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La Silenziosa Fabbrica Carnielli: Come Svanì l’Impero Italiano delle Biciclette

Teoro lo vede, fiuta qualcosa e fa un gesto che cambierà la sua vita e quella della città. gli regala una bicicletta da corsa, non un prestito, un regalo, e lo segnala all’Unione Sportiva di Pordenone. È una scommessa fatta con le mani sporche di grasso su un ragazzo che non ha niente se non la resistenza di chi è cresciuto portando pietre e la scommessa vince.

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Nel 1923 Bottecchia arriva quinto al Giro d’Italia, primo tra gli isolati, i corridori senza squadra. Entra nell’automoto Hatchinson del grande Henry Pelissier e nel 1924 vince il Tour de France indossando la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa. Lo rifà nel 1925. Due tour consecutivi, un muratore friulano sul tetto del mondo.

Nel 1926 Teodoro chiude l’affare della sua vita. convince Bottecchia a mettere il suo nome su una bicicletta. In cambio di royalti nasce il marchio Bottecchia, il colpo di marketing più precoce e geniale del ciclismo industriale italiano. La piccola Officina di Serravalle diventa un nome, non ancora una fabbrica, ci vorrà tempo, ma un nome che porta dentro la gloria del Tour de France.

Bottecchia muore l’anno dopo, il 14 giugno 1927. Le circostanze non saranno mai chiarite. Incidente stradale, agguato fascista, vendetta legata al recet delle scommesse. Tre ipotesi, nessuna certezza. Ma il marchio è già vivo e quel marchio sopravviverà al corridore di quasi un secolo. Quando la Grande Guerra aveva portato il fronte alle porte di Vittorio Veneto, dopo Caporetto, nell’ottobre del 1917, Teodoro era stato trasferito come profugo a Roma e a Milano.

Aveva perso la bottega, perso i mesi, perso il ritmo. era tornato dopo la battaglia decisiva dell’ottobre- novembre 1918, quella che avrebbe dato alla città il suo nome definitivo e aveva ricominciato. Questa capacità di ricominciare dopo la distruzione è la cifra di Teodoro e sarà la cifra della sua azienda per mezzo secolo.

Tra gli anni 30 e 40 dalla fabbrica escono biciclette bottecchia da passeggio, da corsa, da bambini e moto a marchio trionfo e vittoria. Circa 100 dipendenti. Non è ancora l’impero, è il seme. Capitolo 2. La forma dell’utile. A guerra finita, Teodoro affianca i figli Guido e Mario Carnielli. È il passaggio generazionale che in centinaia di imprese italiane segnerà il salto o il fallimento.

Per i Carnielli per ora è un salto. L’Italia degli anni 50 si rimette in moto con una ferocia costruttiva che il mondo non ha mai visto. Le fabbriche sorgono ovunque. Nel triangolo industriale, lungo le strade che collegano il Veneto alla pianura padana, nei borghi dove fino a ieri c’erano solo campi e botteghe.

Carnielli costruisce ciclomotori con motori NSU da 48 cm³, moto leggere da 75 98 125. Costruisce motocarri, costruisce lo scooter Vittoria 65 cm³. Cambio a tre marce, telaio in lamiera stampata, 68 km/h di velocità massima. Un esemplare perfettamente conservato si trova ancora oggi al Museo Nicolis di Villafranca di Verona, lucido come se fosse uscito ieri dallo stabilimento.

Ma il colpo che cambia tutto non è un motore, è un telaio fermo. Nel 1951 Guido Carnielli resta bloccato in casa per un infortunio. Non può camminare, non può andare in officina e allora fa una cosa che sembra banale e che invece è geniale. va a adattare un telaio di bicicletta per pedalare da fermo, non per allenarsi come un corridore, per muoversi senza muoversi, per fare esercizio dentro le mura di casa.

Il prodotto viene brevettato e registrato con il nome Siclet. Diventa il primo attrezzo per Home Fitness prodotto industrialmente in Italia. La parola stessa siclet entrerà nel vocabolario italiano come nome comune, al punto che pochi sanno che è un marchio registrato, come scotch per il nastro adesivo, come biro per la penna a sfera.

Quando il nome del tuo prodotto diventa la parola con cui tutti chiamano quella cosa, hai vinto una battaglia che nessuna campagna pubblicitaria può comprare. La fabbrica cresce, si sposta nella grande sede di via Dante Alighieri, lungo il meschio, su un terreno che era già cartiera dal 700 della famiglia Rizzardi Galvani dal 1635.

I muri portano strati di storia industriale come anelli di un tronco, carta, lana, ferro e adesso biciclette. Teodoro e i suoi figli hanno ereditato un luogo che sa già cosa significa produrre. Negli anni 50 l’azienda sperimenta l’ideologia del design, la forma dell’utile. Così dirà il corporate Carnielli, con una formula che suona pretenziosa ma che coglie qualcosa di vero.

I Carnielli non costruiscono solo oggetti che funzionano, costruiscono oggetti che hanno una forma, un’identità, un modo di presentarsi al mondo. La siclet non è un attrezzo medico, è un mobile da salotto. Lo scooter Vittoria non è un mezzo di trasporto povero, è una promessa di velocità accessibile, disegnata per piacere.

Questo senso della forma è la premessa di tutto quello che verrà dopo, perché nel 1964, lo stesso anno della Nutella, lo stesso anno dell’inaugurazione dell’autostrada del sole, dai tavoli dell’ufficio tecnico Carnielli esce un oggetto che cambierà la storia dell’azienda e si incastonerà nel DNA del Made in Italy. Capitolo 3. La donna che si piega.

L’intuizione è di Guido Carnielli. L’Italia del boom economico compra automobili, la 600, la 500, le utilitarie che riempiono le strade nuove dell’autostrada del sole. E chi ha un’automobile va al mare, va in vacanza, va nelle località della Versilia e della Riviera. Ma una volta arrivato, come si muove? Serviva una bicicletta che entrasse nel bagagliaio, una bicicletta che si piegasse come un ombrello e si riaprisse come una promessa di libertà.

Il progetto è affidato a Rinaldo Donzelli, designer di Mariano Comense in provincia di Como, che lavora con l’ufficio tecnico della fabbrica. Donzelli disegna una bicicletta senza canna orizzontale con uno snodo centrale che permette di piegarla su se stessa, ruote da 16 pollici, sella e manubrio smontabili.

Da piegata occupa 75* 60* 30 cm le dimensioni di una valigia grande per 16 kg di peso. Telaio in acciaio robusto, niente fronzoli. Un oggetto pensato per funzionare e per entrare dove nessuna bicicletta era mai entrata, nel portabagli di una Fiat 600. Il nome lo racconta Lucio Pianca, ex dipendente presente alla nascita del modello in una testimonianza pubblica al Teatro da Ponte di Vittorio Veneto nel maggio 2024.

Venne chiamata Graziella perché voleva ricordare il settimanale Grazia. Il font del logo riprendeva la testata della rivista Mondadori, fondata nel 1938. Non era un caso. I lettori di Grazia potevano acquistare la graziella a 36.000 lire invece delle 42.000 del listino, un’operazione di comarketing prima ancora che la parola esistesse.

Io la comprai subito, ricorda Bianca, e con la graziella andavo a prendere l’amorosa e tutti ridevano. Per chi non poteva permettersi le 42.000 lire, l’azienda aveva preparato un modello più economico, l’Anna Bella. Anche quel nome veniva da una rivista. I Carnielli avevano capito che una bicicletta non si vendeva solo come mezzo di trasporto, si vendeva come stile di vita, come appartenenza, come oggetto che dice qualcosa di te.

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