno vedono, vogliono aiutarlo. Due soldati si avvicinano, cercano di sollevarlo, di portarlo via. Antonio li ferma. Lasciatemi, salvate voi stessi.
Io non posso camminare, vi rallento. Morite anche voi. I compagni esitano, ma non possiamo lasciarti. Antonio urla: “Andate, ordine! Andate! I compagni guardano, vedono che ha ragione. Se restano, muoiono tutti. Se vanno forse sopravvivono, forse. Annuiscono. Scappano. Antonio resta seduto. Schiena contro una roccia. Fucile in mano.
Cinque cartucce ultime. Gli etiopi arrivano. Vedono il soldato ferito. Solo facile preda. Ma Antonio non si arrende. Alza il fucile, prende la mira, spara. Primo etiope cade, colpito al petto, ricarica, spara. Secondo cade, ricarica, spara. Terzo, ricarica, spara. Quarto, ricarica, spara.
Quinto, cinque colpi, cinque morti e poi il fucile è vuoto. Antonio lo lascia, prende il coltello, piccolo da baionetta. Aspetta, gli etiopi si avvicinano, cauti, rispettosi. Questo ragazzo ha ucciso cinque guerrieri con cinque colpi. È abile. È pericoloso, anche ferito. Lo circondano. Antonio li guarda uno per uno. Non ha paura. O forse sì, ma non la mostra.
Aspetta. Il primo etiope attacca, Antonio colpisce con il coltello lo ferisce. Il secondo attacca, Antonio colpisce di nuovo, ma è lento, ferito, debole. Il secondo lo colpisce, lancia nel petto, Antonio cade, muore. 19 anni, analfabeta, ma eroe. Giorni dopo lo trovano. Corpo mutilato, come tradizione etiope, ma intorno cinque cadaveri etiopi.
Antonio ha venduto cara la pelle, molto cara. Gli ascari e eritrei. 70 soldati locali arruolati dagli italiani, pagati, addestrati, ma non italiani, eritrei, africani, come gli Etiopi, stessa pelle, stessa terra. Cosa fanno quando la battaglia diventa massacro? Alcuni scappano, 30, forse di più, buttano i fucili, tolgono le divise, corrono verso le colline, nessuno li biasima, non è la loro guerra.
Gli italiani li hanno arruolati, gli italiani li hanno portati qui, gli italiani stanno perdendo, perché morire per loro? Ma 40 restano, 40 Ascari restano, combattono al fianco degli italiani, muoiono insieme, perché nessuno lo sa con certezza, forse paura di scappare. Forse gli etiopi li uccideranno lo stesso. Traditori, collaborazionisti, forse onore, hanno giurato fedeltà agli italiani, hanno preso soldi, hanno fatto promessa e loro rispettano le promesse, anche se costa la vita.
Combattono e muoiono. 40 ascari dimenticati dalla storia. Nessuno li celebra, nessuna medaglia, nessun monumento. Ma sono morti come gli italiani per lo stesso motivo o forse per motivi diversi, ma morti lo stesso. Ore 11, tutto è finito. Gli spari si fermano, le urla si fermano, il silenzio scende pesante, mortale, sulla valle di Dogali.
Il deserto è rosso di sangue, corpi ovunque, italiani, etiopi, ascari, ammassati. Alcuni ancora respirano debolmente agonizzanti. Gli etiopi camminano tra i corpi, cercano sopravvissuti. Quando ne trovano uno, lo finiscono. Colpo di grazia, nessuna pietà. 432 italiani morti, 40 ascari morti. Totale 472 su 500 quasi tutti sopravvissuti.
Feriti, catturati prigionieri. Il loro destino peggio della morte. Molto peggio. Ore 11. Silenzio. La battaglia è finita. Durata totale 3 ore. 3 ore di violenza, di sangue, di morte. Dall’8 del mattino alle 11:00. Tre ore che hanno trasformato una valle tranquilla in cimitero. Tre ore che hanno cancellato 500 uomini dalla faccia della terra.
Risultato: 500 italiani e ascari morti. Tutti non sopravvissuti, non scampati, non fuggiti, tutti morti. Cadaveri sparsi nella valle, alcuni riconoscibili, altri no, mutilati, bruciati dal sole che già picchia, sfigurati dalla violenza. Perdite etiopi, circa 800, forse 1000, nessuno conta con precisione, ma sono molti, molti più degli italiani, perché gli italiani hanno combattuto bene, hanno sparato bene, hanno ucciso molto, ma non è bastato. 800 morti su 20.
000 guerrieri è niente, è perdita accettabile, è prezzo della vittoria e la vittoria è loro. La scena dopo la battaglia è apocalittica. La valle è coperta di cadaveri ovunque. Italiani ed Etiopi mescolati, abbracciati nella morte. Un soldato italiano con la baionetta conficcata in un guerriero etiope. Il guerriero etiope con la lancia nel soldato.
Morti insieme, nemici in vita, uguali nella morte. L’odore è insopportabile. Sangue, molto sangue. Si mescola con la sabbia, crea fango rosso, appiccicoso, l’odore metallico del sangue riempie l’aria e poi sudore. Corpi che hanno combattuto per tre ore sotto il sole africano. Sudore acido, puzzolente e polvere. La battaglia ha sollevato nuvole di polvere.
Adesso si posa su tutto, su tutti. copre i morti di grigio. I corvi iniziano ad arrivare dall’alto. Volano in cerchio, aspettano, sanno, dove c’è morte c’è cibo. Aspettano che gli Etiopi se ne vadano, poi scenderanno e banchettare con i morti, con gli italiani, con gli etiopi non fanno differenza. Carne è carne. Sopravvissuti italiani? Zero. Nessuno.
Nessun soldato italiano è scappato. Nessuno è riuscito a fuggire. Tutti morti. 432 più 40 ascari, totale 472 cadaveri. Ma aspetta, qualcuno è vivo, pochi, pochissimi, feriti, catturati vivi dagli etiopi, 28, forse 30, alcuni gravemente feriti, agonizzanti, altri meno. Cosa succede a loro? Dipende.
Dipende da quale guerriero etiope li trova, dipende dall’umore, dalla pietà, dalla vendetta. Alcuni guerrieri etiopi hanno rispetto, hanno visto gli italiani combattere con coraggio, con onore fino alla fine. E guerrieri coraggiosi meritano rispetto, anche se nemici, anzi, soprattutto se nemici.
Facile rispettare un amico, difficile rispettare un nemico, ma il vero guerriero lo fa. Questi etiopi prendono i feriti italiani, li curano con quello che hanno, bende improvvisate, acqua, ombra, li terranno prigionieri, li porteranno ai villaggi, li mostreranno. Guardate, questi sono gli invasori, li abbiamo sconfitti, ma erano coraggiosi.
Li teniamo vivi per onore. Ma altri guerrieri etiopi vogliono vendetta, vendetta pura. Gli italiani hanno invaso la loro terra, hanno ucciso i loro fratelli, 800 etiopi morti, 800 famiglie in lutto, 800 madri che piangeranno perché per colpa degli italiani. Quindi gli italiani devono pagare con il sangue, con la sofferenza, con la morte lenta.
Questi etiopi prendono i feriti italiani e li torturano non per piacere, ma per giustizia. Secondo loro, secondo tradizione, castrano i prigionieri, tagliando i genitali con coltelli. È usanza antica, guerriera. Il nemico vinto viene castrato, così non può più procreare, non può più creare guerrieri. È umiliazione finale, è vendetta completa.
Alcuni feriti italiani muoiono subito per shock, per dolore, per dissanguamento. Altri sopravvivono, agonizzanti, sofferenti, moriranno dopo, lentamente. Altri ancora pochissimi, sopravvivranno e verranno rilasciati mesi dopo. Quando l’imperatore Etiope Giovanni I ordinerà il rilascio dei prigionieri come gesto di magnanimità, come messaggio abbinto, possiamo permetterci pietà, ma di 28 catturati solo 10 torneranno.
10 gli altri morti di ferite, di infezioni, di torture, di fame, di disperazione. Rassa Lula cammina tra i cadaveri lentamente, osserva. è soddisfatto. Hanno vinto completamente. Nessun italiano scappato. Tutti morti o catturati. È vittoria totale. Messaggio chiaro all’Italia. Non siete i benvenuti. Non siete invincibili.
Siete mortali e noi sappiamo uccidervi. Trova il corpo di De Cristoforis. Lo riconosce. gradi sulla divisa, anche se strappata, anche se macchiata di sangue. È ufficiale. Alto grado, comandante. Rassalula si ferma, guarda il corpo. De Cristoforis è morto in piedi, poi è caduto, ma il volto è fiero, anche nella morte.
Occhi ancora aperti, ancora sfidano. Rassalula dice ai suoi uomini, in tigrinia. Era un guerriero, un vero guerriero. Ha combattuto bene, è morto bene, merita rispetto. Dateci sepoltura onorevole, non lasciarlo ai corvi, non lasciarlo marcire, seppellitelo. I guerrieri obbediscono, scavano una fossa non profonda, ma sufficiente.
Mettono il corpo di De Cristoforis dentro, coprono con pietre. Non è tomba cristiana, non è tomba italiana, ma è meglio di niente. È rispetto. Rispetto tra guerrieri, anche nemici. Gli altri cadaveri italiani non vengono sepolti, restano lì, nella valle, sotto il sole, non per crudeltà etiope, ma per tradizione.
Tradizione locale. Il cadavere appartiene alla terra. La terra lo riprende. Polvere alla polvere, carne alla terra. Gli animali lo mangeranno, i corvi, gli sciacalli, le iene e poi le ossa bianche, pulite, resteranno per anni, per decenni. Testimoni silenziosi del massacro. Cosa fanno gli etiopi dopo la battaglia? Raccolgono armi, bottino, 500 fucili vetterli, funzionanti, preziosi, due mitragliatrici, una distrutta, una integra, ancora più preziosa.
Munizioni, migliaia di cartucce, non sparate, rimaste negli zaini, negli zaini che i soldati avevano lasciato indietro per marciare più veloci. Errore fatale. Adesso le munizioni sono etiopi. Raccolgono anche divise, scarpe, cinture, borracce, tutto. Niente viene sprecato, tutto a valore. Anche le bandiere trovano una bandiera italiana, non quella di Grazioli.
Lui l’ha nascosta bene, un’altra più piccola, di compagnia, la prendono. Trofeo, sarà portata all’imperatore. Prova della vittoria. E poi gli etiopi se ne vanno, lasciano la valle, lasciano i cadaveri, lasciano il silenzio, tornano alle loro montagne, ai loro villaggi, dove saranno accolti come eroi, come vincitori, dove si canterà la battaglia, dove si racconterà la gloria, dove i giovani ascolteranno e sogneranno di diventare guerrieri come loro.
Vittoria celebrata con canti, con danze, con banchetti, con orgoglio. hanno sconfitto gli invasori bianchi, hanno dimostrato che l’Etiopia non si conquista, che l’Etiopia combatte e vince. Ma a Massau a 50 km di distanza, nessuno sa. Nessuno sa cosa è successo. Gli italiani aspettano, aspettano notizie. La colonna de Cristoforis doveva arrivare ad Asmara, consegnare rifornimenti, tornare.
Doveva tornare tre giorni dopo la partenza, 28 gennaio. Ma il 28 passa, niente, nessuna notizia. 29 gennaio, ancora niente. Gli ufficiali cominciano a preoccuparsi. Forse si sono persi, forse sono rallentati, forse, ma non dicono l’ovio, forse sono morti. 30 gennaio mattina, un uomo arriva a Massau barcollando, ferito, coperto di sangue, di polvere.
È un asco, uno dei 70, uno di quelli scappati, è riuscito a tornare attraversando il deserto, nascondendosi, camminando di notte per tre giorni senza acqua, senza cibo, solo per portare la notizia. Le guardie italiane lo vedono, corrono, lo sostengono. Cosa è successo? Dove sono gli altri? Dov’è il colonnello de Cristoforis? L’ascaro parla.
Affatica la voce rotta. Morti. Tutti morti. Dogali. Imboscata. 20.000 Eiopi. Nessuno sopravvissuto. Tutti morti. Le guardie lo guardano. Non vogliono crederci. Impossibile. 500 uomini non possono essere tutti morti. Ma l’ascaro annuisce. Morti. Li ho visti. Tutti. Il colonnello, i soldati, tutti morti. La notizia si diffonde rapidamente come fuoco. Massawa è sotto shock.
500 uomini spariti, massacrati. È disastro, è catastrofe, è umiliazione. E in Italia l’Italia non sa ancora. Ci vorranno settimane, le notizie viaggiano lente, telegrafo, navi, lettere. Ma quando la notizia arriverà, l’Italia intera sarà sotto shock e vorrà vendetta. Vendetta che porterà a nuovi disastri, a nuove morti, a Adua.
Ma questa è un’altra storia. Per ora a Dogali c’è solo silenzio e morte e corvi che banchettano. Febbraio 1887, Roma. Un telegramma arriva al Ministero della Guerra da Massawa Eritrea. Il telegrafista lo legge, impallidisce, lo rilegge. Non può essere vero, ma è scritto lì nero su bianco, parole che nessuno vuole leggere.
Colonna de Cristoforis annientata. 500 morti, nessun sopravvissuto. Dogali, 26 gennaio. Il telegrafista porta il messaggio al ministro, mani tremanti. Il ministro lo legge. Silenzio, lungo, pesante. Poi voce bassa. Convocate il governo subito. Emergenza nazionale. Il governo si riunisce. Palazzo del Quirinale. Il re Umberto I è presente.
Volto grave. Ascolta il rapporto. 500 uomini, tutti morti in 3 ore contro gli etiopi. Gli africani che dovevano essere facili da sconfiggere. Gli africani che erano inferiori. Gli africani che hanno appena massacrato 500 soldati italiani. Shock totale, nessuno parla. Cosa dire? Com’è possibile? Eravamo sicuri. Certi.
L’Africa doveva essere conquista facile e invece disastro, umiliazione, catastrofe. Il primo ministro rompe il silenzio. Dobbiamo dirlo al pubblico, non possiamo nasconderlo. Troppi morti, troppe famiglie aspettano notizie. Dobbiamo dire la verità. Ma quale verità? Tutta. No, troppo dolorosa, troppo umiliante. Decidono. Minimizzare.
È stato incidente, errore tattico del comandante. Non sconfitta. strategica. La nostra politica coloniale è corretta, solo esecuzione difettosa. Bugie, ma bugie necessarie per salvare la faccia, per mantenere il prestigio, per non ammettere che l’intera avventura coloniale è errore, che l’Africa non vuole essere conquistata, che gli africani non sono inferiori, che il razzismo è menzogna mortale.
I giornali pubblicano la notizia. Prima pagina tutti massacro di Dogali. 500 eroi caduti in Africa, sangue italiano bagna il deserto eritreo. Titoli enormi, drammatici. L’Italia legge e resta senza fiato. L’Italia esplode. Non di gioia, di dolore, di shock, di rabbia. Lutto nazionale. Le bandiere vengono messe a mezzasta.
Le chiese suonano le campane a morto. Per giorni le persone escono per strada, si guardano, piangono, sconosciuti si abbracciano. 500 ragazzi, nostri ragazzi morti. Le famiglie dei caduti ricevono lettere ufficiali con il timbro del Ministero della Guerra. Le madri le aprono con mani tremanti, sanno cosa c’è scritto, lo sanno prima di leggere, ma sperano. Forse c’è errore.
Forse il loro figlio è vivo. Leggono. Abbiamo il dolore di informarla che suo figlio, soldato, è caduto eroicamente nella battaglia di Dogali il 26 gennaio 1887. Ha combattuto con onore. Gloria all’Italia. urlano, piangono, si strappano i capelli, si battono il petto. Lutto antico, lutto primitivo, lutto di madre che perde figlio, il dolore più grande, il dolore che non passa mai.
Alcune impazziscono, letteralmente, non mangiano, non dormono, fissano il vuoto, vedono il figlio morto, lontano, in terra straniera, sepolto male o non sepolto, mangiato dagli animali, non possono nemmeno piangere sulla tomba perché non c’è tomba, solo deserto, solo sabbia, solo morte. E poi viene la rabbia, la domanda perché? Perché erano lì? Perché mio figlio è andato in Africa? Per cosa? per conquistare deserto, per piantare bandiera su terra che non ci appartiene, per prestigio nazionale, vale la vita di mio figlio, di 500 figli. La reazione
politica è violenta. Il Parlamento si riunisce, l’opposizione attacca. Deputati socialisti, radicali gridano: “Avventura coloniale stupida, criminale, 500 ragazzi morti per cosa? Per orgoglio? Per imitare Francia e Inghilterra. È vergogna, è tradimento, ritiratevi dall’Africa subito. Il governo si difende.
Dogali è tragedia, ma non cambia niente. La politica coloniale è giusta, necessaria. L’Italia ha bisogno di impero, ha bisogno di prestigio, ha bisogno di dimostrare al mondo che conta. Non possiamo ritirarci adesso. Sembreremo deboli, codardi. Dobbiamo vendicare i caduti, dobbiamo conquistare l’Eitrea completamente. Poi l’Etiopia. Dogali non sarà dimenticato.
Dogali sarà vendicato. Dibattito nazionale feroce. Giornali, piazze, caffè. Tutti discutono. Due fazioni. Una dice basta Africa, ritiratevi, non vale la pena. L’altra dice no, continuare, vendicare, conquistare, vincere. Altrimenti Dogali è stato inutile. 500 morti per niente. La decisione viene presa ai massimi livelli.
Governo, re, stato maggiore. L’Italia non si ritira, non può, non vuole. Manderà più soldati, molti più, 10.000, 20.000. Conquisterà l’Eitrea completamente, poi attaccherà l’Etiopia e questa volta vincerà. Deve vincere. L’onore nazionale lo richiede, i morti di Dogali lo richiedono, ma non subito.
Ci vogliono preparativi, soldati da addestrare, armi da comprare, navi da noleggiare, soldi da trovare. L’Italia è povera, non ha fondi, ma trova. Prestiti, tasse, sacrifici per l’impero, per la gloria, per la vendetta. Roma decide di onorare i caduti subito, mentre i preparativi militari procedono. Serve monumento grande, visibile, simbolico.
Dove decidono? Piazza davanti alla stazione Termini, centro di Roma. Migliaia di persone passano ogni giorno, vedranno, ricorderanno, erigono un obelisco, l’obelisco di Dogali, alto, imponente, granito rosso, portato dall’Egitto, antico, romano, simbolo dell’Impero Romano che l’Italia vuole ricreare. In cima stella alla base iscrizione, bronzo, lettere grandi ai 500 caduti di Dogali per l’onore d’Italia.
Inaugurazione 1887, pochi mesi dopo il massacro, cerimonia grandiosa, il re Umberto I presente. Uniforme di gala, medaglie, spada, volto serio. Intorno ministri, generali, vescovi, famiglie dei caduti, migliaia di romani, piazza piena, gente ovunque, discorsi, lunghi, retorici, eroi immortali, sacrificio supremo, gloria eterna.
L’Italia non dimentica, l’Italia vendicherà parole, belle parole, ma vuote, perché i morti restano morti e le parole non li risuscitano. Il re depone corona a loro, verde con nastro tricolore. Silenzio, tutti in piedi, mani sul cuore. Tromba suona il silenzio, note tristi, lente, lacrime, ovunque. piangono, vedove piangono, bambini che non vedranno più i padri piangono e l’obelisco resta lì ancora oggi, 2024, 137 anni dopo, piazza dei 500, si chiama così, in onore dei caduti, l’obelisco è ancora lì, la gente passa, turisti, romani. Nessuno guarda, nessuno sa,
nessuno ricorda, solo pietra muta. testimone dimenticato di tragedia dimenticata. Ma il monumento, per quanto bello, non riporta indietro i ragazzi, non consola le madri, non riempie il vuoto. Molti caduti di dogali non hanno tomba, nessuna tomba vera. Sono sepolti in Africa, in terra straniera, sotto pietre o nemmeno.
Alcuni mai sepolti, mangiati dagli animali, ossa sparse nel deserto. Le famiglie non vedranno mai i corpi, non potranno piangere sulla tomba, non potranno portare fiori, non potranno dire addio solo assenza, solo vuoto, solo dolore che non passa, che non passerà mai. E l’Italia? L’Italia non dimentica, non vendetta subito, ma prepara per anni.
Adestra eserciti, compra cannoni, costruisce ferrovie in eritrea, fortifica, espande e aspetta, aspetta il momento giusto. Nel 1896, 9 anni dopo Dogali, l’Italia torna in Etiopia con esercito enorme, 20.000 uomini, forse più, con artiglieria, con mitragliatrici, con preparazione, con determinazione, per vincere, per vendicare Dogali, per conquistare l’Etiopia, per creare l’impero.
E cosa succede? ADUA, primo marzo 1896, la più grande battaglia coloniale della storia, 100.000 etiopi contro 20.000 italiani. E il risultato? Disastro. Peggio di Dogali, molto peggio. 6.000 italiani morti in un giorno. Uno. 10.000 feriti. 3.000 prigionieri. Sconfitta totale, umiliazione completa. L’Italia impara? No, non ancora.
Ci vorranno altri 30 anni, altri disastri, altri morti. Prima che l’Italia capisca. L’Africa non si conquista facilmente, l’Africa combatte e a volte l’Africa vince. Madogali è primo avvertimento, primo disastro, primo massacro che doveva insegnare, ma nessuno ascolta, nessuno impara e quindi si ripete ancora e ancora, fino a quando il sangue diventa troppo e l’impero muore prima ancora di nascere veramente.
9 anni dopo Dogali, 1896, l’Italia ci riprova. 9 anni di preparazione, di addestramento, di investimenti, di rabbia covata, di vendetta sognata. L’Italia vuole cancellare l’umiliazione di Dogali, vuole dimostrare al mondo che può conquistare, che è grande potenza, che merita impero. Questa volta non piccola colonna, non 500 uomini, esercito vero, grande, potente. O almeno così pensano.
20.000 soldati italiani, 10.000 Ascari e ritrei. Totale 30.000 uomini con artiglieria, con mitragliatrici, con rifornimenti, con organizzazione, tutto quello che mancava a Dogali. Il comandante è il generale Oreste Baratieri, 60 anni, veterano delle guerre del Risorgimento, esperienza, ma anche ambizione. Tanta ambizione.
Vuole gloria, vuole entrare nella storia, vuole essere l’uomo che ha conquistato l’Etiopia, il nuovo Giulio Cesare, il nuovo Scipione. Sogna trionfo, sogna statue, sogna immortalità. Il piano è semplice. Marciare da Eritrea verso sud, attraversare montagne, attraversare altipiani, arrivare ad Addissaba, capitale dell’Etiopia, conquistarla, dichiarare l’Etiopia colonia italiana, piantare bandiera, fine, vittoria, gloria eterna.
Ma l’Etiopia è cambiata, molto cambiata. 9 anni sono lunghi e l’Etiopia li ha usati bene. C’è un nuovo imperatore, Menelik II, 52 anni, intelligente, astuto, diplomatico, ha capito la lezione. Gli europei hanno armi migliori, quindi bisogna avere armi migliori anche noi. Ha comprato dalla Francia, dalla Russia, dall’Italia stessa.
Sì, l’Italia ha venduto armi all’Etiopia senza sapere che sarebbero state usate contro soldati italiani. Ironia tragica. Commercio che diventa suicidio. Menelica a fucili moderni, francesi, russi, italiani, decine di migliaia. Ha anche cannoni, pochi, ma li ha. Ha addestrato il suo esercito. Non più solo guerrieri tribali, esercito organizzato, con gradi, con disciplina, con tattiche.
L’esercito etiope è enorme, 100.000 uomini, forse più. Menelik ha chiamato alle armi tutti, da tutto l’impero, da nord, da sud, da est, da ovest. Tutti vengono per difendere la patria, per cacciare gli invasori, per vendicare Dogali. Sì, anche gli Eiopi vogliono vendetta, perché dopo Dogali l’Italia ha conquistato tutta l’Eitrea, terra etiope rubata e adesso vogliono riprendersela e uccidere più italiani possibile. Menelik non attacca.
Aspetta, lascia che gli italiani avanzino nelle montagne, lontano dalle loro basi, lontano dai rifornimenti, stanchi, affamati, assetati e poi, quando sono deboli, li attaccherà, li schiaccerà, li annienterà. Primo marzo 1896. Adua città nel nord dell’Etiopia, alto piano, montagne intorno, terreno difficile, roccioso, pericoloso.
Baratieri arriva con il suo esercito. 30.000 uomini, ma fa un errore. Errore fatale. Divide l’esercito in quattro colonne. Quattro. Perché? Tattica. Vuole avanzare su più fronti, circondare il nemico, attaccare da direzioni diverse. Sembra intelligente sulla carta, ma richiede coordinamento perfetto, comunicazione costante, terreno conosciuto e Baratieri non ha niente di questo.
Le colonne perdono contatto, il terreno è montagnoso, non si vedono, non si sentono, non sanno dove sono le altre, sono isolate, vulnerabili. Menelik vede, capisce, sorride. Il nemico ha fatto il suo lavoro, si è diviso da solo, adesso basta colpire. Una colonna per volta, ordina l’attacco. 100.000 Etiopi si muovono silenziosamente, rapidamente.
Circondano le colonne italiane una per una. La battaglia esplode. Alba ore 6. Il sole sorge e con esso l’inferno. Gli Eiopi attaccano da tutte le direzioni. Migliaia, decine di migliaia. Urlano, sparano, caricano. Gli italiani provano a resistere. Formano quadrati come a Dogali. Ma i quadrati non reggono. Troppi nemici, troppo pochi italiani.
Le colonne italiane sono separate, non possono aiutarsi. Ognuna combatte da sola, disperata, isolata, condannata. Gli etiopi le attaccano una per volta. Concentrano forze. 20.000 contro 5.000, 30.000 contro 7.000. I numeri sono spietati. Gli italiani combattono con coraggio, con disperazione, sparano. Le mitragliatrici falciano Etiopi.
I cannoni esplodono, ma non basta. Gli etiopi continuano a venire ondate infinite come marea, inarrestabile. Una colonna cede, poi un’altra, poi un’altra. I soldati italiani muoiono a centinaia, a migliaia. Alcuni scappano, corrono nelle montagne, ma gli Etiopi li inseguono, li raggiungono, li uccidono. Pochi scappano, pochissimi.
La battaglia dura tutto il giorno, dall’alba al tramonto, 12 ore di violenza, di sangue, di morte e alla fine è finita. L’esercito italiano è distrutto, annientato, cancellato. I numeri sono orribili. Italiani morti 7.000 7.000. In un giorno uno. Più di Dogali, molto più. 14 volte Dogali. È massacro, è catastrofe, è disastro nazionale.
Italiani prigionieri 1500. Catturati, feriti, terrorizzati. Cosa succederà a loro? Alcuni verranno trattati bene. Menelik è diplomatico, sa che deve mostrarsi civile, ma altri, torturati, mutilati, castrati, come tradizione, moriranno lentamente. Italiani feriti, 1500, gravi. Molti moriranno dopo per infezioni, per mancanza di cure.
Altri resteranno invalidi, senza braccia, senza gambe, senza occhi. Tornano in Italia. Fantasmi, ricordi viventi del disastro, perdite totali. 10.000 su 30.000 un terzo dell’esercito perso in un giorno. È peggio di qualsiasi battaglia europea, peggio di Waterl, peggio di Sedan è umiliazione completa e peggio di Dogali. Molto peggio.
Dogali era 500 morti, tragedia, ma piccola. Locale. Adua è 7.000 morti. Catastrofe nazionale. La peggiore sconfitta militare italiana della storia. Fino a quel momento peggio verrà. Caporetto, Seconda Guerra Mondiale, ma per ora Adua è la peggiore. Le conseguenze sono immediate e devastanti. La notizia arriva in Italia.
Telegrafo disfatta ad ADUA. 7.000 morti. Esercito distrutto. L’Italia è sotto shock di nuovo. Ma peggio di Dogali, molto peggio. Il governo cade, crolla. Il primo ministro Francesco Crispi si dimette umiliato, distrutto. Era lui che voleva l’impero, era lui che aveva mandato l’esercito, era lui responsabile. Adesso è finito politicamente, moralmente, muore pochi anni dopo, dimenticato, disprezzato.
L’Italia rinuncia temporaneamente all’Etiopia, firma pace, riconosce l’indipendenza etiope, umiliazione, ma necessaria, non può continuare, non ha più esercito, non ha più soldi, non ha più volontà. L’Etiopia diventa leggenda, unico paese africano a sconfiggere potenza coloniale europea. In battaglia vera, non guerriglia, non imboscata, battaglia aperta, esercito contro esercito e hanno vinto nettamente, totalmente.
Il prestigio etiope è enorme. Menelik II diventa eroe, non solo in Etiopia, in tutta l’Africa, panafricano, simbolo. Vedete, gli africani possono vincere, gli europei non sono invincibili. Si può resistere, si può combattere, si può vincere. È la vergogna italiana, profonda, dolorosa, umiliante. L’Italia diventa zimbello d’Europa. I giornali stranieri ridono.
Gli italiani non sanno combattere. Vinti dai Razza inferiore batte razza superiore. Forse razza superiore non è così superiore. Nasce stereotipo, ingiusto, crudele, ma nasce. Italiani codardi, italiani deboli, italiani perdono sempre. Stereotipo che segue l’Italia per decenni, fino alla seconda guerra mondiale e anche dopo.
È ferita nazionale profonda che non guarisce, non per decenni. L’Italia cerca di dimenticare, ma non può. Adua è lì sempre. Ricordo, vergogna, dolore. E quindi cosa fa l’Italia? Aspetta. Per quasi 40 anni cova rabbia, prepara vendetta e nel 1935 torna. Italia fascista, Mussolini, con esercito moderno, con aerei, con carri armati, con gas.
Sì, gas, iprite, vietato, criminale, ma usato, contro civili. contro guerrieri, contro tutti, per cancellare la vergogna, per vendicare Dogali, per vendicare Adua, per conquistare l’impero che l’Italia sognava da 50 anni e questa volta vince, ma vittoria sporca, vittoria criminale, vittoria che durerà 5 anni, poi seconda guerra mondiale e l’impero italiano crollerà per sempre, ma Adua resta nella memoria, nella storia, come monito, come lezione che nessuno ha imparato.
che l’arroganza uccide, che il razzismo acceca, che sottovalutare il nemico è fatale. Sempre 49 anni dopo Dogali, 39 anni dopo Adua. 1935, Mussolini è al potere da 13 anni, duce del fascismo, dittatore, vuole rendere l’Italia grande, vuole l’impero, vuole la gloria come Roma antica, ma soprattutto vuole cancellare la vergogna, la vergogna di Adua.
La vergogna di Dogali, la vergogna che brucia da 50 anni, che umilia, che tormenta. Nei discorsi grida: “Adua sarà vendicata. L’Etiopia sarà nostra, l’Impero Romano risorgerà, le folle applaudono, urlano: “Duce, duce, duce”. Il nazionalismo è esasperato, feroce, cieco. E Mussolini lo cavalca, lo usa, lo manipola per la guerra che sogna da anni. Ottobre 1935.
L’Italia invade l’Etiopia di nuovo. Terzo tentativo, ma questa volta è diverso, molto diverso. Non colonna di 500 uomini, non esercito di 30.000, esercito di 400.000 soldati. Immenso, moderno, equipaggiato, con tutto, aeroplani, centinaia. Bombardano villaggi, città, strade, ovunque. Gli etiopi non hanno difese antiaeree.
Guardano il cielo impotenti, terrorizzati. Le bombe cadono, esplodono, uccidono. Civili, donne, bambini, nessuna distinzione. Guerra totale, carri armati, decine, fiatansaldo, piccoli, ma per l’Etiopia terrificanti. Macchine di ferro che sputano fuoco, che non muoiono, che schiacciano. Gli etiopi sparano, i proiettili rimbalzano, i carri avanzano, inarrestabili, artiglieria pesante, cannoni, obici, mortai bombardano posizioni etiopi.
Da lontano gli etiopi non possono rispondere, non hanno artiglieria, solo fucili, vecchi fucili, contro cannoni che sparano da chilometri di distanza. È massacro, non è battaglia, è esecuzione. E poi il gas iprite, gas mostarda, vietato dalla convenzione di Ginevra del 1925, arma chimica, illegale, immorale, criminale.
Ma Mussolini ordina: “Usatelo, non mi importa delle convenzioni, voglio vittoria rapida, totale e i generali obbediscono. Gli aerei sganciano bombe al gas. Esplodono nuvole gialle tossiche, si espandono, invisibili, mortali. Gli etiopi respirano, tossiscono, la pelle brucia, gli occhi bruciano, i polmoni bruciano, crollano, urlano, muoiono lentamente, dolorosamente, orribilmente.
Non solo soldati, anche civili, villaggi interi gassati, migliaia, decine di migliaia, crimini di guerra, genocidio, ma il mondo guarda e non fa niente. Lega delle nazioni condanna. Parole, solo parole. Nessuna azione, nessuna sanzione vera. L’Italia continua impunita. L’Etiopia combatte con coraggio, con disperazione.
Come sempre, l’imperatore Haile Selassie guida personalmente l’esercito sul campo. Non da Palazzo, è guerriero come Menelik, come Giovanni, come tutti gli imperatori etiopi. Ma il coraggio non basta. Non contro aeroplani, non contro gas, non contro 400.000 soldati. Maggio 1936. Addisabeba cade, la capitale, gli italiani entrano.
Bandiera tricolore sulla città. Aile se lassi e scappa in esilio. Prende treno, poi nave, va a Londra a implorare aiuto, a denunciare crimini italiani, ma nessuno ascolta, nessuno aiuta, è solo Mussolini. È a Roma, riceve notizia, esulta, va al balcone di Palazzo Venezia. Piazza Gremita, 100.000 persone. Grida: “L’impero è risorto.
Dopo 15 secoli l’impero romano è tornato. L’Etiopia è italiana. Adua è vendicata. Dogali è vendicata. Gloria all’Italia! Gloria al fascismo. La folla impazzisce, urla, piange di gioia, di orgoglio, bandiere ovunque, canti, danze. È festa nazionale, finalmente. Finalmente l’impero, finalmente la vendetta, finalmente la gloria, o almeno così pensano.
Ma la vittoria è amara, sporca, criminale. L’Italia ha usato gas, ha bombardato ospedali, ha massacrato civili, ha violato ogni legge di guerra. Il mondo lo sa, lo condanna, ma non fa niente, perché tra poco ci sarà guerra più grande, mondiale e l’Etiopia sarà dimenticata. L’occupazione italiana è brutale, repressione feroce, chiunque resiste viene fucilato.
Villaggi interi bruciati come punizione collettiva, massacri. Il più famoso Addis Abeba. Febbraio 1937. Tentato, attentato contro il vicere italiano. Risposta: tre giorni di massacro. Soldati italiani uccidono Etiopi. A caso, nelle strade, nelle case, 30.000 morti in tre giorni. Genocidio. Ma l’Eopia non si arrende. Non veramente. Resistenza partigiana.
Nelle montagne, nelle foreste, guerriglia, attacchi, sabotaggi. Gli italiani controllano le città, ma non la campagna, non le montagne. Lì l’Etiopia combatte ancora, sempre. E poi 1941, seconda guerra mondiale, l’Italia perde. In Africa gli inglesi attaccano dall’Egitto, dal Sudan, dal Kenya. Liberano Etiopia.
In pochi mesi gli italiani si arrendono. 100.000 prigionieri. Aile Selasie torna in trionfo adisabeba. 5 anni dopo essere scappato, torna da vincitore, da liberatore, da imperatore. Gli italiani vengono espulsi, tutti soldati, coloni, funzionari. Tornano in Italia sconfitti, umiliati. Di nuovo la colonia è durata 5 anni. Cinque.
Tutto quello sforzo, tutto quel sangue, tutti quei crimini per 5 anni di dominio che finisce in sconfitta totale, fine del sogno imperiale italiano per sempre. L’Italia non avrà più colonie. Dopo 1945 perde tutto. Eritrea, Somalia, Libia, tutto e non tornerà mai. La lezione è chiara, ma amara, terribile. Dogali, 1887, 500 morti. Per conquistare l’Etiopia.
Fallimento totale. ADUA 1896. 7.000 morti. Per conquistare l’Etiopia. Fallimento totale 1935-1941. Decine di migliaia di morti. Italiani, etiopi, civili, soldati, tutti per conquistare l’Etiopia e poi perderla. 5 anni dopo, fallimento totale. Totale, 50 anni di guerra, tre invasioni, tre generazioni, 100.000 morti, forse più.
Crimini di guerra, genocidi, gas, bombardamenti, massacri. Per cosa? Per niente. Assolutamente niente. L’Etiopia è indipendente oggi come lo era nel 1887, come lo era nel 1896, come lo è sempre stata. L’Italia non ha conquistato niente, ha solo sparso sangue, italiano, etiope, sangue che non ha portato niente, nessun impero, nessuna gloria, nessun beneficio, solo morte, solo vergogna, solo dolore.
E la domanda è: ne valeva la pena? 500 ragazzi morti a Dogali? Per cosa? Per prestigio, per orgoglio nazionale, per dimostrare che l’Italia era grande, ne valeva la pena. Le madri che hanno pianto, i padri che hanno perso figli. Le vedove, gli orfani, ne valeva la pena. 7.000 morti ad Adua. Per vendetta, per cancellare umiliazione.
Ne valeva la pena. 100.000 morti tra 1935 e 1941. Per il sogno imperiale di un dittatore pazzo ne valeva la pena? La risposta è ovvia. No, mai. Non ne è valsa la pena. Non una sola vita, non un solo morto. Tutto è stato inutile. Tutto è stato spreco di vite, di risorse, di umanità. Ma i governi non imparano, i dittatori non imparano, i nazionalisti non imparano, ripetono gli stessi errori ancora e ancora mandano giovani a morire per bandiere, per confini, per orgoglio e i giovani muoiono credendo nelle bugie, credendo nella gloria, credendo che la
loro morte significhi qualcosa, ma non significa niente, niente tranne dolore per chi resta, per chi piange, per chi ricorda Oggi cosa rimane di Dogali? Cosa rimane di 50 anni di guerra tra Italia e Etiopia? Cosa rimane di 100.000 morti? Niente, quasi niente, solo memoria. E anche quella sbiadita, dimenticata, ignorata.
Oggi 2024 l’Italia e l’Etiopia, Roma, Piazza della Repubblica, centro della città, traffico, rumore, turisti, romani che corrono al lavoro, vita frenetica, moderna. Caotica è in mezzo alla piazza l’obelisco di Dogali. Alto, imponente, granito rosso, antico. Turisti passano, guardano, scattano foto. Non dell’obelisco, della fontana, dei palazzi.
L’obelisco è lì, ma invisibile come fantasma. Qualcuno si ferma, legge la targa. Hai 500 caduti di Dogali. Agrotta le sopracciglia. Chiama la guida. Scusi, cos’è Dogali? La guida giovane romana esita. Em è una battaglia in Africa, Eritrea, 1887, soldati italiani morti. Il turista chiede perché cosa facevamo in Africa. La guida non sa cosa dire, silenzio imbarazzato, colonialismo sa avevamo colonie.
Il turista annuisce, non interessato, si allontana. L’obelisco resta lì, muto, dimenticato, testimone di tragedia che nessuno vuole ricordare. In Etiopia le cose sono diverse, molto diverse. A Dogali, vicino alla valle dove avvenne il massacro, c’è un monumento non italiano, etiope, celebra la vittoria, la resistenza, l’eroismo. Qui il 26 gennaio 1887 i guerrieri etiopi, guidati da Rassa Lula, sconfissero gli invasori italiani.
500 nemici uccisi, vittoria gloriosa contro il colonialismo. Ogni anno 26 gennaio, c’è una cerimonia. Bandiere Eiopi, canti, discorsi celebrano Rassa Lula, eroe nazionale, liberatore, difensore della patria. Bambini nelle scuole studiano la battaglia. imparano i nomi, i numeri, la gloria. Per loro Dogali non è tragedia, è vittoria, è orgoglio, è prova che l’Etiopia non si piega mai.
Per l’Italia Dogali è sconfitta dimenticata, vergogna nascosta, errore sepolto. Nessuno ne parla, nessuno insegna, nessuno ricorda perché primo è sconfitta e l’Italia non ama ricordare le sconfitte, ama ricordare vittorie, anche se poche, anche se ambigue, ma sconfitte no. Meglio dimenticare, meglio fare finta che non siano successe.
Secondo, colonialismo, periodo imbarazzante, vergognoso. L’Italia ha fatto cose orribili in Africa, massacri, gas, crimini di guerra. E dopo la seconda guerra mondiale, dopo il fascismo, l’Italia si reinventa. Paese pacifico, democratico, antifascista. Il passato coloniale cancellato, rimosso, come se non fosse mai esistito.
Meglio non parlarne, meglio non insegnarlo, meglio dimenticare. E Dogali viene dimenticato insieme a tutto il resto, Ada, Libia, Etiopia, Somalia, Eritrea, tutto cancellato dalla memoria collettiva. Le famiglie dei 500, molti discendenti non sanno nemmeno, non sanno che il loro bisnonno è morto a Dogali. Non gliel’hanno detto, non gliel’hanno insegnato.
La famiglia tace, la scuola tace, lo stato tace e la memoria muore generazione dopo generazione. Non c’è registro pubblico accessibile, non c’è database. Vuoi sapere se il tuo antenato è morto a Dogali? Devi andare agli archivi militari, chiedere permessi, cercare documenti, difficile, lungo, frustrante e alla fine forse trovi il nome in una lista.
Morto 26 gennaio 1887. Fine. Nient’altro, nessun dettaglio, nessuna storia, solo nome e data. I nomi dei caduti sono sull’obbelisco, a Roma, incisi nel marmo, tutti e ma piccoli, illeggibili, erosi dal tempo, dall’inquinamento, dalla pioggia, dalla dimenticanza, devi avvicinarti molto, devi sapere dove guardare e anche così molti nomi non si leggono più.
Cancellati come la memoria. Cosa dovremmo imparare da Dogali? Quali lezioni dopo 137 anni? Prima lezione. Ambizione senza mezzi è disastro. L’Italia voleva impero, voleva essere grande potenza, ma non aveva soldi, non aveva esercito forte, non aveva marina moderna, non aveva niente, solo ambizione.
E ambizione senza mezzi porta a dogali, porta ad adua, porta a morte, inutile, stupida. Seconda lezione, Il razzismo uccide. Gli italiani pensavano africani inferiori, primitivi, facile vittoria. Sbagliato, mortalmente sbagliato. Gli etiopi erano guerrieri esperti, feroci, intelligenti, coraggiosi. Sottovalutarli fu suicidio. 500 morti perché credevano nella superiorità raziale.
Bugia che uccide sempre. Terza lezione, rispetta il nemico. Sempre. Anche se diverso, anche se straniero, anche se non lo capisci, rispettalo, perché se non lo rispetti ti uccide. Gli Eiopi meritavano rispetto, non lo ottennero e gli italiani morirono. Quarta lezione, prezzo del nazionalismo. 500 ragazzi morti per cosa? Per prestigio nazionale, per posto al sole, per orgoglio, per bandiera? Ne valeva la pena? No, mai.
Nessuna bandiera vale 500 vite. Nessun orgoglio vale sangue di ragazzi di 20 anni. Confronto con oggi. L’Italia non ha più colonie, grazie a Dio. Non invade più paesi africani, non manda più soldati a morire per imperi. È progresso, è civiltà, è bene, ma la lezione vale ancora. Oggi, adesso guerre inutili per prestigio, per influenza, per interessi nazionali finiscono sempre allo stesso modo in tragedie, in morti, in madri che piangono, in ragazzi che non tornano.
Roma, Piazza della Repubblica. Pomeriggio, autunno. Un vecchio cammina lentamente verso l’obelisco. 95 anni, bastone, passo incerto, ma determinato. Chi è? Nessuno lo sa, nessuno lo guarda, è solo vecchio tra tanti, ma lui sa, è pronipote di uno dei caduti, Antonio Spina, il soldato siciliano, 19 anni, morto a Dogali, quello che ha ucciso cinque etiopi prima di morire.
Il vecchio si chiama anche lui Antonio, come il bisnonno che non ha mai conosciuto. Morto 103 anni prima che lui nascesse. Porta fiori, secchi, vecchi, non ha soldi per fiori freschi. La pensione è poca, ma vuole portare qualcosa. Depone il mazzo ai piedi dell’obelisco. Nessuno lo guarda, nessuno nota.
È solo vecchio pazzo che porta fiori a pietra. Legge i nomi sull’obelisco. Cerca con occhi vecchi, quasi ciechi. Cerca il nome Antonio Spina, soldato semplice, battaglione De Cristoforis. Lo trova appena visibile, eroso, quasi cancellato, ma c’è ancora per ora. Tocca il nome con dita tremanti, rugose, fredde, chiude gli occhi, pensa al bisnonno che non ha mai visto, di cui ha solo sentito storie.
dalla nonna morta 30 anni fa. La nonna che raccontava: “Tuo bisnonno era eroe, morto in Africa, combattendo, salvando l’Italia”. Bugie, bugie pietose, ma bugie. Antonio non ha salvato l’Italia. è morto in terra straniera per guerra stupida, per impero che non è mai esistito, per niente, ma era coraggioso. Questo sì, è morto combattendo.
Questo è vero e forse è abbastanza per essere ricordato. Il vecchio apre gli occhi, guarda l’obelisco, poi guarda intorno. Nessuno, nessuno ricorda, nessuno sa, nessuno importa. È solo come il bisnonno, morto solo in deserto, circondato da nemici, si volta, cammina via lentamente verso la fermata dell’autobus, verso casa, verso la fine.

Tra pochi anni, forse mesi, morirà. E con lui l’ultima memoria diretta, l’ultimo che ricorda, l’ultimo che porta fiori e poi l’obelisco resterà, ma nessuno saprà perché. Nessuno saprà per chi, solo pietra, muta, inutile. Dogalia è storia di coraggio inutile, di ragazzi mandati a morire per sogno imperiale che non avevano scelto.
500 uomini contro 20.000. Combatterono con onore, morirono con dignità. Ma nessuno si chiese perché erano lì, per chi combattevano? Per cosa morivano. L’Italia voleva impero, l’Etiopia voleva restare libera, chi aveva ragione? La storia ha dato risposta. L’Etiopia è ancora libera. indipendente, orgogliosa. L’impero italiano è polvere, cenere, memoria dimenticata e i 500 di Dogali riposano in terra straniera, ossa sparse nel deserto o sepolte sotto pietre, senza nome, senza tomba, dimenticati dal paese che li mandò a morire, dimenticati dalle
famiglie, dimenticati dalla storia di vedetta, sulla stupidità della guerra, sulla follia del colonialismo, sulla tragedia del nazionalismo. per sempre. Ma per cosa? Per niente. Perché nessuno ascolta, nessuno impara. La storia si ripete ancora e ancora e altri ragazzi muoiono in altri deserti, per altre bandiere, per altri imperi che crolleranno come sempre.
E Dogali resta monito, ignorato, lezione non imparata, tragedia dimenticata, finché anche l’obelisco crollerà e anche il nome sarà cancellato, e niente resterà, niente tranne silenzio e polvere e morte, come sempre, da sempre, per sempre. Voce fuori campo. Conclusione YouTube. Se questa storia ti ha colpito, se ti ha fatto pensare, condividila.
Perché Dogali non è solo storia italiana, è storia umana, storia di cosa succede quando l’arroganza incontra il coraggio, quando l’impero incontra la libertà, quando l’ambizione incontra la realtà. Iscriviti al canale se vuoi altre storie dimenticate, storie scomode, storie vere, storie che la storia ufficiale preferisce nascondere.
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E se un giorno passi per piazza della Repubblica a Roma, fermati, guarda l’obelisco, leggi i nomi. 500 tutti giovani, tutti morti lontano da casa per sogno che non era loro. E ricorda, ricorda che dietro ogni guerra ci sono vite, persone, madri, figli, sogni, tutto cancellato per bandiere, per confini, per orgoglio.
Dogali insegna: “La guerra è sempre tragedia, anche quando vinci, ma soprattutto quando perdi.” E l’Italia a Dogali ha perso tutto, 500 vite e la lezione che avrebbe dovuto imparare. Grazie per aver guardato, grazie per aver ascoltato, grazie per aver ricordato. Anche solo per questi minuti è più di quanto l’Italia abbia fatto in 137 anni.
Per i 500, per Antonio Spina, per Tommaso De Cristoforis, per tutti quelli che sono morti credendo nelle bugie e per noi che dovremmo essere abbastanza intelligenti da non crederci più. Ci vediamo nel prossimo video.
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