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Il bacio tra Andreotti e Riina: la verità di U’Curtu

Il 10 febbraio 1986 si aprì a Palermo, nel bunker costruito appositamente accanto al carcere del Lucciardone. Il processo destinato a entrare nella storia come il maxi processo di Palermo. era il frutto di anni di lavoro investigativo compiuto dal pool antimafia guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed era fondato in larga misura sulle dichiarazioni del primo grande pentito di Cosa Nostra, Tommaso Buscetta, che aveva rotto per la prima volta il muro dell’omertà dall’interno della struttura verticistica dell’organizzazione.

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>> Signor Presidente, volevo comunicarle che l’imputato Tommaso Buscetta, che ho riniziato a comparire è a disposizione della Corte. Il maxi processo fu un evento epocale. Per la prima volta lo Stato italiano attaccava Cosa Nostra frontalmente con oltre 460 imputati, prove documentali, dichiarazioni di testimoni oculare.

Era la dimostrazione che la mafia non era invincibile, che si poteva smontare pezzo per pezzo, che i boss potevano finire in gabbia davanti ai giudici che non si lasciavano intimidire. Nel dicembre 1987 la sentenza di primo grado inflisse l’ergastolo a 19 boss di primissimo piano, tra cui in contumacia lo stesso Salvatore Rina, e condanne pesantissime agli altri imputati.

Nel 30 gennaio 92 la Corte di Cassazione avrebbe confermato quelle condanne trasformando il verdetto in una pietra tombale sull’era della vecchia Cosa Nostra. Ma per Salvatore Rina il max di processo non era soltanto una sconfitta processuale, era un tradimento, una promessa non mantenuta. Rina si attendeva che i suoi referenti politici facessero qualcosa per ammorbidire le conseguenze di quel processo, interferire con i giudici, rallentare le procedure, garantire condanne ridotte o prescrizioni.

Erano i servizi che il sistema dei favori reciproci avrebbe dovuto fornire. I corlonesi avevano incaricato, salvo Lima, di attivarsi presso la Cassazione per aggiustare il processo. Lima aveva assunto quell’impegno secondo le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi, ma non era riuscito o non aveva voluto mantenerlo.

La frustrazione di Rina si trasformò in rabbia e la rabbia in strage. Se la DC non aveva protetto Cosa Nostra dal maxi processo, forse era arrivato il momento di cambiare interlocutore politico o quantomeno di dimostrare alla DC che il consenso mafioso non era un dato acquisito, ma una risorsa che poteva essere spostata altrove.

Per capire la mossa successiva di Rina bisogna tenere presente la situazione politica italiana di quegli anni. Il PSI di Bettino Craxi stava vivendo il suo momento di massima espansione. Craxi era stato presidente del Consiglio dall’83 all’87. aveva costruito un partito moderno e aggressivo e la sua retorica antimagistratura trovava eco in settori della classe dirigente che malopportavano il protagonismo dei giudici.

Claudio Martelli, il numero due del PSI, era esplicito nei suoi attacchi ai magistrati e in particolare aveva avuto aspri scontri con Giovanni Falcone sulla questione delle erogatorie e dei fondi per la lotta alla mafia. Per cosa nostra queste posizioni erano un segnale, non necessariamente una promessa, ma un’apertura che Reina era pronto a sfruttare.

>> Nel 986 venne da me Giovanni Brusca e mi disse: “Angelo, dobbiamo dare un segnale. Stiamo parlando nelle 86 si sono svolte le elezioni regionali. le elezioni regionali. Mi disse Angelo, dobbiamo dare un segnale che significa domanda andare io. Significa che praticamente dobbiamo votare per un personaggio socialista.

Socialista dice sì, socialista. Chi è questo personaggio? è un personaggio sconosciuto, Foni Barba. Continui. >> Eh, da questo ho m è stata una delle cose, mi ha fatto capire che è stato un discorso a tappeto, era un segnale. >> E che risultato ebbe nell’86 Foni Barn? >> Ma diciamo un buon risultato, ma non eccezionale.

>> Perché non eccezionale? Ma praticamente non è che poi hanno avuto questo grande apporto di voti perché ancora veniva difficile indirizzare un elettorato che era stato sempre un elettorato democratico cristiano e verso altri tipi di elettorati. >> Ho capito. Nell’87 invece che risultato si ebbe? >> Un eclatante, notevole.

Praticamente il Partito Socialista aumentò di quasi cinque o sei punti e praticamente ha avuto una serie di un grosso successo. >> Ho preso un impegno di noi. Posso annunciarlo questo impegno. Voi crescerete come siete abituati a fare. Ci rivedremo subito dopo il 14 giugno per una grande festa insieme. Qualcuno mi ha chiesto nelle televisioni private in cui parlo questa campagna elettorale, come mai sono candidato a Palermo e nella Sicilia occidentale? Beh, se qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che Crax, i Martelli e questo Partito Socialista

si sentono in prima linea in trincea con i compagni della Sicilia e del Sud nel promuovere il loro rinnovamento, io sono qua a togliere ogni dubbio perché ancora troppa Sicilia continua a dare i voti alla destra e alla democrazia cristiana che francamente di voti non ne ha proprio bisogno, tanto perché ne ha già troppi.

Avrebbe invece bisogno di una bella cura dimagrante, una dieta di voti che significherebbe anche una dieta di potere che da 40 anni ha in mano tutte le cose e si vede come le amministra male, con incuria, sperperando. Io non so se per incapacità o per altro, però il bilancio di come ha governato la Democrazia Cristiana in Sicilia è un bilancio in rosso, un bilancio negativo, non è un buon bilancio e dunque non merita voti in più, anzi merita che qualcuno glielo si tocchi.

È inutile che facciano le vittime, è inutile che si presentino con le facce dei rinnovatori. Questi rinnovatori sono sempre gli stessi, anziché essere i nonni e i genitori sono i figli e i nipoti, ma sono sempre gli stessi. Sono i nipotini di scelba. Questo >> nell’87 si parlava già di elezioni nazionali. Io ero conoscevo Fulvio Reina.

Fulvio Reina è figlio di Peppe Reina, Giuseppe Reina che allora era deputato socialista, deputato nazionale originario di Casteltermini che io conoscevo bene perché per questioni sportive. Fulli Reina un giorno con aria salottiera mi disse, “Sai Angelo, ti posso mandare Claudio? Ma Claudio chi? Claudio Martelli.

Praticamente io ho detto vabbè mandamo, però ma prendendolo con beneficio di inventario, perché Reina Fulvio era un ragazzo così brillante, ma non gli davo molto conto. Praticamente il l’indomani io ero già uscito, ero andato al bar Collica ed ero in compagnia di Serafino Morici e stavamo prendendo il caffè quando arrivò qualcuno, non so se fu mio figlio, il portiere, qualcheduno che m’avvisò di andare immediatamente a casa.

A casa trovai l’onorevole Martelli, sorpreso, si congratulò perché avevo delle dei quadri che a lui piacevano e disse che erano delle croste, non erano niente di eccezionale. Dice ma comunque sono molto suggestive, grazie. si accomodò e mi dica, ma lui mi guardava come se io dovevo già sapere che lui doveva venire a casa mia.

C’ho detto, “Prego, dice, ma mi fece una tirata garantista parlandomi male dei giudici che avevano troppo potere, una situazione che allora lui perorava della situazione carceraria, della di ogni tipo di situazione garantita. ancor di più mi mise in preoccupazione perché questo perché sta venendo a farmi questo tipo di discorso a me mi preoccupai e a un certo punto ho detto ti se senta, onorevole io di tutte queste cose a me non mi interessa niente io ti posso dire una cosa, guardi che sono stato sempre democristiano e

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