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Balduccio Di Maggio: Il Pentito che ha Tradito Totò Riina e Pagato Caro –Storia Shock di Cosa Nostra

 La sua ascesa fu rapida, non per intelligenza, ma per utilità. Divenne l’autista. Sembra un ruolo marginale, vero? Ma pensateci bene,  chi guida l’auto del capo dei capi vede tutto, sa dove va il padrone, con chi parla, chi abbraccia e chi invece smette di salutare. L’abitacolo di quell’auto era il confessionale più segreto d’Italia.

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 Balduccio guidava per le trazere di campagna, portando Rina ai suoi incontri, ai summit, dove si decidevano le sorti di giudici, politici e rivali. C’era una tensione elettrica in quei viaggi. Il silenzio di Rina era più rumoroso di un urlo. Balduccio imparò a leggere i silenzi. Se il capo guardava fuori dal finestrino fischiettando, andava tutto bene.

 Se il capo fissava il sedile anteriore, qualcuno da qualche parte stava per fare un viaggio di sola andata e Balduccio guidava con le mani salde sul volante, sudando freddo, ma senza mai tremare. Era orgoglioso, si sentiva parte di qualcosa di immenso. non capiva di essere solo un ingranaggio sacrificabile  in una macchina che macinava carne umana.

 Ben presto guidare non bastò più, bisognava lavorare e nel vocabolario di Balduccio lavorare significava  sistemare le cose. I problemi in quel mondo avevano nomi e cognomi e la soluzione era sempre definitiva. Balduccio si sporcò le mani. Non amava farlo, forse, ma era necessario. Era come cambiare l’olio a un motore ingolfato,  solo che qui si trattava di eliminare ostacoli che impedivano la macchina dei corliones di correre.

 Ricorda ancora la prima volta che dovette aiutare a impacchettare un problema. Non c’era odio negli occhi dei suoi compari, solo una fredda efficienza. Il problema veniva invitato in un casolare per discutere, per chiarire. Si offriva vino, si offrivano parole rassicuranti, poi un cenno, una corda o un colpo secco, preciso per non fare troppo rumore.

 Il corpo non c’era più, era svanito. La famosa magia della lupara bianca. Balduccio imparò che la terra di Sicilia è affamata e non rifiuta mai un pasto. Imparò a scavare buche profonde o a usare l’acido per cancellare la memoria stessa dell’esistenza di un uomo. Tornava a casa la sera, baciava i figli, mangiava la pasta preparata dalla moglie e nessuno poteva immaginare che quelle  stesse mani, poche ore prima, avevano stretto il collo di un vecchio amico.

 Questa doppia vita era la normalità. Era l’aria che respirava. La sua fedeltà fu premiata. Rina vedeva in lui un discepolo devoto. Balduccio non faceva domande. Se Rina diceva che il cielo era verde, Balduccio comprava la vernice verde. Questa cieca lealtà lo portò a diventare il regente, il capo della famiglia di San Giuseppe Iato,  un territorio cruciale, un feudo personale.

Ora Balduccio non era più solo l’autista, aveva i suoi uomini, aveva il potere di decidere chi doveva pagare il pizzo per stare tranquillo, chi poteva aprire un negozio e chi no. Si sentiva un re. Camminava per le strade del paese e vedeva la gente abbassare lo sguardo in segno di rispetto, o meglio, di terrore.

 Quel rispetto lo inebriava più del vino forte. si sentiva intocabile. Credeva che quella scala gerarchica fosse solida, indistruttibile, ma c’era un’ombra che cresceva. Più saliva in alto, più l’aria diventava rarefatta. Stare vicino a Totorina era come dormire abbracciati a una tigre. >>  >> Potevi sentirti protetto dalla sua forza, ma dovevi sempre stare attento a non svegliarla nel modo sbagliato.

Balduccio iniziò a notare la paranoia negli occhi del capo. Rina vedeva traditori ovunque. La pulizia  non finiva mai. Anche tra i fedelissimi. Ogni tanto qualcuno spariva. È andato in vacanza dicevano. E Balduccio annuiva ridendo nervosamente mentre un gelido brivido gli correva lungo la schiena. cominciò a capire che in quel gioco non c’erano vincitori, solo sopravvissuti temporanei.

 La sua posizione di capo mandamento non era un trono, era un bersaglio, ma ormai era dentro fino al collo. Non c’era retromarcia in questa autostrada,  poteva solo accelerare, spingere il piede sull’acceleratore e sperare che la strada non finisse in un burrone. Intanto, fuori dal loro regno oscuro, il mondo stava cambiando.

 C’erano uomini dello stato, falchi pellegrini che volavano alto e vedevano tutto, che iniziavano a capire le dinamiche,  a mappare le famiglie, a collegare i punti. Ma Balduccio rideva di loro, li chiamava i poveri diavoli. Pensava che la cosa fosse troppo grande, troppo radicata per essere estirpata.  Non sapeva che il vero pericolo non veniva da fuori, dalle sirene blu o dalle toghe nere.

 Il vero pericolo era seduto proprio lì. accanto a lui, sui sedili di pelle di quelle auto che attraversavano la notte siciliana. Il vero pericolo era la follia del potere assoluto. E così, mentre Balduccio di Maggio si godeva il suo nuovo status, ordinando spedizioni e gestendo  il flusso di denaro che scorreva come un fiume sotterraneo, il destino stava già mescolando le carte per la mano successiva.

Una mano che avrebbe cambiato tutto, una mano sporca di sangue che avrebbe stretto quella di uomini insospettabili, perché l’autista del diavolo stava per essere invitato al ballo dei potenti e la musica che avrebbero suonato era una marcia funebre per la Repubblica. Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’intera polizia italiana per decenni, iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo.

 Se gli anni 80 nel resto del mondo erano luci al neon, musica pop e spensieratezza, in Sicilia avevano il colore della terra bruciata e il sapore ferroso di qualcosa che non si poteva nominare. Per Balduccio di Maggio e per quelli come lui il calendario non segnava i giorni, ma i nomi. Una lista infinita scritta con inchiostro invisibile nella mente di Totò Riina, una lista che doveva essere depennata riga dopo riga con metodica precisione.

 Balduccio non era un pistolero da film western, non gli piaceva il rumore. Il rumore attira l’attenzione, il rumore fa abbaiare i cani e sveglia gli sbirri. Balduccio preferiva il silenzio. Divenne un maestro di quella che i giornali chiamavano, con un brivido poetico, la lupara bianca. Ma non c’era nulla di poetico, era solo  chimica e fisica applicata alla necessità di far sparire i problemi.

  Il banchetto era il palcoscenico preferito. La scena si ripeteva quasi sempre uguale, come un copione recitato da attori consumati, un casolare sperduto nelle campagne di San Giuseppe Giato  o nelle valli del Belice, lontano da occhi indiscreti, circondato solo da ulivi contorti che sembravano mani imploranti verso il cielo.

 L’invito arrivava sempre con un sorriso, una pacca sulla spalla. Vieni, dobbiamo mangiare qualcosa.  Dobbiamo discutere di quella faccenda dei terreni. L’ospite, spesso un vecchio amico, un compagno di mille avventure, a volte persino un padrino di battesimo dei propri figli, arrivava tranquillo. O forse no, forse sentiva quel sesto senso animale che ti avverte quando sei la preda, ma l’onore e la paura impedivano di rifiutare.

 Rifiutare un invito di Riina o dei suoi uomini significava firmare la propria condanna in piazza. Accettare, invece, lasciava un margine di speranza, una speranza vana. Balduccio era lì ad aspettare. La tavola era imbandita. pane fresco, formaggio, olive, vino rosso forte che macchiava i denti. Si parlava del tempo, del raccolto, delle nuove costruzioni a Palermo.

 Si rideva, ma gli occhi di Balduccio non ridevano mai. Lui aspettava il segnale. Poteva essere una frase banale come “Il vino è finito” o un semplice tocco dell’orecchio? In quel preciso istante l’aria nella stanza cambiava, diventava solida, pesante come piombo. Non c’erano urla, tutto accadeva con una velocità che sfidava la comprensione umana.

 Due uomini scattavano alle spalle dell’ospite. Niente armi da fuoco, troppo sporco, troppo rischio di lasciare tracce balistiche. La corda, uno spezzone di corda di nylon o una sciarpa. Il movimento era tecnico, quasi chirurgico, un nodo rapido attorno al collo, una stretta improvvisa e brutale. La vittima sgranava gli occhi, le mani annaspavano, cercando di afferrare l’aria che non arrivava più.

 Le gambe calciavano sotto il tavolo, rovesciando il  vino che si spandeva sulla tovaglia come sangue finto. Balduccio guardava, a volte partecipava tenendo le gambe della vittima per impedire che facesse troppo casino. Sentiva la vita scivolare via, vedeva la luce spegnersi in quegli occhi che fino a un minuto prima lo guardavano con fiducia.

 Era una questione di minuti, poi il silenzio tornava a regnare nel casolare, rotto solo dal respiro affannoso degli esecutori. “Il pacco è pronto”, sussurrava qualcuno. “Ma il lavoro non era finito. Un corpo è una prova, un corpo racconta storie.  La medicina legale può leggere le ossa come un libro e i corleonesi non volevano lasciare libri in giro.

 Qui entrava in gioco la parte più atroce, quella che Balduccio eseguiva con la freddezza di un operatore ecologico che smaltisce rifiuti tossici, i bidoni, fusti di metallo o plastica resistente e l’acido, litri e litri di liquido corrosivo. Il corpo veniva spogliato, i vestiti si bruciavano  a parte, le fibie di metallo e gli orologi si schiacciavano e si gettavano in mare o si fondevano.

 E poi immerso nel liquido, bisognava aspettare. L’acido lavorava lento, sciogliendo la carne, i tendini, trasformando un essere umano con i suoi sogni, le sue paure e i suoi peccati in una poltiglia gelatinosa che poteva essere versata in un torrente o in una fogna. Niente tomba. Niente fiori, niente preghiere.

 La famiglia della vittima avrebbe aspettato per sempre un ritorno che non sarebbe mai avvenuto. È andato in America, si è rifatto una vita con una donna, bugie pietose per coprire l’orrore assoluto. Balduccio eccelleva in questo. La sua officina non riparava più auto, smaltiva esseri umani.

 Riina lo apprezzava per questo. Balduccio è uno che sa pulire, diceva il capo dei capi. E per Balduccio quella lode era tutto. Si sentiva un professionista. Convinceva se stesso che non era un mostro, ma un soldato in guerra. E in guerra si uccide il nemico prima che il nemico uccida te. Ma la guerra di Rina era diversa.

 Non c’erano solo nemici esterni. La paranoia del corto cresceva come un cancro. In quegli anni il banchetto si allargò. Non si eliminavano solo i rivali delle altre famiglie palermitane, quelli che avevano osato alzare la testa contro Corleone. Si iniziò a guardare dentro casa. Il sospetto  divenne la legge suprema.

 Bastava una parola sbagliata, un ritardo a un appuntamento, un saluto poco convinto e il nome finiva sulla lista. Balduccio vide cadere uomini che considerava fratelli. Pino sa troppe cose. Mario si sta lamentando troppo. Giuseppe ha parlato con quello sbirro. Le motivazioni erano sempre più labili, sempre più assurde, ma l’ordine arrivava e Balduccio eseguiva.

 La sera tornava a casa, si lavava le mani con cura maniacale, strofinando la pelle fino a farla arrossare, come se volesse togliere quell’odore acre di acido che gli sembrava di avere sempre addosso,  anche se era solo nella sua testa. si sedeva a tavola con la sua famiglia, guardava i suoi figli mangiare e pensava a quelli che aveva sistemato poche ore prima.

 Anche loro avevano figli, anche loro avevano mangiato a quella stessa tavola, nello stesso casolare, prima che la corda si stringesse. Un pensiero oscuro iniziò a farsi strada nella mente di Balduccio, un tarlo che rosicchiava le fondamenta della sua fedeltà cieca. E se domani toccasse a me? Nessuno era al sicuro. Il potere di Riina era diventato un buco nero che inghiottiva tutto, persino la luce delle stelle.

 Le campagne siciliane erano diventate un immenso cimitero senza croci. Camminando sulla terra soffice degli aranceti, Balduccio a volte aveva la sensazione di calpestare i volti di chi non c’era più. Ma non c’era tempo per i rimorsi, il lavoro aumentava. C’erano nuove sfide all’orizzonte. Lo stato stava alzando la testa. I giudici ficcanaso come Falcone iniziavano a capire il gioco, a unire i puntini.

 Rina voleva alzare il tiro. Non bastava più eliminare i ladri di polli o i boss rivali, bisognava colpire al cuore. Bisognava dimostrare che Cosa Nostra era più forte di Roma. E Balduccio, l’autista, il becchino, l’ombra fedele, stava per essere trascinato in qualcosa di molto più grande, di una semplice faida di campagna.

 Stava per diventare testimone di un patto che avrebbe fatto tremare i palazzi del potere. Perché quando il diavolo ha fame, non si accontenta delle anime dei peccatori comuni, vuole sedersi a tavola con i re. Il banchetto era appena iniziato e la portata principale stava per essere servita. Non era carne umana  questa volta, ma il destino di una nazione intera.

 Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’intera polizia italiana per decenni, iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo. >> C’erano giorni in cui la Sicilia sembrava un’isola alla deriva, staccata dal resto del mondo, governata da leggi gravitazionali che non si applicavano a Roma o a Milano.

 E poi  c’era quel giorno, un giorno del 1987 che non troverete  nei libri di storia ufficiali, ma che è inciso a fuoco nella memoria di Baldassare di Maggio, un giorno in cui l’isola e il continente non solo si toccarono,  ma si fusero in un abbraccio osceno. Balduccio era al volante come sempre, ma questa volta non stavano percorrendo le trazzere polverose tra gli ulivi dove si nascondevano i latitanti sporchi di terra.

 Questa volta la macchina scivolava sull’asfalto del centro di Palermo. I palazzi nobiliari, con le loro facciate barocche scrostate dal tempo e dalla salsedine guardavano passare quella vettura anonima con indifferenza, ma se i muri avessero potuto parlare avrebbero urlato. Seduto dietro, Totò Rina non era il solito contadino scorbutico.

 indossava un abito migliore del solito, anche se su di lui l’eleganza sembrava sempre una forzatura, come mettere una cravatta un toro. Era agitato. No, Uurtu non si agitava, ma c’era una vibrazione diversa nell’aria, un’elettricità statica che faceva rizzare i peli  sulle braccia di Balduccio. Stavano andando a un appuntamento che valeva più di 1000 carichi di polvere bianca, più di 100 omicidi.

stavano andando a incontrare il potere, quello vero, quello che non ha bisogno di pistole perché firma le leggi. La destinazione era un appartamento elegante, un salotto buono della città, protetto da quella cortina di rispettabilità borghese che a Palermo è spesso il miglior nascondiglio per il diavolo.

 Lì, in quella casa che profumava di cera per mobili e caffè costoso, viveva Ignazio Salvo, l’esattore, l’uomo cerniera, colui che teneva un piede nel fango della mafia e l’altro sui tappeti rossi della politica. Balduccio parcheggiò. Il cuore gli batteva in gola, non per paura, ma per l’eccitazione. Sapeva chi stavano per incontrare.

 Il nome non veniva mai pronunciato ad alta voce. Si usavano soprannomi sussurrati con timore reverenziale. Lo zio Giulio, il divo, o semplicemente lui, l’uomo che da 40 anni governava l’Italia,  l’uomo che sembrava eterno, immobile, una sfinge democristiana con gli occhiali spessi e la schiena curva sotto il peso dei segreti di stato.

 Giulio Andreotti. Entrarono. L’atmosfera nella stanza era irreale. Sembrava di essere in una chiesa sconsa. Da una parte c’era Rina, piccolo,  tozzo, con le mani callose di chi ha lavorato la terra e strangolato uomini. Dall’altra c’era lui, il  politico. Valduccio. Lo osservò da un angolo, cercando di farsi piccolo, di diventare tappezzeria.

 L’uomo di Roma era esattamente  come in televisione, ma emanava un’aura gelida, un distacco quasi inumano. Non sembrava fatto di carne e ossa, ma di pergamena e inchiostro. Non ci furono grandi discorsi. In quel mondo le parole sono superflue quando gli interessi coincidono. Si parlava del maxi processo, quella bestia giuridica che Falcone e Borsellino avevano costruito per ingabbiare Cosa Nostra.

 Rina voleva garanzie. Voleva che la Cassazione, il Tribunale supremo a Roma, aggiustasse le sentenze. Voleva che i suoi uomini tornassero a casa e l’uomo di Roma ascoltava con quella sua impassibilità leggendaria, annuendo impercettibilmente. Era un mercato. Io ti do i voti della Sicilia. Io tengo a bada la violenza e tu mi garantisci l’impunità.

 un baratto antico come il mondo. Poi accadde  il momento che Balduccio avrebbe raccontato ai magistrati anni dopo, facendo tremare le fondamenta della Repubblica, il momento che molti avrebbero definito una follia, un’invenzione, ma che per lui era vivido come il sole a mezzogiorno. I due uomini si alzarono. il capo dei selvaggi e Andreotti, il principe della democrazia, si avvicinarono.

Non ci fu una stretta di mano formale. fece un passo avanti e abbracciò il politico e poi il bacio, il famoso bacio, un gesto intimo, mafioso, un sigillo di appartenenza, le labbra del contadino di Corleone sulla guancia dell’uomo di stato, un contatto fisico ripugnante e sacro allo stesso tempo.

 In quel bacio non c’era affetto, c’era un contratto, c’era la promessa che lo Stato non avrebbe mai davvero  distrutto la mafia, perché lo Stato era a letto con la mafia. Balduccio guardava quella scena con gli occhi spalancati. In quel momento si sentì  onnipotente. Se il suo capo poteva baciare l’uomo più potente d’Italia, allora chi poteva fermarli? Chi erano Falcone e Borsellino in confronto a questo? >>  >> Solo fastidiose mosche che ronzavano attorno a un gigante si sentiva parte di una casta intocabile. Pensava: “Noi

comandiamo tutto, da Corleone a Roma il filo  è unico.” Quella sensazione di invincibilità era una droga più potente dell’eroina che i loro chimici raffinavano nei laboratori nascosti. Balduccio uscì da quell’appartamento camminando a mezzo metro da terra. Guidando verso casa, guardava i poliziotti agli incroci e rideva dentro di sé.

 “Se sapeste chi ho appena visto, vi mettereste in ginocchio”, pensava. Ma non aveva capito nulla. non aveva capito che quel bacio non era l’inizio di un’era d’oro, ma il preludio della fine. Era il picco massimo e dopo la vetta c’è solo la discesa e la discesa sarebbe stata ripida, rovinosa. Rina, nel suo delirio di onnipotenza, aveva interpretato quel bacio come una cambiale in bianco.

 Credeva di aver comprato lo stato, ma la politica è un animale strano, più viscido di qualsiasi boss. La politica promette, bacia e poi quando il vento cambia ti pugnala schiena con un sorriso sulle labbra. Nei mesi successivi l’illusione di quel pomeriggio iniziò a sgretolarsi. Le cose a Roma non andarono come previsto.

 Le sentenze del maxi processo non vennero annullate come promesso. La Cassazione confermò gli ergastoli.  Il signor Carnevale, il giudice ammazza sentenze su cui contavano, non riuscì a salvarli. Rina si sentì tradito e la furia di un animale ferito è terribile. Balduccio vide il volto del suo capo cambiare. La sicurezza arrogante di quel giorno nel salotto di Palermo lasciò il posto a una rabbia cieca, schiumante.

 “Ci hanno preso in giro”, ringhiava Riina. “Questi politici sono dei pagliacci. Ora gliela facciamo vedere noi chi comanda davvero. Il patto del bacio si era rotto e quando un patto di sangue si rompe, il sangue deve scorrere per lavare l’onta. Iniziava la stagione della vendetta. Non più affari silenziosi, non più accordi nell’ombra, guerra,  guerra aperta contro lo Stato che aveva osato tradire la parola data.

 E Balduccio, che aveva creduto di aver toccato il cielo con un dito in quell’appartamento elegante, si ritrovò improvvisamente in Trincea, soldato di un esercito che stava per dichiarare guerra al mondo intero. Quel bacio, che doveva essere la loro salvezza,  divenne la loro condanna a morte, perché aveva convinto Riina di poter sfidare Dio.

 E come sanno tutti i vecchi saggi di Sicilia, quando provi a volare troppo vicino al sole, le tue ali di cera si sciolgono e la caduta fa male, molto male. Ma per ora, nella mente di Balduccio  c’era ancora l’immagine di quell’abbraccio impossibile, un segreto che gli bruciava dentro,  un segreto che un giorno avrebbe usato come merce di scambio per salvarsi la pelle, quando tutto intorno a lui sarebbe crollato in macerie fumanti.

 Nel 1992 non fu un anno, fu un terremoto. Fu il momento in cui il Dio del male decise che il silenzio non bastava più. Voleva il rumore, voleva il fuoco. Fino a quel momento la cosa aveva vissuto nell’ombra, prosperando come un fungo velenoso nel sottobosco umido dell’omertà. Ma Totorri Ina, ormai ubriaco di quel potere assoluto, che aveva assaggiato nel salotto di Palermo, decise di cambiare le regole del gioco.

Se lo stato non voleva piegarsi con le buone, con i baci e le promesse, allora si sarebbe spezzato con le bombe. Balduccio sentì l’aria cambiare prima ancora che il tritolo esplodesse. A San Giuseppe Iato il vento portava odore di zolfo. Le facce dei picciotti erano tirate, nervose. Non si rideva più, nemmeno per finta.

 Il capo dei capi  aveva ordinato l’attacco frontale, non più singoli colpi di pistola nel buio, ma crateri in autostrada. Maggio 1992. Capaci. L’autostrada si aprì come la bocca dell’inferno. Il giudice Falcone, sua moglie,  la scorta. Non fu un lavoro di precisione, fu un atto di guerra.

 E poi luglio, via D’Amelio, Borsellino, un’altra pira funeraria nel cuore di Palermo. L’Italia intera si svegliò urlando. Balducci osservava tutto questo non con l’orgoglio del soldato, ma con il terrore di chi vede il proprio comandante impazzire. Rina non era più un leader strategico, era diventato una bestia ferita che sbranava tutto ciò che si muoveva.

 Aveva rotto il patto non scritto, non fare troppo casino. Aveva sfidato l’opinione pubblica, aveva costretto lo Stato a reagire con una forza mai vista prima. Esercito nelle strade,  leggi speciali, carcere duro. La festa era finita. Ma la cosa peggiore per Balduccio non erano le sirene della polizia che ululavano giorno e notte, era quello che succedeva dentro.

 La paranoia di Rina aveva raggiunto livelli patologici. Dopo il fallimento delle promesse politiche, il Corto aveva deciso di punire anche i suoi vecchi  amici. Salvo Lima, il politico che per anni era stato il loro scudo a Roma, fu spedito in vacanza per sempre, crivellato di colpi mentre andava in albergo. Balduccio capì il messaggio.

 Se Rina non aveva pietà per i politici potenti che lo avevano servito per decenni, quanta pietà poteva avere per un semplice meccanico di provincia diventato autista? Nessuna. Iniziò a sentire il gelo, quel gelo che ti entra nelle ossa, anche se fuori ci sono 40° all’ombra. Balduccio notava sguardi strani durante le riunioni, silenzivisi quando lui entrava nella stanza.

 Non lo chiamavano più per le missioni importanti, era stato messo in panchina e in Cosa Nostra la panchina è l’anticamera dell’obitorio. Si sentiva come un cavallo zoppo. E cosa si fa ai cavalli zoppi? Si abbattono. Balduccio sapeva troppe cose, aveva visto il bacio. Aveva accompagnato il capo nei suoi rifugi segreti.

 Conosceva i volti, i nomi, i nascondigli. Nella mente contorta di Riina, un uomo che sa così tanto è una bomba orologia. E Rina amava far esplodere le bombe, ma non quelle che potevano distruggere lui.  Una sera un amico gli sussurrò qualcosa all’orecchio, una frase sibillina, tipica di quel mondo dove non si dice mai nulla direttamente.

L’aria si è fatta pesante per te, Balduccio. Forse dovresti cambiare clima. Non era un consiglio medico, era una condanna a morte emessa con un preavviso di poche ore. Il calice del potere da cui aveva bevuto avidamente si era crepato. Il vino era diventato aceto. Balduccio guardò la sua casa, la sua terra e capì che non gli appartenevano più.

 Se fosse rimasto, sarebbe finito sciolto nell’acido o sepolto sotto un metro di calce viva in qualche cantiere abbandonato. La lealtà non contava più nulla. L’onore era una barzelletta, contava solo sopravvivere.  La decisione fu rapida, istintiva, animale, scappare, non per pentirsi, non per andare dalla polizia. Balduccio non era ancora pronto a diventare un infame.

Voleva solo sparire, diventare invisibile, aspettare che la tempesta passasse o che Rina morisse. Prese la sua  donna, prese pochi soldi, quelli che riuscì a raccimolare in fretta, e salì in macchina. Ironia della sorte, lui, l’autista del boss, ora doveva guidare per salvare la propria pelle.

 Lasciò la Sicilia di notte come un ladro.  Il traghetto che attraversava lo stretto di Messina gli sembrò un ponte tra due mondi. Alle spalle lasciava il fuoco e il sangue,  davanti a sé l’ignoto. Guidò verso nord. Chilometro dopo chilometro il paesaggio cambiava. Gli ulivi lasciavano il posto ai pioppi. La terra arida diventava verde e umida.

 Arrivò in Piemonte, Borgo Manero, una cittadina tranquilla, nebbiosa, operosa, un altro pianeta rispetto a San Giuseppe Iato. Lì Balduccio cercò di costruirsi una maschera, tornò alle origini. Non era più il capo mandamento, il temuto killer, era solo un meccanico siciliano emigrato in cerca di lavoro. Si sporcava le mani di grasso, riparava vecchie utilitarie, parlava poco.

 La gente del posto vedeva un uomo riservato, forse un po’ triste, ma innocuo. Ma non si può scappare dalla propria ombra. Balduccio viveva nel terrore. Ogni volta che vedeva una macchina con la targa di Palermo, il cuore si fermava. Ogni volta che il telefono squillava  in orari strani, pensava: “Eccolo, mi hanno trovato”.

 Sapeva che i tentacoli della piovra erano lunghi. Sapeva che Rina non dimenticava e poi c’era l’altro pericolo, lo stato. Mentre Balduccio si nascondeva dai suoi ex fratelli, la polizia stava stringendo il cerchio. Le indagini sulle stragi erano frenetiche. Cercavano i colpevoli, cercavano i testimoni e il nome di Balduccio di Maggio era scritto in rosso in molti fascicoli.

A Borgomanero, tra la nebbia della Val Sesia, Balduccio si sentiva un animale in gabbia. Aveva una pistola nascosta in casa, la guardava spesso. Non sapeva se l’avrebbe usata per difendersi dai sicari di Riina o dalla polizia, o forse per l’ultima via d’uscita, quella definitiva. La solitudine era devastante.

Lui che era stato al centro del potere, che aveva deciso della vita e della morte degli altri, ora era un nessuno, un fantasma che camminava tra i vivi, aspettando che qualcuno pronunciasse il suo vero nome. Non sapeva che il destino stava per bussare la sua  porta, non sotto forma di un killer con la lupara, ma di un uomo in divisa con un mandato di cattura.

 E quella visita  avrebbe trasformato il fuggiasco impaurito nell’arma più letale che lo Stato italiano avesse mai impugnato contro la mafia. La grepa nel calice si era allargata fino a rompere il vetro e ora i cocci stavano per tagliare le mani di tutti. Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’intera polizia italiana per decenni,  iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo.

 L’8 gennaio 1993 Borgomanero si svegliò sotto una cappa di grigio che sembrava piombo fuso. Non c’era il sole della Sicilia a scaldare le ossa, solo una nebbia umida che ti entrava nei polmoni. Baldassare di Maggio era nel suo rifugio una tana precaria per un lupo in esilio. Si muoveva tra gli attrezzi da meccanico, cercando di convincere le sue mani a fare un lavoro onesto, ma la sua testa era sempre altrove.

 Era sempre rivolta a sud, verso quella terra che lo aveva sputato via. Sentì il rumore prima di vederli. Non era il rombo di un motore amico né il fischio di un segnale convenuto. Era il rumore secco di stivali che circondavano il perimetro. Passi pesanti, coordinati, passi di caccia. Balduccio ebbe un istante di lucidità gelida.

 La mano corse istintivamente verso quel pezzo di metallo freddo che teneva nascosto l’unica assicurazione sulla vita che gli era rimasta, una pistola. Per un secondo, un solo secondo eterno, pensò di usarla non contro di loro, ma contro se stesso. O forse di uscire sparando, come in quei vecchi film che piacevano tanto ai picciotti, e finire tutto sul marciapiede, macchiando la neve sporca del nord con il suo sangue scuro.

 Ma l’istinto di sopravvivenza è una bestia vigliacca. La mano si fermò, la porta si spalancò, urla, divise scure. Canne di fucile puntate in faccia. Fermo, polizia! Balduccio alzò le mani. Erano sporche di grasso, trema appena. In quel momento l’autista del diavolo, il killer spietato,  il capo mandamento, non esisteva più.

 C’era solo un uomo spaventato, piccolo, schiacciato dal peso del suo passato. Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’impera polizia italiana per decenni, iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo. Lo portarono  via. Il viaggio verso la caserma fu silenzioso.

 Balduccio guardava fuori dal finestrino blindato e vedeva scorrere un mondo che non gli apparteneva più. sapeva cosa lo aspettava, una cella, il cemento e poi inevitabilmente  la vendetta di Rina che lo avrebbe raggiunto anche lì dentro, perché le mura del carcere non fermano gli ordini del capo dei capi.

 Un caffè corretto con il veleno, un incidente sotto la doccia, un lenzuolo annodato alle sbarre. La fine era scritta, a meno che a meno che non ci fosse un’altra porta, la stanza degli interrogatori era spoglia, illuminata da una luce artificiale che faceva male agli occhi. C’era un tavolo, due sedie e l’odore stantio di sigarette fumate nervosamente.

Di fronte a lui non c’era un poliziotto qualunque, c’era il generale Francesco Delfino, un uomo che conosceva il gioco, che sapeva leggere negli occhi dei criminali come fossero libri aperti. Il generale non urlò, non minacciò, si sedette e lo guardò. Uno sguardo lungo,  penetrante. Mise sul tavolo un pacchetto di sigarette e un accendino.

 “Balduccio” disse con una voce calma che faceva più paura delle urla. Tu sai che la partita è finita. Rina ti vuole morto. Noi ti abbiamo preso. Sei in un vicolo cieco. Valduccio non rispose.  Il codice d’onore, quella vecchia armatura arrugginita, gli imponeva di tacere. L’omertà. Non vedo, non sento, non parlo.

 Ma quell’armatura pesava tonnellate. Pensa ai tuoi figli, continuò il generale toccando il tasto dolente, l’unico punto debole di ogni uomo d’onore. Se entri in carcere come un muto, uscirai in una cassa di legno e nessuno si ricorderà di te. Rina vincerà ancora. Lui resterà libero a comandare e tu sarai solo concime.

 Le parole scavarono dentro Balduccio come Tarli. L’odio per Rina, quel risentimento che aveva covato per mesi mentre si nascondeva come un ratto, iniziò a ribollire. Rina lo aveva usato, lo aveva spremuto come un limone e poi gettato via perché doveva proteggerlo, perché doveva sacrificarsi per un uomo che aveva ordinato la sua morte.

 Il generale vide la crepa nel muro. Hai una possibilità, Balduccio, una sola. Collabora, aiutaci a prendere il mostro e lo Stato ti proteggerà. Ti daremo una nuova vita,  una nuova identità. Era la scelta suprema, diventare un pentito, un infame. Per la gente di San Giuseppe Giato era peggio della morte. Significava disonorare il proprio nome per l’eternità.

 Ma significava anche vivere e significava vendetta, la vendetta più dolce e terribile, consegnare il proprio padrone nelle mani del nemico. Balduccio accese una sigaretta, aspirò profondamente, lasciando che il fumo riempisse i polmoni. Guardò il generale.  Nei suoi occhi non c’era pentimento morale, non gli importava delle vedove, degli orfani, del sangue versato sulle strade di Palermo.

 gli importava solo di saldare il conto. Era una questione personale. “Se parlo” disse Balduccio con la voce roca, “voglio garanzie. Voglio che la mia famiglia sia al sicuro. Avrai tutto quello che chiedi”, rispose il generale sporgendosi in avanti. “Ma devi darci qualcosa di grosso. Non ci servono  i pesci piccoli. Vogliamo lo squalo.

” Balduccio sorrise. Un sorriso amaro, privo di gioia. Voi cercate fantasmi da anni, cercate un uomo che sembra svanito nel nulla, ma lui non è svanito. Lui è lì sotto i vostri nasi. Il silenzio nella stanza divenne assordante. Il generale  trattenne il respiro. “Io so dov’è”, sussurrò Balduccio.

 “Io vi porto da lui”. In quel momento l’uccello iniziò a cantare e non era un canto melodioso, era un grido rauco che rompeva decenni di segreti. Balduccio iniziò a parlare, raccontò delle riunioni, degli ordini, delle strategie, ma soprattutto aprì la mappa. “Non è in una grotta”, spiegò godendo dello stupore negli occhi degli investigatori.

 “Non è in America, è a Palermo. Vive come un re in Bernini. a una villa, una piscina, un giardino. Disegnò la zona, descrisse il cancello, le telecamere, le abitudini. Esce la mattina, si fa accompagnare dal suo autista biondino, va a fare le sue cose, si sente sicuro, crede di essere Dio. Ogni parola era un chiodo sulla baraina.

Balduccio si sentiva leggero. Il peso del segreto svaniva, sostituito dall’adrenalina del tradimento. Stava vendendo l’anima al diavolo dello stato per salvarsi dal diavolo della mafia. Uno scambio equo, pensava.  Ma c’è una condizione! Aggiunse Balduccio. Devo venire con voi? Devo essere io a riconoscerlo.

 Lui è cambiato. Non è più quello delle vecchie foto segnaletiche. è invecchiato, ingrassato. Solo io posso dirvi è lui.  Il generale accettò. Non c’era altra scelta. Balduccio era la chiave. L’autista che aveva guidato il boss verso il potere, ora lo avrebbe guidato verso la gabbia. La decisione era presa.

Il verbale fu firmato. Valduccio di Maggio non era più un uomo d’onore,  era un traditore, ma in quel mondo capovolto il tradimento era l’unica forma di giustizia rimasta. Quella notte, nella cella di sicurezza, Balduccio non dormì, fissava il soffitto e immaginava la faccia di Rina quando avrebbe capito.

 Immaginava lo sguardo del corto mentre le manette scattavano. Sarebbe stato il momento più bello della sua vita. La macchina della cattura si mise in moto. Uomini ombra, i  Ross, iniziarono a muoversi silenziosi verso Palermo. E al centro di tutto, protetto, nascosto, c’era lui, Balduccio, il Giuda di San Giuseppe Iato, pronto a dare il bacio finale non sulla guancia, ma puntando un dito tremante attraverso il finestrino di un furgone.

 La fine dell’impero dei corlleonesi non sarebbe arrivata con un’esplosione, ma con un sussurro in una stanza grigia del nord Italia. Il conto alla rovescia era iniziato e nessuno, nemmeno Totò Riina, poteva fermare il tempo. Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’intera polizia italiana per decenni, iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo.

 Palermo, 15 gennaio 1993. Una data che non è solo un numero sul calendario, ma una cicatrice sulla pelle della Sicilia. La mattina si era alzata pigra con quel cielo invernale pallido che non promette nulla di buono, ma nemmeno minaccia tempesta. La città si svegliava con i suoi rumori soliti, i claxon nervosi in viale Regione Siciliana, le saracinesche dei negozi che si alzavano con un lamento metallico, l’odore di caffè e cornetti che usciva dai bar.

 Tutto sembrava normale, ma sotto quella crosta di banalità il magma stava per esplodere. Nessuno sapeva. Le signore andavano al mercato, gli impiegati correvano in ufficio, i bambini entravano a scuola trascinando zaini pesanti. Nessuno immaginava che in quella stessa mattina il diavolo stava per essere trascinato fuori dall’inferno.

Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’intera polizia italiana per decenni,  iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo. Dentro un furgone anonimo, parcheggiato strategicamente non lontano da via Bernini, l’aria era irrespirabile, non per il caldo,  ma per la tensione.

 Era un concentrato di adrenalina e paura puro, denso come catrame. Lì dentro, rannicchiato come un animale braccato, c’era Baldassare di Maggio. Non era più il capo mandamento fiero che camminava a testa alta. Era un uomo coperto, nascosto, tremante. Il suo cuore batteva contro le costole come un pugno chiuso che cerca di sfondare una porta.

Accanto a lui c’erano gli uomini del capitano Ultimo, fantasmi senza volto, soldati di un’unità speciale che viveva nell’ombra per cacciare le ombre. Non parlavano, controllavano le armi, aggiustavano le radio, fissavano la strada, ma ogni tanto uno sguardo cadeva su Balduccio. Sguardi duri, indecifrabili. Per loro lui era un mezzo, uno strumento necessario ma sporco, un infame che serviva a prendere il re.

 Balduccio sentiva il peso di quegli sguardi. Si sentiva un verme, ma sapeva che non poteva tornare indietro. Aveva venduto il suo padrone, aveva disegnato la mappa del tesoro, aveva detto, “È lì, dietro quel cancello verde, lì vive l’uomo che cercate da 20 anni”. L’attesa era una tortura cinese. Ogni minuto sembrava un’ora.

 Balduccio fissava l’uscita del complesso residenziale attraverso i vetri oscurati. I suoi occhi, abituati a scrutare le campagne buie per vedere se arrivavano i nemici, ora erano puntati su un cancello elegante in una zona residenziale. L’ironia era feroce. Totò Rina, il contadino che aveva scatenato l’apocalisse, non viveva in una grotta sulle montagne mangiando ricotta e cicoria.

 Viveva lì, in mezzo alla gente bene, con l’aria condizionata e i mobili di lusso. Si nascondeva in piena vista. Sei sicuro che esce? Chiese uno degli agenti. La voce bassa,  quasi un ringhio. Esce rispose Balduccio, la gola secca. Ogni mattina Biondino lo viene a prendere,  è abitudinario, si sente intoccabile. Balduccio pregava, pregava che Rina uscisse e allo stesso tempo pregava che non uscisse mai.

 Se Rina non fosse apparso, se l’informazione fosse stata sbagliata,  gli uomini dello Stato avrebbero pensato a un inganno e per Balduccio sarebbe stata la fine. Ma se Rina fosse uscito, beh, sarebbe  stato l’inizio di un altro tipo di fine. Le 8:55 il cancello automatico iniziò a muoversi.

 Un brivido corse lungo la schiena di Balduccio.  Il sangue gli si gelò nelle vene. “Eccolo”, sussurrò. Una macchina scura, una Citroën ZX,  scivolò fuori lentamente. Alla guida c’era Salvatore Biondino, l’autista fedele, il nuovo Balduccio. E accanto a lui, sul sedile del passeggero, c’era una figura tozza piccola.

 Il furgone dei Ross si tese come un arco pronto a scoccare la freccia. “Guarda bene!” ordinò il capitano. “È lui? Dimmelo ora.”  “È lui!” Balduccio strinse gli occhi. La figura nell’auto era invecchiata rispetto ai ricordi, più grassa, più stanca. Ma quegli occhi, quegli occhi neri, profondi, che avevano ordinato la morte di centinaia di persone, erano inconfondibili.

 Anche a distanza, anche attraverso il vetro, Valduccio sentì la potenza maligna di quell’uomo. Alzò un dito tremante, un dito che pesava come una montagna e indicò: “È lui, è Ukurtu, è Riina!” La conferma fu come premere il grilletto di un cannone. “Preso, andiamo!” urlò qualcuno alla radio. Il furgone scattò, le autoci civetta si mossero.

 Non ci furono sirene spiegate, non ci fu la fanfara. Fu un’azione chirurgica brutale nella sua semplicità. Le auto dei carabinieri tagliarono la strada alla Citroën, la bloccarono. Balduccio guardava tutto come in un film al rallentatore. Vide gli sportelli aprirsi. vide gli uomini in borghese con i passamontagna calati sul viso circondare l’auto del boss.

 Vide Biondino cercare di reagire, ma essere subito neutralizzato e poi vide lui. Totorrina venne tirato fuori dall’auto. Non sembrava il mostro che terrorizzava l’Italia. Sembrava un pensionato spaventato, un piccolo uomo in giacca e cravatta  che non capiva cosa stesse succedendo. Chi siete? Cosa volete? sembrava dire la sua espressione,  ma Balduccio sapeva la verità, sapeva che dietro quella faccia da contadino smarrito  c’era la mente che aveva fatto saltare in aria le autostrade.

 Quando le manette scattarono ai polsi di Riina, Valduccio sentì un vuoto improvviso nello stomaco. Era fatto. Il re era caduto. Il mito dell’invincibilità si era sgretolato in un secondo sull’asfalto grigio di via Bernini. Nessun colpo sparato, nessun morto, solo il suono secco del metallo che si chiudeva sui polsi.

 Balduccio si lasciò andare contro lo schienale del sedile. Era sudato  fradicio, rideva e piangeva allo stesso tempo, un riso isterico, silenzioso. Aveva vinto, aveva distrutto l’uomo che voleva ucciderlo, aveva consegnato la testa del drago su un piatto d’argento. Mentre guardava Rina venire caricato su un’auto dei carabinieri, piccolo e impotente, Balduccio sentì anche qualcos’altro, una vertigine.

 Aveva appena tradito il padre padrone, aveva violato la legge più sacra del suo mondo. Da quel momento in poi non ci sarebbe stato posto per lui in Sicilia, non ci sarebbe stato posto per lui all’inferno, perché nemmeno il diavolo accetta i traditori volentieri. La notizia iniziò a correre. Prima un sussurro, poi un grido, le radio, le televisioni. Preso Totorri.

L’Italia intera si fermò. La gente scendeva in strada, i carabinieri si abbracciavano. A Palermo per un momento l’aria sembrò più leggera, come se una cappa di piombo fosse stata sollevata,  ma nel furgone Balduccio era solo. Il trionfo aveva un sapore amaro, metallico. Sapeva che la guerra non era finita.

 Rina era in gabbia, sì, ma la cosa era un’idra a mille teste. Tagliata una ne sarebbero cresciute altre due e tutte quelle teste avrebbero cercato lui. Portiamolo via, disse il capitano indicando Balduccio. Il suo lavoro qui è finito. Balduccio annuì. Il furgone ripartì allontanandosi dal luogo del delitto, dal luogo del miracolo.

 Mentre si lasciavano alle spalle la folla che iniziava a radunarsi, Balduccio pensò a Corleone. Pensò al silenzio che doveva essere calato sul paese. Un silenzio di tomba aveva fatto crollare il tempio, ma ora si trovava sotto le macerie. E mentre l’auto correva verso l’aeroporto, verso una nuova vita, una nuova faccia,  un nuovo nome, Balduccio di Maggio capì che non avrebbe mai smesso di guardarsi alle spalle perché l’ombra di Totò Rina era lunga, molto più lunga delle sbarre di una prigione.

 Il giorno del crollo era finito. Iniziava la lunga notte del pentito e nel  buio i fantasmi hanno i denti aguzzi. Pensavano di aver comprato un’anima.  Pensavano che bastasse un foglio di carta, una firma su un verbale e uno stipendio mensile per trasformare un predatore in un cane da guardia. Ma lo Stato, con tutta la sua burocrazia e le sue leggi  non ha mai capito veramente la natura del sangue.

 Il sangue, quando è nero, resta  nero. Puoi lavarlo, puoi nasconderlo sotto abiti firmati e nuove identità, ma alla fine, quando la luna si alza, il lupo torna sempre a ululare. Baldassare di Maggio era diventato l’eroe della Repubblica, l’uomo che aveva consegnato la bestia, ma dentro di lui, nel profondo di quelle viscere abitate dal male, la fame non era passata, aveva solo cambiato sapore.

 Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’intera  polizia italiana per decenni, iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo. Dopo quel 15 gennaio Balduccio era stato levato su un piedistallo strano e scivoloso.

 I giornali parlavano di lui, i magistrati lo trattavano come un oracolo. Viveva in una bolla protetta, lontano dalla Sicilia, in località segrete dove il silenzio era rotto solo dal rumore dei soldi che arrivavano puntuali. Lo Stato pagava bene i suoi Giuda, molto bene. Per la prima volta nella sua vita Balduccio aveva denaro pulito in tasca.

 denaro che non puzzava di polvere da sparo o di acido. Poteva comprare macchine, vestiti, cene. Poteva camminare per strada senza guardarsi le spalle ogni secondo, o almeno così credevano i suoi protettori. Ma la noia è una malattia terribile per chi è abituato a vivere sul filo del rasoio. La vita del pentito era grigia. Passare le giornate a raccontare vecchie storie in tribunale, a puntare il dito contro ex compari chiusi nelle gabbie, dava una certa soddisfazione.

 Sì, vedere gli occhi pieni di odio di quelli che un tempo lo chiamavano fratello lo faceva sentire potente. Voi siete dentro e io sono fuori pensava.  Io ho vinto, ma quella sensazione svaniva presto, lasciando il posto a un vuoto incolmabile. Balduccio non era fatto per la pensione, non era fatto per guardare la televisione e portare a spasso il cane.  Lui era un uomo d’azione.

Gli mancava il brivido, gli mancava il potere vero, quello che non ti viene dato da un giudice, ma che ti prendi con la forza. Gli mancava il rispetto che nasce dalla paura.  In quella vita burghese anonima, lui era un nessuno, un signor Rossi qualunque. E il suo ego smisurato, nutrito per anni alla corte di Totorri in Ina, non poteva accettarlo.

 E così, mentre lo Stato lo proteggeva, mentre la scorta vigilava sulla sua incolumità, Balduccio iniziò  a fare il doppio gioco, il gioco più pericoloso del mondo. Il lupo iniziò a scappare dal recinto, non fisicamente all’inizio, ma con la mente e con il telefono. Iniziò a riallacciare i contatti sotto banco di nascosto, mentre i suoi angeli custodi dormivano o guardavano altrove.

  Balduccio chiamava giù, chiamava la sua terra. Voleva sapere chi comandava ora, chi aveva preso il posto dei vecchi leoni caduti e scoprì che c’era un vuoto, un vuoto che solo lui poteva riempire. L’arroganza di quest’uomo non aveva confini, pensava di essere più furbo di tutti. pensava, “Sono intocabile, sono il super testimone, mi perdoneranno tutto perché servo a loro.

” Si sentiva come un bambino viziato a cui ha permesso rompere i giocattoli perché è il preferito della maestra. E così accadde l’impensabile. Il pentito, l’uomo che doveva essere l’esempio della redenzione, tornò a essere un boss. Di nascosto, sfruttando le maglie larghe della sorveglianza, Balduccio tornò in Sicilia. Non come un pellegrino pentito, ma come un padrone che torna a controllare i suoi possedimenti. Immaginate la scena.

Un uomo pagato dallo Stato per  combattere la mafia, che usa quei soldi e quella libertà per riorganizzare la mafia stessa. È un paradosso che fa girare la testa. Una barzelletta macabra che solo l’Italia poteva partorire. Balduccio arrivava a San Giuseppe Iato come un fantasma. Incontrava persone, dava ordini.

 riscuoteva crediti, ma non si limitò agli affari. C’era del sangue vecchio da lavare, c’erano conti in sospeso che la giustizia legale non poteva saldare. Balduccio voleva vendetta contro chi, durante la sua assenza aveva osato mancargli di rispetto o toccare i suoi interessi e non usò le carte bollate, usò il metodo antico.

 Durante il periodo in cui era sotto protezione, Valduccio di Maggio ordinò e partecipò a nuove spedizioni punitive. Sì, avete capito bene. Mentre era ufficialmente un collaboratore di giustizia, tornava a vestire i panni del carnefice, organizzava agguati, faceva sparire persone. C’è una storia agghiacciante che dipinge perfettamente la follia di questo periodo.

 Balduccio voleva eliminare un uomo che gli dava fastidio, un vecchio nemico locale. Non poteva farlo alla luce del sole. Così organizzò tutto nei minimi dettagli. Tornò in Sicilia clandestinamente. Si riunì con alcuni fedelissimi che ancora pendevano dalle sue labbra, affascinati dal ritorno del capo. La vittima fu attirata in trappola e Balduccio era lì.

 Non voleva delegare, voleva sentire ancora una volta quella sensazione di onnipotenza che si prova quando si decide il destino di un altro essere umano. Voleva vedere la luce spegnersi negli occhi di chi lo aveva sfidato. Fu un’esecuzione brutale, vecchia scuola. Niente pietà, niente esitazione. Mettiamola a dormire disse con la stessa freddezza  con cui anni prima serviva Rina.

 Dopo aver sistemato la faccenda, Balduccio tornò al nord, tornò nella sua casa sicura, salutò la scorta, forse offrì loro anche un caffè. Tutto tranquillo, signor Di Maggio? Sì, tutto tranquillo, ragazzi. Nessuno sapeva che quelle mani che stringevano la tazzina  erano appena state lavate dal sangue fresco. Si sentiva un genio del male.

Credeva di aver trovato la formula perfetta, i benefici della legalità e  i vantaggi dell’illalità. Prendeva i soldi dallo Stato e prendeva i soldi dalle estorsioni. Era protetto dalla polizia e temuto dai criminali, un re a due facce. Ma il delirio di onnipotenza è una droga che acceca. Balduccio iniziò a esagerare.

 Non si nascondeva più bene come prima. Le voci iniziarono a girare. In Sicilia i muri hanno orecchie e il vento porta i segreti lontano. Un meccanico è tornato. Sussurravano nei bar di paese. Balduccio sta facendo pulizia. I magistrati iniziarono a notare cose strane. C’erano buchi nei suoi racconti.

 C’erano assenze ingiustificate, c’erano movimenti di denaro sospetti e poi i cadaveri. Morti che  portavano una firma precisa, una firma che gli investigatori conoscevano bene, ma che non volevano credere fosse possibile vedere di nuovo. Come poteva l’uomo che aveva distrutto Cosa Nostra  essere ancora parte di essa? era inconcepibile.

 Era uno schiaffo in faccia a tutti coloro che avevano creduto nel pentitismo come arma finale. Ma Balduccio se ne fregava. Lui rideva.  Prideva del sistema che lo nutriva, rideva delle regole, si sentiva superiore a tutto e a tutti. In quegli anni, metà anni 90, Balduccio di Maggio raggiunse l’apice della sua depravazione morale.

 Non era un pentito per coscienza, era un opportunista per vocazione. Aveva usato lo Stato come un taxi per  scappare da Rina e ora usava lo Stato come scudo per continuare a essere Rina in  piccolo. Pensava che sarebbe durata per sempre. Pensava che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di toccarlo, perché lui era colui che ha preso Riina.

 Era il monumento vivente alla lotta alla mafia. Chi avrebbe osato abbattere il monumento? Ma non aveva calcolato una cosa. Lo stato è una macchina lenta, pesante, a volte stupida, ma quando si accorge di essere stato preso in giro, la sua reazione è inesorabile e la pazienza degli investigatori stava finendo.

 Le prove si accumulavano, le intercettazioni parlavano chiaro, il lupo aveva mangiato troppo ed era diventato grasso e lento. Aveva lasciato impronte ovunque. Credeva di camminare sulla neve senza lasciare tracce, ma dietro di sé c’era una scia rossa che portava dritta la sua porta blindata. La favola del pentito modello stava per finire.

 La realtà, cruda e sporca, stava per presentare il conto e questa volta non ci sarebbe stato nessun generale delfino a offrirgli una via d’uscita. Questa volta il viaggio sarebbe stato davvero di sola andata, verso il buio più profondo. C’è un vecchio detto siciliano che dice: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Ma Baldassare di Maggio aveva seminato qualcosa di molto peggio del vento.

 Aveva seminato tradimento, morte, menzogna e ancora morte. E la tempesta che arrivò per lui non fu un uragano rumoroso, ma una nebbia lenta, tossica, che lo avvolse fino a soffocarlo. La festa finì una mattina qualunque del 1997. Lo stato, quella macchina lenta e pesante di cui Balduccio aveva riso, finalmente aveva finito di fare i conti.

I magistrati avevano incrociato i dati, ascoltato le intercettazioni, verificato le chiacchiere che arrivavano dalla Sicilia. Il quadro era completo e faceva vomitare. Il loro eroe,  il super testimone che aveva decapitato la cupola, era in realtà un serial killer che operava sotto copertura statale.

Quando le manette scattarono di nuovo, non ci furono generali a offrirgli sigarette o  patti vantaggiosi. Questa volta gli sguardi degli uomini in divisa erano pieni di disprezzo. guardavano Balduccio come si guarda una scarpa sporca di letame che  ha macchiato un tappeto persiano. Si sentivano presi in giro, lo avevano protetto, pagato, coccolato e lui  aveva usato i loro soldi per finanziare omicidi.

 “È finita Balduccio”, gli disse un ispettore mentre lo spingevano dentro l’auto. Ma questa volta la destinazione non era una villa segreta con vista lago, era il carcere, quello vero, quello duro. Il processo che seguì fu un teatro dell’assurdo. Balduccio cercò di recitare la sua vecchia parte, quella della vittima, del perseguitato, ma la maschera era caduta.

 In aula, mentre venivano elencati i nomi delle persone che aveva fatto ammazzare mentre era sotto protezione, il mito del grande pentito si sgretolò come gesso bagnato. Non era un uomo che aveva cercato la redenzione, era solo un opportunista che aveva cambiato casacca per convenienza, senza mai cambiare la sua natura di belva.

 La condanna fu inappellabile, ergastolo. La parola che ogni uomo d’onore teme più della morte. Fine pena mai. Significa che uscirai da lì solo con i piedi in avanti, dentro una cassa di legno. Povero! Balduccio entrò in cella e la porta blindata si chiuse alle sue spalle con un tonfo sordo definitivo. Quel rumore fu l’ultima nota della sua canzone.

 Da quel momento iniziò la discesa nel vero inferno, l’oblio. Il carcere per un uomo come lui è un luogo particolare. Non è come per gli altri detenuti. Balduccio era odiato da tutti. I mafiosi lo consideravano il Giuda, l’infame supremo, colui che aveva venduto Totò Riina. Se avessero potuto, lo avrebbero sbranato a mani nude nel cortile dell’ora d’aria.

 Gli altri detenuti lo disprezzavano perché era un privilegiato caduto in disgrazia, un traditore seriale e le guardie, le guardie lo vedevano come colui che aveva umiliato la divisa facendosi beffe della protezione.  Era solo, completamente, disperatamente solo. Viveva in isolamento, circondato da quattro mura grigie che sembravano stringersi ogni giorno di più.

 Non c’erano più i soldi facili, non c’erano più le cene, non c’era più il potere, c’era solo il silenzio, un silenzio rotto solo dai suoi pensieri che diventavano sempre più rumorosi, popolati dai fantasmi di tutte le persone che aveva  spedito via. Passavano gli anni, il mondo fuori cambiava, la mafia cambiava pelle, si evolveva, trovava nuovi capi, nuovi  affari, ma per Balduccio il tempo si era fermato.

 Lui era rimasto un fossile di un’era geologica estinta, quella dei corleonesi stragisti. Nessuno parlava più di lui. I giornali avevano trovato nuovi mostri da sbattere in prima pagina. Balduccio di Maggio era diventato una nota a piedi pagina nei libri di storia criminale. L’uomo che fece arrestare Riina e poi tornò a uccidere.

 Una curiosità macabra e poi arrivò la malattia. Il corpo, che aveva servito fedelmente i suoi istinti violenti, iniziò a tradirlo. Forse era il karma, forse era solo biologia. Ma Balduccio iniziò a marcire da dentro. Le energie lo abbandonarono. Divenne l’ombra dell’ombra di sé stesso. Un vecchio stanco, malato, che passava le giornate a fissare le sbarre, aspettando una fine che non arrivava mai abbastanza in fretta.

 Chiedeva permessi, chiedeva pietà, chiedeva di poter morire a casa, ma lo Stato questa volta fu sordo. Non c’era pietà per chi aveva tradito la fiducia due volte. Hai voluto giocare a fare il Dio della vita e della morte. Bene, ora affronta la tua mortalità da solo al buio. Le notizie che filtravano dalla sua cella erano poche e tristi.

 Si parlava di un uomo consumato, che delirava, che forse cercava di giustificarsi con se stesso, ma che in fondo sapeva di non avere scuse. Aveva avuto la possibilità di salvarsi, di rifarsi una vita onesta e l’aveva buttata via per la sete di sangue e denaro. La morte non arrivò come un colpo di scena cinematografico.

Non ci fu una sparatoria finale, non ci fu un gesto eroico. Arrivò lenta in un letto d’ospedale penitenziario tra l’odore di disinfettante medicine, senza onore, senza gloria, senza nessuno a stringergli la mano. Quando il cuore di Baldassare di Maggio smise di battere,  il mondo non tremò. Non ci furono titoli a nove colonne.

 La notizia passò quasi inosservata. È morto il pentito che incastrò Riina. Punto. La gente lesse il titolo, scrollò le spalle e voltò pagina. Era la punizione peggiore per un uomo che aveva vissuto per essere temuto e rispettato. L’indifferenza. Era finito nella tomba dell’oblio, sepolto sotto la polvere della sua stessa infamia.

 La sua eredità è un monito inciso nel sangue. Balduccio di Maggio ci ha insegnato che nel mondo di Cosa Nostra  non esistono eroi, nemmeno tra coloro che si pentono. Esistono solo carnefici che a volte cambiano bersaglio. Ci ha mostrato che si può arrestare un boss, si può smantellare un clan, ma non si può cancellare il male che abita nell’animo umano con un semplice contratto di collaborazione.

Lui è stato l’autista che ha guidato il diavolo, è stato il Giuda che ha venduto il diavolo. Ed è stato il diavolo lui stesso fino all’ultimo respiro. Oggi, se passate per le campagne di San Giuseppe Giato, il vento soffia ancora tra gli ulivi, portando con sé storie antiche e terribili.

 Ma il nome di Balduccio non viene pronunciato ad alta voce. È un nome che porta sfortuna. È il nome di un uomo che voleva tutto e alla fine non ha avuto niente, se non una fossa scavata nella terra fredda della memoria, dove nessuno porta fiori. La sua storia finisce qui, nel buio,  dov’era iniziata. Ma la storia del crimine non finisce mai.

 Ci sono altri nomi, altre storie, altri mostri che aspettano di essere raccontati, perché finché ci sarà sete di potere, ci saranno uomini disposti a tutto per saziarla e noi saremo qui a raccontarlo fissando l’abisso finché l’abisso non ci guarderà dentro. Se vuoi sapere dov’è finito un uomo che ha reso impotente l’intera polizia italiana per decenni, iscriviti al canale ora e lascia un commento con il nome del boss che vuoi sentire prossimo. No.

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