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LA TERRIBILE INEFFICIENZA DELL’M15/42 – Analisi tecnica

Iniziamo col dire che l’M1542 nasce come  evoluzione diretta dei precedenti e famosi M1340   ed M1441, mantenendone non solo l’impostazione  generale. I tre carri sono infatti molto simili,   se non addirittura quasi uguali ad una prima  occhiata, ma anche gran parte delle soluzioni   tecniche.

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 Questo significa che pur introducendo  miglioramenti puntuali, il mezzo resta vincolato   ad una filosofia progettuale concepita alla  fine degli anni 30, in un contesto completamente   diverso da quello del 1942-1943. Uno degli  aspetti più significativi riguarda indubbiamente   l’armamento, parte fondamentale di un qualsiasi  carro armato. Il cannone da 4740 modello 1938 di   cui l’M15 era dotato, rappresenta effettivamente  un miglioramento rispetto al precedente 4732,   grazie ad una velocità iniziale molto più elevata,  si parla di circa 900 m/s e una maggiore capacità   di penetrazione. Ciò derivava anche dal calibro  proprio del della canna più lungo, tant’è vero  

che 4740 significa letteralmente cannone da 47  mm lungo 40 calibri, più lungo dunque del 4732,   laddove il 32 significa 32 calibri. Con il suo  particolare munizionamento il pezzo era inoltre   teoricamente in grado di perforare fino a circa  112 mm di corazza a distanza ravvicinata e circa   43 mm a più o meno 1000 m. Tuttavia, questo dato  va ovviamente contestualizzato.

 Nella pratica   operativa l’efficacia contro carri lo Sherman,  il Chromwell o i Churchill risultava limitata,   molto limitata, soprattutto dalle  distanze tipiche di combattimento,   dove la penetrazione reale scendeva rapidamente.  Ciò costringeva gli equipaggi italiani a cercare   ingaggi ravvicinati o posizioni favorevoli,  riducendo drasticamente la flessibilità tattica.  

Ancora più critico è poi il discorso relativo alla  protezione. La corazza dell’M15, realizzata ancora   in acciaio rivettato, raggiungeva uno spessore  massimo di circa 42/50 mm nelle zone frontali,   cioè quelle più soggette a colpi nemici  e presentava due problemi fondamentali.   Il primo è sicuramente la qualità del materiale.

  L’industria italiana sotto pressione non era in   grado di garantire acciai balistici di alto  livello in grandi quantità, con conseguente   riduzione dell’efficacia reale della protezione.  Il secondo problema riguarda poi la sua   configurazione generale. Come si vede anche ad una  prima occhiata, le piastre erano prevalentemente   verticali o con inclinazioni minime, il che  riduceva drasticamente la capacità di deviare   i colpi. A differenza di carri più moderni.

 Quindi  l’M1542 non sfruttava appieno il principio della   corazza inclinata, ormai fondamentale nella  progettazione dei mezzi corazzati. Inoltre,   la scelta della costruzione rivettata introduceva  un ulteriore rischio, ovvero il famoso fenomeno di   spolling. In caso di impatto, infatti, i rivetti  potevano tranquillamente staccarsi e trasformarsi   in scheggia all’interno dell’abitacolo,  aumentando di molto la pericolosità, anche   senza perforazione diretta.

 Dal punto di vista  della mobilità, il passaggio al motore a benzina   Fiat spa da circa 170-190 cavalli migliorava  sì alcune criticità dei modelli precedenti,   i quali montavano vecchi motori diesel  non particolarmente performanti. Tuttavia,   CEO non rappresentava un salto qualitativo netto.  Il velo limite era altrove, ovvero il sistema di   sospensioni.

 L’M15 continuava a utilizzare infatti  sospensioni a balestra semielittica con carrelli   accoppiati, una soluzione ormai superata nel  42. Questo tipo di sospensione adeguato per   mezzi più leggeri e meno potenti, faticava infatti  a gestire l’aumento di peso e prestazioni causando   problemi di stabilità e affidabilità, soprattutto  su terreni accidentati. Non a caso si registravano   anche problemi ai cingoli che tendevano ad uscire  dalla sede durante la marcia ad alta velocità.  

Tuttavia, se si confronta l’M1542 con i  carri precedenti della stessa famiglia,   emerge chiaramente il carattere incrementale  del progetto. Dobbiamo ammettere, infatti,   che con tutti i suoi problemi, rispetto all’  M1340 e all M1441 si ottengono effettivamente   miglioramenti nella mobilità, nell’armamento e  in parte nella protezione, ma senza risolvere   i limiti strutturali.

 La torretta banalmente  rimaneva a biposto, l’ergonomia interna era   sacrificata, la corazza rivettata e le sospensioni  obsolete restano invariate. In altre parole,   questo mezzo è l’apice di una linea progettuale  già superata, purtroppo, non un nuovo inizio.   Il confronto con i carri stranieri della stessa  classe rende il divario ancora più evidente. Carri   come gli M3 Le e gli M4 Sherman statunitensi, ad  esempio, non solo disponevano di un armamento più   potente e versatile, ma beneficiavano di una  migliore ergonomia interna e una produzione   industriale massiccia. Dall’altra parte del  fronte invece il T34 sovietico, nonostante i  

numerosi problemi da cui anche esso era afflitto,  soprattutto nelle prime versioni, introduceva una   combinazione rivoluzionaria di corazza inclinata,  mobilità e potenza di fuoco, rendendo obsoleti   molti carri coevi. Ma il confronto non si limita a  queste due piattaforme.

 Anche i carri britannici,   come il Crusider Tank e soprattutto il  Chromwell, pur con filosofie diverse,   offrivano prestazioni superiori in termini di  velocità, affidabilità e capacità anticarro.   Il Chromwell in particolare rappresenta una  generazione successiva con sospezioni più avanzate   e una mobilità nettamente superiore.

 Ma per fare  questo tipo di paragoni possiamo anche basarci   sui mezzi del principale alleato dell’Italia  fascista, ovvero la Germania di Hitler. In questo   caso persino mezzi apparentemente comparabili  per peso come il Panzer 3 nelle sue versioni   più evolute non risultavano meglio bilanciati.  Maggior qualità costruttiva, migliori ottiche,   equipaggio più efficiente, armamento e corazzatura  progressivamente aggiornati.

 Ma i veri problemi,   se questo non vi è bastato, arrivano però parlando  del suo impiego operativo. Per chi non lo sapesse,   mentre negli altri paesi venivano prodotti  i carri nell’ordine delle centinaia,   migliaia o decine di migliaia di unità, il Reggio  Esercito riuscì a immettere in servizio un numero   estremamente limitato di M1542, ovvero appena 82  esemplari circa.

 E questo dato di per sé sarebbe   già indicativo dei limiti strutturali e produttivi  che caratterizzavano l’Italia in quella fase del   conflitto. Questo numero ridicolo ha inficiato  conseguentemente sulla distribuzione dei mezzi,   senza quindi la costituzione di grandi unità  corazzate autonome, perché semplicemente non   c’erano abbastanza carry e quelle poche decine  di unità furono assegnati principalmente sia   all’arma di cavalleria sia ai reparti di carristi.

  La maggior parte di questi veicoli venne destinata   alla 135ª divisione corazzata Ariete 2, ovvero una  delle poche grandi unità italiane ancora operative   nella fase finale del conflitto. All’interno  della divisione il reggimento corazzato Vittorio   Emanuele II prevedeva una struttura mista.  Ciascuno dei tre gruppi che lo componevano avrebbe   dovuto schierare uno squadrone equipaggiato con  soli 25 M1542, mentre gli altri due squadroni   erano dotati dei celebri semoventi da 7518, dei  mezzi concettualmente simili agli stug tedeschi   dotati di un hobbice da 75 mm e corazze frontali  più efficaci. E questi stessi mezzi vennero  

impiegati in quelle occasioni per compensare le  carenze dei carri, affiancandoli quindi con mezzi   d’appoggio più efficaci. Altri reparti invece  ricevettero quantitativi ancora più ridotti.   Ed è tutto dire. Il 18º e il 19º battaglione  disponevano ciascuno di una singola compagnia di   20 carri, mentre il decimo gruppo, costituito solo  nell’agosto del 1943 per completare l’organico del   reggimento corazzato, non superò mai la dozzina di  M1542.

 Un piccolo numero di veicoli venne inoltre   convertito in carriando e assegnato al protone  radio della divisione, mentre altri rimasero in   deposito presso unità logistiche come il 33º  reggimento carry. Da questo bellissimo quadro   si evidenzia dunque un aspetto fondamentale.  L’M1542 non fu mai disponibile in quantità   tali da incidere realmente sul piano operativo ed  anche laddove venne impiegato lo fu in modo molto   frammentato, senza la massa critica necessaria  per influenzare l’andamento delle operazioni.  

L’unico impiego significativo avvenne durante la  difesa di Roma in cui il Reggio Esercito rivolse   i propri cannoni contro i tedeschi tra l’8 e il 10  settembre 1943 nel contesto dell’armistizio della   conseguente, per l’appunto, reazione tedesca.

 In  questa fase caotica, un dettaglio interessante,   spesso poco citato, è che molti equipaggi si  trovarono a operare con mezzi praticamente nuovi,   con pochissima esperienza operativa. L’M15 era  entrato infatti in servizio solo pochi mesi prima   e in alcuni casi gli equipaggi non avevano ancora  completato un addestramento adeguato sul mezzo. La   135ª divisione corazzata Riete 2 impiegò quindi  gli M1542 in condizioni operative estremamente   difficili, caratterizzate da disorganizzazione,  mancanza di coordinamento e assenza di una chiara   catena di comando. E come molti si potrebbero  aspettare da quello che vi ho detto, i risultati  

ottenuti furono nel complesso modesti, non tanto  per la responsabilità diretta del mezzo in sé,   efficace contro fanteria poco armata o mezzi  leggeri, o per il coraggio dei carristi italiani,   che di sicuro non mancò, quanto per il contesto  strategico e operativo in cui si trovò ad agire.   Dopo l’armistizio, alcuni esemplari  continuarono ad essere utilizzati sia   dalle forze della Repubblica Sociale Italiana  sia da unità della Vermacht che li impiegarono   negli ultimi anni di guerra in ruoli sempre  secondari sia sul territorio italiano sia in  

altri teatri operativi. Infine, terminato il  conflitto, una parte degli M1542 sopravvissuti   venne riutilizzata dal neocostituito esercito  italiano e anche da forze di sicurezza interne   come la Polizia di Stato, rimanendo in servizio  fino ai primi anni 50. E diciamo che questo fu   un impiego che più che testimoniare l’efficacia  del mezzo in sé per sé, rifletteva ancora una   volta le difficoltà materiali del dopoguerra e la  necessità di sfruttare ogni risorsa disponibile.  

In conclusione, quindi, posso dire che l’M15  non è semplicemente inferiore per una singola   caratteristica, ma perché ogni suo elemento,  armamento, protezione, mobilità e progettazione   generale, riflette uno standard precedente  rispetto a quello imposto dal campo di battaglia   nel 42-43.

 Possiamo dire che è un carro che tenta  di colmare un divario attraverso miglioramenti   progressivi, ma non decisivi e che si trova a  competere con mezzi nati già secondo una logica   completamente nuova. Ed è proprio questo scarto  generazionale più che il singolo dato tecnico,   a spiegare il perché l’M1542 non riuscì  mai ad essere realmente all’altezza delle   controparti straniere.

 Tuttavia, voglio ribadire  un concetto fondamentale per concludere veramente   il video. Non ho realizzato questo contenuto per  deningigrare l’operato delle nostre forze armate   e dei nostri carristi che hanno messo in gioco  la loro vita spesso perdendola per difendere   ciò che poteva essere un ideale, un credo o  semplicemente perché era stato loro ordinato   dai piani alti.

 I nostri uomini erano pienamente  consapevoli delle carenze dei nostri mezzi,   ma nonostante questo non si sono mai tirati  indietro, combattendo fino allo stremo in molti   casi. Il mio intento con questo video è stato solo  quello di analizzare, per quanto mi sia possibile,   date le fonti limitate che possiedo, la reale  efficacia di questi mezzi e sfatare, laddove   possibile certi sensazionalismi e retoriche che il  popolo italiano si porta appresso da ormai troppi   anni, alimentati da leggende, storie raccontate  a metà o falsi miti.

 Detto ciò, io spero che   questa analisi sia stata di vostro gradimento.  In tal caso lasciate un bel like e fatemi sapere   laddove non doveste essere d’accordo con ciò che  ho detto, quali potrebbero essere i vostri dubbi,   quali potrebbero essere i miei errori e quali  potrebbero essere le vostre perplessità e   discutiamone assieme. E detto questo, io vi  rimando ad un prossimo video. Ciao ragazzi.

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