Nessuno li aiuta, nessuno si ferma. Il carro passa sopra il corpo dell’animale e continua. Pietro guarda davanti a sé, vede ombre, migliaia di ombre che si muovono nella bufera, soldati che camminano, feriti che si trascinano appoggiati a bastoni improvvisati, sbandati di reparti dispersi, ungheresi, romeni, italiani mescolati insieme, uniti solo dalla disperazione e dal freddo.
Ci sono muli carichi di feriti che non possono più camminare, slitte improvvisate fatte con tavole di legno strappate dalle isbe abbandonate. E ci sono i morti, cadaveri congelati ai lati della pista, coperti dalla neve fresca, che tra qualche ora saranno solo cumuli bianchi indistinguibili dal paesaggio. Questa colonna è lunga chilometri, decine di chilometri.
È quello che resta della ottava armata italiana in Russia, o meglio, è quello che resta di un sogno imperiale trasformato in incubo. Sono 40.000 uomini, 40.000 italiani che 3 mesi fa erano schierati sul Don, che dovevano tenere una linea di 300 km, che dovevano proteggere il fianco delle truppe tedesche mentre avanza verso Stalingrado.
Ma Stalingrado è caduta. I tedeschi sono stati accerchiati e i russi, l’armata rossa con le sue masse infinite di uomini e di carri armati, hanno contrattaccato. Hanno spezzato il fronte italiano, come si spezza un ramo secco. Hanno travolto divisioni intere e ora i sopravvissuti fuggono. Ma non è una ritirata.
Le ritirate sono operazioni militari pianificate, con retroguardie che coprono, con linee di ripiegamento. Questa è una rotta, è un’agonia collettiva, è una processione di morti viventi che camminano nella neve perché non sanno cosa altro fare. Pietro non sa esattamente dove si trova. Qualcuno ha detto che sono 100 km dietro le linee sovietiche, altri dicono 150.
Non importa. Quello che importa è che sono circondati. I russi li stanno stringendo come un cappio. Li inseguono con i loro T34, con la cavalleria cosacca, con i reparti sciatori siberiani che si muovono nella neve come fantasmi. Ogni giorno, ogni notte, ci sono attacchi, raffiche di mitragliatrice che arrivano dal nulla, esplosioni di mortai e poi di nuovo il silenzio e la colonna che si rimette in marcia, lasciando dietro di sé altri morti.

Gli ufficiali dicono che c’è un passaggio, un unico corridoio verso ovest, verso le linee tedesche, ancora intatte, verso la salvezza. Bisogna raggiungerlo prima che si chiuda. Bisogna arrivarci prima che i russi lo blocchino completamente. E quel passaggio ha un nome, si chiama Nikolaevka. Nikolavka è un villaggio, un pugno di isbe di legno, granai, una stazione ferroviaria.
Prima della guerra nessuno in Italia aveva mai sentito quel nome. Adesso quel nome è l’unica parola che ha significato Nicolaevka. La ripetono come una preghiera, come un mantra. Dobbiamo arrivare a Nicolaevka. Quanto manca a Nicolaevka? Se arriviamo a Nicolaevka siamo salvi. Ma nessuno dice la verità, nessuno dice quello che tutti sanno. Nikolayevka è occupata.
Ci sono i russi, non pochi, non una retroguardia. Ci sono tre divisioni dell’armata rossa: carri armati, artiglieria pesante, bunker, postazioni fortificate. Hanno avuto giorni per prepararsi. Sanno che gli italiani stanno arrivando e stanno aspettando. 40.000 italiani sfiniti, congelati, affamati, con le armi che si inceppano per il gelo, devono passare attraverso una fortezza difesa da truppe fresche, ben armate, ben rifornite.
È matematicamente impossibile. È un suicidio. Pietro lo sa, tutti lo sanno. Ma cosa possono fare se non passano a Nikolaevka? Moriranno comunque. Moriranno di freddo nella steppa. moriranno sotto il fuoco russo, moriranno di fame perché il cibo è finito tre giorni fa, non c’è scelta, c’è solo Nikolaevka. O passi o muori.
Nelle ore che precedono l’alba, la colonna rallenta, si ferma, gli ordini vengono passati di bocca in bocca. Formare i reparti, raggruppare le unità, preparare le armi. Gli alpini della tridentina, quelli che possono ancora camminare, quelli che hanno ancora un fucile, si radunano, si guardano tra loro nel buio.
Volti neri di sporcizia e di barbe ghiacciate, occhi incavati, corpi ridotti a scheletri, ma sono ancora alpini, sono ancora soldati. Il generale Luigi Reverberi, comandante del corpo d’armata alpino, osserva i suoi uomini. Ha 55 anni. È un ufficiale della vecchia scuola cresciuto nelle trincee della Grande Guerra.
Ha visto Caporetto, ha visto il Piave, ma non ha mai visto niente del genere. Ha condotto il suo corpo d’armata attraverso l’inferno. Ha visto morire metà dei suoi uomini e adesso deve dare un ordine. Un ordine che sa essere folle, ma un ordine necessario. Guarda la mappa, guarda il villaggio di Nikolaevka segnato con una croce rossa.
guarda i suoi ufficiali e dice con voce calma: “Alle 6:00 attaccheremo alla baionetta. Nessuno parla, qualcuno abbassa lo sguardo. Attaccare alla baionetta nel 1943 contro carri armati nella neve a meno 40°, ma non c’è alternativa. Tra due ore la tridentina darà l’assalto e Nikolaevka diventerà un nome che l’Italia non dimenticherà mai.
Estate 1941, Roma, Palazzo Venezia. Benito Mussolini è seduto alla sua scrivania massiccia. Davanti a lui una mappa dell’Europa. Hitler ha appena lanciato l’operazione Barbarossa, l’invasione dell’Unione Sovietica. Milioni di soldati tedeschi stanno marciando verso est. Le divisioni Panzer avanzano di 100 km al giorno.
Mosca sembra portata di mano e l’Italia? L’Italia deve esserci. Deve dimostrare di essere una grande potenza. Deve dimostrare a Hitler che gli italiani non sono solo gli alleati deboli che hanno fallito in Grecia e in Africa. Mussolini prende la decisione, manderà truppe in Russia, non truppe qualsiasi.
Manderà il meglio, manderà gli alpini. Le divisioni alpine sono l’orgoglio dell’esercito italiano, la Iulia, la Tridentina, la cuneense, uomini delle montagne, valligiani del Trentino, del Veneto, del Piemonte, gente abituata a camminare in salita con zaini da 30 kg, a dormire nella neve, a combattere sulle creste delle Alpi.
Sono soldati duri, addestrati per la guerra in quota, per il freddo, per la fatica. Se qualcuno può sopravvivere in Russia sono loro. Luglio 1942. I treni partono dall’Italia diretti a est. Migliaia di alpini vengono caricati su vagoni merci. Attraversano l’Austria, la Polonia, l’Ucraina. È estate. Fa caldo.
Un caldo opprimente, umido, che li fa sudare sotto le uniformi. I vagoni sono forni. Gli uomini si sporgono dai finestrini per cercare una boccata d’aria. Guardano fuori e vedono un paesaggio che non hanno mai immaginato. Non ci sono montagne, non ci sono colline, solo pianura. Pianura infinita, piatta come il mare che si estende fino all’orizzonte senza interruzione.
Campi di grano, villaggi di legno, fiumi pigri e sempre ovunque lo spazio. Uno spazio immenso, opprimente che ti fa sentire piccolo, insignificante. Dove sono le montagne? chiede un alpino guardando fuori dal treno. È un ragazzo di 20 anni di un paese vicino a Bolzano. È cresciuto circondato dalle Dolomiti, dove ogni mattina apri la finestra e vedi le cime che toccano il cielo.
Qui non c’è niente, solo il vuoto. Un sergente più anziano che ha combattuto in Etiopia risponde senza guardarlo. Non ci sono montagne, ragazzo. Qui è tutto piatto, ma combatteremo lo stesso. Arrivano al fronte in agosto, vengono schierati lungo il fiume Don. Il corpo d’armata alpino ha il compito di tenere una linea di 300 km.
300 km per tre divisioni. È una follia tattica. In montagna tieni una valle con un battaglione. Qui devi difendere distese infinite con una manciata di uomini sparsi ogni chilometro. Ma questi sono gli ordini. Il piano tedesco è semplice. Gli italiani tengono il fianco, mentre le divisioni panzer avanzano verso Stalingrado.
Stalingrado cadrà entro l’autunno, dicono, e poi la guerra sarà vinta. I primi mesi passano. Gli alpini scavano trincee nella terra nera e grassa della steppa. Costruiscono bunker con tronchi tagliati nei boschi lungo il fiume. Pattuglie attraversano il Don di notte per esplorare le linee sovietiche. Ci sono scontri a fuoco sporadici, ma niente di grave.
L’autunno arriva, le foglie cadono, il cielo diventa grigio e poi una mattina di novembre cade la prima neve. All’inizio è leggera, fiocchi che danzano nell’aria, quasi belli. Gli alpini sorridono. Neve dicono, finalmente qualcosa di familiare. Sono abituati alla neve, vengono dalle Alpi, ma questa neve è diversa, non si ferma, cade per giorni, per settimane, si accumula e con la neve arriva il freddo, non è il freddo delle Alpi.
Sulle montagne italiane d’inverno si arriva a -10, forse -15 in quota. Qui a dicembre il termometro scende a -30, a gennaio a -40 e non è un freddo secco, è un freddo umido, penetrante, che entra nelle ossa. È un freddo che uccide e gli italiani non sono equipaggiati, non hanno l’attrezzatura giusta. Gli scarponi sono di cartone pressato, si sfasciano dopo una settimana di marcia nella neve.
I cappotti sono di lana sottile, inadeguati. Non ci sono guanti termici, non ci sono passamontagna, non ci sono calze di ricambio. Gli uomini si fasciano i piedi con stracci strappati dalle coperte. Si imbottiscono le giacche con paglia presa dalle isbe. Ma non basta, non basterà mai. I congelamenti iniziano a dicembre. Ogni mattina, quando gli ufficiali fanno l’appello, trovano uomini che non rispondono.
Sono morti durante la notte, semplicemente si sono addormentati e il cuore si è fermato. Il freddo li ha presi nel sonno. Altri si svegliano ma non riescono a stare in piedi. I piedi sono neri, gonfi, cancrena, bisogna amputare, ma non ci sono medici, non ci sono ospedali da campo attrezzati. Molti muoiono di infezione. E poi il 19 dicembre 1942 il mondo crolla.
L’armata rossa lancia l’operazione Piccolo Saturno. 150.000 soldati sovietici, migliaia di carri T34, ondate di Sturmovichi che mitragliavano dal cielo. Sfondano il fronte rumeno a nord, sfondano il fronte italiano al centro. Le divisioni italiane sparse su una linea troppo lunga, troppo debole, vengono travolte. I russi avanzano come una marea, accerchiano interi reggimenti e inizia la ritirata. Ma non è una ritirata.
Non ci sono ordini chiari, non ci sono linee di ripiegamento preparate, non ci sono camion per trasportare i feriti, non c’è niente. È il panico, è il caos. Decine di migliaia di soldati italiani, tedeschi, rumeni, ungheresi si riversano verso ovest, camminano nella neve, abbandonano le armi pesanti perché non possono trascinarle, abbandonano i feriti perché non possono portarli.
È ognuno per sé. È la fine di un esercito. Gli alpini cercano di mantenere l’ordine. Gli ufficiali radunano i loro uomini, formano colonne, cercano di ritirarsi in modo organizzato, ma è difficile. I russi li inseguono. Ogni giorno, ogni notte, ci sono attacchi. I carri armati sovietici sbucano dalla bufera, sparano contro le colonne, poi scompaiono.
La cavalleria cosacca carica con le sciabole sguainate, urlando uccidendo i ritardatari. I cecchini siberiani vestiti di bianco, invisibili nella neve sparano da lontano. Ogni volta che qualcuno cade, nessuno si ferma. Non si può. Se ti fermi muori. Il freddo diventa il vero nemico, più letale dei russi, più spietato delle pallottole.
Quando la temperatura scende sotto i 40° respirare diventa difficile. L’aria ti brucia i polmoni. Se sudi, il sudore gela sulla pelle e ti congela. Se ti siedi per riposare non ti rialzi più, i muscoli si irrigidiscono, il cuore rallenta, in 20 minuti sei morto. Ogni mattina la colonna si rimette in marcia e lascia dietro di sé cadaveri.
Uomini seduti contro gli alberi, congelati in posizioni quasi pacifiche, come se stessero dormendo. Uomini distesi nella neve, con gli occhi aperti, vitrei guardando il cielo. Uomini in ginocchio, le mani giunte, morti mentre pregavano. La colonna passa accanto a loro e continua. Non c’è tempo per seppellirli, non c’è tempo per piangere.
E adesso, fine gennaio 1943, dopo settimane di marcia nell’inferno bianco, dopo aver perso metà degli uomini, i sopravvissuti si trovano qui, 150 km dietro le linee nemiche, circondati, braccati, senza cibo, senza munizioni sufficienti, con armi che si inceppano per il gelo, con piedi congelati e mani che non sentono più nulla, ma davanti a loro c’è ancora una speranza, una sola. Un nome, Nikolaevka.
È un villaggio insignificante su una mappa, ma è l’unico corridoio ancora aperto verso le linee tedesche. È l’unico modo per uscire dalla sacca. Se riescono a passare possono salvarsi. Se non ci riescono, moriranno tutti, congelati nella steppa o massacrati dai russi. E Nikolaevka è occupata, fortemente occupata.
I sovietici sanno che gli italiani stanno arrivando, sanno che è l’unico passaggio e hanno ammassato truppe lì, carri armati, artiglieria, bunker. È una trappola, una trappola mortale. Ma non c’è scelta, non c’è alternativa. O passi a Nicolaevka o muori. Non esiste una terza via. E così in questa notte del 26 gennaio, mentre la bufera continua a ululare e la temperatura scende ancora, gli alpini si preparano.
Affilano le baionette con pietre raccolte nella neve, controllano i fucili, anche se sanno che molti non spareranno perché i meccanismi sono ghiacciati. Si guardano tra loro e non dicono nulla. Cosa si può dire? Sanno tutti cosa succederà all’alba. Alle 6:00 del mattino, quando il cielo comincerà appena a schiarirsi, la Tridentina attaccherà. 10.
000 Uomini congelati, affamati, esausti si lanceranno contro le postazioni sovietiche con le baionette, come nel 1914, come se i carri armati non esistessero, come se il mondo non fosse cambiato. È follia, è disperazione, ma è l’unica cosa che possono fare. E per arrivarci hanno attraversato l’inferno. Adesso devono attraversarlo un’ultima volta.
10 gennaio 1943. Steppa Russa, 50 km a est di Rossosch. La colonna si muove nella notte come un serpente ferito. È lunga chilometri, non si vede dove inizia e dove finisce. Scompare nella bufera, riemerge, si spezza in più tronconi quando qualcuno si perde nel buio, si ricompone all’alba. Non è un esercito.
Un esercito ha una struttura, una gerarchia, un ordine di marcia. Questo è un fiume di disperazione che scorre verso ovest, verso qualcosa che forse è la salvezza o forse è solo un altro modo di morire. Sono 40.000 uomini, ma chiamarli uomini è già generoso. Sono ombre, spettri avvolti in coperte strappate, in teli di tenda trasformati in mantelli, in sacchi di yuta legati intorno al corpo con spago.
Camminano piegati in avanti come vecchi, anche se molti hanno 20 anni. Il freddo li ha invecchiati di colpo. I volti sono neri di sporcizia e di congelamenti. Le barbe sono blocchi di ghiaccio. Gli occhi sono incavati, cerchiati di nero, con quello sguardo vuoto di chi ha visto troppo e non riesce più a processare l’orrore.
Non sono tutti italiani, ci sono gli alpini della Tridentina, quelli che hanno ancora una parvenza di organizzazione che marciano in colonne ordinate con gli ufficiali davanti. Ci sono i resti della Julia e della cuneense, le altre due divisioni alpine decimate negli scontri precedenti, ridotte a pochi battaglioni di spett. Ci sono fanti della divisione Cosseria, della Ravenna, della Pasubio, reparti che non esistono più come unità, ma solo come nomi pronunciati da soldati sbandati.
Ci sono tedeschi, reparti del 2quo Panzercorps, che si sono ritirati insieme agli italiani. Ci sono rumeni, ungheresi, croati e poi ci sono i civili. Ucraini che scappano dai sovietici, donne con bambini in braccio, vecchi che si trascinano appoggiati a bastoni, tutti mescolati, tutti uniti dalla stessa disperazione. Al centro di questo caos c’è un uomo che cerca di mantenere l’ordine, il generale Luigi Reverberi, 52 anni, torinese.
Viso scavato, occhi profondi che hanno visto l’inferno e sono ancora capaci di comandare. porta lo stesso cappotto logoro dei suoi soldati, cammina a piedi come loro, rifiuta di salire sui pochi carri disponibili, riservati ai feriti gravi. “Se loro camminano, cammino anch’io”, ha detto al suo stato maggiore. Ed è quello che fa.
Reverbery sa che questa marcia è impossibile. 40.000 persone, di cui forse 15.000 ancora in grado di combattere, inseguite da un’armata sovietica nel cuore dell’inverno russo, senza rifornimenti, senza supporto aereo, senza artiglieria pesante. Ogni manuale militare dice che è finita, che l’unica opzione sensata è arrendersi.
Ma Reverbery sa anche cosa succede ai prigionieri italiani in Russia. ha sentito le storie, i campi di prigionia in Siberia, il lavoro forzato, la fame, il freddo, il 90% di mortalità. Arrendersi significa morire, forse più lentamente, ma morire comunque. Quindi marciano. Marciano di notte per evitare gli sturmovichi sovietici, gli aerei d’attacco che di giorno mitragliavano qualsiasi cosa si muovesse.
Di notte la temperatura scende a -45. È ancora peggio, ma almeno gli aerei non volano. Le colonne si mettono in movimento alle 18:00, quando cala il buio completo. Camminano fino alle 6:00 del mattino, poi si fermano, si nascondono nei boschi, nei villaggi bruciati, nelle depressioni del terreno. Gli uomini si ammassano gli uni contro gli altri per scaldarsi.
Molti si addormentano, alcuni non si svegliano più. Il cibo è finito da giorni. Le ultime scatolette di carne sono state mangiate a Natale, adesso mangiano quello che trovano. Quando un cavallo o un mulo crolla, viene macellato immediatamente. Gli uomini si gettano sulla carcassa con i coltelli, tagliano pezzi di carne, li mettono in bocca ancora caldi, masticano e ingoiano prima che si congeli.
Non c’è tempo di cucinare, non si possono accendere fuochi. Il fumo segnalerebbe la posizione ai russi, quindi mangiano carne cruda, dura. piena di tendini. Mangiano anche le interiora, tutto, non si butta via niente. Quando non ci sono animali da macellare, mangiano cortecce d’albero, le raschiano con i coltelli, le masticano fino a ridurle in poltiglia, le ingoiano.
Non ha valore nutritivo, ma riempie lo stomaco, inganna la fame per un po’. Mangiano neve. Sì, lo sanno che non si dovrebbe. Abbassa la temperatura corporea, accelera l’ipotermia, ma la sete è peggio della fame e non ci sono altri modi per bere, quindi mangiano neve, pochi fiocchi alla volta e pregano che non li uccida.
Le scene di orrore sono quotidiane, sono diventate normalità. Un alpino di nome Giovanni si ferma per aiutare un compagno che è caduto nella neve e non riesce più a rialzarsi. Lo prende per le braccia, lo tira su, lo sostiene, lo trascina verso la colonna, ci mette 10 minuti. Quando raggiunge il resto del reparto si guarda le mani, le dita sono bianche, completamente bianche come cera.
Le tocca, non sente niente, sono congelate. Il giorno dopo la cancrena è già iniziata, le dita sono nere, gonfie. Il medico del battaglione, che non ha più medicine, non ha più bende, non ha più niente, dice “Bisogna tagliare”. Giovanni annuisce, lo fanno sedere su un tronco, gli danno un pezzo di legno da mordere e gli amputano tre dita con una sega da carpentiere senza anestesia, perché non ce n’è.
Giovanni non urla, stringe il legno tra i denti fino a spaccare il legno, ma non urla. Dopo cauterizzano i moncherini con un ferro rovente. Giovanni sviene, quando si sveglia è ancora vivo. È fortunato. Un mul crolla durante la marcia. Gli uomini lo circondano immediatamente, estraggono i coltelli, ma c’è ordine anche nell’orrore c’è ordine.
Un sergente divide la carcassa, ogni uomo riceve un pezzo. Nessuno ruba, nessuno sgomita. Sono ridotti a bestie dalla fame, ma mantengono ancora una parvenza di umanità. Mangiano in silenzio. La carne è dura, fredda, ha il sapore di sangue e di disperazione, ma è cibo. Un tenente tedesco impazzisce.
Una mattina, quando la colonna si ferma per il riposo di urno, si alza improvvisamente, si strappa i vestiti di doso, rimane nudo e comincia a correre nella neve, urlando parole senza senso. Mutti, muti, mamma chiama sua madre, corre nella steppa infinita, senza direzione. Alcuni soldati provano a fermarlo, ma lui scappa, è veloce, corre con le ultime energie che gli rimangono, poi scompare nella bufera.
Il giorno dopo una pattuglia lo trova. È seduto contro un albero nudo, congelato, gli occhi aperti, fissi sul nulla. È morto chiamando sua madre. Eppure in mezzo a questo inferno c’è ancora disciplina, c’è ancora umanità. Ed è grazie alla tridentina. Mentre le altre unità si disgregano, mentre i soldati si disperdono, si sbandano, muoiono da soli nella neve, la tridentina tiene.
Gli ufficiali marciano insieme ai soldati. Non ci sono privilegi, non ci sono razioni extra per i gradi. Tutti condividono lo stesso cibo, lo stesso freddo, la stessa fatica e questo crea un legame, un legame più forte dell’acciaio. C’è un cappellano militare, si chiama don Carlo Gnocchi. È un uomo piccolo, magro, con gli occhiali rotondi, sempre appannati dal freddo.
Cammina lungo la colonna giorno e notte. Si ferma accanto ai morenti, dà loro l’estrema unzione, sussurra preghiere, raccoglie i bambini russi orfani che trova nei villaggi bruciati, li carica sulle spalle, li porta con sé. La colonna si è riempita di questi bambini, 50, 100, forse di più. Don Carlo li tiene vicini, li fa marciare in mezzo agli alpini perché così sono protetti.
Di notte li avvolge nel suo cappotto, li tiene stretti per dargli il suo calore e poi ci sono le canzoni. Di notte, quando il silenzio diventa insopportabile, quando l’unico suono è il vento e i lamenti dei feriti, qualcuno comincia a cantare sottovoce, perché i russi non devono sentire.
Sul cappello che noi portiamo c’è una lunga penna nera, la canzone degli alpini. Altri si uniscono, voci roche spezzate dal freddo, ma che cantano. La montanara la cantano quasi tutti. Là, sui monti, dagli abeti argentati, pensano alle montagne, alle loro montagne, alle Dolomiti, alle Alpi, ai paesi dove sono nati.
Cantano e per un attimo non sono più nella steppa russa, sono a casa. Ma il 26 gennaio 1943 tutto questo finisce. arrivano a un punto dove la strada si restringe. Davanti a loro, a pochi chilometri, c’è un villaggio. Si chiama Nikolaevka. È l’unico passaggio, l’unica via d’uscita dalla sacca ed è occupato, pesantemente occupato.
I sovietici sanno che gli italiani stanno arrivando, sanno che passeranno di lì e hanno preparato una trappola. La marcia dei morti sta per finire. Adesso inizia la battaglia. 26 gennaio 1943. Ore 6 del mattino, 5 km a est di Nicolaevka. Il cielo comincia appena a schiarirsi. Non è un’alba vera, è solo una gradazione meno intensa di grigio che sostituisce il nero della notte.
La bufera si è calmata leggermente, la neve cade ancora, ma non è più quel muro impenetrabile delle ore precedenti. Visibilità forse 200 m, forse 300. Abbastanza per vedere. Due ufficiali alpini si arrampicano su una piccola altura. È solo un rigonfiamento del terreno, appena 10 m più alto della steppa circostante, ma qui è l’unica cosa che si può chiamare collina.
Scivolano nella neve fresca, si aggrappano ai cespugli congelati, raggiungono la cima, si buttano a terra, tirano fuori i binocoli e guardano. Nikolaevka è lì a 5 km. La vedono, un pugno di isbe di legno scuro, qualche edificio in muratura, una chiesa con il tetto di lamiera, la stazione ferroviaria con le sue strutture squadrate.
Fumo che sale dai camini, segno di vita, segno di presenza umana, ma non è vita amica. Il maggiore Sterni, comandante del battaglione Vestone, regola la messa a fuoco del binocolo e quello che vede gli gela il sangue più del freddo russo. Il villaggio è pieno di truppe sovietiche, carri armati T34 schierati sulla strada principale.
Le torrette rivolte verso est, verso la direzione da cui arriveranno gli italiani. Conta 1 2 5 10 si ferma a 15, ma ce ne sono altri parzialmente nascosti dietro gli edifici. Mitragliatrici pesanti Maxim piazzate sui tetti delle isbe con i serventi che si muovono intorno preparando i nastri di munizioni.
Cannoni anticarro da 76 mm nelle posizioni fortificate ai lati della strada e uomini. Tanti uomini. Fanteria sovietica ben equipaggiata con le loro uniformi imbottite, le Budennovka di pelliccia, i mitra pippi esce. Si muovono con calma, senza fretta, sanno che il nemico sta arrivando e sono pronti. Cristo mormora Sterni.
Il suo respiro forma una nuvola di vapore che si condensa immediatamente in cristalli di ghiaccio sulla sciarpa di lana che gli copre il viso. Accanto a lui il capitano Grandi, comandante della compagnia Esploratori, scruta anche lui con il binocolo. Quanti sono? Almeno tre battaglioni, forse un reggimento intero con supporto corazzato e artiglieria.
Sterni abbassa il binocolo. È una fortezza. Grandi si volta a guardare indietro verso la colonna italiana. Anche da qui può vederla una linea scura che serpeggia nella neve bianca. Migliaia di uomini fermi aspettando ordini, aspettando di sapere cosa fare e dietro di loro all’orizzonte vede altro movimento. Polvere di neve sollevata.
Guarda, dice indicando, i russi stanno chiudendo il cerchio. Sterni si gira, vede, sono reparti sovietici che avanzano da sud e da nord stringendo i fianchi della sacca. Tra poche ore l’accerchiamento sarà completo. Non ci sarà più via d’uscita, né avanti né indietro, solo la morte nella neve. Scendono dalla collina, tornano alla colonna, riferiscono al generale Reverberi.
Reverberi ascolta in silenzio, è in piedi nella neve, circondato dai suoi comandanti di battaglione. Non c’è tenda, non c’è tavolo, non c’è mappa, solo uomini in piedi nel gelo che parlano a voce bassa per non farsi sentire dalle pattuglie sovietiche che potrebbero essere vicine. Quanti carri? chiede reverberi. Almeno 15 T34, forse 20 anticarro, cannoni da 76, sei pezzi che abbiamo visto, probabilmente altri nascosti.
Reverberi annuisce, guarda i suoi ufficiali. Sono uomini duri, cresciuti nelle montagne, veterani della guerra di Spagna, della campagna di Francia, delle battaglie sull’isonzo nella Grande Guerra, ma anche loro hanno l’espressione di chissà che questa è la fine. Il colonnello Favagrossa, comandante del reggimento tirano, parla per primo.
Generale, dobbiamo essere realistici. Non abbiamo mezzi per sfondare quella posizione. Non abbiamo artiglieria, non abbiamo carri, abbiamo fucili che metà non sparano per il gelo. Propongo di mandare un parlamentare. Offriamo la resa in cambio di un salvacondotto per i feriti. È l’unica opzione razionale. Silenzio. Alcuni ufficiali abbassano lo sguardo, altri fissano fava grossa con espressione dura.
Il maggiore Sartori, comandante del battaglione Morbegno, scuote la testa. Salvacondotto, i russi ci metteranno sui treni per la Siberia e lì moriremo tutti. Meglio morire qui combattendo che congelare in un campo di prigionia. Un altro ufficiale, il capitano della torre. Aspettiamo la notte, attacchiamo di sorpresa. Al buio i carri armati sono ciechi.
Possiamo infiltrarci, passare attraverso le linee. Reverberi lo guarda. Capitano, guardi i nostri uomini. La metà riesce a malapena a stare in piedi. Di notte, con meno 50° morranno altri 1000 prima dell’attacco. E anche se riuscissimo a infiltrarci i feriti, i civili, li abbandoniamo? Della torre non risponde. Non c’è risposta.
Reverber guarda l’orizzonte, vede il sole pallido che sta sorgendo dietro la coltre di nuvole, sente il vento che ulula. Sente dietro di lui la colonna che aspetta. 40.000 persone che hanno fiducia in lui, che pensano che lui abbia una soluzione, ma non ce l’ha. Non c’è soluzione. C’è solo una scelta tra modi diversi di morire.
Attacchiamo dice la sua voce è calma, ferma. Attacchiamo adesso di giorno alla baionetta. Silenzio. Nessuno parla. Tutti hanno capito. Significa caricare a piedi contro carri armati. Significa correre attraverso un campo di fuoco, significa morire in massa. Ma reverbery continua, è l’unica possibilità. Se aspettiamo, i russi chiudono il cerchio e moriamo comunque.
Se negoziamo, ci prendono prigionieri e moriamo nei campi. Se attacchiamo di notte perdiamo metà degli uomini per il freddo prima ancora di combattere. Ma se attacchiamo ora subito con tutto quello che abbiamo, forse forse creiamo una breccia. Forse alcuni di noi passano, non tutti, ma alcuni sì. Favagrossa chiede: “Ele perdite?” Reverberi lo guarda dritto negli occhi.
Terribili, ma almeno combattiamo, almeno diamo a qualcuno la possibilità di tornare a casa. Nessuno aggiunge altro. Hanno capito. È un sacrificio, ma è un sacrificio con uno scopo. Non è una resa, non è una morte passiva nel gelo, è una battaglia. L’ultima battaglia. Gli ufficiali tornano ai loro reparti, danno gli ordini.
Preparatevi, tra 3 ore attacchiamo. Lungo la colonna la notizia si diffonde. Gli alpini controllano le armi, tirano fuori i fucili carcano dalle fondine di tela, cercano di far scorrere il meccanismo. Molti sono bloccati, il grasso si è solidificato, i pezzi metallici sono saldati dal gelo. Provano a scaldarli con le mani, con il respiro, strofinandoli contro il corpo.
Alcuni funzionano, altri no. Metà dei fucili sono inutilizzabili, ma le baionette funzionano sempre. Le baionette le estraggono, le guardano, sono lunghe 40 cm, affilate, ma dopo mesi di uso sono smussate, arrugginite. Gli alpini cercano pietre nella neve, le trovano congelate al suolo, le strappano via e cominciano ad affilare.
Il suono dell’acciaio contro la pietra risuona lungo tutta la colonna. È un suono ritmico, ipnotico, raschia. Raschia, raschia. Stanno preparando le lame che useranno per uccidere altri uomini o per morire. Distribuiscono le ultime granate. Sono bombe a mano SRCM modello 35. Pesanti, affidabili, ma ne sono rimaste poche.
Tre per ogni soldato, tre bombe per affrontare carri armati e bunker. È ridicolo, ma è tutto quello che c’è. Un giovane alpino, un ragazzo di 19 anni di un paese vicino a Trento, tiene in mano la sua baionetta appena affilata, la guarda, poi la porta alla bocca e la bacia. Non è un gesto teatrale, è qualcosa di istintivo, quasi religioso.
Sta benedicendo l’arma con cui combatterà, forse con cui morirà. Altri lo vedono e fanno lo stesso. Baciano le baionette, baciano i fucili, baciano i crocifissi che portano al collo. Don Carlo Gnocchi cammina tra i reparti, benedice gli uomini, traccia il segno della croce sulle fronti. Molti si inginocchiano nella neve, chiedono la confessione.
Don Carlo ascolta, assolve, dice: “Dio vi perdona, andate in pace”. Ma quale pace? Tra un’ora saranno all’inferno. Ore 8:45. I battaglioni si formano. Non sono più colonne di marcia, sono schieramenti d’assalto. Il battaglione tirano al centro, il vestone a sinistra, il morbegno a destra. Dietro i resti della Julia e della Cuneense che daranno supporto.
I feriti e i civili restano indietro, protetti dalle retroguardie. Reverbery si mette davanti a piedi. Nessun cavallo, nessuna insegna, solo un uomo con un cappotto logoro e una pistola beretta alla cintura. Guarda i suoi alpini. Migliaia di volti scavati, di occhi stanchi, di corpi ridotti a scheletri, ma sono ancora in piedi, sono ancora pronti.
Alza la voce, non ha bisogno di urlare. Nel silenzio della steppa la sua voce porta lontano. Alpini, davanti a noi c’è Nicolaevka. È l’unica via. O passiamo o moriamo qui. Io scelgo di passare. Chi viene con me? Un urlo. Un urlo rauco rotto ma potente. Migliaia di voci. Tridentina. Tridentina. Reverberi si volta. Guarda il villaggio in lontananza, tira fuori la pistola, alza il braccio.
Tridentina avanti e l’inferno comincia. 26 gennaio 1943, ore 9:15. Il fischio, un unico fischio acuto che squarcia l’aria gelida. E poi immediatamente migliaia di voci. Non è un urlo ordinato, non è un canto militare, è un grido viscerale strappato dal fondo dei polmoni, dalla pancia, dall’anima.
Tridentina, tridentina, tridentina è rabbia, è disperazione. È la voce di uomini che sanno di essere morti, ma hanno deciso di morire in piedi correndo verso il nemico, non congelati come cani nella neve. 6000 alpini escono dai boschi, escono dalle depressioni del terreno dove si erano nascosti, escono dalla nebbia bianca della steppa e corrono.
Corrono verso Nicolaevka. La neve è alta fino alle ginocchia. Ogni passo è una fatica immée. I piedi affondano, si bloccano. Bisogna strappare la gamba via e fare un altro passo. Ma corrono, non c’è copertura, non ci sono trincee, non c’è niente tra loro e le mitragliatrici sovietiche. se non 500 m di campo aperto. Eppure corrono.
I sovietici li vedono arrivare. Per un secondo, forse sono sorpresi. Non si aspettavano un attacco frontale. Non in queste condizioni, non con questa follia, ma si riprendono subito. Gli ordini vengono urlati in russo. Le mitragliatrici pesanti Maxim aprono il fuoco. Il suono è assordante. Non sono colpi singoli. È un tappeto continuo di proiettili che falcia l’aria, traccianti rossi che disegnano linee nell’alba grigia e poi i mortai.
I colpi partono con un tonfo sordo, sibilano nell’aria, esplodono in mezzo alla massa degli alpini. Le prime file cadono, non è un modo di dire. Letteralmente cadono come grano sotto la falce. 10 uomini, 20, 50, 100. Corpi che crollano nella neve, che rotolano, che restano immobili. Sangue rosso vivo che si espande sulla neve bianca, creando macchie che fumano per il contrasto di temperatura, ma quelli dietro non si fermano, non saltano sopra i cadaveri, li calpestano, continuano a correre, perché se ti fermi sei morto, se esiti sei morto. L’unica salvezza è avanti,
sempre avanti. Gli alpini non sparano, i fucili sono in spalla o tenuti bassi, non hanno munizioni da sprecare e soprattutto sanno che non serve. I sovietici sono al riparo. Dietro muri, dentro bunker, dietro i carri armati. Sparare da 500 m con un fucile carcano contro posizioni fortificate è inutile, quindi corrono.
Devono arrivare al corpo a corpo, devono arrivare dove le baionette funzionano. I carri armati T34 si muovono, i motori diesel rombano, i cingoli stridono sul terreno ghiacciato, le torrette ruotano, i cannoni da 76 mm si abbassano, cercano il bersaglio, fuoco, un lampo arancione dalla bocca del cannone. Un secondo dopo un alpino scompare.
Letteralmente, dove un secondo prima c’era un uomo che correva, adesso c’è solo una nuvola rossa di sangue e neve. Il proiettile ad alto esplosivo lo ha centrato in pieno. Non resta niente, nemmeno un corpo da seppellire. Ma gli alpini continuano. Sono troppi. Sono troppo sparsi. Sono troppo veloci. I carri non riescono a colpirli tutti.
Le mitragliatrici falciano le file, ma altre file arrivano. È una marea umana che avanza nella tempesta di fuoco e non si ferma. 400 m, 300, 200. Gli alpini più veloci sono quasi arrivati alle prime case. I sovietici nei tetti sparano freneticamente, svuotano i caricatori, cambiano i nastri delle munizioni, sparano ancora, ma gli alpini sono ormai troppo vicini.
100 m, 50, le granate. Gli alpini lanciano le bombe a mano mentre corrono. Le bombe volano in arco, atterrano sui tetti, rotolano, esplodono. Schegge che volano ovunque. Un nido di mitragliatrice viene zittito. Un altro. Gli alpini raggiungono le prime isbe, non si fermano davanti alle porte, le sfondano con i calci dei fucili, entrano e lì dentro inizia l’inferno.
Corpo a corpo, stanza per stanza, casa per casa. I sovietici difendono ogni metro, sparano dalle porte, lanciano granate dalle finestre, ma gli alpini entrano con le baionette, con i coltelli, con le mani. È un combattimento brutale, primitivo, senza regole. Si uccide da distanza ravvicinata, si sente l’alito del nemico, si vedono i suoi occhi prima di conficcare la lama.
Un alpino Pietro entra in una isba, dentro c’è un soldato sovietico con un mitra pippiasce. Il russo spara. Una raffica. Pietro sente i proiettili che gli sibilano accanto. Uno lo colpisce alla spalla, sente il bruciore, ma l’adrenalina è così alta che non sente dolore. Continua ad avanzare, il russo scarica tutto il caricatore, poi il mitra fa click.
Vuoto. Pietro è a 2 m, alza la baionetta, si lancia avanti. La lama entra nel petto del soldato russo, sente la resistenza della carne, delle costole, spinge. Il russo, urla, cade. Pietro estrae la baionetta, è coperta di sangue fumante. Guarda il russo che si contorce a terra. Non prova niente, nessun rimorso, nessuna pietà, solo un pensiero.
Avanti, esce dalla casa, c’è un’altra isba, entra. Don Carlo Gnocchi corre tra le esplosioni alla tonaca strappata, il volto coperto di sangue non suo, vede un alpino caduto, ancora vivo, ferito al ventre. Gnocchi si butta accanto a lui, lo prende per le braccia, cerca di trascinarlo via. Una pallottola colpisce il terreno a pochi centimetri, un’altra sfiora il cappello di Gnocchi portandolo via.
Gnocchi non si ferma, trascina l’uomo dietro un muretto, chiama un barelliere, poi torna indietro, c’è un altro ferito e un altro. Gnocchi continua a correre avanti e indietro sotto il fuoco, prendendo i feriti, benedicendo i morti, ma il problema vero sono i carri armati. I T34 sono mostri d’acciaio invulnerabili. Le pallottole dei fucili rimbalzano sulla corazza come grandine su un tetto di ferro.
Le baionette sono inutili contro 30 tonnellate di metallo e i carri continuano a sparare. Ogni colpo del cannone da 76 mm cancella un gruppo di alpini. Ogni raffica delle mitragliatrici coassiali uccide. Gli alpini devono improvvisare. Un gruppo si coordina. Sei uomini corrono verso un carro da diverse direzioni. Il carro ruota la torretta, cerca di colpirli, ne prende uno.
Gli altri continuano, lanciano bombe a mano contro i cingoli. Le esplosioni danneggiano le ruote motrici. Il carro rallenta, si blocca, è immobilizzato. Gli alpini si arrampicano sopra, uno apre il portello con una leva di ferro, un altro lancia una granata dentro. Chiudono il portello, saltano giù.
3 secondi dopo l’esplosione, il carro trema, dal portello esce fumo nero, gli uomini dentro sono morti. Un sergente alpino annibale vitali vede un altro T34 che avanza sparando. Ha già ucciso decine di alpini, bisogna fermarlo. Vitali guarda le sue bombe, ne ha tre, prende uno spago dalla tasca, lega le tre bombe insieme. È una carica improvvisata, pesante, letale, si alza, corre verso il carro.
Gli altri alpini lo vedono, capiscono, urlano “No, Annibale, no”. Ma Vitali non ascolta, corre. Il carro lo vede, la mitragliatrice coassiale spara. I proiettili sollevano fontane di neve ai piedi di Vitali, ma non lo colpiscono. Vitali arriva a 5 m, si butta a terra, rotola sotto il carro, è sotto la pancia, tira la spoletta delle granate.
5 secondi, Vitali non esce, resta lì, abbraccia le bombe. L’esplosione solleva il carro di mezzo metro, ricade. I cingoli si spezzano, la corazza ventrale è squarciata, il carro è morto e Annibale Vitali è morto con lui, ma il carro non ucciderà più nessuno. La battaglia continua, ora dopo ora, le case di Nikolaevka bruciano, il fumo nero sale nel cielo grigio, le esplosioni sono continue.
Il suono degli spari è così denso che diventa un rumore bianco insopportabile che ti riempie la testa e non ti lascia pensare. Le strade sono coperte di cadaveri. Italiani e russi mescolati. Corpi congelati in posizioni impossibili. Armi abbandonate. Elmetti rotolati nella neve. Sangue ovunque, mezzogiorno.
La battaglia dura da 3 ore. Gli alpini hanno conquistato metà del villaggio, ma l’altra metà è ancora in mano sovietica e i russi continuano a resistere. Casa per casa, strada per strada, vendono cara la pelle. Sono soldati buoni, ben addestrati, ben armati, non scappano e poi improvvisamente alle ore 13 qualcosa cambia, un rumore, un rumore diverso.
Non vengono da Nicolaevka, vengono da dietro, da ovest. Gli alpini si fermano, si guardano. Quel rumore è un rombo. È un rombo di motori, tanti motori sono i tedeschi, i panzer tedeschi. Una colonna di carri armati del 2quo corpo corazzato che stava ripiegando verso ovest ha sentito gli spari, ha capito che gli italiani stanno attaccando e hanno deciso di aiutare.
10 panzer 4 non sono molti, ma sono sufficienti. I panzer tedeschi entrano a Nikolaevka da ovest, sparano contro le posizioni sovietiche. I T34 russi si girano. Adesso devono combattere su due fronti, è troppo. E lentamente la bilancia comincia a pendere. Ore 13, 26 gennaio 1943. Dentro Nikolaevka, tra il fumo e le macerie, qualcosa si rompe.
Non è un evento fisico, è qualcosa di più sottile, è la volontà. I sovietici cominciano a indietreggiare. Non è una rotta, non ancora. È un ripiegamento tattico, controllato, ma è un ripiegamento. Gli ufficiali russi urlano ordini. Ritirata verso le colline, riorganizziamoci. I soldati escono dalle case uno alla volta, coprendo i compagni.
Sparano, arretrano, sparano ancora. si ritirano verso i margini del villaggio. Il comandante sovietico, un colonnello della 32ª divisione Fucilieri, è nel suo bunker improvvisato nella scuola del villaggio. Davanti a lui tre ufficiali che arrivano dal fronte, tutti sporchi, coperti di fuligine e polvere. “Uno ha una benda insanguinata intorno alla testa”, riferiscono: “Le loro voci sono confuse, affannate.
” Compagno colonnello, gli italiani sono ovunque, non combattono come soldati normali, sono come bestie impazzite. Li falciamo ma continuano ad avanzare. Abbiamo perso tre carri, due equipaggi completamente bruciati. Il settore nord è sfondato. Il battaglione Karkov si è ritirato verso la ferrovia. Stanno usando tattiche suicide.
Si gettano sotto i carri armati con le bombe. Il colonnello guarda la mappa, vede le posizioni rosse che si restringono, vede le frecce blu degli italiani che penetrano da ogni parte, non capisce. Secondo i rapporti dell’intelligence, questi italiani dovevano essere finiti, affamati, congelati, demoralizzati, dovevano arrendersi.
Invece stanno combattendo come se fossero loro ad avere la superiorità numerica. prende una decisione. È una decisione razionale, militarmente corretta, ritirata generale verso le alture a ovest. Lasciamo il villaggio, li accerchiamo da lontano, con l’artiglieria li distruggiamo mentre attraversano.
Non vale la pena perdere uomini in combattimenti ravvicinati. Gli ordini vengono trasmessi. I sovietici si ritirano, escono da Nikolaevka, si attestano sulle colline che circondano il villaggio, lì piazzano i cannoni, lì aspettano perché sanno che gli italiani dovranno passare attraverso la strada principale e quella strada è un tiro al bersaglio perfetto. Ore 14.
Nikolaevka è italiana, ma chiamare conquista quello che gli alpini vedono intorno è generoso. Il villaggio non esiste più. È un ammasso di rovine fumanti. Le isbe bruciano, le travi di legno crollano con scoppi di scintille, i tetti di paglia sono torce viventi. Le strade sono piene di crateri aperti dalle granate, cadaveri ovunque, italiani con le uniformi grigioverdi, russi con le budenni di pelliccia, tutti mescolati nella neve insanguinata, armi abbandonate, elmetti, zaini sventrati e il fumo. Fumo nero, acre. che pizzica
gli occhi e la gola. Il generale Reverberi è al centro del villaggio, sta in piedi su un mucchio di macerie. Urla, la sua voce è roca, ma ancora potente. Non fermatevi, non fermatevi, passate, passate attraverso il villaggio. Solo avanti, solo avanti. La colonna riprende a muoversi, ma non è più una colonna militare, è un fiume umano disperato.
Alpini che camminano barcollando, feriti sostenuti da compagni. Muli che trascinano slitte cariche di uomini senza gambe, carri trainati da cavalli scheletrici, civili russi e uraini che scappano con i loro bambini, sbandati di altre divisioni che si sono uniti, tutti mescolati, tutti che attraversano Nikolaevka correndo, zoppicando, strisciando verso ovest, verso la salvezza.
Un carro ribaltato blocca la strada principale. È un vecchio carro agricolo rovesciato da un’esplosione con le ruote in aria. Impossibile passarci intorno. Le case bruciate bloccano i lati, bisogna spostarlo. 20 alpini si lanciano avanti, mettono le mani sotto il carro, spingono. Il legno è pesante, incastrato.
Spingono ancora, le mani scivolano. Alcune dita congelate si spezzano sotto lo sforzo, ma spingono, urlano e il carro si muove. 1 met abbastanza. Il passaggio è aperto, la colonna riprende a scorrere. Un soldato entra in una isba che non brucia, cerca qualcosa, qualsiasi cosa. Dentro trova una dispensa. C’è cibo, pane nero russo, duro come pietra, ma è pane.
Ci sono scatolette di carne conservata, patate congelate, urla. Altri alpini entrano, prendono tutto, non c’è tempo per fare scorte, spezzano il pane, ognuno prende un pezzo, lo mettono in bocca. È così duro che bisogna succhiarlo prima di poterlo masticare, ma è cibo. È la prima cosa che molti di loro mangiano da tre giorni.
Mangiano mentre camminano, mangiano mentre attraversano il villaggio. Alcuni piangono mentre mangiano. Lacrime che si congelano sulle guance. Un alpino Giuseppe porta sulle spalle un compagno ferito. Il compagno si chiama Marco. È stato colpito al petto durante l’assalto. Respira a fatica, tossisce sangue. Giuseppe lo ha caricato dopo la battaglia.
Cammina, un passo, un altro. Marco è pesante, ma Giuseppe non lo lascia. Resisti! Gli dice. Siamo quasi fuori, resisti! Marco non risponde. Giuseppe continua a camminare, attraversa il villaggio, esce dall’altra parte, cammina ancora per 1 km, 2 km. Poi qualcuno gli tocca la spalla. Fermo, fermo. Giuseppe si ferma. Cosa? L’altro alpino guarda Marco.
È morto. È morto da un pezzo. Giuseppe si volta, guarda il volto di Marco. Gli occhi sono aperti, vitrei, congelati, la bocca aperta in un’ultima smorfia. Giuseppe non l’aveva capito. Ha camminato per 2 km con un cadavere sulle spalle, lo depone nella neve, si inginocchia accanto, non dice nulla. Cosa si può dire? Si rialza e continua a camminare, ma non è finita.
Superare Nikolaevka non significa essere salvi. I sovietici si sono riorganizzati. Sulle colline a nord e a sud della strada hanno piazzato i cannoni o bici da 122 mm, cannoni anticarro, mortai. E quando la colonna italiana comincia a uscire dal villaggio, a infilarsi sulla strada aperta che porta verso ovest, i sovietici aprono il fuoco, le granate cadono sulla strada, esplosioni che sollevano neve e corpi, un proiettile colpisce un carro carico di feriti.
Il carro si disintegra, i feriti dentro spariscono. Un altro colpo c’entra una slitta trainata da un mulo. Il mulo viene squarciato, la slitta si rovescia. Gli uomini sopra rotolano nella neve, alcuni si rialzano, altri no. Reverberi è ancora al centro della colonna. cavalca adesso su un cavallo che qualcuno gli ha trovato.
Urla, non guardate indietro, solo avanti, correte, correte e la colonna corre nella neve, sotto il fuoco, cadono, si rialzano, cadono di nuovo. Quelli che possono continuano, quelli che non possono restano. La strada diventa un corridoio di morte. I sovietici sparano metodicamente, non hanno fretta, sanno che gli italiani devono passare di lì, non c’è altra via, quindi sparano calmamente, regolarmente, ogni colpo fa vittime e la colonna continua ad avanzare, lasciando dietro di sé una scia di morti e feriti. Ma chi sono
quelli che restano indietro? Chi è che non avanza? Sono le retroguardie? Sono gli alpini dei battaglioni che hanno ricevuto l’ordine più terribile. Coprite la ritirata. Mentre la colonna passa, mentre i feriti e i civili corrono verso ovest, gruppi di alpini si fermano, si nascondono dietro le macerie, si piazzano ai margini del villaggio con le loro ultime munizioni, con le loro baionette e aspettano.
Aspettano che i sovietici contrattacchino, aspettano che i carri armati tornino. aspettano di morire perché sanno che la colonna ha bisogno di tempo, ha bisogno di ore per attraversare la zona battuta dall’artiglieria e qualcuno deve dare loro quel tempo. Qualcuno deve restare indietro, qualcuno deve sacrificarsi e gli alpini della retroguardia lo sanno.
Sanno che non rivedranno le montagne, sanno che non torneranno a casa, ma restano, si guardano tra loro, annuiscono e restano, perché questa è la tridentina e la tridentina non abbandona i suoi. Ore 15, 26 gennaio 1943. La colonna principale sta uscendo da Nicolaevka. Migliaia di uomini che corrono, che si trascinano, che scappano verso ovest sotto il fuoco dell’artiglieria sovietica, ma alle spalle del villaggio, nelle ultime case ancora in piedi, 300 alpini si fermano, non scappano, si voltano, guardano verso
est, verso la direzione da cui arriveranno i russi e si preparano. Sono il battaglione tirano, alpini della Valtellina, uomini delle montagne lombarde, hanno ricevuto l’ordine dal generale Reverberi in persona. Un ordine breve, semplice, definitivo. Coprite la ritirata, date tempo alla colonna di passare.
Il maggiore Stoppani, comandante del battaglione, ha 50 anni. Volto scavato, barba grigia ghiacciata, occhi stanchi ma ancora lucidi. Quando ha ricevuto l’ordine ha capito immediatamente cosa significava. Significa restare mentre gli altri scappano. Significa combattere fino alla fine, significa morire. Ha guardato Reverberi negli occhi, ha fatto il saluto militare, ha detto solo agli ordini, generale e si è voltato.
Ha radunato i suoi uomini, 300 alpini, i superstiti di un battaglione che 3 mesi fa contava 1200 uomini. Ha spiegato la situazione. Nessuna retorica, nessun discorso eroico, solo i fatti. Dobbiamo tenere Nikolaevka il più a lungo possibile. La colonna ha bisogno di tempo per attraversare la zona sotto il fuoco nemico. Noi glielo diamo.
Restiamo qui, combattiamo. Quando non potremo più combattere, vedremo. Nessuno ha protestato, nessuno ha chiesto di essere esentato. Alcuni hanno abbassato lo sguardo, altri hanno annuito. Uno ha detto: “Maggiore, almeno qui fa caldo, ci sono case che bruciano.” Una risata amara. Poi si sono messi al lavoro. Si barricano nelle ultime case sul margine est di Nicolaevka.
Case di legno mezze distrutte, ma ancora utilizzabili. Trascinano mobili per bloccare le porte. Sfondano i muri interni per creare vie di fuga tra una stanza e l’altra. Piazzano le mitragliatrici brinestre. distribuiscono le ultime munizioni. Ogni uomo riceve 60 colpi per il fucile. Ogni mitragliatrice ha 3000 colpi. Non è molto, ma è tutto quello che c’è.
Stoppani si piazza nella casa centrale, quella che ha la vista migliore sulla strada da est. Accanto a lui il suo attendente, un ragazzo di 20 anni di Sondrio. Il ragazzo trema, non per il freddo, per la paura. Stoppan gli mette una mano sulla spalla. Tranquillo, facciamo il nostro dovere. Questo è tutto quello che si può chiedere a un soldato.
Aspettano, passano 30 minuti, 40, un’ora. Il silenzio è surreale. Dietro di loro, verso ovestono ancora le esplosioni dell’artiglieria sovietica che martella la colonna in ritirata. Ma qui davanti a loro niente, solo il vento che ulula tra le rovine, solo il crepitio delle case che bruciano. Poi all’orizzonte vedono movimento, sagome scure che si muovono nella neve, tante sagome, sono i sovietici.
Stanno tornando, hanno capito che gli italiani sono passati e adesso vogliono inseguirli, ma prima devono riprendere Nikolaevka. I carri armati T34 avanzano lentamente sulla strada. Dietro di loro fanteria. Centinaia di soldati inise imbottite. Avanzano in formazione, non hanno fretta.
Pensano che Nikolavka sia vuota, che gli italiani siano scappati tutti. Stoppani. Aspetta. I carri sono a 500 m, 400, 300. Alza la mano. Gli alpini alle finestre tengono i fucili puntati. Aspettano il segnale. 200 m. 150. Stoppani abbassa la mano. Fuoco. Le mitragliatrici Breda aprono il fuoco. Il suono è secco, martellante. Le traccianti rosse volano verso i sovietici. Colpiscono la fanteria.
Uomini cadono. I russi si buttano a terra. Cercano copertura. Sono sorpresi. Non si aspettavano resistenza. I carri armati si fermano, le torrette ruotano, cercano da dove arrivano gli spari, individuano le case, sparano. I cannoni da 76 mm fanno fuoco, le granate colpiscono gli edifici, esplosioni, muri che crollano, una casa viene centrata in pieno, crolla su se stessa, gli alpini dentro vengono sepolti, ma dalle altre case il fuoco continua.
Gli alpini sparano metodicamente, non sprecano colpi. Ogni pallotto la deve contare. Colpiscono la fanteria sovietica, la tengono a terra, impediscono l’avanzata. Passa un’ora, i sovietici portano avanti più carri, portano mortai, cominciano un bombardamento sistematico, casa per casa. Gli alpini si spostano.
Quando una posizione diventa insostenibile, la abbandonano, passano alla casa successiva, continuano a sparare. Ore 17. Le munizioni stanno finendo, le mitragliatrici tacciono, non ci sono più nastri da caricare. I fucili sparano colpi singoli sporadici, poi anche quelli si fermano. Gli alpini guardano i loro fucili vuoti, guardano le baionette, le estraggono, le innestano.
I sovietici si accorgono che il fuoco è cessato. Avanzano, entrano nel villaggio, entrano nelle case e lì trovano gli alpini con le baionette corpo a corpo, nell’oscurità delle stanze bruciate. È un combattimento selvaggio. Si lotta con coltelli, con pugni, con pietre, con pezzi di legno. Non c’è tecnica, non c’è arte militare, è violenza pura.
Stoppani è nella sua casa, è stato ferito. Una scheggia gli ha aperto il fianco, sanguina, ma è ancora in piedi. Ha la pistola beretta in mano, spara! Un russo cade, spara ancora. Un altro cade, spara. Click, finito. Non ci sono più colpi. Stoppani, guarda la pistola vuota. Poi la afferra per la canna, la usa come clava. Un soldato sovietico entra.
Stoppan gli colpisce la testa. Il russo cade, ne entra un altro. Stoppan alza di nuovo la pistola, ma non ha più forza. Il braccio gli cede, cade in ginocchio, i sovietici lo circondano, puntano i fucili, stoppano i guarda in alto, aspetta il colpo, ma non arriva. Un ufficiale sovietico entra, guarda stoppani, vede le insegne, vede il sangue, vede gli occhi che non chiedono pietà.
L’ufficiale fa un cenno, i soldati abbassano i fucili. L’ufficiale parla in russo, stoppani non capisce, ma capisce il gesto. Lo stanno prendendo prigioniero, non lo fucileranno. Non qui, non ora. Stoppani viene portato fuori. Intorno il silenzio. La battaglia è finita. Gli ultimi alpini sono stati sopraffatti. Alcuni sono morti.
Altri feriti vengono fatti prigionieri. Li radunano nella piazza del villaggio. Sono 47. 47 superstiti su 300. Dove sono gli altri? Morti, sepolti sotto le macerie, congelati nella neve, dispersi? 253 alpini del battaglione tirano sono rimasti a Nicolaevka per sempre. Ma hanno dato alla colonna 3 ore. Tre ore preziose.
Tre ore durante le quali 30.000 italiani sono passati, sono usciti dalla sacca, hanno attraversato la zona battuta dall’artiglieria. Molti sono morti anche lì, ma molti altri sono passati. Sono vivi grazie a 300 uomini che sono rimasti indietro. Stoppani viene caricato su un camion sovietico insieme agli altri prigionieri.
Lo portano in un campo di prigionia. Passerà 2 anni lì, in Siberia, lavorando nelle miniere, senza cibo sufficiente, senza cure mediche. Morirà nel 1945, a pochi mesi dalla fine della guerra, di tifo, come migliaia di altri prigionieri italiani. Ma prima di morire scriverà una lettera, una lettera che un compagno di prigionia riuscirà a far arrivare in Italia dopo.
Nella lettera Stoppani scrive: “Non ho rimpianti, abbiamo fatto il nostro dovere”. Abbiamo salvato i nostri fratelli. Questo è tutto quello che conta. 300 uomini, 300 nomi, 300 famiglie che non rivedranno i loro figli, ma 30.000 vivi. 30.000 che devono la vita a quei 300. È il calcolo della guerra, il calcolo crudele della sopravvivenza.
Alcuni muoiono perché altri vivano, ma per quelli che sono passati, per quelli che hanno continuato a camminare verso ovest, il Calvario non è finito. Hanno superato Nikolaevka, hanno superato la trappola, ma sono ancora centinaia di chilometri dietro le linee nemiche. Sono ancora nella neve, sono ancora inseguiti.
La salvezza è lontana e molti non la raggiungeranno mai. 27 gennaio 1943. Alba, 20 km a ovest di Nikolaevka. La colonna cammina ancora, sempre. Non si ferma mai, perché fermarsi significa morire. Hanno superato Nikolaevka, hanno passato la trappola, ma non sono salvi. Sono ancora centinaia di chilometri dentro il territorio nemico e i sovietici li inseguono, come lupi che seguono un branco di cervi feriti.
Aspettano che qualcuno cada e quando qualcuno cade lo prendono. La strada è una distesa bianca infinita. Non ci sono più villaggi, non ci sono più boschi, solo steppa, neve e cielo che si fondono in un unico biancore accecante. Il vento soffia senza ostacoli, tagliente come una lama.
La temperatura è scesa ancora -45 -50 di notte. A queste temperature il respiro ti congela i polmoni. Se sudi, il sudore gela sulla pelle e ti uccide. Se ti fermi per più di 10 minuti non ti rialzi più. Ogni giorno la colonna si assottiglia, non per battaglie, non per combattimenti, ma per sfinimento. Gli uomini crollano semplicemente, camminano, fanno un passo, un altro, poi le gambe cedono, cadono in ginocchio, provano a rialzarsi, non ce la fanno, si siedono, chiudono gli occhi per un secondo, solo un secondo di riposo e non li riaprono più, il freddo li prende. In
20 minuti sono morti. La colonna passa accanto ai cadaveri. Non si ferma. Non può fermarsi. Ogni giorno la strada è segnata da questi corpi. Seduti contro le pietre, distesi nella neve, congelati in posizioni quasi pacifiche. Sembrano dormire, ma sono morti e ogni giorno ce ne sono di più, 100, 200, 300 al giorno.
Un alpino Pietro Chiodi, insegnante di filosofia a Torino nella vita civile, scrive nel suo diario. Scrive con le dita congelate appoggiando il tacuino sulle ginocchia mentre cammina. La calligrafia è tremante, quasi illeggibile. Scrive 28 gennaio non so più chi sono, non sento più le gambe, è come se camminassero da sole senza che io le comandi.
Cammino perché gli altri camminano, se mi fermo muoio. Tutti lo sanno, nessuno si ferma. Siamo fantasmi che marciano nella neve. Un altro giorno scrive: “30 gennaio ho visto mio compagno Giovanni cadere, si è fermato, ha detto non ce la faccio più. Si è seduto, gli ho detto alzati, dai, alzati. Non si è mosso. Ho provato a tirarlo su, era troppo pesante.
Ho chiamato aiuto, nessuno si è fermato, tutti continuano a camminare. Ho dovuto lasciarlo. L’ho guardato un’ultima volta. Aveva gli occhi chiusi, sembrava sereno. Ho continuato a camminare. Piango mentre cammino, ma continuo. I sovietici non attaccano in massa, non c’è bisogno. Seguono a distanza, aspettano che la colonna si allunghi, si assottigli e poi colpiscono i fianchi.
Piccoli raid, pattuglie di cavalleria cosacca che caricano, uccidono i ritardatari, poi spariscono. cecchini che sparano da lontano, mortai che cadono sulla coda della colonna, non cercano di distruggerla, la stanno lasciando morire da sola. Don Carlo Gnocchi cammina in mezzo alla colonna. Accanto a lui un gruppo di bambini, sono orfani russi.
Li ha raccolti nei villaggi bruciati, genitori morti, case distrutte. Non poteva lasciarli lì. Li ha presi con sé. Sono 26. Il più piccolo ha 4 anni, il più grande 11. camminano tenendosi per mano. Don Carlo li tiene vicini, di notte li avvolge nel suo cappotto, divide con loro il suo cibo, anche se non ha quasi niente.
Li tiene in vita con la sua presenza, con la sua fede, con la sua umanità testarda che si rifiuta di arrendersi al gelo. Alcuni bambini muoiono comunque, il freddo è troppo, uno si addormenta e non si sveglia. Don Carlo lo avvolge nella neve, dice una preghiera e continua. Un altro si ammala, febbre alta, delirio, muore tra le braccia di gnocchi.
Il prete piange, ma continua, perché gli altri 26 hanno bisogno di lui e lui non li abbandonerà mai. Febbraio 1943, seconda settimana. La colonna è ridotta a un terzo di quello che era. Migliaia sono morti, migliaia sono stati catturati, migliaia sono dispersi, persi nella steppa, vagando soli fino a crollare, ma i superstiti continuano.
camminano come automi, non pensano più, non sentono più, sono oltre la sofferenza, sono in uno stato di trans dove il corpo continua a muoversi per puro istinto di sopravvivenza, mentre la mente si è ritirata in un luogo lontano, irraggiungibile. Un alpino cammina con un piede completamente congelato, nero fino alla caviglia, cancrena.
Ogni passo è agonia, ma continua perché sa che se si ferma per farselo amputare morirà. Meglio camminare con un piede morto che non camminare affatto. Un altro ha perso tutte le dita delle mani. Congelamento di terzo grado. I moncherini sono avvolti in stracci sporchi. Non riesce più a tenere il fucile, lo ha buttato via. Cammina a mani vuote, ma cammina.
La colonna attraversa villaggi abbandonati, case vuote. A volte trovano cibo, grano nascosto nei granai, patate sepolte nella neve, lo prendono, lo mangiano crudo, non c’è tempo per cucinare e poi ripartono. 15 febbraio 1943, ore 10 del mattino. All’orizzonte vedono qualcosa. Non è un villaggio russo, sono fortificazioni, bunker di cemento, filo spinato e una bandiera.
Una bandiera con la svastica. Sono le linee tedesche, il fronte, la salvezza. Un grido si alza dalla colonna, un grido rauco, spezzato. Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta. Gli uomini cominciano a correre o quello che per loro è correre, un barcollare veloce. cadono, si rialzano, continuano verso le linee.
I soldati tedeschi li vedono arrivare. All’inizio non capiscono cosa sono. Sembrano mendicanti, sembrano profughi, sembrano morti viventi, uniformi ridotte a stracci, volti neri di sporcizia e congelamenti, corpi scheletrici, ma poi vedono le mostrine, le penne nere degli alpini. Capiscono, sono italiani, sono i superstiti della ritirata.
I tedeschi aprono le barriere, gli italiani entrano, crollano, si buttano a terra. Alcuni piangono, altri ridono, altri restano in silenzio, fissando il vuoto. Non riescono a credere di essere vivi. Gli ufficiali tedeschi fanno il conto, contano gli uomini, fanno rapporti. I numeri arrivano al comando. Partiti da Nicolaevka il 26 gennaio, 40.

000 uomini, arrivati alle linee tedesche il 15 febbraio, 18.000, 22.000 mancanti, morti nella neve, catturati dai russi, dispersi nella steppa, congelati, affamati, sanguinati, scomparsi. Un soldato su due non ce l’ha fatta, ma 18.000 sono vivi. 18.000 che non sarebbero dovuti sopravvivere, che erano circondati, che erano senza cibo, senza munizioni, senza speranza.
E invece sono qui vivi grazie a Nicolaevka, grazie all’assalto alla baionetta, grazie ai 300 che sono rimasti indietro, grazie alla tridentina che ha tenuto insieme la colonna, grazie a uomini che hanno rifiutato di arrendersi anche quando ogni logica diceva che era finita. Ma i numeri non dicono tutto. Non dicono cosa è successo dentro quegli uomini.
Non dicono cosa hanno visto, cosa hanno fatto, cosa hanno perso. Perché quelli che sono tornati non sono più gli stessi. Non sono più i ragazzi che erano partiti dall’Italia due anni prima, cantando sui treni, sognando la gloria. Sono uomini spezzati, corpi devastati e anime ferite. Hanno visto l’inferno e l’inferno li ha cambiati per sempre.
Quando torneranno a casa nei mesi successivi, nei treni ospedale, nelle navi che li riportano in Italia, porteranno con sé Nicolaefka. La porteranno nei sogni, nelle notti insonni, nei sussulti improvvisi, quando sentono un rumore forte. La porteranno negli occhi, in quello sguardo vuoto che le loro famiglie vedranno e non capiranno.
Sono tornati, ma una parte di loro è rimasta lì, nella neve per sempre. Primavera 1943, Valle d’Aosta, Italia. Un treno entra lentamente nella stazione di un piccolo paese di montagna. È un treno ospedale. Carrozze dipinte di bianco con la croce rossa. Si ferma, le porte si aprono, scendono uomini o quello che resta di uomini sono gli alpini.
Stanno tornando dalla Russia. Le famiglie sono sulla banchina, aspettano da mesi, hanno ricevuto i telegrammi, suo figlio è vivo, sta tornando, ma quando vedono scendere questi spettri esitano, non li riconoscono. Sono scheletri, volti scavati, occhi vuoti, camminano con le stampelle. Alcuni non hanno più le gambe, altri non hanno più le braccia.
Sono giovani, hanno 25-30 anni, ma sembrano vecchi di 80. Una madre corre verso un alpino, lo abbraccia, piange. Sei tornato, sei tornato. L’alpino non piange, non sorride, resta rigido, come se non sentisse l’abbraccio, come se fosse altrove. La madre si stacca, lo guarda negli occhi e vede, vede che suo figlio è tornato nel corpo, ma dentro, dentro è ancora lì, nella neve, a Nicolaefevka.
Molti alpini nei mesi e negli anni successivi si svegliano urlando nel cuore della notte. Le mogli li scuotono, cosa c’è? Cosa c’è? Ma loro non rispondono. Tremano, sudano, vedono ancora i compagni cadere, sentono ancora il freddo, sentono ancora le urla e non riescono a dormire più. Passano le notti seduti guardando il buio, aspettando l’alba.
La maggior parte non parla mai di Russia, mai. Le famiglie fanno domande all’inizio. Com’era? Cosa hai visto? Cosaè successo? Ma gli alpini scuotono la testa. Non voglio parlarne. E non ne parlano per anni, per decenni. Alcuni non ne parleranno mai. Porteranno Nikolaevka nella tomba. Il dolore è troppo grande, le parole non bastano. Come puoi spiegare a tua moglie, a tuo figlio, cosa significa vedere il tuo migliore amico congelarsi accanto a te? Come puoi spiegare cosa significa camminare sopra i cadaveri dei tuoi compagni? Come puoi spiegare cosa significa
uccidere un uomo con una baionetta, guardarlo negli occhi mentre muore? Non puoi, quindi taci. E il silenzio diventa una prigione. Don Carlo Gnocchi torna in Italia con i suoi bambini. 26 erano partiti da Nikolaevka, 14 sono arrivati, 12 sono morti durante la marcia. Gnocchi li ha visti morire uno a uno, li ha tenuti tra le braccia.
ha pregato per loro e adesso, guardando i 14 sopravvissuti, fa una promessa, una promessa solenne. Ho visto morire i migliori, i miei compagni alpini, ragazzi che non torneranno mai a casa. Ho il dovere di vivere per loro, di fare qualcosa che dia senso al loro sacrificio. Fonda un’opera, la chiama Pro juventute, è dedicata ai bambini orfani di guerra, ai mutilati, ai disabili.
Gnocchi dedica il resto della sua vita a loro, costruisce ospedali, apre scuole, raccoglie fondi, lavora senza sosta. Quando gli chiedono perché fa tutto questo, risponde: “In Russia ho visto l’inferno, adesso voglio costruire un pezzetto di paradiso qui”. Muore nel 1956, 65 anni, consumato dalla fatica, ma sereno. Ha salvato migliaia di bambini.
Nel 2009 la Chiesa lo dichiara beato. Durante la cerimonia ci sono alcuni degli alpini superstiti di Nikolaevka, vecchi 95 anni, 101. Piangono perché Gnocchi era con loro nella neve e non li ha mai abbandonati. Il generale Luigi Reverberi torna in Italia nel 1943. Il regime fascista vuole farlo eroe, vuole dargli medaglie, vuole che faccia discorsi.
Reverberi rifiuta, non voglio onori. I veri eroi sono rimasti lì nella neve. Io ho solo fatto il mio dovere. Si ritira sulle montagne in una baita isolata. Vive lì in silenzio per 24 anni. Coltiva un orto, taglia legna, cammina nei boschi. Quando qualche giornalista lo trova e gli chiede di Nikolaevka, dice sempre la stessa cosa. Ho fatto il mio dovere, nient’altro.
E chiude la porta. Muore nel 1967, 86 anni. Il funerale è semplice, pochi presenti, ma tutti gli alpini d’Italia mandano corone di fiori con scritte alla tridentina con onore. La memoria di Nikolaevka non muore. Ogni anno il 26 gennaio, nelle caserme alpine d’Italia alle ore 9 suonano le trombe. È il silenzio d’ordinanza.
Tutti si mettono sul lattenti, si ricordano i caduti, si ricorda Nikolaevka. È una tradizione che dura ancora oggi, 82 anni dopo. Negli anni 90, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, gli italiani tornano a Nikolaevka. Adesso si chiama Nikolaevka. È un villaggio uino, piccolo, povero. Gli abitanti non sapevano niente della battaglia.
Per loro era solo storia antica. Ma gli italiani arrivano, portano con sé una stele di marmo, la piantano al centro del villaggio. C’è scritto in italiano e in russo. A tutti gli alpini caduti in Russia, Nikolaevka, 26 gennaio 1943. Gli abitanti del villaggio aiutano a posizionarla. Alcuni vecchi ricordano ricordano di aver visto da bambini i cadaveri nella neve.
Ricordano le uniformi grigioverdi. Ricordano che qualcuno li ha seppelliti in una fossa comune fuori dal villaggio. Portano gli italiani lì. È un campo. Niente segna il posto. Gli italiani piangono, si inginocchiano, toccano la terra. Sotto quella terra ci sono i loro compagni, migliaia di alpini sepolti lontano dalle loro montagne.
Cosa ha significato Nicolaevka? Tatticamente niente. Non ha cambiato l’esito della guerra. L’Italia ha perso comunque. L’asse è stato sconfitto, i sovietici hanno vinto. Nikolaevka è solo una piccola nota a margine della seconda guerra mondiale, ma moralmente Nikolaevka ha significato tutto. Per anni gli italiani erano stati considerati soldati di seconda classe, vigliacci, che scappavano, che si arrendevano, in Grecia, in Africa, ovunque. Era diventato uno stereotipo.
Ma Nikolaevka ha dimostrato che non era vero, che gli italiani, quando guidati bene, quando hanno una ragione per combattere, quando sono messi con le spalle al muro, combattono e combattono ferocemente. I tedeschi a Stalingrado, quando sono stati circondati, si sono arresi. 90.000 prigionieri hanno scelto la prigionia.
Gli alpini a Nicolaevka, quando sono stati circondati non si sono arresi. Hanno scelto di combattere, di attaccare e molti sono tornati. Questa è la differenza. Questa è la lezione. Nikolavka ha mostrato cosa può fare l’uomo quando non ha più nulla da perdere se non l’onore, quando la scelta è tra morire passivamente o morire combattendo.
E gli alpini hanno scelto, hanno scelto di morire in piedi. Oggi Valle di Susa, Piemonte, inverno. Un vecchio cammina con un bastone lungo un sentiero innevato. Ha 93 anni. È un alpino. È uno dei pochissimi superstiti di Nikolaevka ancora vivi. Cammina lentamente, ogni passo è fatica, ma vuole arrivare lì, al monumento ai caduti del suo paese.
È una stele di pietra grigia. Ci sono incisi i nomi, decine di nomi, giovani del paese che sono morti in guerra, molti in Russia. Il vecchio si ferma davanti alla stele, legge i nomi, alcuni sono suoi compagni, ragazzi con cui è cresciuto, con cui ha giocato da bambino, con cui è partito per la Russia, che non sono tornati, tocca la pietra fredda, le dita tremano, non per il freddo, per l’emozione, chiude gli occhi e per un attimo non è più qui. È di nuovo lì a Nicolaevka.
sente la neve, sente il freddo, sente le urla, vede i compagni che cadono, vede l’assalto, vede tutto e sussurra: “Sono ancora qui, non vi ho dimenticati, non vi dimenticherò mai.” Apre gli occhi, guarda le montagne intorno, la neve sulle cime, il cielo azzurro, è a casa, è vivo, ha avuto una vita, ha avuto figli, nipoti, ha vissuto 80 anni dopo Nicolaevka, ma loro no.
Loro sono rimasti lì 23 anni, 25, 30 anni, ragazzi congelati nella steppa russa e ogni anno, il 26 gennaio nelle caserme alpine suonano le trombe. Per Nicolaevka, per quelli che non sono tornati e per quelli che sono tornati, ma hanno lasciato un pezzo di anima nella neve russa, di vedetta, sulla steppa infinita per sempre. Nikola.
Un nome, un villaggio, una battaglia, un simbolo di coraggio, di sacrificio, di testardaggine umana contro l’impossibile. Gli alpini non avevano carri armati, non avevano aerei, non avevano niente, solo le baionette. E l’hanno fatto. Sono passati a un prezzo terribile, ma sono passati. E finché ci sarà un alpino vivo, finché ci sarà qualcuno che ricorda, Nikolaevka non morirà.
resterà come un faro nella memoria, come un promemoria di cosa può fare l’uomo quando decide che c’è qualcosa più importante della vita stessa. L’onore, la fratellanza, il dovere verso i compagni, verso quelli che camminano accanto a te nella neve, verso quelli che non puoi abbandonare, anche se significa morire con loro. Questa è Nikolaevka.
Questa è la tridentina. Questo è l’alpino per sempre.
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