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Ex Soldato di Cosa Nostra RIVELA: Giovanni Brusca e Bernardo Provenzano Non Erano i Veri Padroni

In una località protetta del nord Italia, un uomo che per 30 anni ha vissuto nell’ombra di Cosa Nostra, sta per rivelare il segreto più esplosivo nella storia della mafia siciliana. Francesco Messina, 67 anni, ex soldato fedele dei corleonesi, uno degli uomini più vicini a Totori, ha deciso di rompere definitivamente il silenzio.

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Non è un pentito qualunque. Francesco ha vissuto dall’interno gli anni delle stragi, ha partecipato alle riunioni più segrete, ha ascoltato conversazioni che nessun altro collaboratore di giustizia ha mai sentito e ora è pronto a dire quello che tutti hanno sempre sospettato, ma mai provato. Giovanni Brusca, il boia che sciolse nell’acido il figlio del pentito di Matteo, non era il vero capo.

Bernardo Provenzano, il fantasma che ha guidato Cosa Nostra per 20 anni dopo Riina, non decideva da solo. C’era qualcun altro, qualcuno che nessuno ha mai visto in tribunale, qualcuno che non è mai stato arrestato. Un livello superiore della cupola mafiosa, fatto di uomini insospettabili, professionisti rispettati, figure istituzionali.

Loro erano i veri padroni. Loro decidevano le stragi, proteggevano i latitanti, gestivano i miliardi e sono ancora liberi, ancora al potere. Francesco Messina sta per fare i nomi e quando lo farà la storia di Cosa Nostra dovrà essere riscritta completamente. Francesco Messina nacque nel 1957 in un piccolo paese vicino Corleone, nel cuore della Sicilia mafiosa, dove il silenzio era una virtù e la fedeltà valeva più della vita.

Suo padre era un contadino povero che lavorava alle terre dei boss locali. sua madre, una donna silenziosa che aveva imparato presto a non fare domande. Francesco crebbe vedendo come funzionava davvero il potere in quei luoghi. Non erano i sindaci a comandare, non erano i carabinieri, erano gli uomini d’onore, quelli che camminavano per le strade con passo sicuro, che ricevevano rispetto da tutti, che con una parola risolvevano problemi che lo Stato non poteva nemmeno affrontare.

Francesco li ammirava, li vedeva come eroi, come protettori della comunità. Non capiva ancora che erano assassini, estorsori, trafficanti, o forse lo capiva, ma in quel contesto non importava. importava solo sopravvivere e per sopravvivere bisognava stare dalla parte giusta, la parte degli uomini d’onore.

A 17 anni Francesco venne notato da un luogo tenente dei corleonesi. Era un ragazzo sveglio, silenzioso, affidabile. Gli venne chiesto di fare una commissione semplice, portare un pacco da un paese all’altro. Francesco accettò senza fare domande. Non sapeva cosa contenesse quel pacco. Forse armi, forse droga, forse documenti. Non importava.

Eseguì il compito perfettamente e da quel momento cominciò a fare parte del sistema. non venne formalmente affiliato subito, quello sarebbe arrivato dopo, ma cominciò a lavorare per Cosa Nostra, piccoli incarichi, commissioni, messaggi da portare e soprattutto cominciò ad ascoltare, ad assorbire, a capire come funzionava quella macchina perfetta che era la mafia corleonese.

Era diversa dalle altre famiglie siciliane, era più organizzata, più spietata, più ambiziosa. si accontentava di controllare un territorio. Voleva controllare tutta la Sicilia e poi l’Italia intera e Francesco voleva farne parte. Negli anni 70 Francesco divenne un soldato vero e proprio. Venne affiliato con il rito tradizionale, sangue e santino bruciato, giuramento di fedeltà fino alla morte.

Ma per i corleonesi il rito era solo una formalità. Quello che contava era l’obbedienza cieca. Francesco imparò presto che nei corleonesi non c’era spazio per iniziative personali, per dubbi, per esitazioni. Gli ordini andavano eseguiti senza discutere e gli ordini erano spesso di morte. Francesco partecipò alla sua prima esecuzione a 20 anni, un uomo che aveva parlato troppo, che aveva messo in pericolo il clan.

Francesco fece da palo mentre altri sparavano. Non premette il grilletto, ma fu complice e da quel momento fu macchiato di sangue come tutti gli altri. Negli anni successivi ne venne altro, molto altro. La guerra di mafia degli anni 80 fu uno dei periodi più sanguinosi nella storia della Sicilia. I corleonesi di Totori stavano conquistando Palermo, eliminando sistematicamente tutte le famiglie rivali.

Francesco partecipò a decine di omicidi, divenne una macchina, spegneva l’umanità e eseguiva, perché questa era cosa nostra e lui ne era parte. Ma Francesco non era solo un killer, era anche un osservatore attento e cominciò a notare cose strane. Notò che certe decisioni venivano prese a un livello superiore rispetto a quello che appariva.

Totori Ina era il capo indiscusso, questo era chiaro, ma quando si trattava di decisioni strategiche importanti, Rina consultava qualcuno. Non altri boss, non la commissione provinciale, qualcun altro. Francesco vide Rina incontrare più volte uomini che non appartenevano a Cosa Nostra. Uomini in giacca e cravatta, eleganti che arrivavano con auto di lusso, professionisti, imprenditori, forse politici.

Riina li trattava con rispetto, non con sudditanza, ma con un rispetto che riserva a pochi. E dopo quegli incontri le strategie cambiavano, gli obiettivi si modificavano. Era come se quelle persone avessero un potere di veto o di indirizzo. Francesco non capiva bene chi fossero, ma capiva che erano importanti, molto più importanti di quanto sembrassero.

Questa percezione si rafforzò negli anni 90, durante la stagione delle stragi. Francesco non partecipò direttamente agli attentati contro Falcone e Borsellino, ma era abbastanza vicino alla cupola per sapere come erano state decise quelle operazioni e quello che seppe lo sconvolse. Le stragi non furono una decisione improvvisa di Riina e Provenzano.

Furono pianificate a tavolino in riunioni a cui parteciparono persone esterne a Cosa Nostra. Francesco sentì parlare di un’organizzazione parallela, una sorta di cupola segreta fatta di pezzi dello Stato, imprenditori, professionisti, uomini dei servizi segreti. Questa cupola segreta aveva interessi convergenti con Cosa Nostra e aveva deciso che Falcone e Borsellino dovevano morire non solo perché stavano colpendo la mafia, ma perché stavano scavando troppo in profondità.

stavano arrivando vicini a scoprire i collegamenti tra mafia e pezzi dello Stato e questo non poteva essere permesso. Le stragi furono l’estremo tentativo di fermare quel processo, di terrorizzare lo Stato, di costringerlo a trattare. E secondo Francesco quella strategia fu decisa non a Corleone, ma a Roma. Stanze molto più eleganti e insospettabili di quelle dove si riunivano i boss mafiosi.

Francesco raccontò ai magistrati che dopo le stragi del 1992, quando Rina venne arrestato nel gennaio 1993, lui si aspettava il caos all’interno di Cosa Nostra, invece trovò ordine. Una transizione perfetta verso Bernardo Provenzano, troppo perfetta per essere casuale. Era come se fosse già tutto stabilito, pianificato.

Provenzano prese il comando e cambiò completamente strategia. Basta stragi, basta attentati eantanti. Si tornava all’invisibilità, all’inabbissamento, ma i traffici continuavano, il controllo del territorio rimaneva solido, i soldi continuavano a fluire e soprattutto le protezioni rimanevano. Francesco vide Provenzano comportarsi esattamente come Rina.

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