Posted in

I CORLEONESI: L’ASCESA DEI PADRONI | L’OMICIDIO NAVARRA (1958–2017) | Riina, Liggio, Provenzano

Luciano Liggio. Il mostro di Corleone. L’uomo che   aveva ucciso il suo capo. L’uomo  che aveva terrorizzato la Sicilia.   L’uomo che aveva trasformato una mafia  contadina in una macchina da guerra. Ma se fosse stata la risposta sbagliata? Se Liggio fosse stato solo un volto?  Una maschera? Un nome da dare ai   giornali mentre il vero potere stava altrove? Se il vero capo fosse sempre stato qualcun   altro? Qualcuno che nessuno guardava? Qualcuno che  nessuno temeva? Qualcuno che aspettava nell’ombra?

"
"

Questa è la storia che nessuno ha mai  raccontato davvero. Non la storia dei   Corleonesi. Ma la storia di chi  comandava davvero i Corleonesi. È la storia di tre uomini che hanno distrutto  Cosa Nostra per ricostruirla a loro immagine. Tre   uomini che hanno trasformato un’organizzazione  aristocratica in una macchina da guerra.

Tre   uomini che hanno ucciso centinaia di persone. Che  hanno sfidato lo Stato italiano. Che hanno vinto. Ma è anche la storia di un segreto. Un segreto  che solo uno di loro conosceva. Un segreto che   ha cambiato tutto. Un segreto che  è rimasto nascosto per decenni. È la storia di un tradimento. Il più grande  tradimento della storia di Cosa Nostra.

Un tradimento così perfetto che nessuno  se ne è accorto. Nemmeno la vittima. Chi comandava davvero? Chi ha davvero distrutto la vecchia Cosa Nostra?  Chi ha davvero costruito l’impero del terrore? E soprattutto: chi ha tradito chi? Questa è l’indagine per scoprirlo. Ma prima di iniziare, voglio  sapere cosa pensate voi.

Chi credete comandasse  davvero tra questi tre uomini? LIGGIO, il volto pubblico? RIINA, il cervello spietato?  PROVENZANO, il fantasma invisibile? O era un SISTEMA senza un vero capo? Scrivetelo ora nei commenti. Una parola:  LIGGIO, RIINA, PROVENZANO o SISTEMA.  Voglio vedere se alla fine del  documentario avrete cambiato idea.

Luciano Leggio nasce il 6 gennaio 1925 a Corleone. Tutti però lo chiamano Liggio. Non per scelta.  Per un errore di penna. Nel primo verbale di   arresto un carabiniere scrive male il cognome,  e da quel momento l’errore diventa il nome con   cui la storia lo ricorderà. Provincia di  Palermo. Sicilia occidentale.

Ma potrebbe   essere ovunque. Perché Corleone negli anni  Venti non è un luogo. È una condizione. È la miseria. È la fame. È la disperazione. La famiglia Liggio è una famiglia di braccianti.  Il padre lavora nei campi per pochi soldi.   Pochi centesimi al giorno. Quando c’è lavoro.  Quando i padroni decidono di farlo lavorare.

La madre lava i panni dei ricchi. Anche lei per  pochi centesimi. Anche lei quando c’è lavoro. Luciano cresce scalzo, affamato,  rabbioso. Cresce in una casa dove   non c’è mai abbastanza cibo. Dove non  c’è mai abbastanza di niente. Cresce in   una Sicilia dove esistono solo due  classi: i padroni e gli schiavi.

E Liggio decide presto da che parte vuole stare. Ma Corleone negli anni Trenta  non è un paese normale.   È il centro di un sistema economico  che ha reso ricchi pochi uomini e ha   condannato migliaia di famiglie alla  fame. È il sistema dei latifondi. I latifondi sono enormi proprietà terriere.   Migliaia di ettari. Terre che producono grano,  olive, mandorle. Terre che valgono fortune.

Ma i proprietari non vivono a Corleone.  Vivono a Palermo. O a Roma. O a   Milano. Non hanno mai visto le loro terre. Non  sanno nemmeno dove sono. Non gliene importa. Vogliono solo i soldi. I profitti. Le rendite. E per controllare la terra assumono  uomini violenti. Li chiamano campieri. I campieri sono il braccio armato dei  padroni.

Controllano chi lavora e chi   non lavora. Chi mangia e chi muore  di fame. Decidono chi può raccogliere   legna nei boschi. Chi può far pascolare  le pecore. Chi può bere acqua dai pozzi. Hanno pistole. Hanno fucili. Hanno  il potere di vita e di morte. Non sono mafiosi. Non ancora. La parola “mafia”   negli anni Trenta è ancora  vaga. È ancora indefinita.

Ma i campieri sono la proto-mafia. Sono il seme di  quello che diventerà Cosa Nostra. Sono il modello. E Michele Navarra, il dottore  di Corleone, è il loro capo. Il   medico che nel dopoguerra diventa anche  il capo della famiglia mafiosa del paese. Navarra è un uomo strano. È elegante, colto,  medico. Si veste bene. Parla bene. È rispettato.

I ricchi lo chiamano “dottore” con rispetto.  I poveri lo chiamano “dottore” con paura. Perché sotto la giacca bianca c’è un boss.  Un boss che controlla tutto: l’acqua,   la terra, i contratti, la vita e la morte. Navarra gestisce l’acqua potabile di  Corleone. Non l’acqua pubblica. La sua   acqua. L’acqua che vende. Chi non paga non beve. Navarra gestisce il Consorzio Agrario.

L’ente   che distribuisce i fondi per l’agricoltura. I  soldi pubblici. Navarra decide chi li riceve.   E chi li riceve deve restituire favori. Navarra gestisce il lavoro. Chi vuole   lavorare deve passare da lui. Deve  chiedere permesso. Deve pagare. Questo è il potere. Questo è il controllo.  Questo è quello che Liggio vede crescendo.

E Liggio impara. Liggio ha poco più di vent’anni quando le cronache  indicano il primo omicidio a lui attribuito con   certezza. È la fine degli anni Quaranta. L’Italia  è uscita dalla guerra. La Sicilia è un campo di   battaglia tra contadini, latifondisti e  mafia. È il caos. Le leggi non valgono.   Lo Stato non esiste. È il momento perfetto  per chi vuole farsi strada con la violenza.

Non conosciamo il nome della vittima. Non   conosciamo il motivo. I documenti  sono stati distrutti. O forse non   sono mai esistiti. Ma sappiamo che da  quel momento Liggio diventa qualcuno. Diventa un nome. Diventa un  uomo che fa paura. Diventa un   uomo che può risolvere problemi. Con la violenza. E Navarra lo nota.

All’inizio degli anni Cinquanta Navarra recluta  Liggio nella sua famiglia mafiosa. Lo vuole.   Lo ha osservato. Liggio è giovane, violento,  intelligente. È perfetto. È il soldato ideale. Navarra pensa di poterlo controllare. Pensa   di poterlo usare. Pensa di  poterlo tenere al guinzaglio. È il primo errore. Il più grande.  L’errore che gli costerà la vita.

Negli anni Cinquanta Liggio accumula  potere. Veloce. Troppo veloce. Gestisce il racket delle terre. Quando  un contadino vuole affittare un terreno,   deve passare da Liggio. Deve pagare una tangente.   Deve accettare le condizioni.  Altrimenti non affitta niente.  Controlla i furti di bestiame. Una mucca  rubata vale soldi. Tanti soldi.

E Liggio   sa dove vendere. Sa come riciclare. Sa come  trasformare un furto in profitto pulito.  Organizza estorsioni. I commercianti pagano.  Gli imprenditori pagano. Tutti pagano.   Chi non paga perde tutto. Il negozio  brucia. L’azienda fallisce. O peggio. E soprattutto: Liggio fa soldi.  Tanti soldi. Più soldi di Navarra.

Read More