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NIKOLAJEWKA: L’ULTIMO ASSALTO ALLA BAIONETTA NELLA NEVE

Nessuno li aiuta, nessuno si ferma. Il carro passa sopra il corpo dell’animale e continua. Pietro guarda davanti a sé, vede ombre, migliaia di ombre che si muovono nella bufera, soldati che camminano, feriti che si trascinano appoggiati a bastoni improvvisati, sbandati di reparti dispersi, ungheresi, romeni, italiani mescolati insieme, uniti solo dalla disperazione e dal freddo.

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Ci sono muli carichi di feriti che non possono più camminare, slitte improvvisate fatte con tavole di legno strappate dalle isbe abbandonate. E ci sono i morti, cadaveri congelati ai lati della pista, coperti dalla neve fresca, che tra qualche ora saranno solo cumuli bianchi indistinguibili dal paesaggio. Questa colonna è lunga chilometri, decine di chilometri.

È quello che resta della ottava armata italiana in Russia, o meglio, è quello che resta di un sogno imperiale trasformato in incubo. Sono 40.000 uomini, 40.000 italiani che 3 mesi fa erano schierati sul Don, che dovevano tenere una linea di 300 km, che dovevano proteggere il fianco delle truppe tedesche mentre avanza verso Stalingrado.

Ma Stalingrado è caduta. I tedeschi sono stati accerchiati e i russi, l’armata rossa con le sue masse infinite di uomini e di carri armati, hanno contrattaccato. Hanno spezzato il fronte italiano, come si spezza un ramo secco. Hanno travolto divisioni intere e ora i sopravvissuti fuggono. Ma non è una ritirata.

Le ritirate sono operazioni militari pianificate, con retroguardie che coprono, con linee di ripiegamento. Questa è una rotta, è un’agonia collettiva, è una processione di morti viventi che camminano nella neve perché non sanno cosa altro fare. Pietro non sa esattamente dove si trova. Qualcuno ha detto che sono 100 km dietro le linee sovietiche, altri dicono 150.

Non importa. Quello che importa è che sono circondati. I russi li stanno stringendo come un cappio. Li inseguono con i loro T34, con la cavalleria cosacca, con i reparti sciatori siberiani che si muovono nella neve come fantasmi. Ogni giorno, ogni notte, ci sono attacchi, raffiche di mitragliatrice che arrivano dal nulla, esplosioni di mortai e poi di nuovo il silenzio e la colonna che si rimette in marcia, lasciando dietro di sé altri morti.

Gli ufficiali dicono che c’è un passaggio, un unico corridoio verso ovest, verso le linee tedesche, ancora intatte, verso la salvezza. Bisogna raggiungerlo prima che si chiuda. Bisogna arrivarci prima che i russi lo blocchino completamente. E quel passaggio ha un nome, si chiama Nikolaevka. Nikolavka è un villaggio, un pugno di isbe di legno, granai, una stazione ferroviaria.

Prima della guerra nessuno in Italia aveva mai sentito quel nome. Adesso quel nome è l’unica parola che ha significato Nicolaevka. La ripetono come una preghiera, come un mantra. Dobbiamo arrivare a Nicolaevka. Quanto manca a Nicolaevka? Se arriviamo a Nicolaevka siamo salvi. Ma nessuno dice la verità, nessuno dice quello che tutti sanno. Nikolayevka è occupata.

Ci sono i russi, non pochi, non una retroguardia. Ci sono tre divisioni dell’armata rossa: carri armati, artiglieria pesante, bunker, postazioni fortificate. Hanno avuto giorni per prepararsi. Sanno che gli italiani stanno arrivando e stanno aspettando. 40.000 italiani sfiniti, congelati, affamati, con le armi che si inceppano per il gelo, devono passare attraverso una fortezza difesa da truppe fresche, ben armate, ben rifornite.

È matematicamente impossibile. È un suicidio. Pietro lo sa, tutti lo sanno. Ma cosa possono fare se non passano a Nikolaevka? Moriranno comunque. Moriranno di freddo nella steppa. moriranno sotto il fuoco russo, moriranno di fame perché il cibo è finito tre giorni fa, non c’è scelta, c’è solo Nikolaevka. O passi o muori.

Nelle ore che precedono l’alba, la colonna rallenta, si ferma, gli ordini vengono passati di bocca in bocca. Formare i reparti, raggruppare le unità, preparare le armi. Gli alpini della tridentina, quelli che possono ancora camminare, quelli che hanno ancora un fucile, si radunano, si guardano tra loro nel buio.

Volti neri di sporcizia e di barbe ghiacciate, occhi incavati, corpi ridotti a scheletri, ma sono ancora alpini, sono ancora soldati. Il generale Luigi Reverberi, comandante del corpo d’armata alpino, osserva i suoi uomini. Ha 55 anni. È un ufficiale della vecchia scuola cresciuto nelle trincee della Grande Guerra.

Ha visto Caporetto, ha visto il Piave, ma non ha mai visto niente del genere. Ha condotto il suo corpo d’armata attraverso l’inferno. Ha visto morire metà dei suoi uomini e adesso deve dare un ordine. Un ordine che sa essere folle, ma un ordine necessario. Guarda la mappa, guarda il villaggio di Nikolaevka segnato con una croce rossa.

guarda i suoi ufficiali e dice con voce calma: “Alle 6:00 attaccheremo alla baionetta. Nessuno parla, qualcuno abbassa lo sguardo. Attaccare alla baionetta nel 1943 contro carri armati nella neve a meno 40°, ma non c’è alternativa. Tra due ore la tridentina darà l’assalto e Nikolaevka diventerà un nome che l’Italia non dimenticherà mai.

Estate 1941, Roma, Palazzo Venezia. Benito Mussolini è seduto alla sua scrivania massiccia. Davanti a lui una mappa dell’Europa. Hitler ha appena lanciato l’operazione Barbarossa, l’invasione dell’Unione Sovietica. Milioni di soldati tedeschi stanno marciando verso est. Le divisioni Panzer avanzano di 100 km al giorno.

Mosca sembra portata di mano e l’Italia? L’Italia deve esserci. Deve dimostrare di essere una grande potenza. Deve dimostrare a Hitler che gli italiani non sono solo gli alleati deboli che hanno fallito in Grecia e in Africa. Mussolini prende la decisione, manderà truppe in Russia, non truppe qualsiasi.

Manderà il meglio, manderà gli alpini. Le divisioni alpine sono l’orgoglio dell’esercito italiano, la Iulia, la Tridentina, la cuneense, uomini delle montagne, valligiani del Trentino, del Veneto, del Piemonte, gente abituata a camminare in salita con zaini da 30 kg, a dormire nella neve, a combattere sulle creste delle Alpi.

Sono soldati duri, addestrati per la guerra in quota, per il freddo, per la fatica. Se qualcuno può sopravvivere in Russia sono loro. Luglio 1942. I treni partono dall’Italia diretti a est. Migliaia di alpini vengono caricati su vagoni merci. Attraversano l’Austria, la Polonia, l’Ucraina. È estate. Fa caldo.

Un caldo opprimente, umido, che li fa sudare sotto le uniformi. I vagoni sono forni. Gli uomini si sporgono dai finestrini per cercare una boccata d’aria. Guardano fuori e vedono un paesaggio che non hanno mai immaginato. Non ci sono montagne, non ci sono colline, solo pianura. Pianura infinita, piatta come il mare che si estende fino all’orizzonte senza interruzione.

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