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La RAF Non Si Aspettava Che il Fiat G.55 da 1.500hp Diventasse un Demone da 400mph

Il cielo sopra il Mediterraneo era diventato un inferno di fuoco e metallo. era il 1943 e mentre le fortezze volanti alleate oscuravano il sole con le loro formazioni impenetrabili, mentre gli Speedfire britannici dominavano ogni angolo di cielo conquistato, c’era un segreto che volava nelle officine di Torino, un segreto che avrebbe fatto tremare le mani dei migliori piloti della RAF, un caccia che non avrebbe dovuto esistere, costruito da un’Italia assediata, affamata.

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bombardata, ma quando quel motore Fiat da 1500 cavalli ruggì per la prima volta e quando quelle ali tagliarono l’aria a 400 miglia orarie, il mondo comprese una verità terrificante. La guerra aerea non era ancora finita e il demone italiano era appena nato. Se vuoi scoprire storie incredibili come questa, storie che nessuno ti ha mai raccontato sulla Seconda Guerra Mondiale, iscriviti al canale e attiva la campanella.

Non perdere neanche un episodio di queste battaglie dimenticate. Torino, inverno del 1942. La città è avvolta in una coltre di fumo e paura. Le sirene antiaeree ulano ogni notte. I bombardieri britannici scaricano tonnellate di morte sui quartieri industriali. Le fabbriche Fiat lavorano al buio, illuminate solo dalle scintille delle saldatrici e dalla determinazione disperata di uomini che sanno di combattere una guerra già perduta.

Ma nelle sale progettazione c’è ancora chi crede nell’impossibile. Giuseppe Gabrielli, ingegnere capo della Fiat aviazione, fissa i disegni tecnici sparsi sulla sua scrivania. A 50 anni, occhi stanchi ma ancora lucidi, mani che tremano non per paura, ma per l’adrenalina pura di chi sta per creare qualcosa di rivoluzionario. Davanti a lui specifiche tecniche che sembrano fantascienza, un caccia che possa raggiungere le 400 miglia orarie, che possa salire a 40.

000 piedi, che possa guardare negli occhi gli Speedfire e i Mustang americani e dire “Non oggi, non qui, non nel nostro cielo”. La sfida è titanica. L’Italia del 1942 non ha più accesso alle leghe speciali. L’alluminio scarseggia, il carburante ad alto ottanaggio. È un miraggio, ma Gabrielli ha qualcosa che nessun altro ha, il motore Fiat Ra 1050 RC58.

Tifone, una bestia meccanica da 1500 cavalli derivata dal leggendario Daimler Benz DB605. È lo stesso cuore che batte nel temibile Messer Schmith BF109, ma Gabrielli sa che un grande motore in una cellula mediocre è come mettere un cuore di leone in un corpo di pecora. Serve qualcosa di più.

Serve perfezione aerodinamica, serve audacia ingegneristica, serve un miracolo italiano. Per mesi il team di Gabrielli lavora in condizioni impossibili. I bombardamenti alleati distruggono le officine, uccidono operai, mandano in fumo mesi di lavoro, ma ogni volta, come una fenice, il progetto rinasce. Il G5 prende forma pezzo dopo pezzo. La fusoliera è snella.

Affusolata come una lama, le ali sono montate basse con un profilo alare studiato per minimizzare la resistenza e massimizzare la portanza. Il carrello d’atterraggio retrattile si nasconde perfettamente nella struttura, eliminando ogni sporgenza che possa rubare anche un solo chilometro orario. Ogni bullone, ogni rivetto, ogni centimetro quadrato di superficie è ottimizzato per la velocità e l’agilità.

Non ci sono compromessi, non può esserci mediocrità. Aprile 1943. Sul campo di aviazione di Torino a E Italia, coperto da reti mimetiche e guardato da occhi nervosi che scrutano il cielo alla ricerca di intrusi, il prototipo è pronto. Il G55 centauro giace sulla pista come un predatore addormentato. La vernice mimetica verde e marrone non può nascondere l’eleganza letale delle sue linee.

Il muso affusolato nasconde tre mitragliatrici Breda Safat da 12,7 m e due cannoni Mauser MG151 da 20 mm. Un arsenale che può ridurre in pezzi qualsiasi bombardiere o caccia nemico, ma le armi sono inutili se non puoi raggiungere il nemico, se non puoi manovrare, se non puoi sopravvivere. Il pilota collaudatore Luigi Gorrini sale in cabina, 32 anni, occhi color ghiaccio, mani ferme come roccia.

ha già abbattuto 17 aerei nemici. Ha guardato la morte negli occhi più volte di quanto possa ricordare. Ma oggi, in questa fredda mattina di aprile, sente qualcosa di diverso. Quando afferra la cloche, quando i suoi piedi trovano i pedali del timone, quando le sue dita accarezzano la manetta del gas, sente che sta per diventare parte di qualcosa di leggendario.

Gabrielli è lì in piedi vicino all’ala con il volto segnato dalla tensione. I due uomini si guardano, non servono parole. Entrambi sanno cosa c’è in gioco. Il motore Fiat da 1500 cavalli si accende con un rombo che fa tremare la terra. Non è il suono di un normale caccia, è più profondo, più rabbioso, più vivo.

Le pale dell’elicapiaggio a passo variabile tagliano l’aria con una violenza ipnotica. Gorrini fa correre lo sguardo sui numerosi strumenti. Temperatura dell’olio, pressione del carburante, giri del motore. Tutto perfetto. Rilascia i freni. Il centauro inizia a rotolare sulla pista prima lentamente, poi sempre più veloce. 50 km/h 100-150.

La coda si alza, il muso punta verso l’orizzonte e poi con una grazia che sembra impossibile per una macchina da guerra, il G55 si stacca dal suolo e sale verso il cielo italiano. Nei primi secondi di volo, Gorrini capisce immediatamente che questo non è un aereo normale. La risposta ai comandi è istantanea, quasi telepatica.

Tocca appena la cloche e il centauro risponde con precisione chirurgica. Lo fa rollare a sinistra, a destra. Le ali rimangono stabili, non c’è il minimo accenno di sbandamento. Spinge la manetta in avanti e il motore risponde con un urlo di potenza pura. L’accelerazione è brutale, lo schiaccia contro il sedile.

Il tachimetro sale 300 km/h, 400, 500, 600. La velocità di salita è fenomenale, 1000 metri al minuto, come un ascensore verso il paradiso o verso l’inferno, dipende da che parte stai guardando. A 8000 m di quota Gorrini inizia la serie di manovre di test. Virate strette, picchiate, cabrare, tonnot, looping.

Il G5 danza nel cielo con un’agilità che sfida la fisica. Non c’è resistenza, non c’è esitazione. È come se l’aereo anticipi le intenzioni del pilota, come se leggesse nella sua mente. Durante una virata particolarmente stretta, Gorrini conta i secondi necessari per completare un giro completo, 18 secondi. Gli Speedfire ne impiegano 22, i P51 Mustang americani 25.

Il centauro può girare più stretto, più veloce, più letale di qualsiasi caccia alleato in servizio. Ma la vera prova arriva quando Gorrini spinge il G5 al limite assoluto. Punta il muso verso il basso in una picchiata verticale. La velocità aumenta vertiginosamente 650 700 720 km/h. Le ali vibrano, la fusoliera geme sotto lo stress.

Ma tengono tutto, tiene a due 0 m dal suolo. Gorrini tira indietro la cloche con tutta la forza che ha. Le forze G lo schiacciano contro il sedile, la vista si offusca, il sangue defluisce dal cervello, ma il centauro risponde, curva verso l’alto, esce dalla picchiata con una precisione millimetrica. Quando finalmente livella il volo, Gorrini è madido di sudore, ma sta sorridendo.

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