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DOCUMENTARIO RAFFAELE CUTOLO IO SONO IL PROFESSORE

È il padrone della strada, o almeno così crede. Sul marciapiede ci sono delle ragazze che passeggiano in un gesto di pura arrogante follia. Cutolo accelera puntando l’auto verso di loro solo per spaventarle. La manovra è violenta, azzardatissima, rischia di travolgerle in pieno. Le ragazze fanno un balzo indietro e tra loro c’è una ragazzina di 12 anni, terrorizzata, reagisce di stinto e gli urla contro.

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cretino, una parola, una sola stupida parola infantile, ma per l’ego smisurato di Raffaele Cutolo è una dichiarazione di guerra inaccettabile. Scende dall’auto con gli occhi iniettati di rabbia, raggiunge la ragazzina e si scaglia contro di lei. Il fratello della dodicenne e un amico non ci stanno, intervengono immediatamente per difenderla.

In un attimo in mezzo alla strada scoppia una rissa brutale. Il destino ha un tempismo letale. In quel preciso istante passa di lì Mario Viscito. Ha 31 anni, sta tornando a casa dal lavoro insieme al cognato. È un uomo onesto, un lavoratore, padre di tre figli. Vede quei ragazzi picchiarsi selvaggiamente e decide di intervenire. Vuole solo fare da pacere, vuole fermare la violenza e rimandare tutti a casa.

Ma Cutolo è accecato dalla furia, non tollera che qualcuno si metta in mezzo e sfidi la sua autorità. Si stacca dalla rissa, corre verso l’auto, infila la mano nell’abitacolo e tira fuori una pistola. Si volta, non esita un secondo, punta l’arma e spara. Otto colpi, una scarica assordante che squarcia l’aria di Ottaviano.

Cinque proiettili c’entrano Mario Viscito. L’uomo crolla sull’asfalto fulminato. Un padre di famiglia ammazzato senza pietà per aver tentato di fermare una banale elite di strada. Cutolo scappa, si dà alla latitanza. Per un criminale alle prime armi, senza soldi, senza coperture potenti, resiste solo 3 giorni, poi capisce che è braccato, isolato, si presenta al pretore di Ottaviano e si costituisce.

Scattano le manette, la giustizia è rapida e spietata, ergastolo in primo grado, poi ridotto a 24 anni in appello. A soli 22 anni la vita in libertà di Raffaele Cutolo sembra finita per sempre. I pesanti cancelli del carcere di Poggio Reale si chiudono alle sue spalle. Sembra l’epilogo patetico di un balordo di provincia, invece è esattamente il contrario.

Poggio Reale non sarà la sua tomba, sarà la sua università, il luogo oscuro da cui, passo dopo passo, costruirà l’impero di sangue più feroce che l’Italia abbia mai conosciuto. >> Raffaele Cutolo, in quest’aula lei ha avuto la prima condanna. anni 21 anni son comunque ebbe ilergasso più 15 anni >> e lei ha detto >> era un’ingiustizia perché poteva avere al massimo 13 anni 14 anni perché era un omicidio per legittima difesa >> so provocazione.

>> E così è così hanno fatto crescere Raffaele Cupo >> ecco che significa hanno fatto crescere Raffaele Cupo >> perché seò non non subivano ingiustizie no oggi non stavo qui. Comunque >> ti rubo solo pochi istanti. Se ami questo canale e vuoi aiutarmi a creare contenuti sempre nuovi, ho attivato gli abbonamenti.

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Negli anni 60 è una vera e propria trincea, un inferno di cemento, sbarre arrugginite e celle sovraffollate dove la legge dello Stato si ferma davanti al cancello di ingresso. Oltre quel confine comanda solo chi fa più paura. Quando Raffaele Cutolo varca quella soglia, ha poco più di 20 anni, è solo un ragazzo di provincia con un omicidio di impeto sulle spalle agli occhi dei vecchi boss della camorra, quelli che gestiscono il contrabbando e dettano legge nei quartieri, è soltanto carne da macello, un signor nessuno destinato a prendere ordini o a finire

male, ma cutolò un piano diverso e soprattutto ha una pazienza letale. Invece di usare i muscoli o cercare la rissa per farsi rispettare, il giovane di Ottaviano sceglie una strada che nessuno si aspetta, usa il cervello, si isola dal caos dei corridoi e si butta su i libri. Inizia a leggere di tutto. In carcere si dedica alle letture, persino alla poesia.

In un ambiente dove la maggior parte dei detenuti a malapena sa scrivere il proprio nome, la cultura diventa un’arma potentissima. Cutolo inizia a mettere questa sua istruzione al servizio degli altri. scrive lettere per i carcerati, dà consigli, si mostra come un uomo di intelletto. È una strategia manipolatoria perfetta, aiutando chi non ha voce, si crea un esercito di debitori.

I detenuti iniziano a guardarlo con occhi diversi. Non è più il ragazzino che ha sparato per strada, ma diventa una figura di riferimento. Tutti iniziano a chiamarlo con un nome che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni, guadagnandosi il soprannome di o professore. È la nascita di un mito.

Cutolo capisce che per comandare davvero non basta la violenza fisica, serve il controllo psicologico, serve che gli altri credano in te. Tuttavia, il professore sa perfettamente che le letture e le poesie non bastano per prendersi la corona di Paggio Reale. Il carcere ha un suo codice spietato. Se vuoi essere il re, devi abbattere il re in carica.

In quel periodo il nome che incute maggiore timore tra le sbarre è quello di Antonio Spavone. Spavone è l’incarnazione della vecchia camorra, un boss rispettato, temuto e con un’aura da intoccabile. La sua fame è tale che ha persino ricevuto la grazia dall’allora presidente della Repubblica, perché durante l’alluvione di Firenze del 66, mentre era incarcerato nel carcere delle murate, si è distinto per il suo eroismo.

Sfidare un uomo con questo curriculum criminale sembra un vero e proprio suicidio. Ma Cutolo non si fa intimidire, sa che il carisma si nutre di gesti estremi. Così fa la sua mossa. Sfida a duello Antonio Spavone. Uno scontro all’arma bianca da consumarsi durante l’ora d’aria nel cortile del carcere. L’arma scelta e la molletta, termine utilizzato all’epoca per indicare il letale coltello a scatto nel codice d’onore della malavita.

Una sfida pubblica di questo tipo non può essere ignorata. Chi si tira indietro perde la faccia e chi perde la faccia in carcere perde tutto. Il giorno del duello l’atmosfera appoggio reale è carica di una tensione insopportabile. Il cortile è un’arena silenziosa. Centinaia di detenuti sono aggrappati alle sbarre delle finestre o disposti a cerchio in attesa di vedere scorrere il sangue.

Cutolo si presenta puntuale, freddo e determinato. Alla sua molletta pronta. Aspetta, i minuti passano lenti e carichi di adrenalina, ma la porta del braccio in cui si trova spavone rimane chiusa. Il vecchio boss non scende nel cortile, non si presenta all’appuntamento. I motivi di questa assenza possono essere tanti, forse legati alla sua recente grazia o a calcoli di potere, ma nel tribunale spietato del carcere le giustificazioni non hanno alcun valore.

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