Il 10 febbraio 1986 si aprì a Palermo, nel bunker costruito appositamente accanto al carcere del Lucciardone. Il processo destinato a entrare nella storia come il maxi processo di Palermo. era il frutto di anni di lavoro investigativo compiuto dal pool antimafia guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed era fondato in larga misura sulle dichiarazioni del primo grande pentito di Cosa Nostra, Tommaso Buscetta, che aveva rotto per la prima volta il muro dell’omertà dall’interno della struttura verticistica dell’organizzazione.
>> Signor Presidente, volevo comunicarle che l’imputato Tommaso Buscetta, che ho riniziato a comparire è a disposizione della Corte. Il maxi processo fu un evento epocale. Per la prima volta lo Stato italiano attaccava Cosa Nostra frontalmente con oltre 460 imputati, prove documentali, dichiarazioni di testimoni oculare.
Era la dimostrazione che la mafia non era invincibile, che si poteva smontare pezzo per pezzo, che i boss potevano finire in gabbia davanti ai giudici che non si lasciavano intimidire. Nel dicembre 1987 la sentenza di primo grado inflisse l’ergastolo a 19 boss di primissimo piano, tra cui in contumacia lo stesso Salvatore Rina, e condanne pesantissime agli altri imputati.
Nel 30 gennaio 92 la Corte di Cassazione avrebbe confermato quelle condanne trasformando il verdetto in una pietra tombale sull’era della vecchia Cosa Nostra. Ma per Salvatore Rina il max di processo non era soltanto una sconfitta processuale, era un tradimento, una promessa non mantenuta. Rina si attendeva che i suoi referenti politici facessero qualcosa per ammorbidire le conseguenze di quel processo, interferire con i giudici, rallentare le procedure, garantire condanne ridotte o prescrizioni.
Erano i servizi che il sistema dei favori reciproci avrebbe dovuto fornire. I corlonesi avevano incaricato, salvo Lima, di attivarsi presso la Cassazione per aggiustare il processo. Lima aveva assunto quell’impegno secondo le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi, ma non era riuscito o non aveva voluto mantenerlo.
La frustrazione di Rina si trasformò in rabbia e la rabbia in strage. Se la DC non aveva protetto Cosa Nostra dal maxi processo, forse era arrivato il momento di cambiare interlocutore politico o quantomeno di dimostrare alla DC che il consenso mafioso non era un dato acquisito, ma una risorsa che poteva essere spostata altrove.
Per capire la mossa successiva di Rina bisogna tenere presente la situazione politica italiana di quegli anni. Il PSI di Bettino Craxi stava vivendo il suo momento di massima espansione. Craxi era stato presidente del Consiglio dall’83 all’87. aveva costruito un partito moderno e aggressivo e la sua retorica antimagistratura trovava eco in settori della classe dirigente che malopportavano il protagonismo dei giudici.
Claudio Martelli, il numero due del PSI, era esplicito nei suoi attacchi ai magistrati e in particolare aveva avuto aspri scontri con Giovanni Falcone sulla questione delle erogatorie e dei fondi per la lotta alla mafia. Per cosa nostra queste posizioni erano un segnale, non necessariamente una promessa, ma un’apertura che Reina era pronto a sfruttare.
>> Nel 986 venne da me Giovanni Brusca e mi disse: “Angelo, dobbiamo dare un segnale. Stiamo parlando nelle 86 si sono svolte le elezioni regionali. le elezioni regionali. Mi disse Angelo, dobbiamo dare un segnale che significa domanda andare io. Significa che praticamente dobbiamo votare per un personaggio socialista.
Socialista dice sì, socialista. Chi è questo personaggio? è un personaggio sconosciuto, Foni Barba. Continui. >> Eh, da questo ho m è stata una delle cose, mi ha fatto capire che è stato un discorso a tappeto, era un segnale. >> E che risultato ebbe nell’86 Foni Barn? >> Ma diciamo un buon risultato, ma non eccezionale.
>> Perché non eccezionale? Ma praticamente non è che poi hanno avuto questo grande apporto di voti perché ancora veniva difficile indirizzare un elettorato che era stato sempre un elettorato democratico cristiano e verso altri tipi di elettorati. >> Ho capito. Nell’87 invece che risultato si ebbe? >> Un eclatante, notevole.
Praticamente il Partito Socialista aumentò di quasi cinque o sei punti e praticamente ha avuto una serie di un grosso successo. >> Ho preso un impegno di noi. Posso annunciarlo questo impegno. Voi crescerete come siete abituati a fare. Ci rivedremo subito dopo il 14 giugno per una grande festa insieme. Qualcuno mi ha chiesto nelle televisioni private in cui parlo questa campagna elettorale, come mai sono candidato a Palermo e nella Sicilia occidentale? Beh, se qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che Crax, i Martelli e questo Partito Socialista
si sentono in prima linea in trincea con i compagni della Sicilia e del Sud nel promuovere il loro rinnovamento, io sono qua a togliere ogni dubbio perché ancora troppa Sicilia continua a dare i voti alla destra e alla democrazia cristiana che francamente di voti non ne ha proprio bisogno, tanto perché ne ha già troppi.
Avrebbe invece bisogno di una bella cura dimagrante, una dieta di voti che significherebbe anche una dieta di potere che da 40 anni ha in mano tutte le cose e si vede come le amministra male, con incuria, sperperando. Io non so se per incapacità o per altro, però il bilancio di come ha governato la Democrazia Cristiana in Sicilia è un bilancio in rosso, un bilancio negativo, non è un buon bilancio e dunque non merita voti in più, anzi merita che qualcuno glielo si tocchi.
È inutile che facciano le vittime, è inutile che si presentino con le facce dei rinnovatori. Questi rinnovatori sono sempre gli stessi, anziché essere i nonni e i genitori sono i figli e i nipoti, ma sono sempre gli stessi. Sono i nipotini di scelba. Questo >> nell’87 si parlava già di elezioni nazionali. Io ero conoscevo Fulvio Reina.
Fulvio Reina è figlio di Peppe Reina, Giuseppe Reina che allora era deputato socialista, deputato nazionale originario di Casteltermini che io conoscevo bene perché per questioni sportive. Fulli Reina un giorno con aria salottiera mi disse, “Sai Angelo, ti posso mandare Claudio? Ma Claudio chi? Claudio Martelli.
Praticamente io ho detto vabbè mandamo, però ma prendendolo con beneficio di inventario, perché Reina Fulvio era un ragazzo così brillante, ma non gli davo molto conto. Praticamente il l’indomani io ero già uscito, ero andato al bar Collica ed ero in compagnia di Serafino Morici e stavamo prendendo il caffè quando arrivò qualcuno, non so se fu mio figlio, il portiere, qualcheduno che m’avvisò di andare immediatamente a casa.
A casa trovai l’onorevole Martelli, sorpreso, si congratulò perché avevo delle dei quadri che a lui piacevano e disse che erano delle croste, non erano niente di eccezionale. Dice ma comunque sono molto suggestive, grazie. si accomodò e mi dica, ma lui mi guardava come se io dovevo già sapere che lui doveva venire a casa mia.
C’ho detto, “Prego, dice, ma mi fece una tirata garantista parlandomi male dei giudici che avevano troppo potere, una situazione che allora lui perorava della situazione carceraria, della di ogni tipo di situazione garantita. ancor di più mi mise in preoccupazione perché questo perché sta venendo a farmi questo tipo di discorso a me mi preoccupai e a un certo punto ho detto ti se senta, onorevole io di tutte queste cose a me non mi interessa niente io ti posso dire una cosa, guardi che sono stato sempre democristiano e
consigliere, sono ancora consigliere comunale della democrazia cristiana. Per cui chiaramente io le posso dire che certamente per non essere scortese detto che quando saprò di gente che vota socialista le segnalerò la preferenza per lei. Allora si davano quattro preferenze, non una. Vire che questo rimase molto ma molto turbato di questa cosa.
Turbato in che senso e perché >> non lo so. come se praticamente io non gli dovevo rispondere in questo modo, come se doveva trovare un altro tipo di accoglienza da parte mia e praticamente se ne andò molto ma molto tant’è che io le dissi che non si preoccupi, vedendo che era rimasto stranito disse non si preoccupi, onore devole guardi che io farò tutto il possibile certamente all’interno delle persone che votano socialista.
Mi recai immediatamente. No, un attimo. Sì, forse mi recai San Giuseppe e misi a corrente Valdassare di Maggio Recai. a San Giuseppe e mi accorrente a Baldassar di Maggio. Baldassare di Maggio era allia chiaramente era capo del mandamento mafioso di San Giuseppe. Lo sapevo perché me l’avevano detto, però conoscevo anche le capacità intellettive del di Maggio e mi disse “Oh, cuin martello e la cosa rimase lì.
Non so se fu l’indomani della venuta dell’onorevole Martelli a casa mia o dopo qualche giorno, ma penso che sia stato proprio l’indomani venne da me Emanuele Brusca Emanuele Brusca mi disse dice Angelo, ma chi c’è che cosa hai detto all’onorevole Martelli che votava Democristiano? Eh, ma perché m’avete detto voi che devo votare per martelli? No.
E allora dice, “Senti, guarda, spicciati, dice, vedi di fare di tutto per votare votare martelli in particolare. Guarda che quest’anno c’è ordine di scuderia, dobbiamo votare per martelli.” Va bene. Non c’è nessun >> per Martelli come persona o per il Partito Socialista? No, per il Partito Socialista e nella persona di Martelli.
In quel momento mi fu detto Martelli, invece dopo ho appreso che sia stato un preciso accordo su al preciso accordo che mi fu detto da Pino Lipari. Preciso accordo mi fue. Fissi su una quartina di personaggi che erano l’onorevole Martelli, l’onorevole Reina, l’onorevole Adragna e l’onorevole Fiorino. Signor Sino, lei sa se l’indicazione da parte della mafia in occasione dell’elezione politica del 1987 di votare il Partito Socialista fu data solo a Palermo o anche in altre zone della Sicilia? >> No, a tappeto, in tutta la Sicilia.
>> Cosa? Cosa sa su questo? Ma praticamente mi sono recato a Catania e parlando con Pippo Ercolano, che allora reggeva la famiglia mafiosa di Catania, mi disse che era arrivato l’ordine di votare per i socialisti. >> Senta, lei ebbe modo di parlare con Lima di questo impegno di Cosa nostra del Partito Socialista, del risultato l’elezione 87? Praticamente parlammo con Lima di questa cosa che aveva avuto già sentore di questa cosa e lui pensava che fosse un’alzata di ingegno di Ciancimino, >> cioè >> però pensava che dietro questo accordo
ci fosse Ciancimino. Chi >> accordo tra chi, scusa? >> Accici, diceva lui. E cioè che significava la mafia e il i socialisti? pensava >> pensava che c’era San Cimino. >> Poi prima si preoccupò o non si preoccupò questo >> si preoccupò. Ecco, per riempio di contenuti questa preoccupazione >> e praticamente mi disse che erano dei pazzi a fidarsi dei socialisti.
Comunque dice dopo che io ho fatto sempre c’ho la c ha detto ho fatto un sacco di cose per loro per queste cose ora mi stanno trattando in queste condizioni. Ma che cosa credono di fare? vedranno chi sono i socialisti. Questi sono dei manciatari, cioè sono dei ladri delle cose che praticamente non andranno mai, non avranno nessun tipo di affinità.
In effetti fu così, >> cioè >> perché dopo non c’è stato un una continuazione di questo tipo di rapporto delle elezioni. >> Comunque non c’è >> dopo l’elezione dell’87 >> sì >> la mafia votò più appoggiò più il Partito Socialista. >> No. >> Le elezioni politiche del 15 giugno 87 furono un momento di svolta nella storia dei rapporti tra Cosa Nostra e la politica italiana.
Per la prima volta in decenni la macchina del consenso mafioso non si schierò compattamente con la Democrazia Cristiana. Rina aveva deciso di punire la DC per il mancato sostegno durante il maxi processo e lo strumento di questa punizione fu lo spostamento dei voti verso il Partito Socialista e secondo alcune fonti anche verso i radicali di Marco Pannella per le loro posizioni a favore dei detenuti.
Secondo le ricostruzioni dei collaboratori di giustizia e degli investigatori, l’indicazione di voto per il PSI partì dai vertici di Cosa Nostra e scese lungo la catena gerarchica dell’organizzazione fino ai singoli soldati e ai loro familiari. Come raccontò anni dopo il collaboratore di giustizia Francesco Lalicata in un articolo per la stampa del 22 ottobre 92, già nell’87 i padrini avevano scelto PSI e radicali per dare un segnale inequivocabile.
Non si trattava di una preferenza politica ideologica, era un messaggio preciso indirizzato alla DC, una dimostrazione di forza che diceva senza bisogno di parole che il consenso mafioso non era gratuito e non era eterno. Le conseguenze di questo spostamento furono visibili. La DC subì un calo significativo dei suoi voti in alcune circoscrizioni siciliane, mentre il PSI registrò un aumento anomalo in aree dove storicamente la sua presenza era trascurabile.
Gli analisti politici dell’epoca notarono le anomalie nei dati, ma senza poterle spiegare compiutamente. Soltanto anni dopo, con le dichiarazioni dei pentiti, sarebbe emerso con chiarezza il meccanismo che aveva prodotto quei risultati. Ma la mossa di Rina non era soltanto punitiva, era anche negoziale. Spostare i voti significava aprire un canale con il PSI, creare le condizioni per una nuova relazione politica che potesse garantire a Cosa Nostra la protezione che la DC non aveva saputo o voluto offrire.
significava anche, paradossalmente mantenere aperta la porta con la DC, che ora sapeva di dover fare i conti con un elettorato che che poteva sfilarle da sotto i piedi in qualsiasi momento. Era in questo clima di pressione e negoziato culto che maturò il presunto incontro del settembre successivo. È il 20 settembre 1987 a Palermo, nell’abitazione di Ignazio Salvo, all’epoca agli arresti domiciliari.
si svolgerebbe uno degli incontri più controversi della storia della Repubblica Italiana, almeno un secondo la ricostruzione del pentito Baldassare di Maggio. Baldassare di Maggio, detto Balduccio, era nato a San Giuseppe Iato il 19 novembre 54 ed era stato iniziato a Cosa Nostra nel 1981 nella famiglia mafiosa locale comandata da Bernardo Brusca.
Dopo l’arresto di Bernardo Brusca e il confinamento del figlio Giovanni a Linosa, di maggio era diventato capofamiglia di San Giuseppe Iato con la benedizione di Salvatore Rina. Era, in altri termini, uno degli uomini più fidati del boss dei boss. Fu lui l’8 gennaio 93 ad essere arrestato a Borgo Manero in provincia di Novara per possesso illegale di arma da fuoco.
Immediatamente disponibile a collaborare, di maggio guidò il capitano dei Carabinieri Giuseppe De Donno sulle tracce di Riina, portando all’arresto del boss dei boss il 15 gennaio 93, dopo 23 anni di latitanza. I carabinieri hanno arrestato questa mattina a Palermo Salvatore Reina, il numero uno della mafia siciliana.
Lo vediamo in questa fotografia. Totò Reina era latitante da 20 anni e a lui sono stati addebitati i più grossi delitti di mafia degli ultimi anni. >> Prima di quel momento storico di maggio aveva già raccontato ai magistrati l’episodio che avrebbe scosso l’opinione pubblica italiana per anni. Secondo di maggio, quella sera di settembre nel 1987, aveva accompagnato personalmente Salvatore Riina, in qualità di autista, nell’appartamento di Ignazio Salvo, per incontrare Giulio Andreotti.
Nella sua testimonianza resa agli inquirenti di Palermo, Di Maggio affermò di aver visto Riina salutare con un bacio sulle guance prima Giulio Andreotti, poi Salvo Lima, poi lo stesso Ignazio Salvo. Era presente anche Paolo Rabito, affigliato alla famiglia mafiosa di Salemi che accompagnò di maggio tramite un ascensore mentre aspettava che l’incontro si concludesse.
La data non era casuale. Il 20 settembre era il giorno della tradizionale festa dell’amicizia della Democrazia Cristiana che ogni anno si svolgeva a Palermo. Andreotti era in città per quell’evento, circostanza confermata dagli atti del processo, il che rendeva plausibile, almeno in teoria, che potesse avere avuto incontri al di fuori del programma ufficiale.
Gli inquirenti nel corso del processo Andreotti riuscirono a provare che il 20 settembre 87 Andreotti era effettivamente a Palermo per la festa dell’amicizia di C e vi era un intervallo di 5 o6 ore dall’ora di pranzo fino alle ore 16:00 quando Andreotti parlò alla festa, non pienamente coperto dai testimoni ufficiali. Andreotti presentò tre testimoni a sua difesa per colmare quel buco temporale.
Un regista Rai, il segretario di un ex deputato di C, e un giornalista, poi risultato nelle liste della loggia P2. La difesa costruì la propria strategia anche attaccando la credibilità di Di Maggio, la cui attendibilità fu gravemente inclinata quando durante il programma di protezione dei testimoni venne scoperto che aveva commesso ulteriori omicidi.
Sono assolutamente certo di aver riconosciuto Giulio Andreotti perché l’ho visto diverse volte in televisione. Ho interpretato il bacio che si scambiarono Andreotti e Salvatore Riina come un gesto di rispetto. Quando siamo entrati erano presenti l’onorevole Andreotti e l’onorevole Salvo Lima. Loro si alzarono, diedero la mano e baciarono Ignazio Salvo.
Riina invece salutò tutti e tre baciandoli. Così avrebbe dichiarato di maggio agli inquirenti di Palermo. Andreotti rispose pubblicamente definendo il pentito un bugiardo e le accuse calunne e menzogne, descrivendole come scene di un film horror comico nelle quali si era ritrovato suo malgrado come protagonista involontario. Il giornalista Indro Montanelli dubitò delle rivelazioni con un argomento diventato famoso.
Andreotti non bacia nemmeno i propri figli. Vale la pena ricordare che il contesto di quell’incontro, secondo l’interpretazione dell’accusa, non era una semplice visita di cortesia. Secondo i pubblici ministeri si trattava del momento in cui si ridefiniva il patto tra Cosa Nostra e la corrente Andreottiana dopo la crisi del maxi processo.
Rina nella ricostruzione accusatoria portava un messaggio preciso. I corleonesi erano ormai al comando della mafia siciliana e chiunque volesse mantenere i rapporti con l’organizzazione doveva fare i conti con il suo padrone. Il bacio rituale in quella lettura non era un gesto di affetto, era una cerimonia di riconoscimento del potere.
Il processo d’Andreotti per associazione mafiosa fu formalmente avviato a Palermo nei primi anni 90 in pieno clima di mani pulite e di crisi della prima repubblica dopo la scoperta di Gladio di cui parleremo nel prossimo video. L’imputazione principale era quella di concorso esterno in associazione mafiosa, un reato discusso e controverso che i giudici avrebbero affinato proprio attraverso questo e altri processi degli anni 90.
L’accusa non sosteneva che Andreotti fosse un mafioso nel senso tradizionale del termine, ma che avesse intrattenuto rapporti di collaborazione consapevole con Cosa Nostra, fornendo protezione politica in cambio di consenso elettorale e risorse. >> Lui Coppola mi dette appuntamento una mattina alle 8115 8:20 presso l’albergo Flora di via Veneto.
Questo appuntamento mi è stato dato la sera prima, però non dicendomi dove e come, mi disse, “Guarda, mi devi fare una cortesia, mi devi accompagnare mattina, dato che tu hai una macchina bassa, devo vedere una persona, ma non voglio farmi tanto vedere”. Io allora avevo una Fiat Dino, una Fiat Dino 2004 Spider.
>> E senta, ma perché Coppola aveva bisogno di una macchina? >> Quindi tutto non guidava. >> Sì. No, dico perché aveva questa preoccupazione di non farsi vedere. Eh, era sempre schivo, aveva sempre eh i fotografi, aveva aveva sempre era sempre su chi va làà, diciamo, quando girava in Roma. Sì.
Dunque lui mi dice, “Guarda, non è che dobbiamo andare molto lontano, ti faccio strada e mi in strada.” scendiamo via Veneto dopo passata la la subito dopo passata l’ambasciata d’America mi fa girare a sinistra e subito la prima o la seconda a destra mi fece imbucare questa via che una via, mi ricordo allora era senso unico che poi sephe chiamarsi via San Basilio e questa via poi sbucava all’angolo di via Veneto con piazza Barberini e a una certa altezza, quasi a tre quarti di questa via mi fece parcheggiare e mi fece spegnere il motore. Dice, “Qui
aspettiamo 10 minuti, dice un quarto d’ora”. dice perché devo vedere una persona a saranno passati circa, posso dire 10-15 minuti neanche e a un certo momento ha aperto lo sportello e Savia circa 8-9 m davanti a me era parcheggiata una macchina lancia e nello stesso tempo era già uscita una persona da un negozio che poi riconobbi che era un parrucchiere e ehm Copolas gli andò incontro.
>> Chi è che è uscì da questo negozio di Ber? >> L’onorevole Andrea. >> Lei lo riconobbe subito? >> Sì. Beh, era una persona che si pur non avendo la vita, ma i giornali si sapeva chi è, cioè immediatamente la riconosco. >> Senta, dinanzi, a questo negozio c’erano delle persone che aspettavano oppure >> Sì, c’erano c’erano già in presenza due persone, avevo notato che parlavano fra di loro >> e queste persone quando Andreotti uscì rimasero ferme o seguirono Andreotti? No, una e si precipitò aprile la la portiera eh
posteriore e nello stesso tempo eh Fre Coppola eh andò dall’altro lato della macchina e aprì la la porta confabularono. No, il don è già seduto dentro la macchina. >> È già seduto dentro la macchina >> e allo stesso tempo eh Coppola sta aprendo la la portiera che >> dalla parte opposta. >> Dalla parte opposta. Ho capito.
E Coppola entra dentro la macchina a parlare con Andreotti oppure no? >> No. Si affaccia dentro con la testa, sta fuori con il corpo, parlano 23 minuti. Mh >> mh. >> Poi se ne ritorna. Io come >> torna chi? Coppola. >> Coppola. La macchina riparte. >> La macchina di Andreotti. >> Di Andreotti riparte. E io li meravigliai subito in me la mia esternai subito la mia meraviglia.
Dice, “Guarda,” dice, “Sì rimagin detto, ma io dico addirittura dico, queste persone con no”. Dice, “Guarda, io”, dice “ho avuto una discussione con l’allora ex sindaco di Roma Petrucci”. Petrucci o Petrella, adesso non mi ricordo cosa mi dice Petrucci mi sembra e e dice ho dovuto intervenire io, però mi raccomando nella tua ma dico io per me eh la conosco solo, dice perché io ho dovuto intervenire per una questione di voti mi dice per l’ex sindaco di Roma, come ho detto io, Petrucci.
Dopo lui contemporaneamente mi dice mi raccomando che questo incontro non se ne deve sapere dice >> i testimoni chiave dell’accusa erano i pentiti. Oltre di maggio sfilarono in aula Francesco Marino Mannoia, uno dei primi grandi collaboratori di giustizia, ex chimico di Cosa Nostra, che aveva contribuito alle indagini di Falcone e numerosi altri collaboratori come Emanuele Brusca, Enzo Salvatore Brusca, Antonio Calvaruso, Tullio Cannella, Gioacchino La Barbera e altri ancora.
Le loro dichiarazioni erano convergenti nei tratti generali, ma divergenti nei dettagli. E questa disomogeneità sarebbe diventata uno degli argomenti centrali della difesa. Il processo fu uno degli eventi giudiziari più seguiti della storia italiana. Coinvolse decine di udienze, migliaia di pagine di atti processuali, testimonianze di politici, funzionari di stato, magistrati e criminali.
fu, in un certo senso, il processo della prima repubblica intera, un tentativo di fare luce sui decenni in cui il potere politico e il potere criminale avevano convissuto nella stessa Sicilia. E come spesso accade con i processi che hanno una portata storica superiore alle loro dimensioni strettamente giudiziarie, l’esito finale riuscì a soddisfare soltanto in parte l’attesa di verità che lo circondava.
Va detto che alcuni degli stessi magistrati che avevano costruito l’imputazione riconobbero in seguito che la vicenda del bacio aveva finito per diventare controproducente. Come ha raccontato il pubblico ministero Guidolo Forte in diverse interviste successive al processo, concentrare tanta attenzione su quel singolo gesto rituale aveva distolto l’opinione pubblica dalla sostanza dell’accusa che era ben più solida.
Il bacio nella narrazione mediatica era diventato tutto e quando i giudici lo considerarono non provato, molti commentatori interpretarono erroneamente quella decisione come una soluzione piena di Andreotti da qualsiasi rapporto con la mafia. Il Tribunale di Palermo, nella sentenza di primo grado emessa al 23 ottobre 99, si confrontò con quella questione del presunto incontro del settembre 87.
I giudici analizzarono le dichiarazioni dei vari collaboratori di giustizia e rivelarono carenze probatorie significative. La ricostruzione dell’episodio era frammentaria, le versioni erano giudicate confuse e contraddittorie. Mancavano riscontri oggettivi e cronologici che potessero confermare con certezza la presenza di Andreotti in quell’appartamento, in quella specifica circostanza.

Il tribunale assosse Andreotti dall’accusa di associazione mafiosa, sia per i fatti anteriori che per quelli successivi al 1980. La sentenza di appello pronunciata dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo il 2 maggio 2003 fu il momento più significativo dal punto di vista giuridico e rappresentò una svolta rispetto al primo grado.
I giudici d’appello costruirono una distinzione fondamentale che avrebbe segnato la storia processuale di quel caso. Per i fatti anteriori alla primavera del 1980, la corte riconombe che Andreotti aveva avuto un’autentica, stabile e amichevole disponibilità verso i mafiosi, una partecipazione che integrava il reato di associazione a delinquere, ma questi reati erano nel frattempo estinti per prescrizione e non potevano quindi portare a una condanna.
Per i fatti successivi, tra cui il presunto incontro del settembre 87, la Corte stabilì che non esistevano prove sufficienti per ritenere l’imputato responsabile. Il 15 ottobre 2004 la Corte di Cassazione confermò questa impostazione con il rigetto dei ricorsi e la condanna di Andreotti al pagamento delle spese processuali.
Le motivazioni depositate il 28 dicembre 2004 affermarono che Andreotti era stato colluso con Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, momento a partire dal quale aveva inteso allontanarsi dall’organizzazione, arrivando anzi a promuovere negli ultimi governi tra l’89 e il 92 provvedimenti normativi di contrasto alla criminalità mafiosa.
una verità dimezzata per un uomo che aveva guidato l’Italia sette volte come presidente del Consiglio, giuridicamente assolto per i fatti successivi al 1980, incluso l’episodio del bacio, ma storicamente bollato con sentenza definitiva della Cassazione, come colluso con Cosa Nostra per almeno due decenni della sua vita pubblica. Il 29 agosto 2013, nel cortire del carcere di opera a Milano, Salvatore Riina, ormai anziano e malato, condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tornò inaspettatamente al centro dell’attenzione mediatica e
giudiziaria. Le conversazioni che il boss dei boss intratteneva con Alberto Lorusso, esponente della Sacra Corona Unita, venivano intercettate dagli investigatori e sarebbero state inserite agli atti del processo sulla cosiddetta trattativa Stato Mafia dai pubblici ministeri di Matteo, del Bene, Tartaglia e Teresi.
In quella conversazione riportata dal giornalista Salvo Palazzolo sulla Repubblica, Rina parlò di Andreotti con una sfrontatezza che soltanto un uomo come lui poteva permettersi, con gesti delle mani che espremevano incredulità, i cui dettagli sono stati riportati da diversi organi di stampa. Riina smentì il racconto di di Maggio sul bacio, ma aggiunse qualcosa di altrettanto esplosivo.
confermò che un incontro con l’ex presidente del Consiglio era effettivamente avvenuto. “Però con la scorta mi sono incontrato con lui”, avrebbe detto il boss, negando che quell’incontro fosse segreto o rituale, come descritto dal pentito. Le parole di Rina raggiunsero un ulteriore strato di ambiguità a una storia già complicata.
Da un lato confermavano che qualcosa tra i due era effettivamente accaduto, contraddicendo la versione di Andreotti che aveva negato qualsiasi incontro. Dall’altro lato negavano il significato mafioso rituale dell’episodio, smontando uno degli elementi più simbolicamente carichi della testimonianza di Di Maggio.
La presenza della scorta di Andreotti, evidenziata da Riina, rendeva, secondo lui, poco credibile l’idea di un incontro segreto. Non si tratta con il boss dei boss davanti ai propri agenti di protezione. È importante precisare che queste dichiarazioni non fanno parte del processo formale ad Andreotti che si era già concluso anni prima con la morte dello stesso politico avvenuto al 6 maggio 2013, pochi mesi prima di quelle intercettazioni.
Rina è stato un testimone tutt’altro che neutrale. Aveva ogni ragione per distorcere la realtà a proprio vantaggio, sminuire il valore dell’incontro, spresentarlo come qualcosa di irrilevante o innocente. Ma le sue parole in quel contesto hanno un peso simbolico che va al di là del valore strettamente probatorio. Il boss dei boss aveva finalmente detto a 20 anni dal processo che quell’incontro c’era stato.
>> Andiamo avanti. >> E allora siamo eh c’era là ad aspettare Paolo Rabito, ci ha aperto il cancergo e siamo entrati direttamente con la macchina sotto il il garage. Così ci siamo messi sull’ascensore e siamo saliti io, Paolo e Totornina all’attico dove è arrivato Ignaccio Salvo e ci è venuto a salutare e allora abbiamo percorso il corridoio e siamo entrati nel salotto e lì così vide l’onorevole e l’onorevole Andrea Orti.
E allora loro si sono alzati, l’onorevole Andreotti è Lima e Rina appronta e e rib Ва.
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