Teoro lo vede, fiuta qualcosa e fa un gesto che cambierà la sua vita e quella della città. gli regala una bicicletta da corsa, non un prestito, un regalo, e lo segnala all’Unione Sportiva di Pordenone. È una scommessa fatta con le mani sporche di grasso su un ragazzo che non ha niente se non la resistenza di chi è cresciuto portando pietre e la scommessa vince.
Nel 1923 Bottecchia arriva quinto al Giro d’Italia, primo tra gli isolati, i corridori senza squadra. Entra nell’automoto Hatchinson del grande Henry Pelissier e nel 1924 vince il Tour de France indossando la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa. Lo rifà nel 1925. Due tour consecutivi, un muratore friulano sul tetto del mondo.
Nel 1926 Teodoro chiude l’affare della sua vita. convince Bottecchia a mettere il suo nome su una bicicletta. In cambio di royalti nasce il marchio Bottecchia, il colpo di marketing più precoce e geniale del ciclismo industriale italiano. La piccola Officina di Serravalle diventa un nome, non ancora una fabbrica, ci vorrà tempo, ma un nome che porta dentro la gloria del Tour de France.
Bottecchia muore l’anno dopo, il 14 giugno 1927. Le circostanze non saranno mai chiarite. Incidente stradale, agguato fascista, vendetta legata al recet delle scommesse. Tre ipotesi, nessuna certezza. Ma il marchio è già vivo e quel marchio sopravviverà al corridore di quasi un secolo. Quando la Grande Guerra aveva portato il fronte alle porte di Vittorio Veneto, dopo Caporetto, nell’ottobre del 1917, Teodoro era stato trasferito come profugo a Roma e a Milano.
Aveva perso la bottega, perso i mesi, perso il ritmo. era tornato dopo la battaglia decisiva dell’ottobre- novembre 1918, quella che avrebbe dato alla città il suo nome definitivo e aveva ricominciato. Questa capacità di ricominciare dopo la distruzione è la cifra di Teodoro e sarà la cifra della sua azienda per mezzo secolo.
Tra gli anni 30 e 40 dalla fabbrica escono biciclette bottecchia da passeggio, da corsa, da bambini e moto a marchio trionfo e vittoria. Circa 100 dipendenti. Non è ancora l’impero, è il seme. Capitolo 2. La forma dell’utile. A guerra finita, Teodoro affianca i figli Guido e Mario Carnielli. È il passaggio generazionale che in centinaia di imprese italiane segnerà il salto o il fallimento.
Per i Carnielli per ora è un salto. L’Italia degli anni 50 si rimette in moto con una ferocia costruttiva che il mondo non ha mai visto. Le fabbriche sorgono ovunque. Nel triangolo industriale, lungo le strade che collegano il Veneto alla pianura padana, nei borghi dove fino a ieri c’erano solo campi e botteghe.
Carnielli costruisce ciclomotori con motori NSU da 48 cm³, moto leggere da 75 98 125. Costruisce motocarri, costruisce lo scooter Vittoria 65 cm³. Cambio a tre marce, telaio in lamiera stampata, 68 km/h di velocità massima. Un esemplare perfettamente conservato si trova ancora oggi al Museo Nicolis di Villafranca di Verona, lucido come se fosse uscito ieri dallo stabilimento.
Ma il colpo che cambia tutto non è un motore, è un telaio fermo. Nel 1951 Guido Carnielli resta bloccato in casa per un infortunio. Non può camminare, non può andare in officina e allora fa una cosa che sembra banale e che invece è geniale. va a adattare un telaio di bicicletta per pedalare da fermo, non per allenarsi come un corridore, per muoversi senza muoversi, per fare esercizio dentro le mura di casa.
Il prodotto viene brevettato e registrato con il nome Siclet. Diventa il primo attrezzo per Home Fitness prodotto industrialmente in Italia. La parola stessa siclet entrerà nel vocabolario italiano come nome comune, al punto che pochi sanno che è un marchio registrato, come scotch per il nastro adesivo, come biro per la penna a sfera.
Quando il nome del tuo prodotto diventa la parola con cui tutti chiamano quella cosa, hai vinto una battaglia che nessuna campagna pubblicitaria può comprare. La fabbrica cresce, si sposta nella grande sede di via Dante Alighieri, lungo il meschio, su un terreno che era già cartiera dal 700 della famiglia Rizzardi Galvani dal 1635.
I muri portano strati di storia industriale come anelli di un tronco, carta, lana, ferro e adesso biciclette. Teodoro e i suoi figli hanno ereditato un luogo che sa già cosa significa produrre. Negli anni 50 l’azienda sperimenta l’ideologia del design, la forma dell’utile. Così dirà il corporate Carnielli, con una formula che suona pretenziosa ma che coglie qualcosa di vero.
I Carnielli non costruiscono solo oggetti che funzionano, costruiscono oggetti che hanno una forma, un’identità, un modo di presentarsi al mondo. La siclet non è un attrezzo medico, è un mobile da salotto. Lo scooter Vittoria non è un mezzo di trasporto povero, è una promessa di velocità accessibile, disegnata per piacere.
Questo senso della forma è la premessa di tutto quello che verrà dopo, perché nel 1964, lo stesso anno della Nutella, lo stesso anno dell’inaugurazione dell’autostrada del sole, dai tavoli dell’ufficio tecnico Carnielli esce un oggetto che cambierà la storia dell’azienda e si incastonerà nel DNA del Made in Italy. Capitolo 3. La donna che si piega.
L’intuizione è di Guido Carnielli. L’Italia del boom economico compra automobili, la 600, la 500, le utilitarie che riempiono le strade nuove dell’autostrada del sole. E chi ha un’automobile va al mare, va in vacanza, va nelle località della Versilia e della Riviera. Ma una volta arrivato, come si muove? Serviva una bicicletta che entrasse nel bagagliaio, una bicicletta che si piegasse come un ombrello e si riaprisse come una promessa di libertà.
Il progetto è affidato a Rinaldo Donzelli, designer di Mariano Comense in provincia di Como, che lavora con l’ufficio tecnico della fabbrica. Donzelli disegna una bicicletta senza canna orizzontale con uno snodo centrale che permette di piegarla su se stessa, ruote da 16 pollici, sella e manubrio smontabili.
Da piegata occupa 75* 60* 30 cm le dimensioni di una valigia grande per 16 kg di peso. Telaio in acciaio robusto, niente fronzoli. Un oggetto pensato per funzionare e per entrare dove nessuna bicicletta era mai entrata, nel portabagli di una Fiat 600. Il nome lo racconta Lucio Pianca, ex dipendente presente alla nascita del modello in una testimonianza pubblica al Teatro da Ponte di Vittorio Veneto nel maggio 2024.
Venne chiamata Graziella perché voleva ricordare il settimanale Grazia. Il font del logo riprendeva la testata della rivista Mondadori, fondata nel 1938. Non era un caso. I lettori di Grazia potevano acquistare la graziella a 36.000 lire invece delle 42.000 del listino, un’operazione di comarketing prima ancora che la parola esistesse.
Io la comprai subito, ricorda Bianca, e con la graziella andavo a prendere l’amorosa e tutti ridevano. Per chi non poteva permettersi le 42.000 lire, l’azienda aveva preparato un modello più economico, l’Anna Bella. Anche quel nome veniva da una rivista. I Carnielli avevano capito che una bicicletta non si vendeva solo come mezzo di trasporto, si vendeva come stile di vita, come appartenenza, come oggetto che dice qualcosa di te.
Poi arrivò la foto che trasformò tutto. Brigitte Bardau, la donna più fotografata di Francia, icona della dolce vita, venne ripresa con una graziella per le strade di Parigi. Non è documentato che fosse un endorsement pagato. La ricostruzione più probabile è che Carnielli capitalizzò un’immagine paparazzata, ma poco importa la genesi.
Nacque lo slogan, la Rolls-Royce di Brigitte Bardeau. E la piccola pieghevole di Vittorio Veneto diventò un oggetto del desiderio internazionale. Salvador da lì fu fotografato con la graziella nelle stesse strade. Tre Beatles su quattro vennero ritratti con una negli anni 60. Carnielli non si fermò all’immagine.
Gli acquirenti di alcuni modelli ricevevano in omaggio un 45 giri fonit cetra. Io vado sul fiore, vieni anche tu. per il modello Graziella Flor, un disco in regalo con una bicicletta, marketing totale, anticipo di decenni su quello che oggi si chiamerebbe brand experience. E chi comprava la graziella riceveva anche un dettaglio che dice tutto sulla cura del prodotto, un tubetto di vernice con pennellino integrato nel tappo per i ritocchi del portapacchi, il pezzo più esposto ai graffi.
L’azienda sapeva che i clienti avrebbero graffiato il portapacchi e invece di ignorarlo forniva la soluzione nella scatola. I colori della prima serie erano due: Bianco Panna, che nelle riedizioni sarà ribattezzato Bianco Brigitte e Blu oltremare, blu salvadore. Due colori, due icone, un mondo intero. Sulle spiagge della Versilia, Forte dei Marmi, Viareggio, Marina di Pietraanta, la Graziella diventò la compagna di vacanze di un’intera generazione.
La critica del design la inserisce nello stesso Pantheon della Vespa della lambretta. e della macchina da cucire Mirella, oggetti che incarnano quella che viene chiamata la Italian Line, la capacità italiana di trasformare la funzione in bellezza e la bellezza in desiderio. Nel 1968 arriva la moto Graziella, versione motorizzata con motore Sax 502 da 50 cm³, ruote da 8 pollici, lunga appena 1,10 cm.
Un ciclomotore pieghevole distribuito in Germania dalla Gold Rad di Colonia, disponibile a 25 o 40 km/h. Dal 1971 con sospensione posteriore e tre colori: azzurro, rosso, verde su telaio sempre bianco. Resterà in produzione fino al 1979 quando la Sax dismetterà il motore. 11 anni di vita per un oggetto che oggi i collezionisti si contendono.
Il restyling del 1971 portò la graziella a ruote da 20 pollici, portapacchi in tinta integrato che fungeva anche da telaio con i forcellini saldati direttamente su di esso. Un dettaglio inconfondibile. Campanello cromato con la G sbalzo, fanale incorporato e blocca stterzo. Tutto questo per differenziarsi dai cloni che inseguivano il successo della Trevigiana.
Bianchi, Legnano, Atala, Olmo con Londina, Aurelia, Chiorda, Rondine, Dino. Tutti a copiare, nessuno a raggiungere l’originale. Capitolo 4. La vagonata e il tetto di vetro. Al suo apice la Carnielli di Vittorio Veneto è un mondo. 295 dipendenti diretti nello stabilimento di via Dante e quella cifra non è casuale. Lucio Pianca lo ha spiegato con la franchezza di chi c’era.
L’azienda non superò mai i 300 dipendenti per non passare di categoria fiscale. 295 era il numero scelto, il tetto deliberato di un’impresa familiare che preferiva restare sotto il radar della burocrazia piuttosto che crescere oltre una soglia invisibile. A San Giacomo di Veglia, nella zona industriale, un secondo stabilimento impiegava circa 150 persone.
Per la maggior parte donne, ricorda Gianantonio da Ré, ex sindaco ed europarlamentare, che nel 1973 lavorò nel reparto Siclet. Da re è una fonte preziosa, un uomo che conosce la fabbrica dall’interno e la politica dall’esterno e che ha detto una frase che vale più di qualunque bilancio. Dalla fabbrica della Carnielli usciva una vagonata di bici al giorno.
Una vagonata, non una metafora, una misura fisica. I vagoni ferroviari che partivano carichi di Bottecchia e Graziella verso la Francia, la Germania, il Sud America, la Danimarca, dove le Graziella arrivavano con un cambio a manubrio adattate al gusto locale. A Foggia il dottor Guglielmo Maulucci ha raccolto oltre 100 esemplari di sola Carnielli, incluso un rarissimo Graziella Rickshow, due bici unite da sbarre con Sellino Unico e Tendalino.
Un oggetto che probabilmente non ha visto la produzione di serie, ma che testimonia l’inventiva che circolava dentro quei muri. A San Giacomo le donne assemblavano i pezzi prodotti nei laboratori esterni dell’indotto, un primo modello distrettualizzato prima che i manuali di economia lo teorizzassero. La fabbrica al centro, i fornitori attorno, il territorio che respira al ritmo della produzione.
Intanto il marchio Bottecchia continuava a vincere. La Milano- Sanremo del 1951, il Giro d’Italia del 1957, del 1966, del 1979 con Saronni, il mondiale del 1966 con Altig e nel 1989 Greg Lemond vinse il Tour de France su una bottecchia, l’americano che chiuse il cerchio aperto da Ottavio 65 anni prima. Per la marca trevigiana, secondo da re, la Carnielli era un’avventura pari nell’immaginario collettivo a quella della Fiat. Non un paragone di scala.
La Fiat aveva centinaia di migliaia di dipendenti, un paragone di significato, quello che la Fiat era per Torino, la Carnielli era per Vittorio Veneto, il punto di riferimento, il nome che definiva un luogo. Negli anni 80 Teodoro Carnielli viene insignito dal presidente della Repubblica del titolo di cavaliere al merito.
è dirigente del Vittorio Veneto Calcio in Serie C, membro dell’Accademia della Cucina, un patriarca nel senso pieno della parola, riconosciuto dalla sua città e dal suo paese. Ma quel tetto di 295 dipendenti, quella scelta di non crescere oltre, di restare piccoli per restare invisibili, era anche un limite. Una fabbrica che si impone di non superare una soglia è una fabbrica che ha deciso, senza dirlo, che il futuro sarà uguale al presente.
E nel nordest italiano degli anni 80, dove il modello della piccola e media impresa stava per essere travolto dalla globalizzazione, un presente che si ripete non era una garanzia, era una bomba a orologeria. Il meschio continuava a scorrere lungo i muri dello stabilimento. Le graziella continuavano a uscire una vagonata al giorno e nessuno dentro quei cancelli poteva sentire il rumore di quello che stava arrivando dalle montagne della California. Capitolo 5.
La mountain bike e il divorzio. La Graziella era nata per entrare nel bagagliaio di una 600. Era figlia di un’Italia che andava al mare in automobile e voleva pedalare una volta arrivata, ma l’Italia cambiava e la Graziella no. Dalle montagne della California, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, era arrivata una rivoluzione su due ruote che non assomigliava a niente di quello che l’industria ciclistica italiana sapeva fare.
La mountain bike, robusta, con le ruote larghe, il cambio a 21 rapporti, pensata per lo sterrato e per la fatica, conquistò l’Europa in meno di un decennio. Non era un oggetto da spiaggia, non si piegava, non entrava in un bagagliaio, ma era la bicicletta che i giovani volevano e contro quel desiderio la graziella con le sue ruote da 20 pollici e il suo fascino da dolce vita non aveva armi.
L’industria italiana fu colta impreparata. Col nago, pinarello, bianchi, i grandi nomi della corsa, reagirono tardi e male. La mountain bike richiedeva competenze diverse: sospensioni, leghe leggere, geometrie nuove. L’Italia sapeva fare bici da corsa come nessun altro al mondo, ma il mondo non voleva più soltanto bici da corsa.
Carnielli, troppo legata ai suoi archetipi, la corsa con Bottecchia, il lifestyle con la Graziella, non riuscì a trovare una posizione nel nuovo mercato, non per mancanza di talento, per eccesso di identità. Quando sei la fabbrica della Graziella. Reinventarti come fabbrica della mountain bike è un tradimento prima ancora che una strategia.
I numeri europei raccontano il resto. Tra il 2000 e il 2013 la produzione di biciclette nell’Unione Europea scese da 14 milioni e mezzo a 11.300.000 pezzi. L’offshoring verso la Cina e Taiwan mangiava quote ogni anno, ma per la graziella il nemico principale non era la Cina, era il cambio di gusto. La pieghevole che aveva definito un’epoca era diventata un oggetto di nostalgia prima ancora di diventare un oggetto da collezionisti.
A metà degli anni 90, nel 1997, secondo il necrologio di Teodoro, pubblicato sulla tribuna di Treviso nel 2007, nel 1999, secondo altre fonti, arrivò la frattura che spezzò la storia della Carnielli in due storie separate che non si sarebbero più riunite. I marchi Bottecchia e Carnielli divorziarono. Bottecchia Cicli venne rilevata da imprenditori padovani che la trasferirono prima a Piove di Sacco, poi a Cavarzere in provincia di Venezia.
Si specializzò nelle bici da corsa. Tornando alle radici di Ottavio. Nel 2006 oltre 50.000 bottechia vendute in Europa, sponsor tecnico di acqua in sapone al giro, poi di Androni Siderme, il marchio del corridore friulano sopravvisse, ma lontano da Vittorio Veneto, lontano dal Meschio, lontano dai muri che lo avevano visto nascere.
Carnielli Fitness rimase nella città che portava il nome della vittoria, ma non era più la stessa azienda. Nel 1997 Marco Giunta, amministratore delegato di Cisalfa Sport e Maurizio Moretto, imprenditore padovano a capo di progetto ciclismo, una società di intermediazione Asia-Italia con oltre 15 milioni di euro di fatturato, parteciparono alla ristrutturazione.
Il 15 settembre 2005 la Moretto srl acquisì da Cisalfa l’ultima quota residua. Moretto avrebbe guidato la nuova Carnielli per oltre 16 anni. Nello stesso periodo un altro pezzo della storia cambiò mani. La Cerfim della famiglia Cervellin con Ivan Cervellin come direttore generale acquisì la società immobiliare del meschio del gruppo Carnielli, vale a dire il sito storico di via Dante, la fabbrica sul fiume, i muri che avevano visto nascere la Graziella.
La produzione era già stata spostata nella zona industriale di San Giacomo di Veglia in via Menarè 296. Lo stabilimento di via Dante era diventato un immobile e gli immobili, nelle mani sbagliate diventano speculazione. La Carnielli, che aveva prodotto biciclette per quasi un secolo, era ora divisa in tre pezzi: un marchio ciclistico a Cavarzere, un’azienda fitness a San Giacomo e un edificio storico nelle mani di una società immobiliare.
Tre destini separati, tre traiettorie verso il basso. Capitolo 6. La giungla e i cancelli chiusi. Maurizio Moretto ci provò. Per 16 anni guidò la Carnielli Fitness producendo se clet, tapis roulan, step e biciclette nello stabilimento di San Giacomo di Veglia. Ma il mondo del fitness stava cambiando con una velocità che un’azienda di Vittorio Veneto non poteva inseguire.
Nel 2008 arrivò la crisi finanziaria globale e con la crisi, come sempre accade, arrivarono i predatori. Moretto lo raccontò con una precisione amara in un’intervista alla tribuna di Treviso del 9 febbraio 2014 firmata da Francesco Dalmass, un’intervista che è la deposizione di un uomo che sa di aver perso. Il nostro mercato, quello delle attrezzature per il benessere, è letteralmente esploso e si è trasformato in una giungla.
Specie con la crisi, a partire proprio dal 2008. Sono arrivati in Italia gruppi stranieri che ci hanno strangolato. Nessuno ci ha protetto, altro che dazzi o altre misure di tutela. Se n’è parlato tanto, ma avvanvera. Nessuno ci ha protetto. Quattro parole che riassumono mezzo secolo di politica industriale italiana vista dal basso, da chi produce, da chi ha le mani sui macchinari e non sui decreti.
Moretto non accusava un governo specifico, accusava un sistema che parlava di tutela e praticava l’abbandono. Intanto, sul fronte immobiliare il disastro era già compiuto. Nel luglio 2012 il tribunale di Treviso, giudice Bruno Casciarri dichiarò fallita la cerfim dei Cervellin. 448 creditori, banche, imprese, privati, ex dipendenti e il Comune di Vittorio Veneto per €800.000.
Il passivo dichiarato superava i 26 milioni di euro, ma la stima realistica circolata sulla stampa locale arrivava a 50. Il curatore fallimentare Gianni Dall’Agata di Conegliano si trovò a gestire un patrimonio immobiliare che includeva l’ex Carnielli di via Dante, il centro commerciale sportivo Victoria Sport, mai veramente decollato, Palazzo Libertà, decine di appartamenti, un impero di carta costruito attorno a muri che valevano sempre meno.
L’ex fabbrica della graziella, che avrebbe dovuto essere il gioiello del portfolio Cerfim, era diventata una voragine, inquinamento da cromo esavalente nel sottosuolo, residuo dei processi di cromatura dei telai e delle parti metalliche e amianto sulle coperture. Una perizia ufficiale del 2014 avrebbe imposto la rimozione dei tetti in Eternitro 12 mesi.
Restò lettera morta. A fine la produzione alla Carnielli Fitness di San Giacomo si fermò. Siclet, tapis roulo, step, biciclette, tutto fermo. 15 dipendenti rimasti, in maggioranza donne, alcune a pochi anni dalla pensione. Il 14 febbraio 2013, San Valentino, il giorno degli innamorati. E c’è qualcosa di crudele in questa coincidenza.
chiusero i cancelli dello stabilimento. Per un anno intero i 15 lavoratori aspettarono. Aspettarono che qualcuno comprasse, che qualcuno riaprisse, che qualcuno facesse qualcosa. La cassa integrazione scorreva, le settimane passavano, le promesse si accumulavano come la polvere sui macchinari fermi.
L’11 gennaio 2014 la Fiom Gil aprì formale vertenza. Paolo Pagotto, segretario provinciale, usò una parola che pesava più di qualunque termine legale: tradimento. Un anno di aspettative finite con un tradimento. Le rappresentanti operaie Mariaangela Smilordo e Valeria Serena dissero quello che nessun comunicato aziendale avrebbe mai contenuto.
Non solo abbiamo perso il lavoro, non solo sono finiti gli ammortizzatori sociali senza riuscire a rioccuparci a causa della crisi, dell’età, della troppa professionalità, ci siamo sentite dire anche questo, ma abbiamo buttato via un anno. La troppa professionalità, troppo brave per essere riassunte, troppo esperte per un mercato del lavoro che voleva braccia giovani e flessibili, non mani che sapevano montare una sicletta a occhi chiusi.
Di 15 lavoratori, solo due, trovarono un’occupazione precaria con contratti a progetto. Il resto rimase fuori. Tra il 7 e il 9 febbraio 2014 i lavoratori fecero l’unica cosa che restava. Chiesero il fallimento della loro stessa azienda. Moretto rispose dichiarando di aver venduto il marchio Carnielli a un importante gruppo sportivo, CISAFA, che continuerà a fabbricare la Siclet implementando le produzioni con importanti novità.
ma aggiunse una frase che suonava come un epitaffio scritto da chi sapeva di essere l’ultimo testimone. Purtroppo no, la Carnielli di Vittorio Veneto non riaprirà i battenti. La produzione sarà fatta altrove, non so se a Bologna, a Padova o in altre città. E poi la frase definitiva, quella che chiuse non solo un’azienda, ma un’epoca.
Con la nostra gestione si chiude l’epopea della prima industrializzazione del Vittoriese. Capitolo 7. Il veleno sotto i muri. Lo stabilimento di via Dante, dopo il fallimento Cerfim, entrò nel limbo delle aste giudiziarie, un limbo che sarebbe durato 6 anni e che avrebbe trasformato un edificio storico in un caso politico e sanitario.
Le aste andarono tutte deserte. Base di partenza 4 milioni e mezzo nel 2013, 3.750.000 nel 2015 2.500.000 nel 2017, 2.ioni 800.000 nel 2018. Ogni volta nessun compratore, il prezzo scendeva, ma il costo nascosto saliva. Il cromo esavalente nel sottosuolo non scompariva con il passare degli anni e l’amianto sui tetti continuava a degradarsi.
Nel 2018 il curatore dall’Agata comunicò l’intenzione di abbandonare il bene. Un curatore fallimentare che rinuncia a un immobile è il segnale che nemmeno chi è pagato per recuperare valore riesce a trovarne. Il consigliere Paolo Sant’Antonio di Forza Italia e l’ex vicesindaco Giuseppe Maso presentarono esposti in procura ottenendo l’apertura di un’inchiesta del nucleo operativo ecologico dei Carabinieri.
La segnalazione era precisa. Microfibre di Eternit nell’aria, potenziale pericolo per la salute pubblica. Un edificio che avrebbe dovuto essere bonificato entro 12 mesi dalla perizia del 2014 era ancora lì, intatto nella sua pericolosità a 5 anni di distanza. Il 12 giugno 2019 l’asta ripartì da una base che diceva tutto: €50.
000, Un edificio storico sul meschio nel cuore di Vittorio Veneto, ex cartiera del 600, ex fabbrica della Graziella, messo all’asta per il prezzo di un’utilitaria usata. La Ali di Padova, gruppo della grande distribuzione, presidente Francesco Canella, vicepresidente Gianni Canella, lo acquisì per una cifra stimata tra 500.000 e un milione di euro.
Il progetto degli architetti Massimo Rigo e Brando Posocco prevedeva di mantenere l’edificio storico come pezzo di archeologia industriale, costruire un supermercato di circa 2000 m² sul retro, creare una piazza centrale verso il Meschio, valorizzare le sponde del fiume e la piccola isola. Bonifica a carico del privato, costo stimato €1.600.000.
Tra il 2021 e il 2024 si concluse la prima fase. Tonnellate di ruderi rimossi, migliaia di chili di amianto portati via, ma il cromo esavalente nel sottosuolo restava. Da trattare, secondo l’assessora alla cultura Antonella Uliana, con tecnologie innovative. Nel 2024 la commissione consiliare sull’ex Carnielli venne riattivata dalla sindaca Mirella Balliana.
L’assessore alla rigenerazione urbana Marco Dus vigilava perché gli impegni venissero mantenuti nei tempi stabiliti, ma i lavori risultavano interrotti. La fabbrica che aveva fatto sognare l’Italia della Seicare aveva lasciato in eredità alla sua città un veleno nel terreno e una bonifica che non finiva mai. Capitolo 8. La Graziella che non muore.

Eppure la Graziella è ancora qui a Cavarzere, in provincia di Venezia, la Bottecchia Cicli produce 45.000 biciclette all’anno. 100 dipendenti, 13 milioni di euro di fatturato, 33% di export. La Graziella è un brand nel catalogo. Per il 50º anniversario sono uscite edizioni speciali in tre colori omaggio: Bianco Brigit, Blu Salvadore, Nero Passione e un’edizione Gold con telaio placcato in oro 24 carti e parti in radica di noce.
Modelli nuovi, stile libero, metro per i giovani. Due versioni a pedalata assistita, agilio nel luglio 2022 Bottecchia è stata acquisita da Fantic Motor, gruppo veneto delle moto. Il marchio del corridore friulano è passato a chi costruisce motori, un cerchio che si chiude in modo imprevisto.
Il marchio Carnielli sopravvive nell’Home Fitness sotto CISAP Group tramite la controllata Italian Fitness. Tapis Rouan, Siclet, ellittiche, panche multifunzione vendute nei punti Cisalfa Sport. Il magazzino è a Castelnovo Sotto, in provincia di Reggio Emilia. Nessun pezzo viene più prodotto a Vittorio Veneto. Tutta la produzione è in estremo oriente.
Sul mercato dei collezionisti una graziella originale degli anni 60 o 70 in buone condizioni, vale tra 150 e €500. Gli esemplari della primissima serie del 1964 a Marchio Bottecchia in stato perfetto valgono di più. Esiste un club mitica Graziella. Appassionati come Maulucci con i suoi oltre 100 esemplari. restaurano i pezzi con una cura che è amore e archeologia insieme con la pandemia del 2020 e il bonus biciclette del governo, le pieghevoli tornarono improvvisamente in voga.
La Graziella, nata 60 anni prima per entrare nel bagagliaio di una 600, si scoprì più contemporanea che mai. Si carica in auto, si porta in treno, si ripone in un appartamento di città. Nel 2018 il comune di Mariano Comense, paese natale di Rinaldo Donzelli, organizzò il Graziella Dayi, un raduno non competitivo fino al Parco di Monza e una mostra retrospettiva sullo studio Donzelli a Villa Sormani.
Nel maggio 2024 al Teatro da Ponte di Vittorio Veneto, una serata celebrò i 60 anni della Graziella e il centenario del Tour di Bottecchia con la pattuglia ciclistica dei bersaglieri della marca trevigiana in divise d’epoca. L’oggetto vive, la fabbrica che lo ha creato. No, il meschio scorre ancora lungo i muri di via Dante.
L’edificio della vecchia cartiera Rizzardi Galvani è ancora in piedi. Lo salveranno, dicono, come pezzo di archeologia industriale. Sotto, nel terreno, c’è il cromo esavalente che nessuno ha ancora rimosso. Attorno il progetto di un supermercato che un giorno forse si costruirà. Teodoro Carnielli morì nel settembre 2007. Il necrologio sulla tribuna di Treviso ricordava che la fabbrica di via Dante aveva dato lavoro a centinaia di operai provenienti non solo dalla città, ma da diversi paesi del Vittoriese.
Lo ricordava al passato, era già passato. Quello che resta della Carnielli è una bicicletta che si piega, un gesto semplice, uno snodo, 16 kg di acciaio che diventano 75 cm* 60 x 30. Un oggetto che ha attraversato il boom economico, le vacanze al mare, Brigitte Bardeau e Salvador Dalì, le spiagge della Versilia e le strade di Parigi, il declino della mountain bike e la resurrezione delle pieghevoli, che ha superato la fabbrica che lo ha creato e la città che lo ha visto nascere.
Il fiume scorre, i muri sono ancora lì e da qualche parte, in un garage o in una cantina, una graziella aspetta che qualcuno la apra di nuovo con quel rumore di snodo che chi l’ha sentito una volta non dimentica. M.
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