È il padrone della strada, o almeno così crede. Sul marciapiede ci sono delle ragazze che passeggiano in un gesto di pura arrogante follia. Cutolo accelera puntando l’auto verso di loro solo per spaventarle. La manovra è violenta, azzardatissima, rischia di travolgerle in pieno. Le ragazze fanno un balzo indietro e tra loro c’è una ragazzina di 12 anni, terrorizzata, reagisce di stinto e gli urla contro.
cretino, una parola, una sola stupida parola infantile, ma per l’ego smisurato di Raffaele Cutolo è una dichiarazione di guerra inaccettabile. Scende dall’auto con gli occhi iniettati di rabbia, raggiunge la ragazzina e si scaglia contro di lei. Il fratello della dodicenne e un amico non ci stanno, intervengono immediatamente per difenderla.
In un attimo in mezzo alla strada scoppia una rissa brutale. Il destino ha un tempismo letale. In quel preciso istante passa di lì Mario Viscito. Ha 31 anni, sta tornando a casa dal lavoro insieme al cognato. È un uomo onesto, un lavoratore, padre di tre figli. Vede quei ragazzi picchiarsi selvaggiamente e decide di intervenire. Vuole solo fare da pacere, vuole fermare la violenza e rimandare tutti a casa.
Ma Cutolo è accecato dalla furia, non tollera che qualcuno si metta in mezzo e sfidi la sua autorità. Si stacca dalla rissa, corre verso l’auto, infila la mano nell’abitacolo e tira fuori una pistola. Si volta, non esita un secondo, punta l’arma e spara. Otto colpi, una scarica assordante che squarcia l’aria di Ottaviano.
Cinque proiettili c’entrano Mario Viscito. L’uomo crolla sull’asfalto fulminato. Un padre di famiglia ammazzato senza pietà per aver tentato di fermare una banale elite di strada. Cutolo scappa, si dà alla latitanza. Per un criminale alle prime armi, senza soldi, senza coperture potenti, resiste solo 3 giorni, poi capisce che è braccato, isolato, si presenta al pretore di Ottaviano e si costituisce.
Scattano le manette, la giustizia è rapida e spietata, ergastolo in primo grado, poi ridotto a 24 anni in appello. A soli 22 anni la vita in libertà di Raffaele Cutolo sembra finita per sempre. I pesanti cancelli del carcere di Poggio Reale si chiudono alle sue spalle. Sembra l’epilogo patetico di un balordo di provincia, invece è esattamente il contrario.

Poggio Reale non sarà la sua tomba, sarà la sua università, il luogo oscuro da cui, passo dopo passo, costruirà l’impero di sangue più feroce che l’Italia abbia mai conosciuto. >> Raffaele Cutolo, in quest’aula lei ha avuto la prima condanna. anni 21 anni son comunque ebbe ilergasso più 15 anni >> e lei ha detto >> era un’ingiustizia perché poteva avere al massimo 13 anni 14 anni perché era un omicidio per legittima difesa >> so provocazione.
>> E così è così hanno fatto crescere Raffaele Cupo >> ecco che significa hanno fatto crescere Raffaele Cupo >> perché seò non non subivano ingiustizie no oggi non stavo qui. Comunque >> ti rubo solo pochi istanti. Se ami questo canale e vuoi aiutarmi a creare contenuti sempre nuovi, ho attivato gli abbonamenti.
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Negli anni 60 è una vera e propria trincea, un inferno di cemento, sbarre arrugginite e celle sovraffollate dove la legge dello Stato si ferma davanti al cancello di ingresso. Oltre quel confine comanda solo chi fa più paura. Quando Raffaele Cutolo varca quella soglia, ha poco più di 20 anni, è solo un ragazzo di provincia con un omicidio di impeto sulle spalle agli occhi dei vecchi boss della camorra, quelli che gestiscono il contrabbando e dettano legge nei quartieri, è soltanto carne da macello, un signor nessuno destinato a prendere ordini o a finire
male, ma cutolò un piano diverso e soprattutto ha una pazienza letale. Invece di usare i muscoli o cercare la rissa per farsi rispettare, il giovane di Ottaviano sceglie una strada che nessuno si aspetta, usa il cervello, si isola dal caos dei corridoi e si butta su i libri. Inizia a leggere di tutto. In carcere si dedica alle letture, persino alla poesia.
In un ambiente dove la maggior parte dei detenuti a malapena sa scrivere il proprio nome, la cultura diventa un’arma potentissima. Cutolo inizia a mettere questa sua istruzione al servizio degli altri. scrive lettere per i carcerati, dà consigli, si mostra come un uomo di intelletto. È una strategia manipolatoria perfetta, aiutando chi non ha voce, si crea un esercito di debitori.
I detenuti iniziano a guardarlo con occhi diversi. Non è più il ragazzino che ha sparato per strada, ma diventa una figura di riferimento. Tutti iniziano a chiamarlo con un nome che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni, guadagnandosi il soprannome di o professore. È la nascita di un mito.
Cutolo capisce che per comandare davvero non basta la violenza fisica, serve il controllo psicologico, serve che gli altri credano in te. Tuttavia, il professore sa perfettamente che le letture e le poesie non bastano per prendersi la corona di Paggio Reale. Il carcere ha un suo codice spietato. Se vuoi essere il re, devi abbattere il re in carica.
In quel periodo il nome che incute maggiore timore tra le sbarre è quello di Antonio Spavone. Spavone è l’incarnazione della vecchia camorra, un boss rispettato, temuto e con un’aura da intoccabile. La sua fame è tale che ha persino ricevuto la grazia dall’allora presidente della Repubblica, perché durante l’alluvione di Firenze del 66, mentre era incarcerato nel carcere delle murate, si è distinto per il suo eroismo.
Sfidare un uomo con questo curriculum criminale sembra un vero e proprio suicidio. Ma Cutolo non si fa intimidire, sa che il carisma si nutre di gesti estremi. Così fa la sua mossa. Sfida a duello Antonio Spavone. Uno scontro all’arma bianca da consumarsi durante l’ora d’aria nel cortile del carcere. L’arma scelta e la molletta, termine utilizzato all’epoca per indicare il letale coltello a scatto nel codice d’onore della malavita.
Una sfida pubblica di questo tipo non può essere ignorata. Chi si tira indietro perde la faccia e chi perde la faccia in carcere perde tutto. Il giorno del duello l’atmosfera appoggio reale è carica di una tensione insopportabile. Il cortile è un’arena silenziosa. Centinaia di detenuti sono aggrappati alle sbarre delle finestre o disposti a cerchio in attesa di vedere scorrere il sangue.
Cutolo si presenta puntuale, freddo e determinato. Alla sua molletta pronta. Aspetta, i minuti passano lenti e carichi di adrenalina, ma la porta del braccio in cui si trova spavone rimane chiusa. Il vecchio boss non scende nel cortile, non si presenta all’appuntamento. I motivi di questa assenza possono essere tanti, forse legati alla sua recente grazia o a calcoli di potere, ma nel tribunale spietato del carcere le giustificazioni non hanno alcun valore.
Conta solo l’immagine. E l’immagine di quel giorno è chiara. Cutolo è solo in mezzo al cortile, pronto a combattere, mentre il boss rivale ha evitato lo scontro. È un trionfo totale. Il professore ha vinto la sua battaglia più importante senza dover versare nemmeno una goccia di sangue. Quell’evento fece guadagnare a cupolo un prestigio incalcolabile, rendendolo estremamente popolare tra tutti i detenuti.
Riconoscendo solo le legge del coraggio e dell’audacia, i carcerati cambiano subito schieramento. Sempre più numerosi iniziano a rivolgersi a lui chiedendo la sua protezione. Il ragazzo di Ottaviano è diventato a tutti gli effetti il padrone indiscusso del carcere. Questo dominio incontrastato dietro le sbarre dura fino a una data cruciale, nel maggio del 1970.
I tempi della giustizia italiana giocano a favore di Raffaele Cutolo e viene scarcerato per decorrenza dei termini. I cancelli di Poggio reale si aprono, ma l’uomo che respira di nuovo l’aria libera non è più il criminale sprovveduto arrestato anni prima. è un leader riconosciuto, osannato dai suoi compagni di cella e temuto. Il professore torna in strada con un esercito potenziale a sua disposizione e un’idea fissa nella mente.
Quell’idea fissa ha un nome preciso, egemonia assoluta. Nei pochi mesi in cui assapore alla libertà, a partire dal maggio del 1970, Raffaele Cutolo non perde un solo istante a celebrare la sua scarcerazione. La strada per lui è solo una scacchiera su cui muovere le prime decisive pedine. Capisce rapidamente che la camorra tradizionale, frammentata nei vicoli di Napoli e gestita dai vecchi signori del contrabbando di sigarette è anacronistica.
È un sistema superato, disorganizzato e privo di una vera visione. Inizia così a viaggiare nell’ombra. Scende in Puglia, si sposta nel basso Lazio e stringe i primi contatti con l’aristocrazia del crimine, i vertici dell’andrangheta calabrese. I boss, maestri assoluti nell’inquadramento criminale, fiutano il potenziale di questo giovane campano dagli occhi di ghiaccio e gli offrono il titolo di capo società per gestire una filiale nella sua regione.
Cuto lo ascolta, incassa il rispetto e studia avidamente i loro meccanismi di potere, ma il suo ego smisurato gli impedisce di essere il subordinato di qualcuno. Lui non prenderà ordini da fuori. Lui vuole essere il padrone esclusivo della sua terra. >> Queste prove di affetto che lei ha quando arriva tribunale.
Ecco, questa è la mia gioia che la gente mi ama. >> Si sente amato. >> Me lo dimostrano. Non è che mi sento soltanto me lo dimostrano con fatti. Lo Stato mi ha fatto crescere, però voglio anche dire che io sono stato sempre contro a tanti politici, non sono andata mai d’accordo, sempre contro. Anche se i politici avevano bisogno di Cutolo, non io di loro.
Mai ho avuto bisogno di LC. L’arbo, della città, largo. Presto bottega che già presto. >> Signor Cuttolo, chi è secondo lei un camorrista? >> Ma diciamo è una scelta di vita. Non è che il camorrist perché è un’etichetta che si dà il camorristo non ho detto mai che c’era la questa nuova d’amor, diciamo che era un partit di qualità di qualità >> perché la N era un partito come la DC, come il PSI.
Fortunatissimo per verità. Fortunatissimo per verità. Pronto a far tutto la notte e il giorno sempre. >> Si dice lei in Campania disponga di 3000 uomini che farebbero di tutto per lei. >> Eh, ciò significa ho seminato il bene? Ecco, voi avete studiato, significa che ho seminato il bene, no? >> Nei processi risulta che i mafiosi pagarono 500 milioni per vedere la morte.
sapete tutti ma pagarono anche lo so anch’io. Hanno pagate >> 500 più 500 per fare una mazzara. No, >> perché >> sono ancora io dottore dottore io sono stato il primo e l’ultimo camorrista. Primo e dopo è tutto mafia. Comunque l’hanno fatto unire anche dalla gente per farmi ammazzare a Napoli, però sono morti.
Quindi sono ancora vivi >> col cavaliere, con la donnetta. col cavaliere. >> Il progetto subisce però una brusca e violenta battuta d’arresto. Il 25 marzo 71, dopo un conflitto a fuoco disperato con le forze dell’ordine, le manette scattano di nuovo ai suoi polsi. Il destino lo rispedisce esattamente da dove era venuto, dietro le pesanti sbarre del carcere di Poggio Reale.
Eppure, per Cutolo, questa si trasforma nell’intuizione strategica definitiva. Capisce che fuori per strada si è esposti, si rischia la pelle o la galera ogni singolo giorno. Il carcere invece, se sai come manipolarlo, è una fortezza inespugnabile e soprattutto è il più grande bacino di manodopera disperata del mondo.
inizia a comprare le vite dei detenuti comuni usando l’unica moneta che conta dietro le sbarre, la sopravvivenza. Paga avvocati di tasca sua, manda pacchi alimentari a chi non ha nessuno, fa recapitare stipendi mensili alle famiglie affamate nei bassi napoletani. Non chiede indietro i soldi, ma esige una cosa molto più vincolante, l’anima.
Chi accetta il suo soccorso si vende a lui per l’eternità. Questa massa informe e rabbiosa prende struttura in una data calcolata con freddo e narcisistico misticismo. Il 24 ottobre 1974, giorno di San Raffaele Arcangelo. Paragonandosi all’Arcangelo Guaritore nel ventre oscuro e umido di Poggio Reale, Cutolo fonda ufficialmente la nuova camorra organizzata, la NCO.
Non si tratta di una semplice banda, ma di una vera e propria corporazione paramilitare, un ibrido terrificante tra un esercito, una loggia massonica e una setta religiosa. Avendo imparato la lezione dei calabresi, Cutolo disegna una piramide gerarchica rigida e inscile. Alla base di tutto ci sono i picciotti, i soldati semplici, la carne da cannone reclutata tra i giovani disperati pronti a morire a un suo cenno.
Un gradino più in alto si trovano i camorristi affiliati che hanno già dimostrato la loro fedeltà col sangue. Salendo ancora ci sono gli sgarristi e i capizona, veri e propri colonnelli a cui viene affidato il controllo militare ed economico di interi quartieri o comuni della provincia. A un passo dalla vetta, Cutolo istituisce la figura dei santisti, un grado d’elite copiato direttamente dall’andrangheta, composto da pochissimi intoccabili che rispondono unicamente a lui e in cima a questa montagna di criminali siede lui.
Ora non è più solo il professore, pretende di essere chiamato il Vangelo. Per cementare questa struttura inventa rituali di affiliazione teatrali e vincolanti, giuramenti immormorati nel buio delle celle, dita punte con uno spillo, sangue che gocciola su un’immagine sacra a cui viene dato fuoco nel palmo della mano.
Promesse di morte atroce per chiunque osi tradire. Ma per far funzionare e governare una macchina così complessa e vasta al Vangelo non bastano i rituali, ha bisogno di un vero e proprio consiglio di amministrazione feroce, una cerchia di generali capaci di imporre il suo valore sia dentro che fuori dalle celle.
A capo dell’ala logistica e finanziaria c’è una figura inaspettata e gelida, sua sorella maggiore Rosetta Cutolo. Rosetta vive reclusa nelle stanze del maestoso castello Mediceo di Ottaviano, acquistato coi proventi illeciti. È lei la vera cassaforte della NCO, la donna che tiene i registri contabili delle estorsioni, che smista gli stipendi agli affiliati e che, pur non avendo mai sparato un colpo, incute un timore reverenziale in tutta l’organizzazione.
Ma se Rosetta custodisce il tesoro, il vero alter ego del boss, l’uomo che comanda militarmente ed economicamente in strada è Vincenzo Casillo, conosciuto da tutti come Onirone. Casillo non è un semplice generale, è il primo ministro indiscusso della cosca. È il braccio destro a cui Cutolo affida letteralmente la propria vita.
è l’unico autorizzato a parlare a nome del Vangelo, a spostare fiumi di miliardi e a tenere i contatti diretti con le istituzioni deviate e le versione. Finché Cutolo Encella, la voce di Casillo per strada è legge assoluta. La NCO si nutre però prima di tutto di violenza sul territorio e per questo ci sono i capi militari.
A Sant’Antimo comanda Giuseppe Puca, detto Giappone, un boss dalla ferocia leggendaria che trasforma la sterminata provincia nord di Napoli in un fortino inespugnabile della fazione cutoliana. A Castellammare di Stabia c’è Antonio Cuomo, soprannominato Maranghiello, un gigante spietato che domina l’intera fascia costiera e i traffici marittimi con il pugno di ferro.
Il vero orrore, infine, si consuma all’interno delle carceri, dove il regime cutoliano non ammette alcuna forma di dissenso. A mantenere l’ordine con il terrore ci pensa Raffaele Catapano, il suo soprannome nel sottobosco criminale, basta a qualificarlo. Il boia delle carceri è lui a eseguire fisicamente o a coordinare gli omicidi, i pestaggi e le punizioni esemplari contro chiunque osi mancare di rispetto al Vangelo.
E insieme a lui, come arma letale, sempre pronta a esplodere, c’è una figura dal profilo psicologico oscuro e profondamente deviato. Pasquale Barra o animale, un killer sprovvisto di qualsiasi freno inibitore che leva l’omicidio a un macabro rito di devozione carnale verso il boss. Sarà proprio lui il più temuto sicario durante la vertiginosa ascesa dell’impero cutoliano e per un crudele scherzo del destino diventerà la lama avvelenata che lo pugnalerà a morte negli anni a venire.
In pochi mesi guidata da questo vertice spietato e un’organizzazione come un esercito perfetto, la NCO si espande come un’epidemia inarrestabile. Lo Stato italiano ha chiuso un assassino dietro una porta blindata, credendo di aver risolto il problema e di aver protetto la società. invece gli ha appena consegnato le chiavi del laboratorio perfetto per creare la macchina di morte più sanguinaria del secolo.
Lei come si definirebbe allora? Ma sono uno che combatte contro le ingiustizie io e tutti gli amici miei. Un Roby nood, diciamo, >> diciamo. >> Techi la considera anche un benefattore. Che cosa ha fatto per il suo prossimo? >> Io ho fatto tanto, ho sempre regalato un sorriso a chi ne avevo bisogno. >> Eh, si parla di contrapposizione tra lei e gli altri, >> no? I giornalisti dicono queste cose, scrivono, dicono.
>> E i 200 morti in un anno e mezzo non è che sono scritti dai giornali. >> Terremoto terremote. >> No, >> quelli morti ammazzati. >> Ammazzan >> quelli morti ammazzati. >> Qualcuno c’ha l’abbonamento delle pombe funibre fare i morti. No. >> Gestire un esercito in continua espansione da dietro le sbarre di Poggio Reale inizia a diventare difficoltoso.
La NCO è diventata un mostro famelico, ha bisogno di fiumi di droga, di traffici di armi internazionali, di appalti e soprattutto ha bisogno che il suo leader sia fisicamente sul territorio per stringere le alleanze che contano. Il Vangelo deve tornare in strada, deve toccare con mano l’impero che ha appena fondato.
Un’evasione forzata dal principale penitenziario partenopeo è un’impresa militarmente impossibile. Serve un piano alternativo, serve la truffa perfetta. Cutolo, l’uomo che studiava avidamente i codici di diritto e scriveva poesie per i compagni di cella, improvvisamente cambia atteggiamento. Inizia a manifestare violenti e incomprensibili segni di squilibrio.
Be caffè con il sale, urla nel cuore della notte, assume comportamenti maniacali, finge di essere pazzo e non lo fa a caso. sa perfettamente che la legge italiana prevede il trasferimento automatico nei manicomi criminali per i detenuti affetti da gravi patologie psichiatriche. La dispone ormai di capitali immensi e con il denaro si può comprare qualsiasi cosa, anche la follia.
A certificare la sua presunta pazzia interviene una firma pesante, quella del professor Aldo Semerari. è uno dei più noti psichiatri e criminologi italiani, ma è anche una figura oscura, un uomo legato a doppio filo ai servizi segreti deviati alle versione. In cambio di un compenso stratosferico e della promessa di appoggi criminali per i suoi progetti politici, Semerari redige la perizia perfetta, dichiara il boss di Ottaviano totalmente infermo di mente.
stato a bocca al raggiro o forse nei palazzi del potere. Qualcuno decide strategicamente di chiudere un occhio. Nel maggio del 1977 Cutolo viene trasferito all’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. È esattamente il punto debole in cui voleva incunearsi. I manicomi criminali all’epoca sono strutture fatiscenti, veri e propri gironi infernali per i malati, ma con protocolli di sicurezza perimetrale decisamente inferiori rispetto alle carceri di massima sicurezza.
Il 5 febbraio del 1978 il piano di fuga scatta in tutta la sua potenza teatrale. Non si tratta di una fuga silenziosa scavando un tunnel nella notte ossegando lentamente le sbarre. È una vera e propria azione di guerra. Un comando armato di fedelissimi dell’ NCO si avvicina alle mura esterne del manicomio di Aversa in pieno giorno.
Non usano lime o scale di corda, usano la nitroglicerina. Una carica esplosiva devastante sventra la spessa parete di cinta creando un cratere di macerie, fumo e polvere. Il boato scuote l’intera città. Nel panico generale, tra sirene che suonano a vuoto, infermieri terrorizzati e guardie disorientate, Raffaele Cutolo esce camminando tranquillamente attraverso la breccia nel muro.
Fuori lo aspetta un’auto pulita con il motore acceso. Il Vangelo è di nuovo libero. Inizia così una lattitanza anomala che non ha nulla a che vedere con la vita del classico fuggiasco braccato e rintanato in un bunker sotterraneo. Cutolo non si nasconde. Viaggia tessele, allarga i confini del suo potere. Si sposta utilizzando documenti falsi di altissima qualità, soggiorna in hotel di lusso, riceve i suoi luogo tenenenti e decide le condanne a morte come un amministratore delegato d’azienda.
L’obiettivo strategico principale diventa Roma. La capitale è il vero crocevia del potere della politica e degli affari sporchi. Qui il boss campano entra in contatto con una realtà criminale emergente, ambiziosa e feroce quanto la sua, la banda della Magliana. Gli incontri avvengono nell’ombra dei ristoranti romani e nelle ville fuori città.
Cutolo stringe un patto di ferro con Nicolino Selis, uno dei leader e fondatori della Magliana. L’accordo è brutale e vantaggioso per entrambi. I romani gestiranno in autonomia il traffico di droga e il controllo della capitale, ma garantiranno protezione assoluta e appoggio logistico ai cutoliani detenuti nelle carceri del Lazio.
In cambio la NCO fornirà armi, canali di riciclaggio e killer spietati per i lavori sporchi. È un’alleanza storica che unisce la Campania e Roma sotto un’unica enorme cupola di piombo e affari illeciti. Ma alla lattitanza di Cutolo sfiora persino i segreti più indicibili della Repubblica Italiana. Nella primavera del 78 l’Italia intera è paralizzata dal terrore per un sequestro che scuote le fondamenta stesse dello Stato, il rapimento dello Statista Aldo Moro.
Gli apparati investigativi brancolano nel buio più totale. In questo clima di disperazione e caos. Figure misteriose che si muovono nelle zone d’ombra del paese bussano alla porta della criminalità organizzata. Si cercano disperatamente canali alternativi per individuare la prigione dell’ostaggio. Cutolo, forte della sua rete di affiliati e informatori sparsi capillarmente ovunque, si attiva subito.
La NCO è una macchina perfetta per setacciare i bassi fondi e i covi inaccessibili alle istituzioni. Anni dopo il boss racconterà una versione dei fatti tanto suggestiva quanto inquietante. La sua organizzazione, muovendosi nel sottobosco romano, era arrivata a un passo dalla prigione segreta, ma proprio quando la soluzione sembrava portata di mano, un ordine perentorio e invisibile, giunto da sfere intoccabili e oscure, lo avrebbe bruscamente bloccato.
Un gelido invito a farsi gli affari propri, intimato da chi manovrava fili ben più grandi di lui. In Italia fatta di silenzi e patti inconfessabili, il presunto intervento della camorra diventa l’ennesimo tassello misterioso di una delle pagine più bue della nostra storia. >> Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, rapito a Roma stamane all’uscita dalla sua abitazione.
>> 16 marzo 1978, un nucleo armato delle Brigate Rosse rapisce il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Mou. Via Stresa, sono le 1010, siamo appena arrivati sul luogo dove è avvenuto l’assalto. Nell’assalto in via Fan restano uccisi i due carabinieri di scorta, Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i tre poliziotti sulla seconda auto Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.
Secondo la ricostruzione ufficiale, 30 minuti dopo la sparatoria, Moro viene rinchiuso in una stanza insonorizzata costruita all’interno di un appartamento di via Montalcini, dove trascorrerà 55 giorni di prigionia, gli ultimi della sua vita. Allora, lei deve comunicare alla famiglia >> che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani.
Caetani. >> Il corpo crivellato da 11 colpi sarà fatto ritrovare il 9 maggio 1978 nel bagagliaaglio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani a metà strada tra le sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Sul caso Mauro vengono celebrati cinque processi e sono istituite cinque commissioni parlamentari diinchiesta.
L’ultima si conclude il 6 dicembre 2017 e viene definita non esaustiva. Nel frattempo, durante le indagini riguardanti la criminalità organizzata, i magistrati romani vengono a conoscenza di nuovi particolari sul sequestro. Il boss della camorra Raffaele Cutolo dichiara di aver saputo in quei giorni da uomini della banda della Magliana dove era tenuto segregato Moro e di essere stato in grado di liberarlo.
Un ordine proveniente da ambienti politici della DC avrebbe fermato il suo tentativo. >> Cutolo si sente invincibile, convinto di poter giocare alla pari coi vertici dello Stato, ma la sua stessa arroganza lo rende disattento. La caccia all’uomo dei Carabinieri non si è mai fermata. La sua addorata latitanza si infrange all’improvviso, all’alba del 15 maggio del 79.
Non si trova in un castello, ma in un modesto casolare agricolo ad Albanella, un piccolo e isolato comune nella provincia di Salerno. Un blitz chirurgico e silenzioso delle forze dell’ordine circonda l’edificio. Non c’è esplosivo, non c’è esercito che possa salvarlo questa volta. Preso alla sprovvista, il Bots alza le mani e si arrende senza sparare un solo colpo.
Viene riportato immediatamente in cella. Tuttavia il disastro per la società civile si è già compiuto. Quell’anno abbondante di libertà non è servito solo a respirare, ma a trasformare la NCO in una multinazionale del crimine radicata ovunque. Cutolo rientra dietro le sbarre fisicamente, ma il seme del terrore che ha piantato durante la latitanza è sbocciato in una pianta velenosa.
Una guerra totale, spietata e senza precedenti sta per esplodere, pronta a inondare di sangue l’intera regione. Domenica 23 novembre 1980. Mancano pochi minuti alle 8:00 di sera. Un boato sordo e prolongato squarcia il silenzio dell’autunno campano. La Terra trema con una violenza devastante. È il terremoto dell’Irpinia.
Interi paesi crollano come castelli di carte. Palazzi si sbriciolano seppellendo intere famiglie sotto tonnellate di cemento armato. Alla fine si conteranno quasi 3000 morti e centinaia di migliaia di sfollati. L’Italia intera piange davanti alle immagini di quella tragedia in mane. Ma mentre la povera gente scava a mani nude tra le macerie per cercare i proprie cari, c’è chi in quel disastro intravede la più grande redditizia opportunità economica del secolo.
Raffaele Cutolo e la sua organizzazione non provano pietà, non conoscono il lutto. Per la nuova camorra organizzata il terremoto è semplicemente una pioggia di miliardi in arrivo. Prima di allungare le mani sui fondi della ricostruzione però, il professore sfrutta il caos generato dal sisma per sistemare i conti in sospeso proprio nel cuore del suo regno.
Nel carcere di Poggio Reale, la scossa tellurica semina il panico assoluto. Salta la corrente elettrica, le sirene d’allarme impazziscono, i muri perimetrali vacillano e i cancelli dei bracci vengano spalancati o divelti per evitare che i detenuti muoiano schiacciati nelle celle. In quei minuti di terrore cieco il personale di custodia perde totalmente il controllo della struttura.
L’oscurità inghiotta il penitenziario e nell’ombra i lupi della NCO vengono sguinzagliati. Cutolo ha pianificato tutto con cinismo glaciale, ordina ai suoi fedelissimi di approfittare della confusione per eseguire una spietata pulizia etnica criminale. I killer del Vangelo armati di coltelli a scatto, punteruoli rudimentali ricavati dalle gambe dei tavoli e lame affilate di nascosto, danno il via a una caccia all’uomo senza precedenti.
I bersagli sono i boss rivali, gli affiliati ai clan storici e chiunque abbia usato sfidare l’autorità del padrone di Ottaviano. Il cortile interno, e i corridoi di Poggio Reale si trasformano in un mattatoio a cielo aperto. Uomini vengono accoltellati a morte, sgozzati e lasciati dissanguare tra le urla disperate di chi cerca solo di salvarsi dalle scosse.
Quando la luce torna e la polvere si dirata, i cadaveri eccellenti rimasti sull’asfalto freddo del carcere mandano un messaggio inequivocabile al mondo esterno. Cutolo non ha confini ed è pronto ad uccidere chiunque ostacoli il suo cammino. Fuori dalle mura del carcere lo scenario è altrettanto macrapo. Lo Stato italiano stanzia a fondi spaventosi per ricostruire le zone terremotate e un fiume di denaro pubblico che fa impazzire l’avidità criminale.
Cutolo impartisce un ordine categorico ai suoi capi zona sparsi sul territorio. La NCO deve mettere le mani su ogni singolo appalto, su ogni sacco di cemento, su ogni betoniera. Scattano estorsioni a tappeto sulle imprese edili, infiltrazioni nei consigli comunali per pilotare le gare, tangenti pretesi su ogni mattone posato. Il boss vuole divorare la campagna intera reclamando per sé il monopolio assoluto su tutto il business della ricostruzione.
>> Buonasera. Forti scosse di terremoto sono state avvertite pochi minuti fa in Basilicata, nella zona del Vulture vicino Potenza. Domenica 23 novembre 1980. Due micidiali scosse di terremoto devastano l’Irpinia e la Basilicata. Le vittime sono 3000, 300.000 gli sfollati e 687 i comuni colpiti, molti dei quali rasi al suolo.
La macchina dei soccorsi si muove a fatica nonostante lo stimolo dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Io non le faccio le parole, saranno i fatti che contano. Ha ragione. >> In prima battuta lo Stato stanzia per la ricostruzione oltre 8.000 miliardi di lire, una somma gigantesca destinata a moltiplicarsi negli anni e nei decenni successivi su cui la criminalità organizzata mette subito le mani.
Nel corso delle indagini verranno arrestate 384 persone tra politici, amministratori, imprenditori, boss e affiliati alla camorra. 28 i clan coinvolti, tra cui la nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la nuova famiglia dei Nuvoletta e Bardellini. Chi ha provato a opporsi alle infiltrazioni mafiose o a raccontarle è stato eliminato come il sindaco di Pagani Marcello Torre, ucciso dai cutoliani nel dicembre 1980, appena poche settimane dopo il sisma, o il giornalista Giancarlo Siani, assassinato nel 1985, >> ma questa volta ha fatto male i conti.
La sua ingordigia totale unita al disprezzo per le regole storiche della malavita rompe l’equilibrio. I vecchi signori del contrabbando e i boss tradizionali capiscono che Cutolo non vuole solo una fetta della torta, vuole l’intera pasticceria e intende eliminare tutti i concorrenti. Figure di vertice della criminalità immensamente ricche e potenti, si rendono conto che per sopravvivere devono mettere da parte le loro vecchie faide interne.
restano divisi. L’esercito dei disperati dell NCO li annienterà uno ad uno. Nasce così un’alleanza tattica e letale, un fronte unito anticoliano che prende il nome di Nuova Famiglia. Non è una struttura gerarchica e settaria come quella di Cutolo, ma una vera e propria confederazione di clan. Hanno capitali, armi da guerra pesanti e collegamenti internazionali di primoordine e soprattutto hanno un solo chiarissimo obiettivo, sterminare Raffaele Cutolo e cancellare dalla faccia della terra chiunque porti il marchio della sua
organizzazione. È l’inizio della guerra di Camorra, più sanguinosa e devastante che l’Italia contemporanea abbia mai conosciuto. Non si combatte più solo per il controllo di un quartiere, si combatte per l’egemonia totale. La Campania precipita in una spirale di violenza inaudita. Le strade di Napoli e dei paesi vesuviani diventano trincei.
I morti si contano a centinaia ogni anno, trasformando la statistica in una macabra normalità. I telegiornali aprono quotidianamente con immagini di lenzuola bianche stese sull’asfalto, vetrine crivellate di colpi di mitra e auto incendiate. Si spara nei bar, fuori dalle chiese, in mezzo al traffico, falciando spesso innocenti che hanno la sola colpa di trovarsi sulla linea di tiro.
La strategia del terrore cutoliano si scontra con la spietata potenza militare della nuova famiglia. Il mito dell’invincibilità del professore si scontra con una resistenza feroce in un conflitto che trasforma un’intera regione in un campo di battaglia infernale dove il sangue versato annega i miliardi della ricostruzione.
Siamo nella primavera del 1981. La polvere delle macerie non si è ancora posata, ma l’avidità umana ha già innescato un inferno peggiore del terremoto. Mentre i clan si contendono i fiumi di miliardi stanziati per la ricostruzione, accade l’impensabile. Un comando armato rapisce un potentissimo esponente politico campano, l’uomo che detiene letteralmente le chiavi della cassaforte degli appalti post sismici.
A sequestrarle un gruppo di terroristi. Ufficialmente le istituzioni alzano il muro della fermezza. Nessun patto con gli eversivi, ma nei corridoi bui del potere. Il panico è assoluto. Lo stagio conosce segreti inconfessabili, sa come i soldi pubblici vengono spartiti tra colletti bianchi e imprenditoria.
Deve tornare a casa vivo a qualunque costo e per farlo figure senza volto emissari di uno stato ombra decidono di scendere a patti col diavolo. Varcano i cancelli del carcere di massima sicurezza e bussano alla cella di Raffaele Cutolo. Il boss di Ottaviano non si fa pregare dal suo trono dietro le sbarre muove le pedine, sfrutta il suo controllo totale sulle prigioni per lanciare un ultimatum ai terroristi detenuti.
O collaborate per liberare lo staggio o nelle celle si farà un massacro. Il brutale ricatto incrociato funziona. Dopo quasi 3 mesi il politico viene rilasciato in un palazzo abbandonato in cambio di un riscatto miliardario raccolto attraverso canali torbidi e inconfessabili. Cutolo esulta. È convinto di aver tenuto in pugno la Repubblica, di aver siglato un patto di ferro che lo renderà intoccabile per sempre.
Si aspetta trasferimenti compiacenti, sconti di pena e una fetta ancora più grossa degli appalti, ma si illude ottenuto il silenzio dell’ostaggio, le figure nell’ombra spariscono all’istante, lasciandolo con un pugno di mosche. E cosa ancora più letale, questa sua ennesima esibizione di onnipotenza ha appena firmato la sua condanna a morte nel mondo sotterraneo.
I grandi capi della nuova famiglia hanno osservato l’intera trattativa con un misto di svalordimento e gelido furore. Per i vecchi signori del crimine la regola numero uno per sopravvivere e prosperare è l’invisibilità. Gli affari d’oro si fanno nel silenzio. Cutolo invece gioca a fare il capo di Stato. Attira i fari dell’opinione pubblica, dei media nazionali e dell’antimafia sull’intera regione.
È diventato un pericolo pubblico, una mina vagante guidata da un delirio di protagonismo che rischia di far saltare l’intero sistema criminale campano. La sua condotta è diventata intollerabile. La fragile tregua armata salta in aria in mille pezzi. I boss rivali decidono che non basta più arginare la nuova camorra organizzata, bisogna sterminarla fino all’ultimo uomo.
La guerra riprende, ma questa volta assume i contorni di un’apocalisse urbana senza precedenti nella storia d’Europa. La confederazione della Nuova Famiglia, forte di alleanze di ferro con la mafia siciliana e dotata di capitali inesauribili, scende in strada con liste nere, precise e spietate. Iniziano a colpire in modo sistematico e chirurgico i colonnelli di Cutolo, i suoi capizona.
i suoi esattori. Non ci sono più regole né santuari dove nascondersi. I killer e rivali girano su auto blindate, moto di grossa cilindrata, armati con veri e propri arsenali da guerra. Si spara in pieno giorno nei bar affollati dove la gente prende il caffè, fuori dalle chiese, al termine delle funzioni, nel traffico impazzito di Napoli e della provincia.
Si usano i Kalashnikov, i fucili a pompa, le bombe a mano lanciate dentro le vetrine. La violenza tocca vette di puro sadismo. Chi viene catturato vivo dai clan rivali subisce torture indicibili per rivelare i nascondigli delle armi o del tesoro cutoliano, prima di essere sciolto nei fusti di acito e sepolto vivo nel cemento armato dei cantieri autostradali.
La scia di sangue è impressionante. I morti ammazzati si contano a decine ogni singola settimana, a centinaia ogni anno. I marciapiedi si trasformano in un tappeto rosso. La gente comune vive nel terrore cieco rintanata in casa appena cale il sole, consapevole che chiunque può finire per sbaglio sulla traiettoria di un proiettile vagante.
Per 3 anni Napoli conosce una vera e propria guerra civile. Non passa un giorno senza che la città si svegli con nuovi cadaveri sulle sue strade. >> Alla fine esce la nuova famiglia come vincitrice sulla nuova camorra organizzata. Nel frattempo ci sono molti blitz della polizia, carabinieri. >> Per Cutolo la guerra è perduta.
Questo genere di uomini quando non muoiono finiscono in carcere a vita. Cutolo non è riuscita a far sua l’indomabile Napoli. Dal chiuso della sua cella di massima sicurezza, Cutolo osserva il suo impero bruciare. Aceato dall’orgoglio, risponde colpo su colpo. Ordina ai suoi affiliati di compiere massacri altrettanto efferati per dimostrare che il Vangelo non rarretra di 1 mmro.
Vuole la testa dei capi rivali, esige vendetta ad ogni costo, vuole che la Campania neghi nel terrore prima di cederla, ma la sproporzione di forze sul campo inizia a farsi sentire drammaticamente. La nuova famiglia ha logistica, intelligence militare, criminale e mezzi finanziari schiaccianti. I giovani soldati della NCO, la spietata carne da cannone reclutata nelle carceri con false promesse di gloria e stipendi facili, cadono sull’asfalto come mosche.
Il delirio del professore, quello stesso ego smisurato e quello aveva spinto a trattare alla pari con i fantasmi dello stato, si è rivelato una trappola mortale. Lo sua macchina da guerra perfetta, il mostro inarrestabile che aveva plasmato e nutrito all’ombra del Vesuvio, comincia a inabissarsi, divorata dal fuoco incrociato dei nemici decisi a non fermarsi, finché la nuova camora organizzata non sarà ridotta in cenere.
Io d la colpa per dire ai vari cutolo, incominciando da me, ai capo della camorri, il capo della mafia, i capi dell’andranger, è una brutta razza. Quindi la COP non è di tanta giano. Comunque siamo noi i capi che siamo cattivi, siamo fetenti proprio. >> Il potere, quello vero, non divide mai il palcoscenico con i criminali di strada.
Nel momento esatto in cui il professore ha creduto di potersi sedere al tavolo dei burattinai è diventato il problema principale da eliminare. Il suo delirio di onnipotenza, la sua clamorosa arroganza mediatica e le stragi quotidiane che infiammano la Campania non sono più tollerabili per un paese che cerca disperatamente di salvare le apparenze e ripristinare il silenzio.
La reazione delle istituzioni è lenta, ma quando arriva è letale e trancia ogni legame. Lo Stato capisce che per fermare l’emorragia di sangue non basta arrestare i gregari, bisogna isolare la mente. Le carceri campane, persino i penitenziari del centro Italia in cui era stato ospitato, si sono rivelati dei colabrodi, veri e propri grandotel da cui Cutolo continuava a governare indisturbato, riceveva affiliati, smistava capitali, ordinava condanne a morte.
Tutto questo deve finire e in un modo brutale. Il 19 aprile 1982 scatta un’operazione chirurgica e senza precedenti. Nessun preavviso, nessuna telefonata di cortesia, nessuna possibilità di corrompere le guardie. Elicotteri blindati e teste di cuoio prelevano il boss dalla sua cella dorata. La destinazione non è un altro carcere di terra ferma.
Lo caricano su un mezzo militare e lo scaricano su uno scoglio in mezzo al mare. L’isola dell’Asinara, all’estremo nord della Sardegna è il penitenziario di massima sicurezza per eccellenza in Italia, un fortino ostile spazzato dal vento di maestrale, circondato da scogliere a picco e correnti gelide. Qui non esistono compromessi.
L’isolamento è totale, fisico, sensoriale, psicologico. Niente più cene fatti arrivare di nascosto dai ristorante. Niente abiti di sartoria, niente direttori compiacenti o inchinire reverenziali nei corridoi, solo il rumore assordante del mare, grate di ferro arrugginito e sbarre che tagliano l’orizzonte. Per un uomo abituato a nutrirsi costantemente dell’adorazione fanatica dei suoi seguaci è una tortura peggiore della morte fisica.
Cutolo viene letteralmente murato vivo. Le misure speciali di detenzione che gli vengano cucite addosso sono una gabbia di vetro spessa e invisibile. La sua voce, che per un intero decennio aveva risuonato come un dogma religioso inoppugnabile per migliaia di criminali, viene spenta di colpo con un interruttore. Non può più inviare ordini, non può più spostare capitali illeciti, non può più infondere coraggio alle sue truppe.
Le sue lettere vengono filtrate, le visite annullate e il vuoto assoluto. Senza le direttive quotidiane il carisma del Vangelo, la formidabile macchina da guerra della nuova camorra organizzata comincia a girare a vuoto. I giovani killer esaltati ma privi di spessore strategico, si ritrovano improvvisamente ciechi e disorientati.
Diventano carne d’ammacello per i sicari della nuova famiglia che fiutano la vulnerabilità del nemico e moltiplicano le esecuzioni in strada. Ma l’impero di Cutolo non implode in uno solo istante, perché fuori da quelle spesse mura Sarde c’è ancora un uomo in grado di tenere insieme i cocci. Il suo nome è Vincenzo Casillo, da tutti chiamato Onirone.
Casillo non è un semplice luogo tenente, l’altor perfetto del boss, il braccio operativo e il custode di tutti i segreti inconfessabili dell’organizzazione. È lui che ha viaggiato nell’ombra, che ha gestito i fiumi di denaro ed è lui il misterioso ambasciatore che ha fatto la spola tra i bassifondi partenopei e i salotti romani per stringere patti impronunciabili.
Finché Casillo è in libertà, la NCO ha ancora un cervello. I clan rivali sanno perfettamente che per abbattere la bestia devono mozzare quell’unica testa rimasta. E lo sanno bene anche quegli apparati invisibili che ora guardano a Casillo come a una mina vagante, un archivio vivente di segreti troppo sconvolgenti per poter camminare libero.
La caccia all’uomo si chiude in una gelida mattina d’inverno. Il 29 gennaio 1983. Casillo si trova a Roma, nel tranquillo quartiere residenziale di Forte Boccea, lontanissimo dalle trincee di Napoli. Esce di casa sentendosi sicuro, convinto che la sua rete di protezioni ombra lo renda ancora intocabile. Si avvicina alla sua auto, si siede al posto di guida e gira la chiave di accensione.
Un’esplosione apocalittica sventra la vettura. Un’autobomba imbott di esplosivo lo disintegra all’istante in una spaventosa esecuzione dal chiaro sapore mafioso e terroristico. Una tecnica chirurgica che polverizza in un millesimo di secondo l’ultimo vero pilastro del cutolismo. Non si saprà mai con certezza chi abbia premuto il telecomando o garantito la logistica per un attentato così sofisticato nel cuore della capitale.
Quando l’eco del botto di Roma supera il Tirreno e raggiunge il gelido scoglio dell’asinara, Cutolo incassa il colpo di grazia. La morte di Casillo non è solo l’addio a un fedelissimo, è la fine della sua era. Rannicchiato nella sua cella blindata, il professore capisce di essere rimasto completamente solo, padrone assoluto del nulla, mentre la sua armata là fuori viene sterminata.
Murato vivo nel super carcere dell’Asinara, privato dei suoi colonnelli con un esercito in rotta. Raffaele Cutolo capisce che la guerra militare è ormai persa. La sua rete logistica è distrutta, ma il suo ego smisurato, nitruito da anni di delirio di onnipotenza, non può accettare di uscire di scena nel silenzio e nell’anonimato.
Se non può più comandare le strade nei Napoli coi fucili a pompa e i fiumi di denaro, decide di sfidare le istituzioni e l’opinione pubblica su un altro campo di battaglia, quello mediatico. vuole dimostrare al mondo intero che il professore è ancora un monarca assoluto, capace di celebrare i propri fasti, persino all’inferno. L’occasione perfetta per questa ennesima grottesca esibizione di intoccabilità è il suo matrimonio.
La sposa si chiama Immacolata Iacone. È giovanissima, ha meno della metà dei suoi anni ed è cresciuta respirando fin da bambina, il mito oscuro e magnetico del boss. Immacolata non è una ragazza estranea a quel mondo, è la sorella di un affiliato di spicco della nuova camorra organizzata. Il loro primo contatto avviene proprio tra i freddi e desolati muri di un parlatorio durante una delle visite in carcere.
Uno sguardo fugace attraverso il veto brindato, qualche parola sussurrata e poi l’inizio di un lunghissimo e febrile scambio di lettere. La giovane rimane letteralmente ipnotizzata dal carisma manipolatorio del Vangelo, soggiogata dall’aura di potere che lui emana. Il 26 maggio dell’83 il penitenziario più aspro inaccessibile d’Italia si trasforma in un surreale palcoscenico nuziale.
Cutolo impeccabile in un elegante abito di sartoria fatto arrivare appositamente per l’occasione, sposa la sua devota ammiratrice davanti a pochissimi testimoni e sotto lo sguardo vigile, teso e incredulo, delle guardie carcerarie. è il suo ultimo disperato atto di propaganda, ma la realtà è che mentre Cutolo pronuncia il fatidico sì in Sardegna, in campagna i suoi soldati vengono sterminati o peggio ancora, iniziano a voltargli le spalle.
Il crollo definitivo della nuova camorra organizzata non avviene solo per mano dei killer, dei clan rivali, ma per una devastante implosione interna. Il muro granitico dell’omertà, quel patto di sangue e fedeltà cieca che legava i picciocchi al capo assoluto, si sgretola all’improvviso. Vincerò inhanno fatto unire ancora la gente per farmi ammazzare a Napoli, però sono morti, quindi sono ancora visti.
I fedelissimi di Cutolo, braccati senza tregua dalle forze dell’ordine e terrorizzati dall’idea di finire ammazzati dalla nuova famiglia o sepolti vivi in regime di isolamento per il resto dei loro giorni, scelgono la via impensabile. Si pentono, iniziano a parlare, a riempire fiumi di inchiostro sui verbali dei magistrati, a svuotare i segreti della setta criminale.
Il colpo di grazia alla struttura dell NCO ha il volto feroce di Pasquale Barra, soprannominato o animale. Barra non è un semplice gregario, è il sicaro più sanguinario e spietato, il macellaio ufficiale della cosca. È l’uomo che nell’agosto dell’81 aveva scioccato l’Italia intera nel cortire del carcere di massima sicurezza di Badue Carro San Nuoro.
In quell’occasione Bar aveva massacrato con decine di coltellate il re della malavita milanese Francis Sturatello, arrivando persino a sventrarlo e a profanarne il cadavere in un macabro rituale di estrema brutalità. Un killer senza anima, esecutore materiale delle atrocità più indicibili, eppure con un cinismo pari solo alla sua stessa ferocia.
È proprio animale a compiere il passo più devastante. Quando capisce che gli equilibri criminali stanno crollando, decide di saltare il fosso, rompe il vincolo di omertà e si trasforma nel collaboratore di giustizia più esplosivo e temuto della storia camorristica. Le dichiarazioni di barra unite a quelle di altri pentiti dal profilo psicologico torbido come quello di Giovanni Pandico, innescano un terremoto giudiziario di proporzioni inaudite.
È la notte del 17 giugno dell’83, una data destinata a passare alla storia come il venerdì nero della camorra. Centinaia di sirene squarciano il buio da nord a sud. Elicotteri blindati, migliaia di poliziotti e carabinieri scendono in strada in un’imponente operazione militare congiunta. Vengano spiccati oltre 856 ordini di cattura in un colpo solo.
Il maxi Blitz smantella chirurgicamente ciò che restava dell’Impero cutoliano, trascinando in manette capizona, esattori del pizzo, killer e decine di insospettabili fiancheggiatori. La NCO viene decapitata e cancellata dalle strade, ma la brama di protagonismo, l’odio e il calcolo cinico dei pentiti, trasformano quel trionfo investigativo in uno dei capitoli più oscuri e dolorosi della giustizia italiana.
Pur di ottenere sconti di pena e accreditarsi come gole profonde e infallibili. I neocollaboratori iniziano a lanciare accuse nel mucchio puntando altissimo. Trascinano nell’abisso figure pubbliche che non hanno assolutamente nulla a che fare con la criminalità. Il caso più emblematico e tragico è quello di Enzo Tortora, il volto più amato, educato e rassicurante della televisione italiana, il celebre conduttore di Portobello viene svegliato nel cuore della notte, ammanettato davanti ai flash dei fotografi e sbattuto in galera
con l’accusa folle e infamante di essere un trafficante di droga per conto dell’enno. Un incubo a occhi aperti, un errore giudiziario mostruoso, basato esclusivamente sulle calunie di criminali incalliti. Il caso Tortora, lo scandalo Tortora. Ha inizio nel 1983, quando a un affiliato della nuova camorra organizzata viene sequestrata un’agenda.
Al suo interno i carabinieri trovano un nome e un numero di telefono. Il nome è Tortona, ma viene erroneamente attribuito al popolare giornalista e conduttore televisivo Enzo Tortora che alle 4:00 del mattino del 17 giugno viene arrestato dai carabinieri in una stanza dell’Hotel Plaza di Roma. L’operazione fa parte di un maxi blitz che passerà alla storia come il venerdì nero della camorra con 85 persone arrestate in 33 province italiane.
Una svolta per la giustizia che dà la caccia ai camorristi, ma per Enzo Tortora è l’inizio di un vero e proprio calvario. Ad avvalorare le accuse contro di lui ci si mettono anche i falsi pentiti Pasquale Barra e Giovanni Pandico, insieme ad altri 17 ex affiliati alla camorra che confermano la sua posizione all’interno della NCO di Raffaele Cutolo.
Tortora si dichiara da subito estraneo ai fatti è vittima di un errore giudiziario, ma l’Italia, come spesso è accaduto, si divide tra colpevolisti e innocentisti. A favore di Tortora si schierano i giornalisti Enzo Biaggi e Indro Montanelli e il Partito Radicale di Marco Pannella. Nel 1985 Enzo Tortora viene condannato a 10 anni di reclusione, ma un anno dopo è assolto in appello con formula piena e il 13 giugno 1987 la Cassazione conferma il verdetto che non basterà però a risarcirlo di 4 anni di sospetti, false
accuse e gogna mediatica. Nella stessa rete folle indiscriminate di accuse finisce anche il celebre cantautore romano Franco Califano. Entrambi verranno poi assolti con formula piena al termine di un calvario processuale infinito, ma le loro vite e la loro dignità rimarranno segnate per sempre da quell’infamia inaccettabile.
Il maxi Blitz chiude di fatto la parabola criminale di Raffaele Cutolo. Le noz all’asinara sono state solo il sipario teatrale su un impero ormai ridotto in cenere, tradito e distrutto per sempre. L’illusione della pazzia, quel formidabile scudo di cristallo che gli aveva permesso di evadere dal manicomio di Aversa e di beffare a lungo i tribunali si disintegra in un’alola di giustizia. È l’aprile dell’84.
Una nuova e inattaccabile perizia psichiatrica ribalta le carte in tavola. I medici dello Stato mettono nero su bianco una verità glaciale. Raffaele Cutolo è perfettamente lucido, capace di intendere, di volere e di ordinare omicidi. Non c’è alcuna patologia psichiatrica, nessuna mente ottenebrata dalla schizofrenia.
C’è solo l’astuzia di un calcolatore spietato e narcisista. La maschera del folle cade definitivamente rivelando il volto del mandante. Da questo momento il sistema giudiziario chiude ogni varco e per il boss in una lenta, inesorabile odissea penitenziale. Lo Stato comprende che per neutralizzare davvero il Vangelo non basta rinchiuderlo nel super carcere dell’Asinara, deve sradicarlo continuamente, impedirgli di ricreare il suo ecosistema criminale tra le sbarre e spezzare qualsiasi rete di contatti.
Inizia così una lunga e logorante spola attraverso i penitenziari di massima sicurezza di Mezza Italia. Cutolo viene sballottato da una cella all’altra, privato di ogni punto di riferimento e isolato dai suoi luogo tenenenti. Dalla Sardegna viene trasferito a Belluno, poi nel freddo carcere di Novara scende in Campania per poi essere di nuovo spostato a Terni, all’Aquila, in un continuo pellegrinaggio blindato, una vera e propria scacchiera carceraria pensata per logorarlo e tagliare per sempre il filo rosso che lo lega alle

strade insanguinate di Napoli. Ma se dentro i bracci di massima sicurezza lo Stato gli toglie il respiro, fuori dalle mura la nuova famiglia gli strappa l’anima. La guerra per i clan rivali non è finita. Vogliono estrippare il cutolismo fino all’ultima radice, colpendolo nell’unico punto che non può difendere.
La vendetta trasversale scatta in modo spietato. Il 4 ottobre 1988 i killer incrociano una e assassinano a colpi di pistola Salvatore Iacone, il suocero del boss e padre della moglie immacolata. È un avvertimento di sangue. Il cognome Cutolo è diventato una condanna a morte per chiunque vi sia associato. Il colpo letale, quello che squarcia intimamente il professore annientando la sua dinastia criminale, arriva 2 anni dopo.
È il 19 dicembre 1990. Roberto Cutolo, il figlio ventottenne nato dalla prima relazione giovanile, cerca di salvarsi allontanandosi dalle trincee campane. Trova rifugio al nord a Tradate in Lombardia, ma l’odio della malavita non ha confini geografici. I sicari della nuova famiglia lo rintracciano e lo freddano in mezzo alla strada.
Percutolo, chiuso e disarmato dietro i vetri blindati è la tragedia assoluta. Non ha potuto proteggere il suo erede. Non ha armi per vendicarlo. L’uomo che decideva il destino di migliaia di affiliati deve assistere impotente all’estinzione della sua stirpe. La definitiva pietra tombale sulla sua vita dal re del crimine viene posata nel 95.
Per Cutolo si spalancano le porte del 41 bis, il regime di carcere duro introdotto dopo le stragi di mafia. È la fine di tutto. Niente più lettere cifrate, niente contatti con gli altri detenuti. 22 ore al giorno passate in totale isolamento dentro una cella minuscola. L’ora d’aria si consuma in un cubicoli di cemento armato con il cielo sbarrato da fitte reti metalliche.
L’uomo che trattava alla pari coi servizi segreti diventa a tutti gli effetti un fantasma, un morto che respira. Eppure, in questa tomba senza lapide si compie un ultimo paradossale colpo di codo umano illegale. All’inizio degli anni 2000, dopo un’estenuante battaglia burocratica, Cutolo ottiene dal Ministero della Giustizia un’autorizzazione senza precedenti.
Nel 2001 alla moglie immacolata viene concesso di sottoporsi all’inseminazione artificiale, un lunghissimo iter medico che si conclude il 30 ottobre 2007, quando nasce l’ultima figlia, Denise. È un contrasto che fa rabbrividire. L’assassino che ha riempito i cimiteri, murato vivo nel braccio della morte civile, riesce a generare una nuova vita dall’isolamento più totale.
Ma il tempo non fa sconti. Gli anni in cella consumano inesorabilmente il fisico dell’ex padrino. Le patologie legate all’età si aggravano sempre di più. I suoi avvocati presentano infinite istanze per chiedere i domiciliari per motivi di salute, ma lo Stato rimane di marmo. Cutolo che non ha mai mostrato un briciolo di pentimento per il male causato e sperà la sua pena in carcere fino all’ultimo secondo.
Con il deterioramento definitivo del quadro clinico affronta la sua ultima destinazione. Nel febbraio 2020 in preda una grave crisi respiratoria viene spostato nel reparto sanitario riservato ai detenuti del carcere di Palma. È il capolinea. Il sipario cala per sempre il 17 febbraio 2021. Raffaele Cutolo muore all’età di 79 anni per le complicazioni di una setticemia.
Non ci sono funerali oceanici, non ci sono folle in lacrime o prete disposti a celebrare il mito nei vicoli di Ottaviano. Lo Stato vieta categoricamente ogni celebrazione pubblica. Nel cuore della notte, sotto la stretta e silenziosa sorveglianza delle forze dell’ordine, la barra viene calata sotto terra in forma strettamente privata.
Sotto il peso di quella terra umida sparisce per sempre il professore, lasciandosi alle spalle una scia di sangue incancellabile. Ma sono uno che combatte contro l’ingiustizia io e tutti gli amici miei. Robin Hood, diciamo, >> diciamo
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